• Lo scontro tra Lega e Cinque stelle conferma che Salvini e Di Maio sono i principali alleati degli speculatori

    Intervista pubblicata su La Stampa il 20 ottobre a firma di Francesca Schianchi

     

    «Marcello Foa si qualifica da sé per le  gaffes continue che fa e le falsità quotidiane che dice. Di certo risponderà anche legalmente delle sue affermazioni». Non usa mezzi termini il segretario Pd Maurizio Martina, per commentare le dichiarazioni che il presidente della Rai ha rilasciato sui dem («gli eurodeputati pagati da Soros») dalle pagine del quotidiano israeliano Haaretz. E ne ha anche per il governo e le tensioni di questi giorni: «Lo scontro tra Lega e Cinque stelle conferma che Salvini e Di Maio sono i principali alleati degli speculatori».

    Addirittura?

    «È ormai evidente il rischio che l’Italia corre, con lo spread al massimo dal 2013, segno dei problemi che questo governo ha generato, e i due vicepremier se le suonano dando uno spettacolo indecoroso».

    Si chiariranno o si rischia una crisi di governo?

    «La smania di potere di entrambi li terrà insieme. Nonostante quello che sta succedendo: dopo la scena di tre giorni fa di Di Maio in tv da Vespa, mi sarei aspettato un passo indietro. E invece vanno avanti con una manovra ingiusta che contiene un condono vergognoso».

     

    Per contrastarla non era meglio che il Pd presentasse una sola contromanovra? Una l’ha presentata lei nei giorni scorsi, un’altra ieri Renzi con Padoan…

    «La contromanovra del Pd è una sola: quella che abbiamo presentato dieci giorni fa, costruita intorno a cinque proposte chiave: giovani, famiglie, lotta alla povertà, casa, investimenti».

     

    Eppure anche big come Calenda e Orlando notano e si stupiscono che Renzi ne presenti un’altra. Quanti Pd ci sono?

    «C’è un solo Pd e la proposta sulla manovra è una sola: dopodiché tutte le altre proposte si possono affiancare per quello che sono, un contributo».

     

    La settimana scorsa lei è andato a Piazza Grande, l’iniziativa di Zingaretti. Questo weekend andrà alla Leopolda?

    «No, perché ho una serie di altri impegni. Ma trovo anche questi giorni a Firenze utili, nell’ottica di contribuire tutti a sviluppare idee per l’Italia a partire da noi».

     

    Non le sembra invece che la Leopolda sia un partito nel partito?

    «No e credo che nessuno abbia questa intenzione. Dobbiamo stare tutti attenti a non correre un rischio simile: dobbiamo unirci e aprirci, lo dico anche pensando alle Europee, dove il Pd deve promuovere liste aperte alle energie europeiste e progressiste. Dobbiamo stare attenti, perché questa maggioranza vuole portarci fuori dall’Europa».

     

    È questo secondo lei il vero obiettivo?

    «Sono molto preoccupato: i due vicepremier stanno facendo un gioco pericoloso che rischia di compromettere l’Italia in Europa».

     

    Tra una settimana, al Forum di Milano, si conclude il suo mandato: che esperienza è stata questa da segretario?

    «Sono stati mesi duri, intensi, faticosi. Ma mi hanno anche dato prova che ci sono spazi di lavoro per noi più grandi di quel che si vede».

     

    Quante volte le hanno messo i bastoni tra le ruote? Non negherà che talvolta c’è stato il fuoco amico…

    «Sarebbe sciocco negare che ci sono stati anche momenti difficili e incomprensioni, ma quando si deve gestire una fase complicata come quella che stiamo vivendo non è mai facile. Io ho cercato di tenere la barra dritta su unità e apertura, tornando anche nei luoghi di maggiore frattura tra noi e il Paese».

     

    Ha annunciato primarie e congresso per febbraio: lei si candida?

    «Fino al Forum di Milano, il 27 e 28 ottobre, voglio rimanere concentrato sul mandato che ho».

     

    Non mi sembra un no… Dopo il Forum scioglierà la riserva?

    «Dopo il Forum ciascuno farà le sue valutazioni e certamente anch’io. Il congresso deve prepararci alle Europee: dobbiamo tornare a essere il cuore dell’alternativa».

  • Il PD va aperto, non superato

    Intervista a firma di Roberta D’Angelo pubblicata su Avvenire il 5 ottobre 2018

    «Il giudizio è veramente severo e negativo perché per quello che abbiamo ascoltato, per gli annunci fatti, abbiamo di fronte scelte di natura sociale molto pericolose. Io contesto innanzitutto l’approssimazione con cui si stanno trattando i conti pubblici, l’assenza totale di scelte a sostegno del lavoro prima di tutto, delle famiglie, dei giovani».

    Maurizio Martina, segretario del Pd, boccia la manovra del governo ‘legastellato’, di cui, «fatto senza precedenti», non si conoscono i dettagli. E nel suo ufficio di Largo del Nazareno fa il punto con Avvenire del suo viaggio alla guida del partito, che avrà come traguardo, passando per la marcia Perugia- Assisi domenica, il Forum di Milano a fine ottobre. Dopo il quale inizierà il congresso con le primarie, alle quali – ancora non lo ha deciso, assicura – potrebbe partecipare, contro Zingaretti e Richetti.

    Il governo ha sfidato l’Europa sul debito, ma la manovra non sembra pensare troppo alle famiglie.

    La famiglia non è pervenuta negli annunci del governo. Se noi simuliamo esempi concreti di una coppia con un figlio e un mutuo scopriamo che tutto quello che è stato raccontato fin qui non li riguarda.

    Che intende?

    Non riceveranno la pensione di cittadinanza che qualcuno continua a predicare, non avranno l’abbattimento delle tasse, rischieranno di avere il taglio delle detrazioni fiscali e una rata del mutuo più pesante. Penso che questo farà male al Paese, così come il fatto che nella manovra non si parla più di lavoro, di servizi fondamentali, salute, assistenza, istruzione…

    Per il lavoro c’è il decreto dignità.

    Ma purtroppo sta generando più precarietà e disoccupazione. Rischiano di finire ben 900mila contratti a termine. Credo ci sia un drammatico assente che è il ceto medio: non ci sono le famiglie, i lavoratori, le esperienze delle imprese che andrebbero sostenute e oggi sono invece lasciate sostanzialmente sole.

    Di Maio dice che è stata sconfitta la povertà.

    Abbia più umiltà. Se la lotta alla povertà la si fa con le carte prepagate e una miriade di limitazioni, credo che il Paese rischia di fare un clamoroso passo indietro, quando dovremmo completare e rafforzare il Reddito d’inclusione, lavorando con i comuni, insistendo perché si sviluppi fino in fondo questa strategia, che è quella che ci ha proposto tante volte l’Alleanza contro la povertà, e che invece viene smantellata.

    Però il decreto dignità favorisce il lavoro stabile, no?

    Anche lì c’è un corto circuito tra propaganda e realtà. Quel decreto sta generando più disoccupazione che precarietà. Dalla piazza di domenica abbiamo ascoltato anche le testimonianze di lavoratori che rischiano di non vedersi rinnovato il contratto.

    Il tavolo del Pd con i sindacati serve a riallacciare i rapporti con un mondo del lavoro che vi ha voltato le spalle?

    Abbiamo chiamato qui tutte le organizzazioni del lavoro e dell’impresa, cercheremo di ascoltare le loro voci, le preoccupazioni. Vogliamo discutere con le parti sociali anche per delineare le nostre 5 proposte alternative, concrete, a partire da giovani, famiglie con figli, povertà, casa e investimenti. Le abbiamo costruite facendo anche i conti della sostenibilità finanziaria, e prevedendo una spesa di 1617 miliardi, accanto ai 12-13 che servono per la sterilizzazione dell’Iva. Con la manovra resta il rischio dell’aumento selezionato dell’Iva.

    La piazza di domenica ha risposto al Pd. È un suo successo personale?

    È stato un successo di tutto il partito, che ha messo in campo il suo orgoglio. È stata una bellissima piazza, piena di giovani, per la prima volta dopo anni. Con questa stessa ambizione andremo domenica alla marcia Perugia-Assisi. Penso che anche quella sia la nostra piazza, perché dobbiamo contribuire a rilanciare la sfida della pace, della convivenza.

    C’è tutto un mondo del sociale che si muove. Come vi rapportate?

    Mi sento, anche con questa intervista, di fare un appello a tutte le forze culturali, sociali, associative perché nella pluralità delle nostre esperienze si faccia un percorso comune. Serve una nuova primavera dell’impegno democratico, progressista europeista, civico. E nel rispetto dell’autonomia di tutti, io lancio un appello perché si costruisca un patto di lavoro. Penso che ci sia un tema enorme per noi che è quello di rimettere la persona al centro dell’impegno politico, sociale, specie in questo momento in cui spira un vento contrario, che porta all’individualismo, alla paura, al rancore. Chi in politica specula sulla paura per il proprio tornaconto elettorale sta facendo un danno clamoroso all’idea stessa di comunità.

    Non era già questo il progetto del Pd?

    Noi discuteremo di questo al nostro forum nazionale a Milano a fine ottobre. Sarà un’occasione formidabile, a 10 anni dalla nascita del Pd, di rimettere a fuoco il vero impegno del campo democratico. Mi interessa lavorare con il mondo cattolico-democratico che ha elaborato una nuova visione della società che ci riguarda. Quando in molti discutono di valore condiviso oltre la società del consumo, di società generativa, di una nuova idea che rimetta al centro la persona prima del profitto, penso che siano chiavi per la sfida del Pd di domani. So che i democratici in Italia coprono uno spazio più ampio del Pd. L’ambizione che ho è di costruire un ponte che riesca a unire le culture democratiche, progressiste, civiche…

    Quindi non concorda con l’idea di Calenda e Orfini di andare oltre il Pd?

    Penso che la piazza abbia dimostrato che il tema non è superare il Pd, ma costruire insieme un percorso di unità e apertura.

    Con le primarie non tornano le battaglie tra correnti?

    Mi auguro di no, spero che il Congresso possa essere un’occasione non autoreferenziale. Tutti noi dobbiamo avere la tensione ad aprire e a unire.

    Si candiderà alle primarie?

    Mi creda, non è questo il tema. Non metto me stesso prima del progetto. Ho il compito di portare il partito fino al Forum di fine ottobre col massimo sforzo inclusivo. Ci credo tanto, come occasione di elaborazione, come credevo alla piazza di domenica.

    Ma può trarre un frutto da questo sforzo, no?

    Spero che i frutti di questo lavoro faticoso li raccolga il Pd prima di questa o quella persona. La piazza ci fa vedere che c’è un’occasione. Sono convinto che stiamo seminando per la primavera.

    Prima del Forum ci saranno ‘Piazza Grande’ di Zingaretti e la Leopolda di Renzi. Ci andrà?

    Vediamo. L’appello è a costruire ogni momento delle prossime settimane come una ricchezza per tutto il Pd. Che ogni iniziativa porti sempre qualcosa a tutti noi.

    Si sta facendo un’idea di possibili alleanze per le europee?

    Credo che il tema sia partire dalle alleanze sociali per arrivare alle alleanze politiche.

    Magari un fronte antisovranista?

    Credo che dovremmo lavorare per una proposta che si rivolga direttamente alla vita dei cittadini, perché serve una nuova Europa, più sociale. Non farci schiacciare dalla destra che insinua l’idea che noi vogliamo conservare l’esistente. Ma non può esserci sovranità vera per il cittadino italiano fuori dall’ombrello dell’Europa. La domanda è investire sulla nuova Europa o distruggere l’unico progetto che ha dato pace e sviluppo a un continente uscito devastato dalle due guerre mondiali. Bisogna dirlo, perché c’è una generazione europeista nata dentro la storia europea pronta a darci una mano. Chiediamo a loro di essere protagonisti in questa campagna, di essere alla testa di questo impegno. È il momento di uscire dalla penombra per occupare lo spazio pubblico. La sfida è troppo importante per stare a casa.

    Delrio chiede di lasciare spazio alla nuova generazione. Che ne pensa?

    Ha ragione. Ci sono tante nuove esperienze anche nel Pd pronte a raccogliere questa sfida. Abbiamo ragazzi che fanno buona politica. Dobbiamo ripartire da un partito di strada. Dobbiamo essere consapevoli che la posta in gioco è così grande che non possiamo permetterci errori.

    È un appello agli elettori o al Pd?

    Al partito. Ci sono in ballo le sorti del Paese e dell’Europa. Dobbiamo essere all’altezza di questo passaggio storico.

  • Ora basta polemiche. Senza Pd non c’è alternativa

    Intervista a firma di Monica Guerzoni su Il Corriere della sera del 20 settembre 2018

    «Stop».

    Dobbiamo ancora cominciare, segretario Maurizio Martina.

    «Ma io voglio dirlo subito: basta».

    È ancora arrabbiato per il mancato invito alla cena di Carlo Calenda, poi saltata?

    «Non scherziamo. Il problema non sono i nomi, i presenti o gli assenti».

    Però l’ex ministro aveva chiamato Renzi, Gentiloni, Minniti e non lei. Non le riconoscono la leadership?

    «Fermiamo questo dibattito e ripartiamo dalle cose che contano. Dobbiamo avere un grande rispetto per i nostri elettori, per i militanti, per i tanti che ci credono. Giro l’Italia e le persone ci chiedono di stoppare questo dibattito autoreferenziale».

    Fatelo presto. Altrimenti ha ragione Calenda, quando dice che il segretario giusto è uno psichiatra.

    «Smettiamola con queste caricature e cerchiamo di usare parole differenti. Io voglio andare oltre e faccio appello a tutti quelli che hanno voglia di dare una mano. Usciamo da certe logiche astratte e politiciste che ci hanno fatto male. Senza il Pd non c’è l’alternativa a questa destra che fa paura. Voglio che ogni azione sia all’altezza della sfida e chiedo a tutti di fare questo sforzo».

    Perché il 60% degli italiani sta col governo, non con voi?

    «Nel Paese lo spazio dell’alternativa è più grande di quanto non sembri. Questo governo porta l’Italia all’isolamento ed è diventato lo strumento per far saltare il progetto europeo. Di fronte a un rischio epocale, il Pd non può ridursi alle scene di questi giorni. Deve cambiare passo, migliorare, rilanciarsi».

    Per Orfini si deve sciogliere, per Calenda si deve autoestinguere.

    «Non ci estinguiamo e non ci sciogliamo. Dobbiamo aprirci e costruire un nuovo progetto. Quando si pensa al Pd bisogna pensare alle migliaia di persone che tutti i giorni fanno buona politica, si organizzano nei territori, aprono i circoli e amministrano i comuni».

    Perché la voce del Pd in Parlamento non si sente?

    «Noi dobbiamo assolutamente, anche nelle aule parlamentari, rendere sempre più chiaro il nostro profilo di alternativa».

    Occupare l’aula contro una fiducia qualsiasi non è scimmiottare il populismo?

    «No, dovevamo dare battaglia su due sfide fondamentali, vaccini e periferie. Ma ha detto bene Antonio Polito nel suo editoriale sul Corriere. A dieci anni dalla nascita del Pd il mondo è cambiato, è ora di rimettere a fuoco la sfida democratica ripartendo dai più deboli. Anche per questo presenteremo una controproposta di legge di bilancio».

    Cosa ci sarà dentro?

    «Proposte concrete, partendo da giovani, famiglie e investimenti. Un esempio? L’assegno universale per le famiglie, che costa meno di un quinto della flat tax ed è molto più equo. Le poche risorse che ci sono vanno concentrate sui fondamentali dell’equità e della crescita».

    Con quale assetto andrete alle Europee?

    «Orbàn, Salvini e Le Pen propongono la disgregazione dell’Europa. Noi dobbiamo lavorare per una grande alleanza della nuova Europa, anche dopo il voto, dal Pse, a Tsipras e Macron».

    Salvini intercetta le paure degli italiani, voi chiamate in piazza I’«Italia che non ha paura». Cioè, le élite?

    «Per nulla. Dal palco parleranno cittadini con le loro storie d’impegno. La manifestazione del 30 settembre è fondamentale. Faccio appello a tutti perché ci aiutino ad avere una piazza bella, partecipata, popolare, aperta, che sia il segnale della riscossa. Quello slogan segnala la consapevolezza di dover portare il Paese fuori dalla rabbia e dalla paura, sentimenti veri che io non sottovaluto, ma che voglio sconfiggere».

    Invece di dividervi su cene e commensali, perché non fate il congresso?

    «A gennaio, dopo il forum di progetto di ottobre e l’avvio del percorso congressuale, faremo le primarie. Sceglieranno iscritti ed elettori qual è il nostro comune destino, non le interviste di Martina o di altri dirigenti».

    Il 1 ottobre lei si dimetterà? E sfiderà Zingaretti?

    «Come ho sempre detto, il tema non è cosa fa Martina. Proprio perché sono il segretario non ho alcuna intenzione di parlare di me prima di parlare del Pd».

    Renzi parla molto di sé e prepara la sua Leopolda.

    «Siamo un unico partito, dobbiamo smetterla di evocare rappresentazioni che ci dividono e ci fanno sembrare soggetti differenti. Ci si confronta, ma quando si decidere una linea va rispettata da tutti. Una scorciatoia non c’è».

     

  • Pronti a supportare Mattarella. Nessuno si tiri indietro

    «II tempo della propaganda è finito. Ora serve un atto di responsabilità di tutti. Nessuno si può chiamare fuori, in particolare chi ha cantato vittoria dopo il 4 marzo. Noi siamo pronti a supportare l’azione del presidente della Repubblica: il Pd non farà mancare il suo contributo».

    Esclude governi politici?

    «Per noi è impossibile immaginare sostegni a governi politici con Berlusconi, Salvini o Meloni, ma anche con i 5 stelle e con leadership di partiti a noi avversari. Siamo invece disponibili a fare la nostra parte per una soluzione istituzionale, chiedendo a tutti di fare la loro».

    E se lega e 5 stelle si tirassero fuori?

    «Non voglio immaginare scenari, ora è il tempo della responsabilità. Soprattutto da parte di chi ha cantato vittoria. Non è più tempo di giocare a un tatticismo esasperato».

    C’è chi teme che i renziani vogliano un accordo con il centrodestra, mascherato da governo istituzionale.

    «No, il Pd ragionerà unitariamente. Ci muoveremo e non certo in direzione di governi con guide di parte».

    Ma un governo del presidente per fare cosa?

    «Mentre qualcuno parla contro l’Europa siamo nel mezzo del confronto per il rilancio dell’eurozona e quello è il posto dell’Italia. Bisogna affrontare poi il blocco dell’aumento dell’iva, la legge di stabilità, prima ancora il def. e per far questo ci vuole un governo in piena carica».

    Governo a tempo o di legislatura?

    «Credo che nel caso di soluzioni così l’esecutivo debba avere un mandato preciso su alcuni temi fondamentali e quindi difficile sia di legislatura».

    Anche una nuova legge elettorale può far parte di questi temi?

    «Se si potrà aprire un confronto anche sulla legge elettorale, non ci sottrarremo».

    Torniamo al Pd. L’impressione che è dalla direzione sia uscita un’immagine di falsa compattezza.

    «La nostra direzione è stata un momento vero, di confronto. So bene che è stato un passaggio delicato e non mi nascondo che la sfida dell’unità vada confermata ogni giorno. Non mi stancherò mai di lavorare per la collegialità e il rilancio del Pd».

    Eppure Renzi l’ha sfiduciata in tv, sul dialogo con i 5 stelle.

    «Voglio ricordare che quel tentativo era frutto di un mandato preciso e penso ancora che fosse giusto sfidare al confronto i 5 stelle sul terreno del cambiamento. Non era una resa, ma un rilancio. Ora quel passaggio si è esaurito e siamo in un altro scenario».

    Renzi si è detto orgoglioso di aver fatto fallire l’accordo e Franceschini ha giudicato quest’analisi «superficiale». Ha ragione quest’ultimo?

    «Guardi, sono rimasto sorpreso quando ho sentito dire che il confronto sarebbe stato una corsa alle poltrone. Non scherziamo. Usare queste parole è sbagliato».

    Veltroni ha detto che fosse in stato in lui avrebbe sostenuto Cantone.

    «Condivido lo spirito con cui ha fatto le sue riflessioni. Anche Veltroni ha cercato di indicare un percorso di sfida, in particolare verso i 5 stelle».

    Ma sostiene che il Pd è «a un punto limite». Siamo vicini alla scissione?

    «Non credo alla scissione ma non sottovaluto affatto il momento, molto delicato. occorre lavorare subito a una riprogettazione profonda del pd».

    Si dice che lei potrebbe essere «licenziato» e sostituito da Orfini.

    «E da chi? Non rincorro le provocazioni di giornata. Non siamo un partito padronale. Io vado avanti con la tenacia e la passione di sempre. In assemblea ci sarò e non mi tirerò certo indietro. Occorre riscrivere il progetto del Pd anche radicalmente. Poi i delegati decideranno».

    Segretario eletto in assemblea o al congresso con primarie?

    «All’assemblea decideremo se andare a congresso o se eleggere direttamente il segretario. Non decide uno, è una scelta collettiva, perchè a noi serve un vero lavoro costituente».

    Zingaretti, che potrebbe candidarsi, ieri ha lanciato la sua Leopolda.

    «È una personalità di primo piano del Pd. Ci sono tante esperienze che possono dare una mano, la sua è una delle più preziose».

  • Accordandosi con Berlusconi i 5 Stelle hanno perso l’innocenza

    Intervista a firma di Monica Guerzoni su Il Corriere della sera il 25 marzo 2018

    «Scioccato? No…».

    Qual è il suo stato d’animo di fronte alla svolta, segretario Maurizio Martina?
    «Abbiamo assistito a un fatto politico che prefigura potenzialmente una maggioranza. Nei prossimi passi capiremo se si tradurrà in una sfida di governo».

    Elezioni anticipate, o governo Di Maio-Salvini?
    «Ora dovranno spiegare su quali basi programmatiche pensano eventualmente di fare un governo. Per anni i 5 Stelle hanno armato una propaganda frontale contro il centrodestra, il quale invece ha provato a raccontare una distanza dai grillini che, con Salvini, è stata superata. Ora finiscono alibi e ambiguità. Gli antichi simboli sono caduti, l’antiberlusconismo del M5S e la rappresentazione che Forza Italia dava di loro».

    Il patto di potere reggerà?
    «C’è molta incoerenza. Spesso queste forze si sono anche insultate, predicando l’assoluta distanza. Adesso si sono divise gli incarichi istituzionali con trattative nottetempo, secondo un modello da Prima Repubblica. Per i 5 Stelle è la perdita dell’innocenza, perché hanno siglato un’intesa con Berlusconi».

    Eppure avete applaudito con insistenza Roberto Fico. Per il Pd è il male minore?
    «Quando si elegge un presidente è doveroso il rispetto istituzionale. E se cita un tema valoriale fondamentale come l’antifascismo, è normale che scatti un applauso corale».

    Invece la presidente Casellati è la nemica delle unioni civili, che ha lavorato per le leggi ad personam?
    «E giusto segnalare le contraddizioni avute su temi importanti. Ora l’auspicio è che possano assolvere pienamente ai ruoli di garanzia che competono alle loro cariche. Ho rispetto per la seconda carica dello Stato e per il nuovo presidente della Camera, auguro loro buon lavoro».

    Non temete un governo tutto spostato a destra?
    «Certo, per le politiche e per le scelte che potrebbe fare in Italia e in Europa».

    Farete opposizione tuonando contro «grillusconi»?
    «I rapporti di forza sono quelli determinati dal voto. Noi vogliamo rimanere coerenti con i nostri impegni, siamo minoranza parlamentare e ci prepariamo a ripartire uniti. La vera sfida è preparare bene l’alternativa di centrosinistra e incalzare sulle loro grandi contraddizioni».

    Quali?
    «Come stanno insieme il reddito di cittadinanza e la fiat tax, l’europeismo di un pezzo di FI e le barricate di Salvini? Sono programmi da oltre cento miliardi, chi paga? Questa potenziale maggioranza ambigua la dobbiamo sfidare sul terreno della concretezza».

    Hanno provato a trattare con voi per il governo, o no?
    «No, non tocca a noi. E sulle Camere abbiamo cercato di porre la sfida della massima collegialità, ma loro hanno preferito piegare sui rapporti di forza numerici».

    Rosato e Rossomanno hanno chance per le vicepresidenze delle Camere?
    «I nomi li vedremo, quel che è certo è che il Pd proporrà personalità di rilievo».

    Renzi vuole Lotti al Copasir e Boschi in Vigilanza?
    «Faremo un lavoro collegiale e toccherà ai gruppi indicare i candidati per alcuni ruoli. Ma ricordo che non siamo ancora in presenza di una maggioranza di governo».

    I capigruppo saranno Guerini e Marcucci, o accoglierà l’appello di Zanda a non eleggere due renziani?
    «Usciamo da queste categorie, io non ragiono così. Dobbiamo dare ai gruppi lo spazio di una discussione che ci porterà a buone soluzioni».

    Teme il «correntone» di Renzi al Senato?
    «Certe caricature sono distanti dai processi reali che vogliamo animare insieme».

    Gentiloni si è dimesso. E ora, per lui?
    «Gli siamo grati per il lavoro serio e autorevole che ha fatto. Sarà ancora una risorsa preziosa, per il Pd e per l’Italia».

    Ad aprile lei si candiderà alla segreteria?
    «Adesso il mio compito è portare il Pd fino all’assemblea, poi ragioneremo. Di certo, se verrà fatta, non sarà una scelta individuale, ma un ragionamento di squadra».

  • Ripartiamo con un’idea forte di comunità

    Intervista su La Repubblica a firma di Stefano Cappellini del 16 marzo 2018

     

    Maurizio Martina, partiamo dalle basi: bisogna chiamarla segretario o reggente?

    «Segretario non lo sono, su questo deciderà l’assemblea nazionale. Io darò una mano al Pd indipendentemente dal mio incarico».

    Sa cosa dicono molti? Chi gliel’ha fatto fare a Martina di prendersi questa grana?

    «Sì, me l’hanno detto in tanti. Ma io credo davvero che dopo questa sconfitta storica il Pd possa ripartire. Servirà un grande cambio di fase e nuove idee, anzi un vero rovesciamento delle idee guida che ci hanno condotto fin qui. Serviranno umiltà e audacia. Ma soprattuto questo è il tempo dell’orgoglio».

    Per orgoglio dite no all’ipotesi di sostenere un esecutivo guidato dal M55?

    «In passato i 5 Stelle ci hanno detto di tutto. Ma la politica non si fa mai con il risentimento. Il punto è che noi dobbiamo sfidarli sul terreno su cui hanno preso i voti: la domanda di cambiamento. A loro il pallino di trovare una soluzione per il governo, a noi quello di dimostrare da subito che siamo più attrezzati per dare risposta alla domanda».

    In tanti politici, artisti, intellettuali dicono: il Pd ha l’obbligo di sostenere un esecutivo a guida M55.

    «Si rivolgano piuttosto a chi hanno votato e gli chiedano cosa intende fare. Quando Di Maio si stupisce che nessuno lo abbia chiamato, gli dico: sei il leader che ha vinto, chiama tu. Ci sfidiamo su un confronto di merito e, per come la penso io, vediamo perché no. Il 4 marzo ci ha consegnato a una funzione chiara: stare all’opposizione. Il punto è che i 5 Stelle sono entrati nella dimensione dell’ipertattica».

    M55 e Lega minacciano di cambiare la legge elettorale.

    «Bene, spiegheranno ai cittadini che li hanno votati che la loro grande rivoluzione è il cambio del Rosatellum».

    Lo cambierebbero per tornare al voto e ottenere una maggioranza piena.

    «Salvini sa più dei 5 Stelle che tornare al voto dopo aver fallito l’onere di dare un governo al Paese può essere rischioso. Di Maio sembra crederci davvero, di potere prendere ancora più voti. Ma la storia della politica è piena di calcoli a tavolino giusti in teoria e sballati alla prova dei fatti».

    Potete ancora entrare in un gioco di alleanze, magari con il centrodestra, se lo stallo prosegue?

    «Il voto degli italiani ha stabilito la nostra posizione. Lavoreremo dall’opposizione. Non saremo indifferenti a ciò che dirà Mattarella, ma il nostro compito è prepararci a essere minoranza parlamentare e da lì dare un contributo al Paese».

    Franceschini propone di puntare su una legislatura costituente con un governo condiviso da tutti.

    «L’onere di trovare una soluzione non spetta a noi».

    Quindi starete fuori anche dalla partita delle presidenze della Camera.

    «Chiediamo figure autorevoli, non è poco. I rappresentanti M5S che io e Guerini abbiamo incontrato oggi non facevano che ripetere “i cittadini chiedono, i cittadini dicono…”. Però mi pare che il gioco di palazzo, per ora, sia tutto loro».

    Ma è il Pd che gli elettori hanno considerato il partito del Palazzo.

    «Vero, purtroppo. Alle volte il confine tra responsabilità ed establishment può essere labile. Siamo stati percepiti troppo come coloro che difendono il benessere di chi già ce l’ha. L’analisi del voto lo conferma: facciamo fatica nelle periferie, negli strati più deboli. Non si può che ripartire da lì».

    E come?

    «Servono occhiali nuovi per leggere la realtà. Non basta la crescita per ridurre le disuguaglianze. Deve venire prima il capitale sociale e poi quello economico. Siamo cresciuti in una sinistra che riteneva automatico che pil e dati macroeconomici portassero con sé il miglioramento delle condizioni di vita delle persone. I governi di centrosinistra hanno portato dati reali positivi, eppure siamo stati bocciati. Il voto ci ha sbattuto in faccia questo cambio di paradigma».

    Calenda dice che, a spiegare al tornitore che la globalizzazione è un’opportunità, lo si regala alla destra.

    «Ha ragione. Non basta più alzare la bandiera della società aperta. Il mito cosmopolita non è più sufficiente a spiegare il cambiamento che la gente vive. Abbiamo regalato alla destra il bisogno di protezione. Una destra che ha cambiato pelle in ragione della nuova stagione, passando dal postliberismo all’identitarismo, e ha fatto della chiusura la sua parola d’ordine. La sinistra, invece, non ha la sua nuova bandiera».

    Vuole spostare il Pd più a sinistra?

    «Quelli che spiegavano che il problema era semplicemente spostarsi a sinistra cos’hanno raccolto? Niente. Per me è vecchio anche il blairisimo, così come non basta più la socialdemocrazia. Ci serve un po’ di radicalità nelle idee. Ora dobbiamo ripartire con una idea forte di comunità. Interpretare l’articolo 3 della Costituzione, sulla rimozione degli ostacoli all’uguaglianza. Serviranno energie esterne al Pd, ma soprattutto un partito che torni a essere utile».

    Utile?

    «Serve un Pd che fa progetti di comunità, che mobilita su obiettivi che cambiano la vita quotidiana delle persone. Davvero crediamo che i 5 Stelle abbiano preso un voto su due al Mezzogiorno solo per il reddito di cittadinanza? Per me la risposta continua a essere il lavoro di cittadinanza, ma non mi basta dirlo nei convegni. C’è bisogno di un partito che sul territorio sappia essere soggetto attivo dei legami sociali, del valore condiviso, non un corpo estraneo».

    ll congresso slitta al 2019?

    «Anche su questo deciderà l’assemblea. Il congresso ci sarà, però dobbiamo dirci che non basterà una domenica ai gazebo per risolvere i problemi. Ha ragione Chiamparino, servono anche strumenti di democrazia diretta».

    Volete copiare il M5S?

    «Quello mi sembra un modello con grandi lacune. Penso piuttosto alla Spd, che ha costruito alcuni passaggi chiave con la partecipazione diretta degli iscritti».

    Tutto bello, ma lei fin qui è stato vicesegretario di Renzi. Nulla da rimproverarsi?

    «Abbiamo commesso sicuramente più dì un errore, da Renzi in giù, tutti. Ma attenzione a cercare capri espiatori, senza Renzi l’argine del Pd sarebbe crollato con quattro anni di anticipo».

    Renzi ha costruito un partito basato sul consenso personale al leader. Sarà dura rimodellarlo.

    «Ci sto a una riflessiona nuova su come interpretare il rapporto tra leadership e comunità. Ma oggi più di ieri non basta un nuovo leader per voltare pagina».

    Si candiderà alle primarie?

    «Non lo so. Io ci sarò con qualunque ruolo. Voglio solo dare una mano. Chiedo unità, offro unità. La collegialità deve tornare a essere un valore».

    Sa cosa si dice di lei? Bravo, ma un po’ noioso.

    «Noioso? Spero di poter smentire. Anche perché non mi pare che ci si possa annoiare di questi tempi».

  • “I dem saranno in strada con i partigiani. I neofascisti vanno isolati”

    (Intervista pubblicata su La Repubblica del 23.02.2018 a firma di Giovanna Casadio)

    «Non sottovaluto la questione posta dall’Anpi sullo scioglimento di gruppi di estrema destra. Sulla discussione se dovessero essere in lizza o meno alle elezioni, le leggi vigenti dello Stato già indicano cosa fare. Alcuni movimenti come Ordine Nuovo sono già stati sciolti dalla magistratura. Certo, se la legge Fiano fosse in vigore avremmo qualche strumento in più oggi. A noi tutti poi spetta il compito di muovere le coscienze e di battere culturalmente e socialmente razzismi e neo fascismi». Maurizio Martina, il vice segretario del Pd, sarà alla manifestazione antifascista di domani a Roma. I dem del resto hanno mobilitato sindaci e militanti e anche Matteo Renzi sarà in piazza.

    Martina, è preoccupato per la manifestazione in questo clima di violenza politica?

    «Abbiamo aderito dal primo minuto all’appello dell’Anpi “Mai più fascismi, mai più razzismi”. Stiamo in queste ore componendo la squadra delle presenze in piazza, ci siamo mobilitati nel modo più capillare possibile. Dobbiamo lavorare perché la giornata di sabato sia di impegno democratico ecivico».

    Come se l’aspetta la mobilitazione?

    «Una grande partecipazione popolare, consapevole, pacifica, bela e all’insegna di parole chiare contro ogni violenza, razzismo, neofascismo. Sono le parole con cui è partitala mobilitazione della piazza unitaria e democratica».

    Gli episodi di teppismo politico stanno avvelenando questa fine di campagna elettorale.

    «Il Pd ha immediatamente manifestato il rifiuto di ogni violenza da qualsiasi parte provenga, in qualsiasi direzione vada. Non dobbiamo dare spazio alle degenerazioni violente. Sarebbe bene che chi sta nello spazio pubblico pesi le parole che usa. Ritengo che tutte le forze politiche debbano evitare un linguaggio violento».

    La destra dice che il fascismo è morto e sepolto. É un fatto storico.

    «No. Ci sono fenomeni inquietanti che non vanno sottovalutati e noi dem rilanciamo il filo di un impegno che ci ha portato a organizzare la marcia antifascista di dicembre a Como, a non sottovalutare il grave episodio di Macerata e ora a Roma per dare un segno nazionale di consapevolezza e di impegno. Dovremmo riflettere tutti e discuterne oltre gli schieramenti, oltre gli steccati”.

    L’Anpi chiede che siano sciolti gruppi come CasaPound e Forza Nuova.

    «Segui: mo le leggi, ci sono riferimenti chiari. Abbiamo dal punto di vista normativo tutti gli strumenti per agire».

    C’è il rischio che la manifestazione di sabato aumenti le tensioni?

    «In un paese grande e forte come l’Italia una partecipazione diffusa e popolare è la migliore risposta»

    Andrebbero vietate le manifestazione dell’estrema destra?

    «Lo Stato ha regole e strumenti per distinguere ció che si può manifestare da ciò che non si può manifestare. Di certo chi si richiama al fascismo va fermato».

  • «Con il premier in squadra possiamo fare la differenza Prodi? Conta essere uniti»

    (Intervista pubblicata su Il Corriere della Sera del 22.02.18 a firma di Cesare Zapperi)

    Dopo Romano Prodi, anche Giorgio Napolitano è sceso in campo perché Paolo Gentiloni sia il presidente del Consiglio dopo il 4 marzo. E il Pd che fa?

    «Noi offriamo al Paese una squadra — risponde Maurizio Martina, vicesegretario dem — e personalità di spicco come quella del premier. Paolo è un protagonista assoluto del Pd».

    Ma Renzi finora non si è spinto a dire: è il nostro candidato premier.

    «Riconosciamo tutti la centralità dell’esperienza di governo di Gentiloni. Come altri, penso che abbiamo la possibilità di schierare una squadra che, anche grazie a Paolo, può fare la differenza».

    Perché non investirlo direttamente del ruolo come fanno Prodi e Napolitano, allora?

    «Gentiloni è e sarà fondamentale in questa partita».

    E quindi…

    «C’è il rispetto della Costituzione e dei ruoli. Del premier del futuro si discuterà dopo il 4 marzo. Per questo, è fondamentale arrivare a quel giorno con un Pd più forte perché siamo l’unico partito che può garantire un Paese stabile».

    I sondaggi, però, non promettono bene.

    «Giro l’Italia e dovunque raccolgo l’interesse di molti a dare una mano al Pd. I nostri programmi sono altra cosa rispetto alle risposte pericolose e sbagliate degli avversari».

    Su cosa puntate per far leva sugli elettori?

    «Sulla serietà e concretezza delle nostre proposte rispetto alle illusioni degli altri. Vogliamo parlare della flat tax, per esempio? Al di là che ognuno nella destra stabilisce un’aliquota diversa, è un meccanismo profondamente iniquo. Per contro, noi proponiamo una riforma fiscale che sostenga le famiglie e le imprese. Nel solco delle scelte utili di questi anni».

    Altri temi, così a spot.

    «Ci battiamo per la centralità assoluta del lavoro e della sua qualità, puntando sulla stabilizzazione dei contratti. E poi proponiamo il salario minimo universale e per l’estensione del reddito di inclusione».

    Perché non riuscite a trovare un’intesa con Leu?

    «Ho visto che sono andati da Corbyn. Vorrei ricordare loro che lui non ha mai lasciato i laburisti nonostante le profonde differenze con la leadership fin dai tempi di Blair. Credo che gli elettori sanzioneranno le loro scelte divisive».

    Anche Prodi non capisce.

    «Condivido la posizione di Romano e il suo sostegno ad una coalizione plurale per una vittoria comune».

    Però nemmeno lui vota Pd.

    «Il padre dell’Ulivo ci richiama tutti all’unità, questo è ciò che conta».

    Per il centrodestra il Pd ha perso centralità.

    «A me pare solo un’armata brancaleone in cui si è divisi sia sui programmi che sulla leadership. Oltretutto, con uno sbilanciamento netto verso l’ala populista che già genera instabilità».

    E se, in assenza di una maggioranza, foste costretti alle larghe intese?

    «Non è questa la nostra prospettiva. Ribadisco: più forte sarà il Pd il 4 marzo e più sarà in grado di determinare le condizioni di avvio della nuova legislatura».

    Senza maggioranza autonoma dovrete aprirvi: meglio Forza Italia o il Movimento 5 Stelle?

    «Queste ipotesi non sono sul tavolo. Noi ci impegniamo allo spasimo perché il Pd si confermi il perno centrale del Paese».

    Volete essere voi a dare le carte?

    «Rispondo così: più forte sarà il Pd, più stabile sarà l’Italia».

  • I dazi? Una follia per le imprese. Il lavoro è la priorità

    Intervista pubblicata su Eco di Bergamo del 4 febbraio 2018 a firma di Franco Cattaneo

    La proposta di Salvini di rimettere i dazi è un danno per il Paese e soprattutto per il Nord. Parte da qui l’analisi di Maurizio Martina, ministro delle Politiche e agricole e vice segretario Pd.

    Un danno in che termini?
    L’Italia, che ha una bilancia commerciale in surplus, cioè in positivo di 50 miliardi, non può permettersi questa follia. Per fortuna in Europa nessun Paese può decidere da solo. Avremmo conseguenze devastanti specie per la piccola e media impresa del Nord la cui forza sta proprio nell’export. Questo tessuto sarebbe il primo ad essere colpito dalla reazione dei Paesi terzi, perché a quel punto anche loro alzerebbero le barriere protettive a nostro danno.

    Agricoltura compresa.
    Certo, un danno aggiuntivo dopo che in questa legislatura la prospettiva agroalimentare è tornata al centro delle scelte pubbliche, anche perché quando siamo partiti, nel 2013, avevamo alle spalle 7 titolari dell’Agricoltura in 7 anni. Cito tre dati di cui sono orgoglioso. Nel 2017 l’Italia ha stabilito il record dell’export in questo settore, passando dai 33 miliardi di euro del 2013 agli attuali 41. La redditività media per impresa è aumentata da 30 mila euro a 35 mila. Sottolineo poi l’aspetto più importante: solo l’anno scorso ci sono stati 10 mila nuovi giovani imprenditori agricoli, confermando la leadership italiana in Europa. Abbiamo fatto scelte concrete, come la cancellazione di Imu, Irap e Irpef agricole che valevano un miliardo di euro all’anno e introdotto l’origine obbligatoria in etichetta per latte, formaggi, pasta, riso. Resta ancora molto da fare, ma il nostro impegno ha prodotto frutti importanti: una semina che ha bisogno di continuità.

    Tutti puntano alla riduzione della pressione fiscale: la flat tax, la tassa piatta, sembra allettante.
    Salvini e Berlusconi dimenticano di dire che in questo caso il 50% del beneficio fiscale andrebbe al 5% dei contribuenti, cioè ai super ricchi: è inaccettabile per un’evidente questione di equità. Noi proponiamo serietà e responsabilità, mentre I nostri avversari che promettono tutto a tutti, costretti ad inventarsi un nemico e a spararla grossa. In questi anni abbiamo lavorato molto e i risultati ci sono stati. Non possiamo disperdere un patrimonio di serietà e competenze. E’ necessario affrontare la nuova fase con un governo di centrosinistra, capace di giocare il proprio ruolo nello scenario nuovo che s’è aperto in Europa con Macron e con la ridefinizione della Grande coalizione in Germania.

    In testa al vostro programma c’è il lavoro.
    Priorità assoluta all’occupazione e al rilancio economico-sociale per consolidare la ripresa, redistribuendone i dividendi al ceto medio, alle famiglie e a chi fa più fatica. Scelte possibili e realistiche, non fantasie, di cui indichiamo le coperture finanziarie nel quadro della sostenibilità del risanamento dei conti pubblici. Il complesso delle risorse che mettiamo in campo è pari a quelle impegnate in questi anni. Proponiamo il taglio del costo del lavoro a tempo indeterminato: un punto percentuale in meno di cuneo fiscale ogni anno per 4 anni in modo da scendere dal 33% al 29% dei contributi. Per le imprese, ulteriore riduzione di Ires e Iri per portarla dal 24% al 22%. Quanto alle famiglie, pensiamo ad un assegno universale per i figli, con un beneficio tra i mille e i 3 mila euro in base all’età e alla composizione dei nuclei.

    Nella vostra gerarchia qual è il principale avversario?
    Gli estremisti della destra e i 5 Stelle. Nel nuovo corso che si va prospettando in Europa, l’Italia sarebbe a rischio con le avventure alla Salvini e alla Di Maio. Il centrodestra è, nei fatti e nel linguaggio, la destra egemonizzata dalle parole d’ordine di questa Lega. Di Maio non è credibile: un giorno parla delle larghe intese, il giorno dopo smentisce se stesso. Vogliamo contrastare scelte al buio che farebbero male al Paese e ai nostri territori, in una fase in cui abbiamo la possibilità di collocarci alla testa della nuova stagione europea.

  • No ai dazi che fanno male al Made in Italy, sì all’etichettatura di origine su tutto e per tutti

    Intervista pubblicata su Italia Oggi del 31 gennaio 2018 a firma di Luigi Chiarello

    Avete presentato i distretti del cibo. Perché dovrebbero garantire qualcosa in più sull’agroalimentare rispetto ai territori vocati dai disciplinare di produzione?

    I distretti del cibo sono uno strumento innovativo per lo sviluppo di tutto il territorio, sulla base di programmi di investimento e progettazione partecipata. Saranno utili anche nelle aree dove ci sono prodotti a indicazione geografica, perché saranno in grado di potenziare meglio tutte le filiere distrettuali. Basta guardare all’esempio della Maremma.

    Cosa è successo lì?

    Grazie al distretto si è passati da 70 a 800 agriturismi, la superficie vitata è aumentata di 3 mila ettari così come quella olivetata. Sono arrivati anche investitori da fuori regione. Un impatto sul territorio frutto delle scelte di comunità intere, che lavorano insieme sulla base di un progetto.

    La totale detassazione del settore è stata confermata anche con la legge di Bilancio 2018. Le imprese ne sono felici, ma resta un dubbio: tutto questo non rischia di generare un tessuto imprenditoriale che non compete su competitività e fatturato, ma si basa sull’assistenzialismo statale?

    Credo si debba smettere di pensare agli investimenti in agricoltura come assistenzialismo. Se non dedicassimo risorse alla tutela del reddito dei nostri agricoltori, il Made in Italy agroalimentare semplicemente non esisterebbe. La nostra scelta di taglio fiscale è a supporto della competitività delle aziende. Se c’è ancora un fronte sul quale bisogna lavorare molto è quello dell’organizzazione e dell’aggregazione.

    La legge di Bilancio 2018 consente anche alle aziende agricole di vendere alimenti trasformati: i commercianti si sono risentiti?

    Se parliamo di competitività delle imprese agricole, dobbiamo favorire la multifunzionalità, l’integrazione al reddito attraverso attività che valorizzino il prodotto agricolo. Su questo lavoriamo e mi auguro che sui territori ci sia voglia di fare squadra, di integrare le esperienze di impresa. In particolare nelle filiere agroalimentari.

    Altra misura rilevante è la tassazione a forfait per lva (50% sull’Iva sui corrispettivi) e redditi (imponibile al 25% dei corrispettivi) per l’attività enoturistica, che acquisisce una definizione tutta sua. Che ricaduta vi attendete?

    C’era bisogno di una regolamentazione chiara per l’enoturismo, uno straordinario settore in crescita. Finalmente ci sono regole e opportunità. Credo che assieme al Testo unico del vino sia stato un intervento utile per un sistema che vale più di 14 miliardi di euro.

    C’è poi il bonus verde; per la prima volta si sostiene l’attività fiorovivaistica con un credito per la tutela del verde condominiale. La misura sarà stabilizzata?

    È un obiettivo sul quale puntiamo. Curare il verde privato e pubblico è una scelta non solo economica, ma culturale. Non si tratta solo di sostenere una filiera da 100 mila addetti in Italia, ma di migliorare gli spazi urbani. La sostenibilità ambientale integrale passa anche da città con più verde. Come Partito democratico abbiamo aperto una strada nella quale crediamo molto. Mi auguro che i cittadini utilizzino la misura come è successo con gli incentivi per la ristrutturazione edilizia.

    Di recente ha lanciato l’idea del ministero dell’alimentazione. Di cosa si tratta?

    Serve una scommessa culturale, un approccio più largo rispetto alle politiche del cibo. Il ministero dell’alimentazione sarà un riferimento unitario per tutto questo mondo che va dall’agricoltore al trasformatore, dai commercianti ai ristoratori fino al consumatore. Con tutte le competenze che oggi sono separate in varie istituzioni, un passo verso il futuro.

    A proposito di futuro c’è chi pensa agli Ogm come una risposta alle esigenze di sicurezza alimentare da qui al 2050 e critica la sua posizione in materia. Come risponde?

    Il modello agricolo italiano ha sempre fatto della distintività il suo punto di riconoscibilità. I prodotti transgenici non fanno parte di questo orizzonte, e non sono economicamente competitivi per le nostre caratteristiche morfologiche e climatiche. Abbiamo bisogno invece di lavorare seriamente sulla tutela del nostro patrimonio culturale, anche attraverso la ricerca sulle moderne biotecnologie sostenibili. Non è un caso che abbiamo avviato il piano pubblico da 31 milioni di euro su questo fronte. E le recenti indicazioni della giustizia europea ci stanno confermando che la strada avviata è quella giusta.

    Cambiamo scenario. L’approccio di rottura dell’Italia sull’etichettatura d’origine della materia prima degli alimenti (pomodoro, grano, latte) sembra aver finalmente fatto breccia a Bruxelles, dove la commissione, direzione generale Salute, ha avviato una consultazione sulla proposta di regolamento di esecuzione. La proposta apre anche alle origini locali e territoriali. Che ne pensa? Che impatto avrà?

    È il segno che le nostre scelte hanno scosso una situazione ferma da anni. Lo diciamo chiaramente: per noi prevale l’interesse pubblico dei cittadini alla massima informazione sull’origine degli alimenti in etichetta. La proposta di regolamento segna qualche avanzamento, ma deve essere secondo me più coraggiosa.

    La proposta non affronta però il nodo dei marchi commerciali, per cui l’obbligo di trasparenza sull’origine viene derogato. E d’accordo?

    Noi vogliamo lavorare per un’etichetta trasparente su tutto e per tutti. Quindi anche su questo fronte servono risposte più forti.

    A che punto è la consultazione?

    Si chiude a febbraio, credo sia importante che dagli operatori italiani arrivi un segnale in linea con quanto espresso dai cittadini alla nostra consultazione pubblica. Nove su dieci hanno chiesto di conoscere l’origine degli alimenti.

    Ministro, di recente ha detto che “servono nuove idee per incrociare politiche della salute e welfare con la multifunzionalità agricola”. Si riferisce alla mera agricoltura sociale o alla nutraceutica? Può spiegare meglio a quali evoluzioni fa riferimento?

    Nei prossimi anni diventerà sempre più urgente offrire servizi per una popolazione con un’età media più elevata che in passato. L’agricoltura è un pezzo della risposta. Come produzione di cibi sani che aiutino a prevenire malattie. Come servizi di welfare, anche attraverso le attività sociali e di inclusione, che possono mettere l’azienda agricola al centro di un sistema di assistenza.

    Ultima domanda: l’Italia cresce in export agroalimentare, anche se non ha ancora raggiunto i 50 mld di euro. Resta però decima al mondo per capacità di esportazione. E in Cina siamo solo quinti per esportazioni vinicole. Come spiega questo gap?

    Stiamo recuperando terreno. Chiudiamo il 2017 con 41 miliardi di export. Nel 2013 erano 33. Un bel risultato, che dà la concreta possibilità di arrivare ai 50 miliardi entro il 2020 come avevamo prefissato. Serve ancora investire per portare il vero Made in Italy dove ora trionfa l’italian sounding. Per farlo servono regole giuste in mercati aperti. Accordi internazionali di tutela, prima di tutto delle identità alimentari e contro il falso cibo. Altro che dazi e barriere come sostiene qualcuno. Sarebbero una condanna al fallimento per le nostre piccole e medie imprese, soprattutto agroalimentari.

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