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    Bisogna evitare lo stallo. No al dialogo con gli scissionisti

    (Intervista a firma di Ettore Maria Colombo pubblicata su Nazione – Carlino – Giorno del 24.03.2017)

    Parla Maurizio Martina (nella foto, classe 1978, bergamasco, dal 2013 ministro all’Agricoltura), uomo mite quanto di sinistra. Forse è per questo che Renzi lo ha scelto per fare il ticket in vista delle primarie.

    La legge elettorale è ferma. Finiremo nella palude come teme Prodi o addirittura a Weimar, come dice Veltroni?

    «Siamo in una condizione di fragilità politica determinata, purtroppo, anche dall’esito negativo del referendum. Questo lento scivolamento verso il proporzionalismo è da bloccare e fermare. Bisogna prendere un’iniziativa in Parlamento. Agli altri partiti dico: non basta dire no al Mattarellum. Lavoriamo subito, già dalle prossime settimane, per una soluzione, senza tergiversare, anche prima delle primarie. Sarebbe prezioso riprendere i collegi uninominali, base del Mattarellum. Poi c’è anche l’ipotesi di portare l’Italicum al Senato. In via generale dobbiamo garantire la governabilità e fare di tutto per garantire una democrazia dell’alternanza in grado di offrire un rapporto forte tra cittadini ed eletto.

    Alleanze coi centristi di Alfano o i Progressisti di Pisapia?

    «Noi partiamo dal centrosinistra. Sono interessato a sviluppare un dialogo, prima di tutto, con Pisapia. Penso anche che sia importante la nascita di Alternativa popolare in un’area centrista con un giudizio molto severo verso Salvini e il centrodestra La premessa fondamentale è allearsi con chi vuole unire e allargare il campo del centrosinistra, come è successo a Milano, e non dividere».

    Lei in ticket con Renzi: una spruzzatina di sinistra e basta?

    «No, affatto. È l’idea di una squadra plurale che neppure le nostre due esperienze bastano a rappresentare, una proposta di cambiamento e rilancio del Pd che deve tornare a sentirsi protagonista di una fase nuova. Per noi il segretario è anche il candidato premier, ma chi legge il nostro ticket nell’ottica del trattino è fermo a dieci anni fa. Gli altri candidati hanno scelto un solo uomo per rappresentarsi. Noi abbiamo scelto una via corale».

    Come sta andando il confronto: teme che volino gli stracci?

    «Noi siamo costruttivi, non facciamo polemiche interne».

    Se nessuno supera il 50% c’è il ballottaggio in Assemblea. Teme ribaltoni?

    «Sono convinto che le primarie avranno un vincitore netto, Renzi, e che, da maggio, un Pd plurale e forte, dopo una sfida che avrà coinvolto migliaia di persone, saprà parlare meglio al Paese».

    Bersani vuol dialogare con i 5 Stelle. Voi dialogate con Mdp?

    «Io penso che il Pd deve dialogare con gli italiani, tutti, anche quelli che votano i 5 Stelle, ma penso agli elettori, non ai dirigenti. II confronto tra gruppi dirigenti a Roma non coglie affatto il punto anche perché i loro comportamenti sono inaccettabili. Con Mdp non vedo dialogo possibile. Nelle città decideranno i Pd dei territori».

    Il rapporto tra il Pd e il governo è sempre più faticoso…

    «No, stiamo facendo un lavoro comune, sapendo che abbiamo le stesse responsabilità. Spetta a noi fare bene e al Pd arricchire di contenuti la proposta del governo. Obiettivo di tutti è sostenere una ripresa ancora faticosa, ma che c’è e che va irrobustita sostenendo la crescita e l’occupazione».

    Avete tolto i voucher per paura della Cgil?

    «Abbiamo fitto una scelta forte e chiara, eliminando uno strumento che si prestava a storture di ogni tipo per sviluppare strumenti alternativi che tutelino meglio i lavori accessori e intermittenti».

    La Ue celebra i suoi primi 60 anni. Quale Europa domani?

    «Dobbiamo passare dal Fiscal Compact all’Europa sociale e fare un salto di qualità su due fronti: più Europa politica, eleggendo anche il presidente della Commissione in via diretta, e più strumenti a tutela dei cittadini sui fronti del lavoro e dell’occupazione. Il compito del Pd dentro il Pse è anche questo».

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    Non cederemo alla Ue, la ripresa va sostenuta

    (Intervista a firma di Marco Conti pubblicata su Il Messaggero del 20.03.2017)

    Ministro Martina, ha visto in Germania! Schulz è stato eletto presidente della Spd con il 100% dei voti. Che significa per un partito andare ad elezioni in maniera così compatta?

    «Significa molto non solo per la Germania ma per l’intera Europa. Schulz è una speranza non solo per il campo socialdemocratico tedesco, ma per le prospettive di tutti i progressisti europei. Soprattutto in vista di una settimana importante come quella che avremo a Roma con l’anniversario dei Trattati. Loro, come noi, possono essere protagonisti di una svolta sociale e politica della Ue di cui abbiano enormemente bisogno».

    Sabato però arriverà a Roma ancora la Merkel. Pensa sia una Cancelliera un po’ diversa anche per la non facile trasferta a Washington?

    «L’appuntamento di Roma è importante per tutte le famiglie europee e per chi crede ad una svolta dal fiscal compact all’Europa sociale. I progressisti hanno una grande questione: come tenere assieme società aperta e identità e continuare a far vivere la Ue come strumento forte di sovranità per proteggere e promuovere i nostri cittadini».

    Quindi Europa come tema centrale anche delle primarie Pd?

    «Certo. Di qui passa una parte importante della nostra identità e della proposta che faremo agli italiani. Siamo per un riscatto democratico dell’Europa e nella mozione depositata con Renzi proponiamo fra l’altro l’elezione diretta del presidente della Commissione per un rapporto forte tra cittadini e massima autorità europea. In più, per il campo progressista, proponiamo le primarie transnazionali per scegliere il candidato».

    Europa sociale che significa?

    «Per noi vuol dire prendersi cura dei più deboli prima di tutto. A partire da un’assicurazione europea contro la disoccupazione, ma poniamo anche il tema di una Schengen per la sicurezza, il ministro del tesoro unico d’Europa e armonizzazione dei sistemi fiscali in modo da decidere a livello europeo politiche di premialità per alcuni contesti. E qui in particolare c’è la proposta legata al Mezzogiorno di istituire delle zone economiche speciali che abbiano tassazioni armonizzate europee semplificate. Non può accadere, come è oggi, che ci sia una fiscalità di vantaggio per l’est Europa e una sofferenza per tutta l’area mediterranea».

    A proposito di Renzi e del ticket fatto per le primarie. La vostra è una coppia destinata a durare o limitata alla fase congressuale?

    «Questa è una proposta che vuole esprimere sino in fondo il carattere plurale ed unitario della nuova stagione del Pd. Va oltre i nostri due nomi. E’ l’idea di una squadra che si fa carico di essere gruppo dirigente plurale».

    Proposta plurale significa anche aggregare altre forze o il Pd andrà per conto suo?

    «Lo vedremo. Per noi è importante presentare agli italiani un programma di cambiamento del Paese che risponda agli interessi e ai bisogni delle famiglie e dei cittadini. Le alleanze si fanno sui programmi e non prima».

    Pensa sia quindi difficile cambiare la legge elettorale?

    «Dobbiamo fare di tutto perché non si scivoli verso un sistema iper-proporzionale. Occorre tenere il più possibile il punto sull’alternanza e sulla possibilità che deve avere il cittadino di potere esprimere direttamente la scelta di governabilità. Per noi il modello migliore è il Mattarellum, vedremo se ci saranno le condizioni per lavorare su questo. Fondamentale è che il 4 dicembre non ci faccia ripiombare in una logica dove la governabilità viene messa in discussione al punto da non salvaguardare i principi minimi che permettano ai cittadini di dire chiaramente chi vogliono al governo».

    Nel frattempo c’è il governo alle prese con la manovra correttiva. Gentiloni sostiene che il quadro è più fragile. Pensa si riferisse anche alla scissione del Pd?

    «Naturalmente il quadro è più fragile perché ciò che è accaduto non ha fatto bene alla maggioranza. Inutile negarlo. Penso però che la determinazione con la quale si stanno affrontando alcuni punti importanti sia quella giusta. Anche nei confronti dell’Europa dobbiamo tenere una linea di condotta che abbia innanzitutto come faro il sostegno a crescita e lavoro. Tutte le scelte devono essere conseguenti a questo e non dobbiamo fare scelte che soffochino quel po’ di ripresa che si è generata».

    Nella mozione avete scritto che il segretario sarà anche candidato premier. Ma ci saranno candidati premier alle prossime elezioni?

    «Noi lo abbiamo ribadito in maniera chiara. Così come accade in tutta Europa anche perché la legittimazione dà forza e peso al governo».

    Non teme l’effetto Bersani? Ovvero che in caso di non vittoria il candidato-premier sia il primo a doversi far da parte?

    «Non credo. Quella era un’altra stagione».

    Per anni la sinistra ha definito Forza Italia come “partito di plastica”. Come definirebbe ora i grillini?

    «Lì c’è un solo uomo al comando esattamente come accadeva per la destra. E’ evidente che l’utilizzo del web è solo un artificio, un’illusione ottica per nascondere questa leva di potere interna stretta su una persona sola».

    Torniamo al governo. Avete cancellato i voucher per paura del referendum o perché non servono?

    «Condivido la scelta fatta con il presidente e tutti i ministri di togliere dal tavolo delle prossime settimane un argomento che rischiava di essere molto divisivo, al di là dei sondaggi e uno strumento che ha generato storture molto complesse. Rimane ora la necessità di lavorare con le parti sociali per individuare strumenti per tutelare il lavoro intermittente, il lavoro saltuario. Il nostro impegno, e quello in particolare del ministro Poletti, è rivolto ad affrontare il tema delle famiglie e delle piccole imprese».

    Altro tema che si affaccia in Parlamento è quello dei magistrati impegnati in politica che poi tornano a fare i giudici. Che ne pensa?

    «Che occorra una riflessione, senza accelerazioni. il Parlamento è la sede giusta. Vedremo».

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    Con Renzi per un Pd popolare

    (Intervista a firma di Maria Zegarelli pubblicata su l’Unità del 17.03.2017)

    «Non vogliamo riavvolgere il nastro della storia, non ci rassegniamo a un ritorno fuori tempo massimo alle antiche case madri. Vogliamo rafforzare il progetto del Pd con parole nuove e con un lavoro collettivo, fuori dall’idea che il partito sia un rifugio».

    Al Lingotto la platea si è spellata la mani quando il ministro Maurizio Martina ha pronunciato queste parole, sarà anche per questo che Matteo Renzi lo ha voluto in tandem con lui nella corsa alle primarie, per iniziare quel gioco di squadra che finora non è decollato. Figura non divisiva, costruttore di ponti, qualcuno dice.
    Qualcun altro taglia corto e sostiene che l’ex segretario l’abbia voluto perché il ministro, 38 anni, ex Ds, può «coprirlo a sinistra» sottraendo consensi ad Andrea Orlando. In realtà dalla sua ha un’esperienza politica di cui Renzi ha parecchio bisogno in questo momento per ridare slancio al Pd.

    Nel movimento studentesco, poi consigliere comunale con una lista civica, segretario della sinistra giovanile e poi via via una gavetta sempre a salire nei Ds fino ad arrivare al governo, come sottosegretario nel 2013 con il governo Letta.
    Durante questa lunga chiacchierata racconta che come prima iniziativa elettorale, dopo il Lingotto, ha scelto il Museo della Casa Cervi, la casa dei sette fratelli uccisi dai fascisti, perché, spiega che la metafora di questa avventura è ispirata da Aldo Cervi e dal quel mappamondo piazzato sul suo trattore. Aveva colto la direzione il giovane figlio di Alcide. E adesso spetta al Pd cogliere la propria se vuole riaprirsi a pezzi di elettorato che hanno deciso di guardare altrove.

    La mozione presentata con Renzi cita Gramsci. Svolta a sinistra?
    «In realtà credo che stiamo semplicemente interpretando nel modo migliore l’idea di una proposta che si rivolga al Pd e al Paese in modo largo e partecipato. Questa è una mozione che nasce dal basso, dai giorni intensi e molto belli del Lingotto, con il contributo di tanti che hanno voluto partecipare con noi a tre giorni di confronto molto forte. Questo sforzo e questa questa tensione li abbiamo voluti rappresentare nel titolo della mozione, “Avanti, insieme”. Stiamo, cioè, rappresentando un’idea chiara del Pd che vogliamo: un partito in grado di fare squadra, di persone che insieme, a vari livelli, lavorino per la stessa prospettiva. Un partito popolare, alternativo ai populisti».

    Decontribuzione totale per l’assunzione dei giovani per i tre anni: questa è una delle proposte contenute nella mozione. Una misura stabile, considerato il crollo delle assunzioni a tempo indeterminato che si è registrato quando sono finiti gli sgravi per le imprese?
    «Il terna che ci poniamo è quello di un avanzamento radicale di tutte le politiche di sostegno all’occupazione giovanile. Sappiamo che sono stati fatti passi in avanti importanti negli ultimi tre anni con le scelte che abbiamo compiuto attorno ai terni del lavoro, ma dobbiamo fare di più. C’è bisogno di essere ancora più forti sul versante dell’occupazione giovanile concentrando le politiche di defiscalizzazione in particolare sul versante di genere e di generazione. In parte queste scelte sono state impostate in questi anni, ma non ci sfugge la necessità di essere ancora più netti nei prossimi anni perché l’occupazione resta il nostro chiodo fisso, è questa la madre di tutte le battaglie, il cuore della nostra sfida sociale».

    Andrea Orlando critica il ticket, dice che quel trattino Renzi-Martina fa fare un salto indietro.
    «Credo in realtà il trattino ce l’ha una certa visione del Pd che sembra sia interpretata più da altre proposte che non certo dalla nostra. Noi non abbiamo trattini. Dal primo minuto abbiamo lavorato per il superamento di un’idea di partito che torna ad avere il trattino. Nella proposta di fondo c’è una diversità chiara tra la prospettiva che propongono Andrea o Emiliano rispetto alla nostra. Noi non vogliamo tornare indietro, come dimostrano i contenuti della nostra mozione che mirano ad un progetto di un partito compiutamente unitario e pienamente di centrosinistra».

    AI Lingotto ha detto “la sinistra siamo noi”, Dario Franceschini sostiene, invece, che i numeri inducono a fare i conti con il centrodestra. A chi guarda il Pd di Renzi e Martina?
    «Noi prima di tutto dobbiamo avere forti contenuti programmatici e forti proposte per rivolgerci a tutti i cittadini sapendo che le prime alleanze sono quelle sociali, che si costruiscono con i bisogni e gli interessi dei cittadini. Se non partiamo da qui rischiamo di non farci capire. Poi, è chiaro che noi guardiamo al centrosinistra, siamo un soggetto fondamentale di quest’area, a questo abbiamo lavorato in questi anni. Siamo dunque interessati a sviluppare un ragionamento che sul programma costruisca dei punti di sintesi e delle convergenze dopo le primarie, quando toccherà a noi far vivere le esperienze del Pd. Dialogo al centro e a sinistra, con chi ha una visione unitaria e non divide, a partire da un programma forte di cambiamento del Paese».

    Uno dei workshop più partecipati al Lingotto è stato quello sul partito. Quale è il messaggio che vi è stato recapitato dalla base?
    «La proposta che noi facciamo è quella di un partito pensante, in questa parola c’è tanto della sfida che dobbiamo vincere per avere un partito radicato nei territori, capace di essere strumento di relazione con i cittadini, di fare comunità, di essere utile, che riparta dai circoli, dalle competenze e che offra strumenti di analisi. Sono convinto che l’alternativa al populismo si costruisca con un partito popolare. Infine, considero fondamentale la formazione anche con una scuola politica stabile, permanente. È cruciale soprattutto di fronte ai cambiamenti che abbiamo davanti ».

    Pensante ma anche più pesante?
    «Un partito vivo. Dobbiamo superare la discussione tra pesante o leggero che non ci ha portato da nessuna parte. C’è bisogno di un partito attivo e reattivo, capace di rispondere a Federico, quel ragazzo di 17 anni che ha preso un treno ed è venuto a Torino per porci delle domande».

    L’altro giorno al Senato, durante la discussione sulla mozione di sfiducia individuale al ministro Luca Lotti, Michele Gotor è stato ancora più duro del M5s. Se lo aspettava da un suo ex compagno di partito?
    «Penso che purtroppo abbiamo assistito ad una involuzione di merito e nello stile che dice molto della deriva che si sta prendendo dopo la scissione in alcuni ambienti. A me dispiace molto perché credo che sia stato quel modo di ragionare davvero incompreso ai più. La deriva a cui stiamo assistendo fa saltare parecchie coerenze rispetto a posizioni assunte in passato dalle stesse persone che adesso scelgono questa strada».

    Lei è in campagna elettorale ma anche ministro del governo Gentiloni che lavora alla manovra. Per Piero Fassino la priorità in questo momento è abbassare il debito pubblico. Renzi chiede che non si alzi la pressione fiscale. Che direzione prenderà il governo?
    «Le priorità per noi rimangono il lavoro e il sostegno alla crescita. Dobbiamo fare di tutto per irrobustire tutte le misure e gli strumenti a sostegno dell’occupazione degli investimenti. Anche in queste ore stiamo ragionando, ad esempio, di voucher. Io sono per interventi forti, radicali, che ci aiutino a superare anche queste situazioni».

    Eliminerete del tutto i voucher?
    «Vediamo, io sono per un intervento netto da parte del governo su questi temi. In generale, credo che si debbano fare scelte utili a sostenere crescita, investimenti e lavoro. Tutto quello che faremo dovrà essere misurato con questo obiettivo, a partire dalle prossime settimane. La legge di Stabilità sarà un tenia dell’autunno».

    Martina-Renzi, davvero “diversi ma uniti” è possibile?
    «Assolutamente sì. Questo è il compito della nostra generazione. Non dobbiamo ripercorrere la malattia che tanto male ha fatto alla sinistra negli anni. Noi abbiamo anche questo compito, credo che nella diversità di sensibilità, di proposta e nella nostra capacità di sintesi ci sia una delle sfide più grandi per il Pd».

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    Contano le alleanze sociali

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata su Il Corriere della Sera del 14.03.2017)

    Ministro Maurizio Martina, è stata appena depositala la mozione di Mdp, gli ex Pd, che chiede di sospendere le deleghe al suo collega Luca Lotti.

    «È una mozione che sarà respinta, come quella dei Cinque Stelle. Lotti deve continuare il suo lavoro».

    È uno schiaffo al Pd?
    «Ricordo solo che hanno sempre detto di sostenere il governo e non mi pare proprio che la scelta vada in questa direzione. Evidentemente poi hanno cambiato idea anche sul garantismo».

    Al Lingotto si è discusso molto di alleanze, di chiudere o aprire ai moderati o alla sinistra.
    «Io dico che prima delle formule elettorali ci sono le alleanze sociali. A Torino abbiamo iniziato a discutere il nostro progetto per il Paese, chi vogliamo rappresentare e a chi ci rivolgiamo».

    Ecco, chi volete rappresentare? I moderati? O la sinistra?
    «Il Lingotto ha segnato un cambio di passo, fuori dalle formule politiciste. Le priorità sono altre: noi ci rivolgiamo prima di tutto alle nuove generazioni. All’universo femminile. Alle famiglie. Al Sud. Ai non garantiti delle partite Iva e del lavoro autonomo».

    Lei dice «alleanze politiche dopo» anche perché la legge elettorale potrebbe non incoraggiarle prima.
    «Noi abbiamo ribadito la necessità di non scivolare sul piano inclinato iper-proporzionale. Vogliamo trovare soluzioni che salvaguardino la democrazia dell’alternanza».

    Chi insiste con il Mattarellum, sostiene uno degli sfidanti di Matteo Renzi, Andrea Orlando, vuol andare al voto con questa legge. O vuole tornare al voto dopo sei mesi dalle urne.
    «La strada maestra per noi restano i collegi uninominali del Mattarellum. Ma vedremo se ci saranno le condizioni per lavorare su altre soluzioni che aiutino la governabilità».

    Usciti gli ex DS dal Pd, dicono le cronache, al Lingotto sono tornati protagonisti altri ex DS, come lei.
    «Non mi ritrovo in questa descrizione. Il tema non sono le vecchie provenienze, ma la nuova appartenenza comune. Sarebbe bello che si parlasse delle tante nuove energie. Come di Federico, che a 16 anni è arrivato dalla Puglia con gli amici e tanta passione».

    Dicono che lei sia l’anima di sinistra del renzismo.
    «Propongo ciò in cui credo per valorizzare alcuni temi: la questione sociale, il lavoro, la nuova Europa, il cambio di passo sulle reti di protezione sociale. Segnalo che dei tre candidati, quello che per me sta interpretando meglio collegialità e pluralità è Renzi».

    Una vera sterzata, visto che era accusato di fare l’uomo solo al comando, insieme al cerchio magico toscano.
    «Facciamo crescere una bella squadra, che dà conto di quante energie ci sono nel Pd».

    Lei ha invitato Emma Bonino al Lingotto. Ottima idea, ma il Pd non applica nessuna delle ricette radicali: dalle droghe, all’immigrazione, al fine vita.
    «Sono contento di averla invitata e che lei stessa riconosca nel Pd un interlocutore fondamentale. Ci sono punti di contatto e differenze, ma siamo un partito aperto, che deve guardare oltre i suoi confini».

    Cosa pensa dell’idea di secretare l’avviso di garanzia fino al rinvio a giudizio?
    «Non la credo praticabile, ma al netto delle idee di ciascuno, il messaggio fondamentale l’ha dato Renzi, ribadendo un concetto semplice: serve una giustizia sempre più al servizio dei cittadini».

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    Costruiamo la nostra proposta per il partito delle nuove generazioni

    (Intervista a firma di Tommaso Ciriaco pubblicata il 10 marzo 2017 su La Repubblica)

    «Ci ritroviamo al Lingotto per un Pd capace di guardare al futuro. Per un partito delle nuove generazioni, che offra una prospettiva forte al Paese. Anzi, il partito del Paese, che si assume la responsabilità della sua funzione nazionale».

    Così promette Maurizio Martina, che corre come numero due di Renzi per la conquista della segreteria dem.

    Non il partito della nazione, ma il partito per la nazione?

    «L’ alternativa popolare ai populisti. Tremila persone, tre giorni di lavori. Con due parole d’ordine: profondità – andando a fondo alle questioni più delicate – e apertura, nel senso di ascolto e coinvolgimento. Così costruiamo la nostra proposta congressuale: non sarà solo una candidatura, ma un progetto collettivo dal basso. Uno di quei casi in cui il metodo è merito».

    Dal format sembra un Lingotto in stile Leopolda.

    «Sarà un’esperienza a sé. Ovviamente raccoglie il meglio dei percorsi fatti in questi anni, introducendo novità. Discuteremo senza fare sconti a noi stessi, ma con orgoglio».

    II Lingotto di Veltroni si fondava sulla vocazione maggioritaria, in alternativa a Berlusconi. Oggi l’unica vocazione maggioritaria sembra quella dei cinquestelle, mentre il Pd pare destinato a un patto col Cavaliere. Oppure ci credete ancora?

    «La vocazione dei cinquestelle è solo distruttiva. Noi invece vogliamo costruire. Crediamo ancora nella democrazia dell’alternanza, abbiamo questa aspirazione maggioritaria e la rilanceremo. Anzi, siamo preoccupati per una deriva iperproporzionale che rischia di far male al Paese. Faremo di tutto per cambiare la legge elettorale, insistendo sul Mattarellum. Vedremo cosa accadrà, ma ci proveremo fino alla fine».

    E però per il momento c’è il proporzionale. Significa che le alleanze servono. O c’è l’Ulivo, o c’è il Lingotto, non le pare?

    «No, affatto. Il Lingotto è il frutto più maturo dell’Ulivo».

    Quindi alleanze: con Pisapia, ma mai con gli exDs di Bersani e D’Alema, si può dire fin d’ora?

    «A noi interessa il progetto per l’Italia. La scissione è stato un grave errore. Se guardo alle città, il modello naturale e vincente è quello di Milano, dove abbiamo lavorato benissimo con Pisapia».

    Dunque senza Ncd?

    «Noi lavoriamo al centrosinistra».

    Tre cose di sinistra che intendete fare. Lo dica lei, che sulla carta è l’ala progressista del ticket.

    «A noi non interessano le provenienze, ma la nuova appartenenza comune. Siamo tutti democratici. Le dico tre cose che il Pd deve fare per il Paese: la sfida sulla protezione sociale – a maggior ragione dopo la storica misura di contrasto alla povertà approvata ieri – rilanciare il sostegno al lavoro e combattere per il risveglio del sogno europeo».

    Parliamo del Pd: sarà lei, di fatto, a occuparsene dopo le primarie?

    «Ora l’impegno è sul congresso».

    È sempre convinto comunque che la figura del premier e del segretario debbano coincidere?

    «Sì, è quello che ci insegna l’esperienza dei socialisti e progressisti di tutta Europa».

    Capitolo sfidanti: è sorpreso di non ritrovare Orlando al Lingotto, ma di doverlo affrontare come avversario?

    «Non ci sono avversari, c’è solo il confronto. E comunque è una domanda da girare a lui. Di certo, oggi come a maggio saremo tutti parte della stessa squadra».

    Anche con Emiliano, che sta usando toni durissimi verso Renzi e il renzismo?

    «Non inseguo toni che non mi appartengono. Anche perché ai nostri queste polemiche proprio non vanno giù».

    Caso Lotti: non potrebbe dimettersi, come fece Lupi durante il governo Renzi, per mettere al riparo le primarie e il governo?

    «Deve rimanere al suo posto. Sono fiducioso che tutto si chiarisca».

    E Tiziano Renzi? C’è una responsabilità politica anche del figlio?

    «Renzi ha detto le parole giuste. Ora basta. Bisogna avere fiducia nella magistratura. È questo l’atteggiamento giusto».

    Lei è anche ministro: ormai si vota nel 2018, o c’è ancora spazio per elezioni a settembre 2017, insieme alla Germania?

    «Tutto il dibattito su quando si vota è stato superato dalle scelte compiute. Si va avanti, fino in fondo».

  • renzi-martina

    Il mio ticket con Renzi per passare dall’Io al Noi

    Intervista a firma di Federica Fantozzi pubblicata su L’Unità il 05.03.2017

    «Con Renzi un lavoro di squadra si compie il salto dall’Io al Noi»

    Ministro Maurizio Martina, a due mesi dalle primarie il Pd è scosso dall’inchiesta Consip che chiama in causa il ministro Luca Lotti e il padre di Matteo Renzi. Che conseguenze avrà sul congresso?
    «Voglio dire solo che ho trovato nelle parole di Matteo Renzi una posizione molto forte, molto netta e chiara. Utile per tutti in un passaggio così delicato. Ho fiducia che tutto si chiarirà presto e massimo rispetto per la magistratura».

    Sul piano politico, per), che ricadute prevede?
    «Invito tutti a concentrarci sul congresso che deve essere un’occasione vera di confronto e di contatto con il Paese. Sarà un momento fondamentale per ricostruire, riallacciare e rafforzare il rapporto con gli elettori. Per discutere i nostri limiti e rafforzare le nostre potenzialità. Ognuno faccia la sua parte per aiutare il Pd in questo compito».

    La richiesta di dimissioni di Lotti è infondata o gioverebbe un suo passo di lato, come chiede Cuperlo?
    «Ribadisco la convinzione che tutto si chiarirà. Ho fiducia in una soluzione rapida. In queste occasioni è meglio limitarsi a poche semplici parole».

    Come nasce il suo ticket con Renzi al congresso?
    «Nasce dall’esperienza di questi anni e dall’idea che si possa lavorare in maniera plurale e unitaria. Diversi e uniti è possibile: il Pd è nato proprio per questo. Abbiamo fatto – non soltanto con Renzi – un’analisi delle cose fatte e di quelle da fare. Questa proposta è figlia di un incontro che non rinuncia alla pluralità. E la scommessa di chi prova a dire al Pd in questo passaggio che il tema non è la provenienza bensì l’appartenenza».

    Si tratta, insomma, di tenere in vita nostra buona pratica. L’ho respirata e il Pd come unione di culture politiche diverse.Obiettivo che al momento non pare scontato.
    «Non dobbiamo ritornare alle case da cui veniamo ma andare verso una nuova cultura politica.Contaminarci, darci ancora una prospettiva. Lavorare, in sostanza, alla missione originaria del PD. In tanti cercheremo di non tornare indietro: non si riavvolgono i nastri della storia. Credo che quello che stiamo facendo sia uno sforzo utile per l’intera comunità del Pd.

    Utile sì. Realistico anche?
    «Sì. Non ci siamo nascosti i problemi né le debolezze. Abbiamo posto, di nuovo in tanti, a Renzi il tema della svolta del partito. Non solo organizzativa ma anche di pensiero e di contenuti. E il passaggio dall’io al noi si sta compiendo».

    Lei viene dai Ds, ha sostenuto Cuperlo allo scorso congresso. Questo tandem significa che Renzi ha deciso di essere più inclusivo, di contaminarsi?
    «Non c’è dubbio, e spero che questo cambio di passo venga colto. Abbiamo sempre chiesto al segretario di darci un segnale, adesso non possiamo ignorarlo. Vedo in questa scelta un’occasione collettiva e il nostro compito è lavorare insieme».

    Quanto ha contato il peso del “laboratorio Milano”, uno dei pochissimi casi di centrosinistra che vince unito in una città passata da Pisapia a Sala senza scossoni?
    «Non ho la presunzione di rappresentare in toto l’esperienza milanese, ma sono orgoglioso di avere dato un contributo. È l’esperienza del Pd più avanzata e mi auguro che diventi punto di riferimento per tutto il partito, la nostra buona pratica. L’ho respirata e so cosa accade quando abbassi gli steccati e unisci le energie»

    Milano è un’esperienza esportabicle a livello nazionale?
    «Lo scambio di idee all’interno del  centrosinistra è stato il fondamento della battaglia delle amministrative, ginaria del Pd, un banco di prova molto importante. Adesso dobbiamo portare quel modello dalla Madonnina al Nazareno. Ripeto che il merito è stato di tanti: sforzo utile per l’intera comunità del segretari locali, consiglieri comunali, assessori, circoli, militanti. Noi abbiamo accompagnato il loro lavoro».

    Emiliano parla di lobby e partito opaco, Cuperlo sostiene che il ciclo di Renzi è finito. Il Pd sopravvivrà al suo congresso?
    «Quando ci si confronta con lealtà e schiettezza non bisogna avere paura del dibattito. Misuriamo le posizioni di ognuno, ma sia chiaro a tutti che dopo il 30 aprile c’è un primo maggio. Giorno di festa e testimonianza, ma anche fondamentale per ribadire che siamo una squadra. Il Pd è l’unico partito che si sobbarca la fatica di una discussione aperta e plurale. Di questi tempi non è facile e non vedo di meglio fuori da noi».

    Anche dopo il 4 dicembre, però, c’è stato un 5 dicembre, e non è andata come spera lei Anzi, forse le basi della separazione si sono poste proprio con i comitati del No. Cosa ne pensa della scissione?
    «È stata dolorosa, e io sono in radicale dissenso con quella scelta. Penso che nella costruzione del no al referendum sulla riforma costituzionale da parte di alcuni c’erano già i semi della scissione. Una decisione che ha indebolito l’intero campo del centrosinistra e che rappresenta una responsabilità pesante».

    Una responsabilità per chi?
    «A mio avviso, per chi se ne è andato. Lo dico con dolore, ma proprio il congresso dimostra che volendo si potevano organizzare spazi di pluralismo interno molto netti. II Pd non è il partito dell’uomo solo al comando. Non lo era e non lo sarà mai. Chi dice il contrario non guarda in faccia la fad-ca di tanti, non riconosce una comunità politica che resta la più grande del nostro Paese».

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    Con Matteo faremo un ticket oltre le appartenenze

    Intervista a firma di Cesare Zapperi pubblicata sul Corriere della Sera il 05.03.2017

    Si è sempre chiesto a Renzi di passare dall’io al noi. Così si dà il segno di un cambiamento

    Maurizio Martina, cosa significa il ticket con Matteo Renzi?
    «Significa che diversi e uniti è possibile. 11 tema del congresso non sono le provenienze ma costruire la nuova appartenenza».

    Volete dimostrare che le storie di un ex margherita (Renzi) e un ex ds (lei) possono continuare a convivere?
    «Si è sempre chiesto a Renzi di passare dall’io al noi. Con questa proposta si dà il segno di un cambiamento unendo in una prospettiva comune percorsi diversi. Abbiamo costruito il Pd per andare oltre le vecchie appartenenze».

    Chi ha preso l’iniziativa?
    «È stato Renzi a chiedermelo, alla luce di un confronto vero che abbiamo avuto sulle innovazioni necessarie. Ci siamo confrontati su cosa ha funzionato e cosa no. Dopo aver analizzato i problemi, abbiamo voluto provare a condividere le possibili soluzioni».

    Ma anche nella direzione di metà febbraio lei era stato critico con Renzi.
    «E da tempo che ragioniamo in maniera autonoma, ma parallela, sul bisogno di avviare una fase nuova. Ho sempre detto, in modo costruttivo, che il partito ha bisogno di un salto in avanti. Il congresso è l’occasione per farlo. E ciascuno ci mette dentro quello che può».

    Al congresso 2013 aveva fatto una scelta diversa. Perché ora preferisce Renzi?
    «Per il percorso fatto, e perché ritengo sia oggi il miglior interprete possibile di un Pd che non si rinchiude nei vecchi steccati e affronta le sfide di cambiamento del Paese».

    Orlando non può farlo?
    «Mi ha molto colpito il suo richiamo a Bad Godesberg (da uno storico congresso della socialdemocrazia tedesca del 1959, ndr). Quel modello è insufficiente per le sfide enormi, sociali e democratiche, che abbiamo davanti».

    Emiliano è un populista?
    «Michele esprime una posizione che non condivido. Sulla sua impostazione dissento spesso in modo radicale. Ma sono convinto che, comunque vada il 3o aprile, dal 1° maggio si tornerà a lavorare insieme».

    Chi se n’è andato è un compagno che sbaglia?
    «E stato doloroso vedere uscire tanti amici. Penso che abbiano fatto una scelta profondamente sbagliata. C’erano tutte le condizioni per condurre la battaglia dentro il Pd».

    Il ticket con Renzi significa che in caso di vittoria lei sarà il vicesegretario?
    «Farò quello che mi verrà proposto, ma certo questa è la prospettiva. Elettori permettendo, naturalmente».

    Insomma, da un vertice ex margherita (Renzi-Guerini) si passa ad una guida che tiene insieme le due anime.
    «Ripeto, dobbiamo allargare. Non è questione di persone, ma di idee e di percorsi».

    Gli avversari accusano Renzi di non aver fatto autocritica. Lei che ci parla spesso è della stessa opinione?
    «Dopo il 4 dicembre, ho sempre colto un’analisi severa sugli errori commessi. Senza sconti per nessuno, a partire da se stesso».

    L’inchiesta Consip vi costerà cara?
    «Spero e credo di no. La reazione di Matteo è stata molto netta e forte. La giustizia faccia il suo corso. Noi dobbiamo concentrarci sul nostro congresso, sulle proposte».

    Lotti si deve dimettere?
    «Penso che si chiarirà tutto. Le dimissioni non sono un tema all’ordine del giorno».

    Cuperlo ed Emiliano chiedono un passo indietro.
    «Ho letto le loro dichiarazioni: non le condivido».

    Il premier Gentiloni è preoccupato. II governo rischia di rimanere schiacciato tra congresso e inchieste?
    «Condivido la riflessione del presidente sulla necessità di tenere il governo al riparo dalle polemiche. Va distinto il dibattito congressuale dall’iniziativa di governo».

    Quanta strada ha ancora davanti il governo?
    «Non parliamo di scadenze. Noi dobbiamo stare concentrati sulle cose da fare (la priorità assoluta rimane il lavoro). La domanda che dovete farci non è quanto duriamo ma cosa facciamo».

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    “Bene la nuova legge ma chi denuncia non va lasciato solo”

    (Intervista pubblicata su La Repubblica del 24.02.17 a firma di Giuliano Foschini)

    Ministro Maurizio Martina, cosa ha insegnato a questo paese la storia di Paola Clemente?

    «La sua tragedia è ancora viva in tutti noi. Abbiamo reagito uniti, dicendo forte che il caporalato va contrastato senza esitazioni. Il lavoro fatto dal governo con le parti sociali, con le organizzazioni agricole e con il consenso quasi unanime del Parlamento è stato un segnale importante».

    È soddisfatto della nuova norma approvate nell’ottobre scorso?

    «È una legge giusta, che aiuta a tutelare concretamente i diritti dei lavoratori. Strumenti come la confisca dei beni, l’arresto in flagranza e l’innalzamento delle pene sono stati necessari per cambiare passo. Bisogna andare avanti soprattutto sull’accoglienza e il trasporto dei lavoratori stagionali».

    Perché non si riesce a far partire una vera filiera di qualità escludendo dal mercato le aziende che usano il lavoro nero?

    «Si tratta di un punto nevralgico. In questi anni abbiamo messo in campo azioni per migliorare i rapporti di filiera, renderli più trasparenti. In questo senso va la creazione della Rete del lavoro agricolo di qualità, alla quale sono iscritte ora quasi tremila aziende e che ancora deve migliorare».

    I familiari di Paola non riescono a trovare lavoro. Pagano il conto delle denunce. Come si combatte l’omertà e come si aiuta chi ha avuto il coraggio di denunciare?

    «Non li lasciamo da soli come ho detto al marito di Paola, Stefano Arcuri. Per non lasciare solo chi denuncia e chi ha subito lo sfruttamento con la legge per la prima volta abbiamo previsto l’indennizzo delle vittime. Si utilizza il fondo antitratta nel quale confluiranno anche i proventi delle confische dei beni tolti ai caporali».

    Oggi potrebbe riaccadere un caso Clemente?

    «Lavoriamo perché non succeda più sapendo che la piaga del caporalato è antica e difficile da sradicare. Oggi abbiamo armi in più per combattere e la massima determinazione nel farlo».

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    “Gli strappi non producono alleanze”

    (Intervista pubblicata su Il Messaggero del 21.02.17 a firma di Fabrizio Nicotra)

    Maurizio Martina, dirigente del Pd e ministro delle Politiche agricole, non ha mai smesso di provare a tenere tutti dentro. E ancora oggi continua a chiedere ai bersaniani di ripensarci. Perché vuole scongiurare uno strappo che farebbe male a tutto il partito, ma anche perché non si nasconde i rischi per la tenuta del governo: in questo modo, sostiene, «l’esecutivo si indebolisce». E poi, avverte, una rottura sarebbe definitiva, in futuro non ci sarebbero porte aperte per gli scissionisti: «Mai vista una scissione produrre un’alleanza».

    Questa scissione è cosa fatta?

    «Spero di no, mi auguro che chi la ha annunciata ci pensi ancora molto, c’è ancora tempo per evitare la frattura».

    Ma i suoi (ex?) compagni di partito sembra abbiano già deciso. Si aspettavano da parte di Matteo Renzi, e da parte vostra, un’apertura che non è arrivata.

    «Credo che abbiano tutti gli elementi per poter presentare al congresso una proposta alternativa a quella del segretario e, su quella proposta, sfidare chi ha guidato il Pd fino a qui. Basta volerlo. La scissione è oggettivamente incomprensibile agli occhi di tanti, non solo agli occhi di chi ha sostenuto fin qui il segretario. Lo sconcerto è generalizzato, quindi io mi auguro che ci sia da parte loro questo passo in avanti. Dividere il Partito democratico favorisce soltanto la destra e Grillo».

    Nel Pd e nel governo c’è chi ha rimproverato a Renzi di non aver fatto abbastanza, chi gli chiede un surplus di generosità. Lei ha qualcosa da rimproverargli?

    «Domandiamoci tutti cosa possiamo fare meglio. Noi ci confrontiamo spesso e, giustamente, chiediamo al segretario di avanzare ogni giorno, di fare un passo. Credo che passi utili ci siano stati. Naturalmente bisogna sempre interrogarsi se si può fare di più, ma se stiamo all’essenza della questione, e cioè garantire che questo partito sia contendibile e pluralista, allora non ho dubbi: lo spazio c’è. Far vivere ancora una stagione di partecipazione larga dei nostri elettori, dei nostri iscritti e dei nostri simpatizzanti non può che farci bene. Questa via larga è sempre la via migliore per noi, la via che ci distingue da tutto il resto dei partiti e dei movimenti di questo Paese. Io non voglio rinunciare a questo strumento. Penso che, oltre i personalismi, un congresso serva davvero per ritrovarci e non per dividerci. Spero che tutti capiscano questo e, in particolare, coloro che per settimane hanno legittimamente chiesto un congresso. Ora che c’è, vogliono prendere un’altra strada? Sarebbe un grave errore».

    Andrea Orlando è pronto a candidarsi alla segreteria se questo servisse a evitare la scissione. Una buona idea?

    «Ciascuno farà le sue scelte, legittimamente. La discriminante è una sola per me: chi sceglie di scommettere ancora sul Pd e chi invece sceglie di dividere il centrosinistra e di provocare una rottura».

    Lei è nella maggioranza che ha sostenuto Renzi. Se alla fine Orlando dovesse candidarsi, lei lo appoggerà?

    «Non conta cosa farò io e chi sosterrà questo o quel candidato. L’importante è che il congresso sia un vero momento di approfondimento e rilancio».

    Preoccupato per la tenuta del governo? Corre dei rischi?

    «Sì, queste fibrillazioni non aiutano l’esecutivo. Chi immagina rotture dovrebbe valutare questo aspetto con molta attenzione: non si aiuta il governo nel suo lavoro di tutti i giorni provocando una frattura come questa, lo si indebolisce».

    Un altro tema centrale è quello della legge elettorale.

    «Certamente. Bisogna fare di tutto per avere norme elettorali armonizzate per Camera e Senato. Per me va ricostruita anche una prospettiva di coalizione. E la via migliore sono soluzioni con collegi uninominali».

    Un progetto di coalizione che includa gli scissionisti o che li escluda?

    «Una scissione indebolisce una prospettiva di centrosinistra. E, cosa più importante, non ho mai visto una scissione produrre un’alleanza»

    Il Pd guarda al lavoro di Giuliano Pisapia?

    «Sì, immagino che questo progetto debba guardare anche a Pisa-pia con il suo campo progressista».

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    Se non evitiamo la frattura pericoli anche per il governo

    (Intervista pubblicata su La Repubblica del 18 febbraio 2017)

    «Il Paese ha bisogno del Pd. E noi abbiamo bisogno di un congresso per ritrovarci, non certo per separarci. Di un nuovo inizio, da costruire insieme. A Emiliano, Speranza e Rossi dico: fate in modo di esprimere le vostre idee nel percorso comune, è proprio quello che avevate chiesto.

    Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina è molto preoccupato. E manda l’ultimo appello, proprio nel giorno in cui la sinistra dem si ritrova a Roma per ufficializzare la scissione.

    Martina, visto il livello di incomunicabilità non sarà il caso di separarvi consensualmente, come succede nei matrimoni irrecuperabili?

    «Non ci credo, non voglio crederci. Diceva Gramsci che quando tutto sembra perduto, bisogna mettersi all’opera, ricominciando dall’inizio. Io lavoro — insieme a tanti — con determinazione per ritrovare il filo. Fino all’ultimo momento e anche oltre. L’importante è rifondare il nostro stare insieme. Detto in altro modo: dobbiamo imparare che in una comunità politica chi vince non comanda e chi perde non delegittima quotidianamente chi ha vinto».

    Con un’eventuale scissione rischia anche il governo, Martina?

    «Un congresso può aiutare l’esecutivo, una scissione temo proprio di no, anzi. Sono preoccupato da una frattura, anche da questo punto di vista».

    Ma concretamente cosa si può fare? Emiliano ha chiesto a Renzi di spostare a settembre il congresso. Possibile?

    «Abbiamo bisogno di un congresso fatto per bene. Va svolto in tempi ordinati, anche in vista del voto amministrativo. Nel percorso possiamo svolgere anche la conferenza programmatica, ma investiamo sulla partecipazione, anziché ripiegarci».

    La minoranza chiede altro tempo, però. Voi non siete disposti a concederglielo. A proposito, ha sentito Bersani, con il quale ha condiviso un tratto di strada prima di schierarsi con Renzi?

    «Per Bersani ho riconoscenza, stima e amicizia, per questo mi ostino a pensare che ci sia spazio per lavorare insieme, a partire dall’assemblea di domenica. A lui e a tutti vorrei dire: non è vero che il Pd è di uno solo, ma è di tutti noi. Con la scissione, andrebbe in crisi anche la prospettiva del centrosinistra».

    In un audio il suo collega Delrio ha rivelato—senza volerlo — un’idea che convince molti, e cioè che Renzi non stia facendo abbastanza per evitare un trauma.

    «Delrio ha già chiarito. Credo che anche in queste ore Renzi stia lavorando, lanciando i messaggi giusti. Deve continuare perché tutti, e anche lui, sono chiamati a fare la propria parte. Però sia chiara una cosa: non è un problema di tempi o di modalità congressuali. Se si vuole, un accordo si trova. Ma voglio pensare che non sia questo il terreno su cui costruire il tentativo di mediazione».

    La scissione segnerebbe il fallimento definitivo del Pd?

    «Credo che il Pd serva al Paese. E il Pd vivrà anche dopo domenica. Stiamo attenti a non fare regali alla destra».

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