• Dividerci sarebbe una follia. Non faremo accordi a tavolino

    Intervista pubblica sul Corriere delle sera il 7 dicembre a firma di Monica Guerzoni

    C’è chi spara fiamme su quel che resta del Pd e chi getta acqua per placare l’incendio, scandendo parole come rispetto, unità, responsabilità. E se molti paventano la fine del partito, l’ex segretario Maurizio Martina lavora per scongiurare una devastante scissione.

    Marco Minniti si è ritirato perché non poteva vincere, o perché non aveva il sostegno di Renzi?

    «voglio esprimere massimo rispetto per questa scelta e per come Minniti, che io ritengo una energia fondamentale per il Pd, ha deciso di compiere questo passo. Il congresso serve a ripensare il rapporto del Pd con il Paese e dobbiamo essere tutti all’altezza della responsabilità che abbiamo in questo passaggio. Tanto più di fronte a un governo come questo, che sta facendo scelte pericolose per gli italiani».

    Chiederà a Minniti di sostenere la sua candidatura?

    «Non dobbiamo affrontare il percorso congressuale col pallottoliere, nella logica stretta di chi sostiene chi. Io ho sempre chiesto di poter fare un congresso sulle idee, prima ancora che sui posizionamenti, sulle percentuali e sui nomi. Abbiamo bisogno di chiarezza e di unità».

    L’unica donna in corsa, Maria Saladino, invita i «galantuomini» suoi avversari a ritirarsi. Lei ha mai pensato di lasciare il campo a Zingaretti?

    «Ma no! Pregherei tutti di non complicare una situazione già complicata. Non saranno accordi a tavolino a rilanciare il Pd. Si è mai visto un congresso con una sola ipotesi in campo? È giusto che alle primarie si esprimano, nella chiarezza, posizioni diverse. Dobbiamo dare tutti una mano a questo lavoro, che può essere straordinario se si abbandonano tatticismi».

    Qualcuno gioca al massacro, come ha denunciato Zingaretti?

    «Mi auguro che nessuno voglia giocare al ribasso. Per quel che mi riguarda ho sempre lavorato per tenere assieme pluralità e unità. Dobbiamo discutere di come stiamo dentro per rilanciare il progetto e non di come si esce».

    Renzi lancerà la «cosa nuova» alle europee?

    «Mi auguro assolutamente che non accada. Se ci fosse nel nostro campo un’altra scissione sarebbe una follia. Chi divide il fronte rischia di fare un grande piacere a 5stelle e destra».

    Per Minniti sarebbe un regalo ai populisti.

    «L’ho sempre pensato. Davanti ad altre divisioni a sinistra il giudizio di tutti noi è stato molto severo. La storia si è incaricata di dimostrare che quel passaggio è stato un errore e io non voglio che quel film si ripeta».

    Dice che Renzi rischia di fermarsi al 3%, come Leu?

    «Dico che il fronte va unito e allargato, non diviso».

    L’ex premier è solo contro tutti e rimprovera voi ex Ds di pensare solo alla «ditta», mentre lui pensa al Paese.

    «Io faccio la mia parte per il Pd e per il Paese. Ho girato in lungo e in largo in questi mesi per riportare la nostra voce in luoghi cruciali: da Taranto a Genova, alla nostra grande manifestazione di Piazza del popolo. Da quando ci siamo candidati abbiamo proposto di legare le primarie alla raccolta di firme per un referendum abrogativo del decreto Salvini, pericoloso per il Paese. Ieri abbiamo lanciato l’idea di far nascere dopo le primarie un governo ombra per l’alternativa. dobbiamo allargare, aprire porte e finestre».

    Se vince lei, richiamerá nel Pd Bersani e D’alema?

    «No, si fermi. Non è una questione di gruppi dirigenti, ma di elettori che il 4 marzo non ci hanno votato, hanno dato il consenso a qualche forza della maggioranza e ora sono arrabbiati e disillusi. L’alternativa si costruisce nel Paese, non con qualche riunione tra big».

    È pronto ad allearsi con il M5s per fermare la destra?

    «I 5stelle si sono dimostrati succubi, ostaggi dell’egemonia della Lega e purtroppo non vedo segnali di autonomia. A me interessa il lavoro di raccordo con i tanti che hanno votato per loro e speravano qualcosa di diverso».

    Delrio resterà e voterà per lei. Il capogruppo potrebbe essere la calamita che fa restare nel Pd i pezzi grossi del renzismo, come Lotti, Boschi, Rosato, Guerini?

    «Io penso che nessuno uscirà. E nel paese ci sono tanti democratici che non vogliono altro che dare una mano a cambiare il Pd e renderlo più forte. A loro vogliamo parlare, altro che dividersi».

     

  • Ora basta polemiche. Senza Pd non c’è alternativa

    Intervista a firma di Monica Guerzoni su Il Corriere della sera del 20 settembre 2018

    «Stop».

    Dobbiamo ancora cominciare, segretario Maurizio Martina.

    «Ma io voglio dirlo subito: basta».

    È ancora arrabbiato per il mancato invito alla cena di Carlo Calenda, poi saltata?

    «Non scherziamo. Il problema non sono i nomi, i presenti o gli assenti».

    Però l’ex ministro aveva chiamato Renzi, Gentiloni, Minniti e non lei. Non le riconoscono la leadership?

    «Fermiamo questo dibattito e ripartiamo dalle cose che contano. Dobbiamo avere un grande rispetto per i nostri elettori, per i militanti, per i tanti che ci credono. Giro l’Italia e le persone ci chiedono di stoppare questo dibattito autoreferenziale».

    Fatelo presto. Altrimenti ha ragione Calenda, quando dice che il segretario giusto è uno psichiatra.

    «Smettiamola con queste caricature e cerchiamo di usare parole differenti. Io voglio andare oltre e faccio appello a tutti quelli che hanno voglia di dare una mano. Usciamo da certe logiche astratte e politiciste che ci hanno fatto male. Senza il Pd non c’è l’alternativa a questa destra che fa paura. Voglio che ogni azione sia all’altezza della sfida e chiedo a tutti di fare questo sforzo».

    Perché il 60% degli italiani sta col governo, non con voi?

    «Nel Paese lo spazio dell’alternativa è più grande di quanto non sembri. Questo governo porta l’Italia all’isolamento ed è diventato lo strumento per far saltare il progetto europeo. Di fronte a un rischio epocale, il Pd non può ridursi alle scene di questi giorni. Deve cambiare passo, migliorare, rilanciarsi».

    Per Orfini si deve sciogliere, per Calenda si deve autoestinguere.

    «Non ci estinguiamo e non ci sciogliamo. Dobbiamo aprirci e costruire un nuovo progetto. Quando si pensa al Pd bisogna pensare alle migliaia di persone che tutti i giorni fanno buona politica, si organizzano nei territori, aprono i circoli e amministrano i comuni».

    Perché la voce del Pd in Parlamento non si sente?

    «Noi dobbiamo assolutamente, anche nelle aule parlamentari, rendere sempre più chiaro il nostro profilo di alternativa».

    Occupare l’aula contro una fiducia qualsiasi non è scimmiottare il populismo?

    «No, dovevamo dare battaglia su due sfide fondamentali, vaccini e periferie. Ma ha detto bene Antonio Polito nel suo editoriale sul Corriere. A dieci anni dalla nascita del Pd il mondo è cambiato, è ora di rimettere a fuoco la sfida democratica ripartendo dai più deboli. Anche per questo presenteremo una controproposta di legge di bilancio».

    Cosa ci sarà dentro?

    «Proposte concrete, partendo da giovani, famiglie e investimenti. Un esempio? L’assegno universale per le famiglie, che costa meno di un quinto della flat tax ed è molto più equo. Le poche risorse che ci sono vanno concentrate sui fondamentali dell’equità e della crescita».

    Con quale assetto andrete alle Europee?

    «Orbàn, Salvini e Le Pen propongono la disgregazione dell’Europa. Noi dobbiamo lavorare per una grande alleanza della nuova Europa, anche dopo il voto, dal Pse, a Tsipras e Macron».

    Salvini intercetta le paure degli italiani, voi chiamate in piazza I’«Italia che non ha paura». Cioè, le élite?

    «Per nulla. Dal palco parleranno cittadini con le loro storie d’impegno. La manifestazione del 30 settembre è fondamentale. Faccio appello a tutti perché ci aiutino ad avere una piazza bella, partecipata, popolare, aperta, che sia il segnale della riscossa. Quello slogan segnala la consapevolezza di dover portare il Paese fuori dalla rabbia e dalla paura, sentimenti veri che io non sottovaluto, ma che voglio sconfiggere».

    Invece di dividervi su cene e commensali, perché non fate il congresso?

    «A gennaio, dopo il forum di progetto di ottobre e l’avvio del percorso congressuale, faremo le primarie. Sceglieranno iscritti ed elettori qual è il nostro comune destino, non le interviste di Martina o di altri dirigenti».

    Il 1 ottobre lei si dimetterà? E sfiderà Zingaretti?

    «Come ho sempre detto, il tema non è cosa fa Martina. Proprio perché sono il segretario non ho alcuna intenzione di parlare di me prima di parlare del Pd».

    Renzi parla molto di sé e prepara la sua Leopolda.

    «Siamo un unico partito, dobbiamo smetterla di evocare rappresentazioni che ci dividono e ci fanno sembrare soggetti differenti. Ci si confronta, ma quando si decidere una linea va rispettata da tutti. Una scorciatoia non c’è».

     

  • Tocca ancora alla squadra PD garantire all’Italia un cambiamento responsabile

    Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata su Il Corriere della Sera del 28.12.2017

    «Dobbiamo andare a testa alta e rivendicare i nostri risultati con orgoglio. Tocca al Pd completare il cambiamento del Paese». Maurizio Martina, vicesegretario dem e ministro, scommette sulla «modernizzazione» della Pa e sugli investimenti pubblici. E parla della legislatura sul binario d’arrivo.

    Cuperlo chiede che la legislatura non termini ora e si porti a termine lo ius soli.

    «Non entro nelle prerogative del capo dello Stato, ma per tutti noi rimane una legge fondamentale. A chi fa le pulci al Pd, ricordo che solo grazie a noi lo ius soli è stato votato alla Camera, nel pieno della campagna delle Amministrative».

    E i 29 assenti del Senato?

    «Non sono state assenze politiche e purtroppo non sarebbe bastato tutto il Pd in Aula. Si guarda la pagliuzza e non la trave: M5S e destra hanno organizzato il vero boicottaggio della legge con le loro assenze».

    Ministro, si annunciano elezioni difficili per il Pd.

    «Nel 2013, quando la legislatura sembrava nata morta, nessuno ci dava grandi chance. Venivamo da una crisi durissima, avevamo perso un quarto della produzione industriale e milioni di posti di lavoro. Abbiamo fatto un lavoro importante che è giusto rivendicare nei confronti di chi denigra tutto. Ora questo lavoro va completato».

    L’economia riprende ma non si può dire che l’Italia sia in salute.

    « Un viticoltore, sulle colline di Bergamo, mi ha detto: “Dovete lavorare sulla crisi di fiducia che c’è nel mondo occidentale”. Ed è vero. Poi ci siamo fatti una domanda: cinque anni fa, il Paese stava peggio o meglio? La risposta è inequivoca: stava peggio. Ma c’è molto da fare».

    Perché bisognerebbe dare ancora fiducia al Pd?

    «Perché è l’unico che può garantire serietà, stabilità e cambiamento. La serietà di un approccio di governo ai problemi, la stabilità delle istituzioni, la forza di saper prendere decisioni».

    Ce ne dice qualcuna?

    «Lavoro e ancora lavoro. Lotta alla precarietà, specie dei giovani, con gli incentivi strutturali. Questione salariale, anche con il salario minimo legale. E poi rinnovamento della Pa: da qui a 5 anni inserire almeno 500 mila nuove leve. E ancora, nella prossima legislatura dobbiamo arrivare almeno al 3% del Pil di investimenti pubblici. E dimezzare il gap, rispetto all’Ue, per spesa in scuola, università e ricerca. Partirei dal tempo pieno nelle scuole del Sud. Poi avanti nella lotta alla povertà con il reddito di inclusione e lavoro sulla decarbonizzazione del Paese».

    Berlusconi propone il «reddito di dignità».

    «Negli anni devastanti della crisi, Berlusconi non guardava la curva della povertà ma ci raccontava che i ristoranti erano pieni. Ora scopre la povertà, per motivi propagandistici. Noi il reddito di inclusione l’abbiamo fatto».

    Carlo Calenda, al Corriere della Sera, ha proposto un’assemblea costituente per rinnovare l’assetto del Paese. E d’accordo?

    «Non mi avventuro in una riflessione sullo strumento, ma condivido con Calenda lo sforzo di rimettere al centro il tema del rinnovamento dello Stato».

    Il Paese ha detto no alla riforma costituzionale.

    «Ma la battaglia per il cambiamento delle istituzioni continua».

    Calenda vorrebbe un Pd diverso, con «meno rottamazioni, slogan e leadership solitarie».

    «Il Pd è l’unico partito che non avrà nel simbolo il nome di un leader. Abbiamo l’orgoglio di presentare agli italiani una squadra».

    Lei cita spesso l’Europa, ma Emma Bonino minaccia di correre da sola con i radicali.

    «Rinnoviamo la piena disponibilità per una battaglia comune sull’Europa. Quando Salvini parla di dazi, mi chiamano imprenditori dell’agroalimentare preoccupati. È una partita troppo importante per consegnarla alla Lega. O ai pericolosi tentativi referendari dei 5 Stelle che ci vogliono portare fuori dall’Euro, come se fosse un gioco».

  • Disposti a confrontarci. Invieremo il programma

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera del 30 ottobre 2017)

    «Nei prossimi giorni invieremo a tutte le forze che vogliono confrontarsi con noi, al centro e a sinistra, il documento programmatico uscito da Napoli. Pronti al confronto per una nuova coalizione». Il ministro Maurizio Martina è reduce da Napoli, dove ha organizzato, in qualità di vicesegretario, la Conferenza programmatica del Pd.

    A Napoli Renzi sembra aver cambiato linea, dando retta a Franceschini, Orlando, Prodi e ora a Gentiloni, che chiedevano di riaprire la partita delle alleanze.

    «A Napoli abbiamo lavorato e ascoltato tanto. Siamo gli unici ad aver messo in campo uno sforzo programmatico così forte. Nove piazze tematiche, oltre 2.500 persone intervenute, 40 ospiti. Usciamo da Napoli più forti e con una proposta sul progetto e sul metodo, sui contenuti e sugli strumenti».

    Parliamo di metodo: come costruire la coalizione e con chi?

    «II segretario ha detto parole chiare: vogliamo una coalizione ampia, inclusiva e plurale, con il Pd perno centrale, aperto al contributo di altre forze».

    Dunque si riapre una possibile interlocuzione anche con Mdp. Com’è possibile lavorare con D’Alema e Bersani, dopo tanti scontri?

    «Noi non siamo interessati a porre veti né al centro né a sinistra. Rivendichiamo lo sforzo del Pd in questi anni, senza il quale il Paese non avrebbe fatto i passi avanti di oggi dopo la crisi. Siamo interessati a confrontarci sulla prospettiva».

    Su che basi?

    «Sulla base delle idee elaborate a Napoli, che invieremo a tutte le forze del centro e della sinistra».

    Si aprirà un tavolo?

    «Vedremo il metodo da seguire, intanto consolidiamo l’impegno a costruire una coalizione di centrosinistra».

    Mdp, però, vorrà rimettere in discussione Jobs act, articolo 18, buona scuola.

    «Siamo pronti a confrontarci su tutto, dalle politiche per il lavoro, a quelle per la scuola, dalla protezione sociale al Sud. Di certo non accetteremo abiure del lavoro fatto, che è stato faticosissimo e di cui siamo orgogliosi. Chi vuole lavorare unito al Pd sa che ci siamo».

    La prima risposta di Roberto Speranza è negativa. Dice che Renzi è «un disco rotto» e che serve una svolta radicale sulle politiche.

    «Consiglierei a Speranza di ascoltare e riflettere prima di parlare. La sua mi sembra una dichiarazione fotocopia di tante altre. Dopo di che, ognuno farà le sue scelte. La nostra è quella di avere un atteggiamento aperto, avendo come obiettivo quello di battere la destra e i 5 Stelle e di costruire un’alternativa forte a queste due derive».

    Lei condivide le critiche di Renzi al governatore Visco, che il premier ha scelto di riconfermare?

    «Voltiamo pagina. Quello che ha stabilito il presidente del Consiglio si sostiene. Credo che ora valga la pena di concentrarsi su come avere strumenti più forti di tutela dei risparmiatori e di maggiore controllo e vigilanza. Vorrei, ad esempio, che si riflettesse di più sulle indicazioni date dal procuratore di Milano Francesco Greco».

    È ipotizzabile un passo indietro di Renzi come candidato premier?

    «Il Pd non rinuncia alla leadership del suo segretario scelto dagli elettori. Noi siamo una squadra e, come ha detto Renzi, il problema non è chi governa di noi, ma se governiamo noi o Di Maio e Salvini».

    Se il presidente Grasso, che ha abbandonato il Pd, diventasse leader della sinistra, sarebbe un elemento a favore di un’alleanza o di freno?

    «Noi possiamo solo dire che rispettiamo le scelte del presidente Grasso, anche se ne siamo rammaricati».

    Si riparla di ius soli. È giusto mettere la fiducia?

    «Deciderà il premier. Se matureranno le condizioni e si sceglierà questa via, noi ci saremo».

     

  • Relazione introduttiva alla Conferenza programmatica di Napoli

    27.10.2017

     

    Cari amici, cari compagni e gentili ospiti,

    grazie a tutti per la vostra presenza. Grazie a Napoli, a Portici e alla Campania per l’accoglienza e la l’ospitalità.

    Al presidente De Luca e a tutto il PD napoletano e campano.

    Apriamo con questa conferenza nazionale il lavoro che ci porterà al programma per le prossime elezioni politiche.

    In questi tre giorni ascolteremo e ci confronteremo con fra di noi e con tante esperienze vitali delle società, dell’impresa, dell’associazionismo, della scuola, del sociale.

    Presenteremo le nostre prime proposte fondamentali. Ragioneremo dei grandi temi che stanno già cambiando nel quotidiano la vita degli italiani.

    Lavoreremo avendo come orizzonte di riferimento l’Italia al 2020.

    Dieci anni dopo l’inizio di questa esperienza unica del riformismo democratico e progressista europeo, noi rinnoviamo la nostra responsabilità per dare agli italiani una guida all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte.

    Quest’ultimo decennio ha reso ancora più urgente e necessario questo impegno.

    La globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi anni ha ceduto il passo a un mondo multipolare. Un profondo cambiamento geopolitico sta ridefinendo poteri e alleanze mondiali e gli strumenti di cooperazione, concepiti dopo la Seconda guerra mondiale, stanno affrontano un’evidente crisi di significato.

    Usa, Cina e Russia sono oggi i principali protagonisti di questo scenario, mentre l’Europa fatica ancora a svolgere la funzione politica globale che le spetterebbe.

    La crisi economica e sociale più grave dal dopoguerra che ha attraversato tutti i paesi avanzati e segnato in profondità la vita di milioni di persone, ha divaricato ulteriormente le differenze sociali e colpito tanta parte dei ceti medio-bassi.

    E’ cambiata la Storia. Il modello che per anni ha garantito prosperità e crescita ha esaurito la sua funzione.

    La nuova divisione internazionale del lavoro determinata dalla rivoluzione tecnologica e digitale sta modificando innanzitutto il rapporto tra persone e lavoro. Il cambiamento vorticoso del mondo sta provocando in tanti cittadini la sensazione di aver perso il controllo sul proprio destino.

    Occorrono nuove categorie interpretative della realtà. Avanzano domande di protezione che le forze democratiche e progressiste hanno tardato a comprendere.

    La crisi della sinistra europea nasce da qui. Dalla sua incapacità di offrire risposte convincenti alle fratture emergenti: quelle generate dall’ineguaglianza redistributiva, da sistemi di protezione incapaci di tutelare i più deboli, dal contrasto tra società aperta e le ideologie della chiusura.

    Sono fratture che agitano paure e rancori tra chi si sente tutelato e chi no.

    Tra chi teme di perdere protezione e chi invece la ricerca.

    Noi siamo consapevoli del ruolo che in Italia e in Europa dobbiamo svolgere per rispondere a questa sfida costruendo un’alternativa credibile alla destra.

    L’Europa, attraversata da una crisi di rappresentanza politica, ha offerto risposte timide e inadeguate, rinunciando al coraggio di un cambio di passo che la rendesse prima di tutto più sociale e solidale.

    Il tempo che stiamo vivendo sta facendo emergere, accanto a straordinarie opportunità, anche rischi e bisogni inediti: per la sovranità, la democrazia, la libertà.

    Proprio per questo l’Europa rimane il nostro orizzonte fondamentale e l’unica dimensione possibile di cittadinanza, pace e cooperazione per il futuro.

    Siamo orgogliosamente europei e tenacemente italiani e l’identità nella diversità rimane la nostra sfida.

    Sappiamo che l’interesse nazionale si tutela con il progetto europeo e che questa apertura può esaltare e non negare le radici e l’identità dell’Italia.

    Di fronte a noi si impongono ora scelte strategiche che determineranno le condizioni generali della convivenza e dello sviluppo; e la nostra prima scelta di chiama ancora Europa.

    La minaccia rappresentata dall’estremismo terrorista di matrice islamica richiede azioni e responsabilità più avanzate per sconfiggere chi semina morte e violenza e garantire così pace, libertà e sicurezza.

    La questione migratoria nel cuore del Mediterraneo, spostando la frontiera europea più a sud, segna un cambio di fase storica e pone l’urgenza di comuni politiche di gestione dei confini, della cooperazione e delle regole di cittadinanza.

    I ripiegamenti protezionisti, populisti e nazionalisti, cui stiamo assistendo, rendono evidenti i pericoli che corrono democrazia e politica quando incapaci di rinnovarsi, di rappresentare e di decidere.

    Questi messaggi di chiusura e risentimento non vanno sottovalutati perché di fronte allo smarrimento e all’incertezza di questo tempo rischiano di essere convincenti per tanti cittadini fragili e vulnerabili.

    Commetteremmo un grave errore a liquidare tutto questo con superficialità o peggio ancora, com’è già accaduto tempo fa, manifestando una presunta superiorità antropologica. Nulla di tutto ciò.

    Noi siamo alternativi a elitarismo e populismo.

    Vinceremo questa sfida costruendo, nel concreto, un nuovo progetto di società e una prospettiva in grado di chiudere le fratture sociali, territoriali, generazionali e di genere che ancora la attraversano.

    Il nostro compito è il rinnovamento della democrazia e la costruzione, su basi nuove, di un umanesimo capace di rimettere al centro la persona.

    Per ricostruire un’alleanza tra diritti, libertà e protezioni; tra opportunità e fragilità.

    Per tenere insieme prosperità e democrazia, economia e società.

    Per uno sviluppo sostenibile e inclusivo in grado di ricucire le diseguaglianze.

    Per investire sul capitale umano e sulla comunità, sapendo che Stato e mercato non bastano più.

    Collochiamo il nostro progetto nel quadro degli Obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo sostenibile e in piena coerenza con gli accordi di Parigi per la lotta ai cambiamenti climatici.

    Da questi capisaldi, lavoriamo a una prospettiva fondata su un’idea forte della cittadinanza, sapendo che questa fase di profonda trasformazione apre opportunità e libera energie nuove, a partire dai talenti giovanili e dal protagonismo fondamentale delle donne.

    Un nuovo Patto di cittadinanza è possibile e riconosciamo in queste idee fondamentali il nostro impegno per l’Italia:

    • Il lavoro e l’impresa come dimensioni irrinunciabili della cittadinanza,

    • Conoscenza e cultura come prime leve di opportunità,

    • La cura delle persone e delle comunità per l’equità e l’uguaglianza

    • La sostenibilità ecologica dello sviluppo e della società,

    • Le pari opportunità e l’avanzamento dei diritti civili e di cittadinanza,

    • La lotta senza quartiere a tutte le illegalità,

    • L’efficienza dello Stato e il rinnovamento della politica,

    • Una nuova Europa casa di pace e cooperazione fra i popoli,

    Proponiamo con forza l’affermazione di un’etica pubblica fatta di diritti e di doveri condivisi.

    Proponiamo una sfida educativa per sconfiggere nuove intolleranze emergenti, vecchi rigurgiti razzisti di ritorno e il dramma della violenza sulle donne.

    Investiamo su scelte in grado di affrontare la questione demografica italiana, supportando concretamente la natalità, le famiglie e le generazioni.

    Sosteniamo la scienza, la medicina e il diritto alla salute come abbiamo fatto con l’introduzione dell’obbligo sui vaccini, contro le pericolose derive antiscientifiche emergenti.

    Ci impegniamo da protagonisti nel paese a promuovere una mobilitazione culturale popolare che sostenga i valori dell’apertura, del dialogo, della tolleranza, del rispetto reciproco.

    Noi vogliamo lavorare a una stagione che valorizzi sempre meglio i legami sociali, il civismo diffuso, il mutualismo della società e la partecipazione consapevole dei cittadini nelle scelte pubbliche.

    Rinnoviamo per tutto questo la vocazione del Partito Democratico ad essere il partito del paese.

    L’ambizione cioè di una grande forza di centrosinistra, figlia dell’Ulivo, in grado di pensare sempre sé stessa come comunità in grado di unire il pluralismo della società e l’interesse generale.

    Questa vocazione non ha mai significato per noi isolamento ma consapevolezza che senza le donne e gli uomini del Partito Democratico non potrà esserci un’alternativa possibile ai populismi e alla destra.

    Noi siamo l’argine a queste derive.

    Ed è questo il compito storico di una moderna forza progressista e di centrosinistra come il PD, consapevole anche dei gravi errori commessi nel nostro campo quando a prevalere sono state invece divisioni, veti e personalismi.

    Quando la sinistra si è fatta prigioniera di questi errori è finita nell’angolo della sola testimonianza.

    Noi non seguiremo questa via.

    Siamo interessati a un confronto con le forze alternative alla destra, ai populisti e agli estremisti.

    Noi non abbiamo nemici nel centrosinistra.

    Oggi più di ieri, da qui, siamo pronti a un confronto positivo e di prospettiva.

    Siamo pronti a unire le forze, nella pluralità, per costruire una proposta di coalizione ora che la legge elettorale consente questo lavoro.

    La nuova legge elettorale approvata in queste ore è frutto di un confronto positivo tra forze di maggioranza e di opposizione. E’ un passo avanti utile per ricostruire un rapporto più forte tra eletti ed elettori.

    Oggi c’è uno spazio nuovo. Va usato da tutti per produrre più unità e condivisione.

    Noi crediamo che l’Italia e gli italiani abbiano bisogno ancora di trovare nella comunità del Partito Democratico una guida salda, credibile e responsabile.

    Siamo consapevoli del disorientamento verso la politica e le istituzioni che può portare gli elettori ad allontanarsi dall’esercizio del voto.

    A questi concittadini vogliamo rivolgerci con attenzione, non proponendo loro miracoli e propaganda, ma la forza del nostro impegno quotidiano fatto di serietà e responsabilità: perché solo la tenacia della buona politica può scacciare davvero la cattiva politica.

    In questi anni ci siamo fatti carico di impegni cruciali per portare l’Italia fuori dalla stagione più dura della recessione economica e della crisi sociale.

    Dalla pesante situazione ereditata, abbiamo risalito la strada.

    Passo dopo passo abbiamo aperto una coraggiosa stagione di riforme.

    La nostra politica economica ha migliorato le condizioni del Paese e consentito la ripresa dei consumi e del potere d’acquisto, della produzione industriale e delle esportazioni.

    Questi impegni sono stati sempre accompagnati da cruciali novità, mai raggiunte prima, per l’avanzamento dei diritti civili e di cittadinanza e per la promozione delle pari opportunità.

    Di tutte le scelte fatte, rendiamo conto agli italiani con responsabilità e orgoglio avendo lavorato sempre per un unico obiettivo: ridare futuro e speranza all’Italia, liberarne le energie e sostenere chi è più debole.

    Fatemi qui ringraziare tutte le donne e gli uomini che hanno contributo a questo lavoro faticoso. Fatemi ringraziare il segretario Matteo Renzi.

    Tutti i ministri, i parlamentari e i capigruppo. I sindaci, i presidenti di regione,

    Fatemi salutare e ringraziare per il lavoro prezioso che fa il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

    Siamo una squadra essenziale per il Paese di fronte all’inaffidabilità e ai rischi dei nostri avversari.

    Sappiamo che molta strada va ancora fatta.

    Che ci sono italiani che ancora soffrono e fanno fatica.

    Ora che l’Italia è uscita dalla fase più acuta della crisi, possiamo aprire il nuovo tempo del nostro impegno per lo sviluppo.

    Per spingere sulla crescita intelligente e sostenibile, facendo leva su ricerca, formazione e capitale umano.

    Per dare priorità agli investimenti pubblici sui beni comuni nei territori.

    Per affermare nuovi strumenti di protezione e promozione sociale capaci di tutelare meglio le persone.

    Unire crescita e uguaglianza a partire dal lavoro è ancora il compito di una grande forza come il Partito democratico.

    Il Paese riparte dal lavoro e dall’impresa. Dalle famiglie, dalla cultura, dalla scuola e dall’università. Dal Terzo settore e dai territori.

    Riparte dal Mezzogiorno con il suo inestimabile potenziale ancora inespresso che dobbiamo liberare. Riparte dalle terre colpite dal terremoto, per le quali continueremo a impegnarci con la massima responsabilità. Riparte delle energie e dalle aspirazioni delle forze produttive del nord.

    Ovunque nel Paese, sappiamo che la questione giovanile è la prima sfida da affrontare per liberare energie, creatività e talenti di generazioni essenziali per il futuro dell’Italia.

    Tocca a noi dare centralità e dignità al lavoro, dipendente e autonomo e combattere la disoccupazione partendo da quella giovanile e femminile. La nuova composizione demografica aperta ovunque dalla rivoluzione digitale ci pone il tema di quale nuova rappresentanza dei lavoratori.

    Servono nuovi diritti e tutele. Per valorizzare professionalità, eliminare la precarizzazione e la concorrenza sleale, il lavoro nero, il caporalato e le morti bianche. Dobbiamo continuare a creare occupazione. Dobbiamo investire sulle politiche attive. Il costo del lavoro a tempo indeterminato deve essere tagliato stabilmente, proseguendo anche nella costruzione di ammortizzatori sociali universali legati alla riqualificazione dei lavoratori.

    Noi vogliamo avviare la sperimentazione delle pensione contributiva di garanzia per i giovani.

    E ribadiamo da qui il nostro impegno per rivedere l’automatismo per l’aumento dell’età pensionabile legata all’aspettativa di vita, voluto dai governi Berlusconi e Monti.

    Non discutiamo il principio. Discutiamo le modalità. Serve gradualità. Perché non tutti i lavori sono uguali e non tutti i lavoratori hanno le stessa aspettativa di vita.

    Tocca a noi sostenere la forza delle imprese, dei lavoratori autonomi, degli artigiani, dei commercianti, dei professionisti e di tante esperienze cooperative che vivono il loro impegno con passione, generosità e ingegno. Il rilancio degli investimenti pubblici e privati è la chiave per rafforzare la crescita.

    Davanti a noi abbiamo l’imperativo di affrontare le novità dirompenti che l’innovazione tecnologica e digitale sta portando nel modo di produrre e lavorare: vanno colte le opportunità e compresi i rischi di questa trasformazione.

    Si tratta di trovare il posto dell’Italia nell’economia digitale globale conoscendo il potenziale che possiamo esprimere. Per i lavoratori si tratta di realizzare la più poderosa operazione di riqualificazione formativa permanente degli ultimi decenni; per le imprese di tratta di scommettere su nuovi fattori di competitività e produttività.

    Tocca a noi affermare il principio “pagare meno, pagare tutti” e ridurre ancora la pressione fiscale per chi crea lavoro, per le famiglie e per chi ha di meno, chiedendo di più alle rendite e continuando la lotta all’evasione e all’elusione fiscale che con i nostri governi ha raggiunto cifre di recupero mai toccate. Occorre tassare i profitti dell’economia digitale internazionale. Serve rafforzare la vigilanza sulle banche, le sanzioni contro chi commette illeciti e garantire di più la tutela del risparmio.

    Tocca a noi investire in conoscenza, cultura, ricerca e innovazione. Serve un vero welfare della conoscenza. Occorre un salto di qualità nell’alternanza scuola-lavoro, nuovi strumenti di formazione permanente e competenze lungo tutto l’arco della vita, una strategia di contrasto alla dispersione scolastica e all’analfabetismo rilanciando il patto di corresponsabilità con le famiglie e i territori.

    Servono più laureati e più ricercatori. Occorre insistere con la Strategia per la crescita digitale e la banda Ultra Larga.

    Tocca a noi una nuova via alla cura delle persone. Per un welfare inclusivo, partecipato e promozionale anche grazie alle energie straordinarie del Terzo Settore. Dobbiamo continuare la lotta alla povertà nel solco delle scelte fatte con l’introduzione del Reddito di Inclusione che ora va rafforzato. Nell’arco della prossima legislatura le risorse vanno almeno raddoppiate. Cosi come andrà proseguito il programma sperimentale di contrasto alla povertà educativa.

    Tocca a noi promuovere lo sviluppo ecologico e ambientale e una via italiana all’economia circolare. Per fare della sostenibilità una leva di competitività e investire sulla cura del territorio. Per garantire benessere e sviluppo percorrendo la transizione verso un modello rifondato sul capitale naturale.

    Tocca a noi promuovere pari opportunità, diritti civili e di cittadinanza. Siamo stati in questi anni protagonisti di una nuova stagione dei diritti, dei doveri e delle libertà di cui andare orgogliosi.

    Le Unioni civili sono state un passo storico per l’uguaglianza.

    La legge contro il Caporalato una battaglia di civiltà vinta.

    Ora occorre andare avanti.

    Noi vogliamo costruire nuova cittadinanza con lo Ius Soli temperato, a partire dai bambini nati e cresciuti in Italia e daremo tutto per arrivare a questo obiettivo di civiltà.

    Vogliamo approvare la legge sul fine vita. Dichiariamo guerra alla violenza di genere e ci impegniamo per la diffusione dei piani antiviolenza.

    Tocca a noi battere tutte le illegalità. Combattere le mafie sul piano educativo e culturale e rafforzare tutti gli strumenti per il loro contrasto. La nostra funzione è rilanciare prima di tutto un’antimafia sociale per la legalità e lo sviluppo nelle aree più vulnerabili.

    Sulla giustizia, rivendichiamo con convinzione l’approccio di questi anni per migliorare prima di tutto il servizio ai cittadini, a partire dalla giustizia civile, superando invece lo scontro tra politica e magistratura che per troppo tempo ha bloccato il paese. Per noi cultura della legalità e cultura delle garanzie devono andare di pari passo, più di quanto non sia accaduto in questi anni.

    Tocca a noi liberare le persone dalla paura unendo inclusione, legalità, diritti e sicurezza. L’immigrazione è la sfida del nostro tempo.

    Noi ribadiamo i nostri capisaldi: controllare le frontiere, combattere i trafficanti di persone, salvare vite umane in mare e accogliere chi fugge da guerre e persecuzioni, migliorare il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati, attuare con rigore le leggi che regolano ingresso e soggiorno.

    Va rafforzata la cooperazione con i paesi del mediterraneo per la riammissione dei cittadini espulsi o respinti, per il controllo delle frontiere e l’aperura di canali di ingresso regolare.

    Va garantito il pieno rispetto dei diritti dei richiedenti asilo velocizzando le valutazioni delle domande di protezione internazionale e asilo. Dobbiamo migliorare le misure per il rimpatrio volontario assistito.

    L’accoglienza nelle regole è fattore di sicurezza e vanno comprese tanto le ragioni di chi è ospitato quanto quelle di chi ospita. Vogliamo lavorare a rendere l’accoglienza diffusa un modello sempre più efficiente.

    Promuoviamo l’idea di un Piano nazionale per l’integrazione che aiuti a imparare la lingua italiana, condividere i valori della Costituzione, rispettare le leggi, partecipare alla vita economica, sociale e culturale del territorio.

    Il principio “per ogni euro in sicurezza, un euro in cultura” definisce il nostro orizzonte valoriale e il nostro impegno alternativo alla destra e ai populisti.

    Tocca a noi rilanciare l’efficienza dello Stato. Perché l’urgenza di istituzioni più semplici rimane un punto essenziale. Tra centralismo e localismo, noi scegliamo invece la sussidiarietà.

    I Comuni vanno ora resi più forti, rilanciano il rapporto tra responsabilità e autonomia a partire dalla fiscalità locale e oltre la finanza derivata.

    Siamo pronti a investire su un regionalismo moderno e cooperativo anche attraverso l’investimento nelle possibilità date dal federalismo differenziato indicato della Costituzione.

    Facciamo nostro il monito di un grande autonomista come Riccardo Illy che in questi giorni ha detto parole di verità: “nessuno più può illudersi di essere padrone a casa sua. Se si confonde l’autonomia con l’egoismo, primo quello fiscale, i limiti superano le opportunità”.

    Tocca a noi proporre all’Europa una nuova via tra euro-ottimismo acritico e euro-scetticismo disfattista. Compito dei democratici è ricostruire una doppia fiducia: quella tra cittadini e istituzioni e quella tra paesi. Serve una unione politica con i popoli e gli Stati che la vogliono, senza accettare veti da nessuno. Vogliamo superare il Fiscal Compact e riformare l’eurozona approdando a una vera Unione fiscale.

    Vogliamo tornare con la mente a Ventotene. A un’idea di Europa legata alla cooperazione tra i popoli e a un modello di protezione sociale unico al mondo.

    La Children union perché nessun bambino rimanga senza cibo, educazione e casa, assicurazione europea contro la disoccupazione, armonizzazione fiscale per le imprese e lotta all’erosione internazionale di base imponibile, standard riconoscibili di diritti lungo tutta la catena di creazione del valore sono per noi obiettivi irrinunciabili.

    Per competere nel mondo serve una politica industriale comunitaria che affermi chiari criteri di reciprocità nei modi di produrre e nell’apertura dei mercati.

    Per l’Italia proponiamo un patto di legislatura con l’Europa per tornare ai criteri di Maastricht nel rapporto deficit/Pil con limite del 2,9%, liberando così risorse per ridurre la pressione fiscale su chi crea lavoro e sulle famiglie e investire con la massima forza su crescita, coesione sociale ed equità garantendo nel contempo la riduzione del debito pubblico con ulteriori misure specifiche.

    Sul piano politico rilanciamo con forza l’idea dell’elezione diretta del Presidente della Commissione e la scelta di liste transnazionali per il prossimo Parlamento europeo. Questa Europa, dopo essersi allargata ad est, deve oggi assumere il Mediterraneo e l’Africa come l’area strategica di questo secolo. Sosteniamo le proposte di riforma per una Difesa comune Europea, per il superamento della Convenzione di Dublino e la redistribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo.

    Se l’Europa saprà tornare agli ideali di Maastricht, Lisbona e Ventotene potrà ripartire.

    Partiamo da Napoli nella consapevolezza della centralità di tutto il Mezzogiorno per il futuro del Paese.

    Da queste giornate animeremo per settimane e mesi un percorso di partecipazione aperto e inclusivo.

    Abbiamo bisogno di raccogliere nuove energie fuori di noi.

    Abbiamo bisogno di allargare il nostro orizzonte, aprirci ancora, mobilitare tutte le energie possibili.

    Ascolto, partecipazione, unità sono le nostre parole.

    Quanto abbiamo fatto in questi anni non rappresenta la nostra meta.

    Noi sappiamo che il nostro impegno ora deve migliorare e rafforzarsi: fare di più e stare sempre all’altezza di questo sforzo è il nostro compito.

    Vogliamo portare l’Italia dove deve stare nel mondo e valorizzare i suoi punti di forza: dalla manifattura di qualità delle nostre imprese alla ricerca, dalla cultura, l’arte e il turismo, alla biodiversità dei suoi paesaggi.

    Non possiamo consentire che il paese venga governato da forze estremiste, intenzionate solo a speculare sulla paura, a investire sulla chiusura e sull’isolamento alimentando facili promesse dopo averci portato sull’urlo del baratro negli anni passati.

    Non saranno le battaglie ideologiche per l’uscita dall’Euro o impraticabili proposte neo-assistenzialiste ad aiutare davvero gli italiani.

    Il Paese non può tornare indietro, l’Italia deve andare avanti.

    Noi possiamo aprire una nuova stagione della democrazia rappresentativa.

    Possiamo investire sulla trasformazione sociale come alternativa al rancore e alle paure; per produrre valore e metterlo a disposizione dei cittadini e della comunità.

    Perché il compito della buona politica è proprio quello di aiutare a definire obiettivi comuni, riconoscendo e supportando il contributo dei cittadini, delle associazioni, delle imprese e delle comunità.

    Noi proponiamo al Paese la serietà, il buon senso e la responsabilità delle donne e degli uomini del Partito democratico.

    Proponiamo all’Italia di avere fiducia nelle proprie forze.

    L’Italia ha futuro. E con questa convinzione profonda ci rivolgiamo a tutti gli italiani forti dei nostri valori: uguaglianza, libertà, solidarietà, equità.

    C’è ancora tanto da fare e noi siamo pronti a rimetterci in cammino.

  • Trattativa, ma non sul fisco

    (Intervista a firma di Oriana Liso pubblicata su La Repubblica del 23 ottobre 2017)

    In Veneto è stato superato ampiamente il quorum, in Lombardia si è andati oltre la soglia fissata dal governatore Roberto Maroni. Ministro Maurizio Martina: adesso il governo dovrà trattare con le due regioni.

    «Il dato del Veneto è sicuramente un messaggio chiaro: è un mandato degli elettori, di cui ho grande rispetto, ad aprire una trattativa. Ma per quanto riguarda la Lombardia parlerei, al contrario, di una sconfitta. Nello specifico, di una sconfitta di Maroni».

    Nonostante abbia votato più del 34 per cento degli elettori?

    «Il 22 agosto, in una intervista, diceva testualmente che “l’asticella del successo è fissata al 51 per cento”, poi l’ha abbassata. Resta il fatto che la maggioranza dei lombardi ha ignorato le sue sirene e non ha creduto alla propaganda leghista sul residuo fiscale».

    Eppure ai seggi la maggior parte degli elettori lo ha detto: “Voto sì perché così le nostre tacce restano qui”.

    «Le materie fiscali — e anche altre, come la sicurezza — non sono e non possono essere materia di trattativa né con il Veneto, né con la Lombardia e neanche con l’Emilia Romagna, che ha avviato un’interlocuzione con il governo senza passare da un referendum. Non lo dico io: lo dice la Costituzione, con gli articoli 116 e 117 che indicano chiaramente gli ambiti su cui ci può essere una diversa distribuzione delle competenze».

    Zaia e Maroni, però, sono già pronti a venire a Roma per trattare. Cosa vi direte?

    «Potranno avviare lo stesso percorso di confronto aperto dal presidente emiliano Bonaccini. Partirà una discussione e, in caso di accordo, questo andrà votato dal Parlamento con una legge. Credo sia giusto discutere con alcune regioni su chi deve gestire determinate materie: ma nell’ambito di una idea federalista equilibrata, cooperativa. E con un referendum consultivo da fare magari a valle del percorso, avendo già lavorato a un testo chiaro».

    Crede che il Movimento Cinque stelle abbia avuto un peso nel risultato?

    «Mi pare che, al di là della questione del voto elettronico, non abbiano fatto particolarmente campagna per il voto. Detto questo se in Lombardia, nonostante Lega, Forza Italia e 5 Stelle non si è raggiunto il 50 per cento dei votanti, qualcosa vorrà dire».

    Il Pd si è diviso: Giorgio Gori e Beppe Sala a favore, lei astenuto. Non crede che questo abbia confuso i vostri elettori?

    «Il Pd ha lasciato libertà di voto in Lombardia, ma tutti quanti — anche i sindaci — abbiamo denunciato sin dall’inizio la propaganda leghista, sapendo che la vittoria del sì era scontata, ma cercando di far capire che le promesse di Maroni erano irrealizzabili».

    Quanto incide questo voto sui prossimi appuntamenti elettorali?

    «Il referendum è un passaggio a sé. Noi dobbiamo continuare a lavorare per offrire una alternativa forte alle derive populiste di destra e 5 Stelle».

  • Ci unisce sapere chi sono gli avversari

    (Intervista a cura di Annalisa Cuzzocrea pubblicata su La Repubblica del 09.10.2017)

    Ministro Martina, il tentativo di non avere nemici a sinistra sembra riuscito a metà. Mdp sbatte la porta, Pisapia invece apre: è così?
    «La direzione di venerdì ha dato un segnale di grande coesione del Pd e ha lanciato un impegno: la costruzione di un progetto largo, capace di rappresentare con forza l’alternativa a destra e 5 stelle. Aver ribadito che gli avversari stanno a destra e nelle politiche rischiose dei grillini, aver messo in campo un’iniziativa aperta alle forze che vogliono lavorare con noi, è un fatto molto importante».

    Una parte di quelle forze vi risponde che sono parole. E che quello che serve è un cambio di politica, criticando Jobs Act, Buona scuola, trivelle.
    «In questi anni abbiamo fatto scelte per portare il Paese fuori dalla crisi e i risultati si iniziano a vedere. Ora serve un progetto che si misuri con le sfide del futuro: dall’Europa che ancora oscilla tra austerity e crescita ai temi dello sviluppo italiano. Al centro della nostra proposta c’è l’ambizione di unire crescita e uguaglianza a partire dal lavoro».

    Cercherete un accordo strutturale con Pisapia?
    «Pisapia sta facendo un percorso autonomo, che rispettiamo e con cui vogliamo confrontarci in modo positivo e dialettico, senza strattonare nessuno. Quando dice che le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono, ha ragione. Conta il merito delle scelte che si propongono».

    Non gli offrite un posto in lista, ma di far parte di una coalizione? È così?
    «Non è mai stato un tema di posti, ma di progetto. Serve il centrosinistra di governo per battere gli estremismi di destra e 5 stelle».

    Con quali altre forze?
    «Ad esempio quelle europeiste che si rendono conto – anche in aree moderate-che la sfida tra nazionalismi e sovranità europea ci riguarda ed è cruciale».

    Pensa a una lista con Emma Bonino e Carlo Calenda?
    «Ancora una volta non strattoniamo nessuno, ma certamente rilanciamo un confronto costruttivo anche con queste personalita. La prospettiva europea sarà centrale nella battaglia elettorale contro destre e populismi. Chi decide di coltivare il proprio piccolo orticello nella logica – che purtroppo a sinistra è storia – del nemico vicino, sceglie una via che non è la nostra. Divide anziché unire».

    Da sinistra vi ribattono che questa voglia d’Europa nasconde invece “i soliti accordi”: con Angelino Alfano, Denis Verdini, Silvio Berlusconi.
    «Questa è propaganda spicciola. Come quando discutono con il governo di alcuni contenuti della manovra di bilancio, di politiche per rilanciare l’occupazione giovanile o di contrasto alla povertà e diritto alla salute, e le risposte sono quelle che abbiamo ascoltato. Mdp sembra avere un solo avversario: il Pd. Condannandosi a una marginalizzazione senza senso».

    Una chiusura definitiva?
    «Ciascuno fa le sue scelte. Per quel che riguarda noi, con la nuova legge elettorale – che spero vada in porto – mi auguro si riesca a costruire un progetto di cui il Pd sia il baricentro fondamentale. I populisti si battono con un progetto popolare, con un polo del buon senso e della ragionevolezza».

    Pisapia potrebbe riproporre il tema di un passo di lato di Renzi. A quel punto che farete?
    «La nostra leadership è stata confermata con un’ampia partecipazione popolare. Ora ci stiamo ponendo il tema di un progetto più ampio del Pd. Se facciamo bene questo lavoro possiamo battere la destra e i 5 stelle. È questo il tema. Per l’Italia».

  • Verso la Conferenza programmatica, all’Europa diciamo…

    (Editoriale pubblicato su Democratica del 20.09.2017)

    Oggi il PD chiama a raccolta docenti, esperti della materia e rappresentanti delle parti sociali per discutere delle prospettive di riforma della governance economica europea. Lo faremo con un seminario, in preparazione della Conferenza programmatica nazionale di ottobre a Napoli, in cui esporremo le nostre idee e ascolteremo opinioni, suggerimenti e possibili percorsi di sviluppo per affrontare questo nodo cruciale dei prossimi anni. Il lavoro fatto sino a qui in Europa dai nostri governi ha portato buoni frutti.

    Se oggi possiamo poggiare finalmente la ripresa sui dati positivi dell’economia reale italiana (dal Pil all’export, dalla produzione industriale all’occupazione) è anche grazie alle scelte compiute in questi anni, per acquisire più flessibilità di bilancio rispetto all’ortodossia dell’austerità, incapace di creare le condizioni per la ripresa. I nostri governi su questo hanno dato battaglia e hanno vinto con la forza delle buone ragioni di chi ha sempre lavorato nel rispetto dei parametri europei. Tutto ciò però ora non basta. Tocca ancora a noi indicare con serietà e credibilità la via d’impegno più forte per i prossimi anni, per sostenere occupazione e crescita riducendo in primo luogo la pressione fiscale su chi crea lavoro, sulle famiglie e su chi è più debole. “Tornare a Maastricht” come ha detto il nostro segretario, significa in primo luogo adoperarsi per regole europee più semplici e più utili. Significa superare le rigidità del Fiscal compact a partire dai metodi di calcolo del deficit strutturale che rischiano di portare a scelte che frenano solamente la ripresa. Significa liberare risorse per lo sviluppo e gli investimenti, mantenendo la rotta rigorosa del controllo dei conti pubblici. Significa affrontare il tema del debito pubblico con misure straordinarie.

    Inchiodare le politiche fiscali al rispetto di vincoli contabili dal calcolo incerto dopo la più grave recessione del dopoguerra non ha aiutato. Una politica economia virtuosa deve invece unire rispetto delle regole finanziarie fondamentali e cura della crescita, sostegno all’innovazione e alla valorizzazione del capitale umano. Il PD è la sola forza di questo paese in grado di proporre all’Europa e agli italiani un progetto realistico di sviluppo di queste scelte per i prossimi cinque anni. Altri vagheggiano ancora fantomatiche e disastrose uscite dall’Euro.

    Il nostro compito fondamentale invece è quello di unire sempre meglio crescita e uguaglianza a partire dal lavoro.

  • Col Rosatellum possibile un centrosinistra unito con Pisapia

    (intervista a firma di Francesca Schianchi pubblicata su La Stampa del 20.09.2017)

    Questa sera, il vicesegretario del Pd e ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, si confronterà alla Festa nazionale dell’Unità con Giuliano Pisapia: «Senza polemica, gli dirò che noi non sfidiamo il centrosinistra: il nostro avversario è il populismo delle destre e del M5S».

    Secondo lui, nel Pd coltivate l’illusione di autosufficienza…

    «No, nel Pd non c’è nessuna esasperazione dell’autosufficienza: il tema non è mai stato né mai sarà questo. Più semplicemente siamo consapevoli che senza il Pd non c’è alternativa ai nostri avversari. Il tema è costruire un progetto che unisca e non divida, a partire dai risultati ottenuti in questi anni duri».

    Pisapia e Mdp hanno parlato di «politiche sbagliate del Pd».

    «Se ci si vuole sedere per un confronto migliorativo su alcune scelte, ci stiamo. Se si vuole solo demolire il lavoro fatto, allora no. Non siamo disponibili ad abiure: abbiamo preso un Paese in recessione e costruito le condizioni per passi avanti concreti. Ora l’Italia non può tornare indietro».

    Come risponde alla critica di essere ambigui sulle alleanze?

    «Rispondo tranquillamente dicendo che guardiamo alle forze moderate e di centrosinistra che vogliono cooperare e non rendere quest’area politica un campo di battaglia».

    Alle regionali siciliane però avete scelto Alfano, no?

    «In Sicilia abbiamo lavorato sul solco dell’esperienza fatta a Palermo qualche mese fa. Poi qualcuno, secondo me facendo un errore, si è sfilato».

    Per le politiche lei proponeva un listone da Pisapia a Calenda…

    «No, aspetti, io non ho mai parlato di listone: ho posto il tema di un progetto aperto, da Pisapia a Calenda. E confermo questo approccio, a prescindere dalla legge elettorale. Il sistema di voto non risolve il tema politico di fondo. La vera domanda è: riusciamo a condividere una prospettiva?».

    Con Pisapia lei ci spera ancora?

    «È importante un confronto propositivo e non conflittuale. La prova della nostra volontà è anche nello sforzo che stiamo mettendo sulla legge elettorale. Non è un caso se in queste ore, per iniziativa del Pd, riprende la discussione sul Rosatellum, che conserva una parte maggioritaria e costruisce un equilibrio utile tra rappresentanza e governabilità».

    Vuole dire che questa legge favorisce un centrosinistra unito?

    «Segnalo che la quota di impianto maggioritario con collegi porta a riflessi di questo tipo. Il Pd si spende: ora ciascuno si prenda le proprie responsabilità».

    Per Mdp il Rosatellum è una farsa per non fare la legge.

    «Non capisco quale sia la loro proposta, visto che si limitano a commentare quelle degli altri, in particolare del Pd».

    La prima reazione dell’M5S è stata critica: sareste disposti ad approvarla anche senza di loro?

    «Noi dobbiamo e vogliamo cercare la massima convergenza possibile, dopodiché che il M5S reagisse così me lo aspettavo: da tempo hanno scelto la propaganda al posto della proposta».

    Per Prodi anche voi avete rinviato lo ius soli per i sondaggi…

    «Io vivo da mesi questo lavoro serio che stiamo facendo. Ma tutti dovremmo contribuire a sviluppare una riflessione culturale e sociale nel Paese sulla necessità che questi bimbi nati in Italia si sentano italiani quanto i nostri figli: una battaglia da fare tutti insieme. Non vorrei che qualcuno pensasse invece di usare lo ius soli per fare campagna elettorale».

    Riuscirete ad approvarla?

    «Una legge non basta calendarizzarla: servono i numeri per votarla. È evidente che c’è un problema al Senato, ma ci lavoreremo fino in fondo e spero che ce la faremo».

  • Il Pd è in campo per una green society

    (Editoriale pubblicato su Democratica del 12.09.2017)

    Siccità. Alluvioni. Queste due parole stanno entrando con forza devastante nell’uso quotidiano anche da noi in Italia. Il cambiamento climatico non è un affare d’altri, ma una minaccia per tutti. Una grande questione del nostro tempo. Anche per questo le riflessioni su questo tema meritano di essere sviluppate e approfondite sempre. Tanto più oggi che nel mondo si fanno largo approcci come quello degli Usa di Trump che pensano di cancellare con un tratto di penna le conseguenze di modelli di sviluppo che hanno un impatto fortemente negativo sul clima. Non c’è dubbio che a noi tocca un salto di qualità, qui ed ora, rispetto ai temi della svolta ecologica dello sviluppo. Ma se l’Italia oggi non è all’anno zero su questo fronte è anche grazie alle tante battaglie che le donne e gli uomini del Partito democratico hanno portato avanti con convinzione in questi anni. C’è tanto ancora da fare, lo sappiamo. Ma come dimenticare lo sforzo finanziario fatto dai nostri governi per la sicurezza dei territori, con cantieri partiti finalmente dopo anni di stallo. Come dimenticare la legge sugli ecoreati, quella contro lo spreco alimentare, la prima legge per la biodiversità per proteggere il nostro patrimonio paesaggistico e ambientale unico.

    E ancora, Expo e la Carta di Milano con cui abbiamo dato un contributo significativo allo sviluppo di scelte internazionali rilevanti come i nuovi Obiettivi sostenibili dell’Onu e Cop21 a Parigi. Proprio con Expo a quei tavoli abbiamo portato la forza di 21 milioni di visitatori e la consapevolezza di oltre 2 milioni di studenti coinvolti nella più grande operazione di educazione alimentare e ambientale realizzata a livello europeo.

    Questione ecologica e questione agricola si tengono strettamente. Con il PD lavoriamo ogni giorno perché nel nostro modello agricolo, e non solo, la sostenibilità sia sempre più chiave di competitività. E le storie di successo che vengono dai territori ci dicono che la strada intrapresa è giusta. Rivendico ad esempio con orgoglio la leadership che l’Italia ha nel settore del biologico, con tassi di crescita che superano il 20% nelle superfici coltivate, 1,8 milioni di ettari, negli operatori, 72mila, e nei consumi. Nell’ultimo anno sono stati convertiti a biologico 300mila ettari, una superficie grande come la provincia di Bologna, case e uffici compresi. Ecologia e tecnologia sono i due assi fondamentali per proiettare nel futuro il nostro agroalimentare e proprio per questo nel piano Industria 4.0 abbiamo inserito un capitolo specifico per l’innovazione nell’agrofood. Anche se spesso ce ne dimentichiamo, siamo uno dei Paesi con il maggior tasso di crescita dell’energia prodotta da fonti rinnovabili.

    Sono pezzi fondamentali del mosaico che dobbiamo continuare a costruire insieme per realizzare sul serio la green society. Non sono solo fatti economici, seppur importanti. Sono scelte culturali e sociali prima di tutto. Tenere insieme la sostenibilità integrale con l’equità e l’inclusione sociale è un faro della nostra azione. E di questa sfida il Pd deve continuare ad essere protagonista. Perché richiede una svolta di modello e ripropone prima di tutto un’idea forte della democrazia e della cittadinanza. Perché è il terreno giusto per tornare a investire sulle comunità. E’ un tema tutto politico. Per questo nella Conferenza programmatica di ottobre declineremo con ancora più forza le nostre proposte per continuare a cambiare l’Italia anche da qui.

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