• Apriamo il Pd al popolo delle piazze. Saremo i “Democratici”

    Intervista pubblicata su La Stampa il 13 dicembre a firma di Carlo Bertini

     

    Contesta a Salvini e Di Maio la manovra che rischia di portare il paese in recessione e annuncia che dopo il congresso il Pd dovrà trasformarsi in una forza più larga, i Democratici italiani: aprendosi alla società civile e al popolo che ha animato le piazze anti-governative in questi mesi. Augurandosi che Renzi non costruisca un nuovo partito, perché «ogni divisione del centrosinistra è un regalo alla destra». Così Maurizio Martina conta di battere Nicola Zingaretti al congresso Pd.

    Ma voi del Pd cosa proponete sulle pensioni e il reddito di cittadinanza?

    «Sulla povertà, chiediamo di fermare questo inutile gioco propagandistico e di puntare tutto sull’allargamento del reddito di inclusione che abbiamo voluto noi e che può essere esteso integrandolo di 3 miliardi per allargare la platea e raggiungere 4 milioni di persone: più efficace perchè poggia sull’operatività dei comuni».

    E per le pensioni?

    «Due proposte: fermare questo cortocircuito che produce quota cento, stabilizzando l’anticipo pensionistico sociale, allargare la platea dei lavori gravosi, fare la nona salvaguardia per gli esodati. E cominciare a sperimentare l’assegno pensionistico per i giovani con carriere contributive discontinue. Un assegno base per dare una garanzia a chi non ha continuità contributiva con uno strumento universale. Gli stessi miliardi che hanno messo su quota 100 possono essere spesi meglio e meno».

    Rispetto ai bisogni profondi espressi con le scelte elettorali di marzo, che alternative offre oggi il Pd? Salvini rassicura quella fascia di popolazione che chiede sicurezza, Di Maio i più colpiti dalla crisi. E voi?

    «Noi non offriamo illusioni ma serietà: basta propaganda, ma concretezza. Dobbiamo partire dalla questione sociale, dalla lotta alle disuguaglianze e dobbiamo dialogare con i ceti produttivi preoccupati dalle misure su economia, infrastrutture e sviluppo. E da un’idea di blocco del paese e degli investimenti come la Tav che fa male all’Italia».

    Cosa pensa delle ultime mosse di Macron? Secondo lei ha fatto bene ad aprire una crepa nel blocco dei gilet gialli aprendo alle loro richieste o ha sbagliato a promettere quei cento euro a chi ha messo a ferro e fuoco la Francia?

    «Oggi Macron vive un momento difficile, ma tentare un dialogo con chi ha manifestato e provare a fare dei passi per sanare questa frattura credo sia un tentativo comprensibile. E anche in Italia dobbiamo guardare in faccia la questione salariale, che è cruciale, di tanti lavoratori troppo spesso sottopagati. E’ un tema decisivo che il Pd deve saper affrontare, lanciando anche la sfida della partecipazione dei lavoratori agli utili di impresa e del salario minimo legale per chi non è coperto da contratto nazionale. Questi i nostri temi che fanno la differenza con questa maggioranza».

    Osservando il vostro congresso viene però da chiedersi a cosa serva. In poche parole, saprebbe dire quali sono le differenze tra lei e Zingaretti, i favoriti per la vittoria?

    «Io mi candido a fare solo il segretario e in questi mesi duri ho lavoratori ogni giorno per l’unità del Pd. La nostra proposta guarda più al futuro non si rivolge al passato. Bisogna rompere vecchi schemi oltre le correnti e le aree viste fino a qui. Noi non bastiamo ma siamo fondamentali per l’alternativa questa destra».

    Che vuol dire non bastiamo? Vuole andare anche lei oltre il pd?

    «Propongo che la prossima assemblea nazionale Pd lanci un percorso costituente che coinvolga dopo le europee tante energie del campo riformista e democratico che sta fuori da noi. Penso alle piazze che hanno coinvolto tanti cittadini, dando un messaggio di grande disponibilità a costruire un nuovo progetto, senza ansia di definirne la forma. Possiamo passare dal Pd ai Democratici italiani, ma gli strumenti sono conseguenti all’obiettivo. E poi serve un governo ombra per l’alternativa a questa maggioranza che impegni anche esponenti della società civile».

    Cosa pensa dell’ex segretario Renzi che irride il congresso del «Piddì-piddò»?

    «Offro rispetto e chiedo rispetto per questa comunità di iscritti, militanti, elettori. Cittadini appassionati che credono nella buona politica. Le sorti del pd sono decisive per il paese. Quindi basta polemiche, basta battute con toni e argomenti irridenti».

    Pensa che Renzi stia costruendo una nuova formazione?

    «Mi auguro di no e penso che qualsiasi divisione del fronte di centro sinistra sia un regalo alla destra».

     

  • Dividerci sarebbe una follia. Non faremo accordi a tavolino

    Intervista pubblica sul Corriere delle sera il 7 dicembre a firma di Monica Guerzoni

    C’è chi spara fiamme su quel che resta del Pd e chi getta acqua per placare l’incendio, scandendo parole come rispetto, unità, responsabilità. E se molti paventano la fine del partito, l’ex segretario Maurizio Martina lavora per scongiurare una devastante scissione.

    Marco Minniti si è ritirato perché non poteva vincere, o perché non aveva il sostegno di Renzi?

    «voglio esprimere massimo rispetto per questa scelta e per come Minniti, che io ritengo una energia fondamentale per il Pd, ha deciso di compiere questo passo. Il congresso serve a ripensare il rapporto del Pd con il Paese e dobbiamo essere tutti all’altezza della responsabilità che abbiamo in questo passaggio. Tanto più di fronte a un governo come questo, che sta facendo scelte pericolose per gli italiani».

    Chiederà a Minniti di sostenere la sua candidatura?

    «Non dobbiamo affrontare il percorso congressuale col pallottoliere, nella logica stretta di chi sostiene chi. Io ho sempre chiesto di poter fare un congresso sulle idee, prima ancora che sui posizionamenti, sulle percentuali e sui nomi. Abbiamo bisogno di chiarezza e di unità».

    L’unica donna in corsa, Maria Saladino, invita i «galantuomini» suoi avversari a ritirarsi. Lei ha mai pensato di lasciare il campo a Zingaretti?

    «Ma no! Pregherei tutti di non complicare una situazione già complicata. Non saranno accordi a tavolino a rilanciare il Pd. Si è mai visto un congresso con una sola ipotesi in campo? È giusto che alle primarie si esprimano, nella chiarezza, posizioni diverse. Dobbiamo dare tutti una mano a questo lavoro, che può essere straordinario se si abbandonano tatticismi».

    Qualcuno gioca al massacro, come ha denunciato Zingaretti?

    «Mi auguro che nessuno voglia giocare al ribasso. Per quel che mi riguarda ho sempre lavorato per tenere assieme pluralità e unità. Dobbiamo discutere di come stiamo dentro per rilanciare il progetto e non di come si esce».

    Renzi lancerà la «cosa nuova» alle europee?

    «Mi auguro assolutamente che non accada. Se ci fosse nel nostro campo un’altra scissione sarebbe una follia. Chi divide il fronte rischia di fare un grande piacere a 5stelle e destra».

    Per Minniti sarebbe un regalo ai populisti.

    «L’ho sempre pensato. Davanti ad altre divisioni a sinistra il giudizio di tutti noi è stato molto severo. La storia si è incaricata di dimostrare che quel passaggio è stato un errore e io non voglio che quel film si ripeta».

    Dice che Renzi rischia di fermarsi al 3%, come Leu?

    «Dico che il fronte va unito e allargato, non diviso».

    L’ex premier è solo contro tutti e rimprovera voi ex Ds di pensare solo alla «ditta», mentre lui pensa al Paese.

    «Io faccio la mia parte per il Pd e per il Paese. Ho girato in lungo e in largo in questi mesi per riportare la nostra voce in luoghi cruciali: da Taranto a Genova, alla nostra grande manifestazione di Piazza del popolo. Da quando ci siamo candidati abbiamo proposto di legare le primarie alla raccolta di firme per un referendum abrogativo del decreto Salvini, pericoloso per il Paese. Ieri abbiamo lanciato l’idea di far nascere dopo le primarie un governo ombra per l’alternativa. dobbiamo allargare, aprire porte e finestre».

    Se vince lei, richiamerá nel Pd Bersani e D’alema?

    «No, si fermi. Non è una questione di gruppi dirigenti, ma di elettori che il 4 marzo non ci hanno votato, hanno dato il consenso a qualche forza della maggioranza e ora sono arrabbiati e disillusi. L’alternativa si costruisce nel Paese, non con qualche riunione tra big».

    È pronto ad allearsi con il M5s per fermare la destra?

    «I 5stelle si sono dimostrati succubi, ostaggi dell’egemonia della Lega e purtroppo non vedo segnali di autonomia. A me interessa il lavoro di raccordo con i tanti che hanno votato per loro e speravano qualcosa di diverso».

    Delrio resterà e voterà per lei. Il capogruppo potrebbe essere la calamita che fa restare nel Pd i pezzi grossi del renzismo, come Lotti, Boschi, Rosato, Guerini?

    «Io penso che nessuno uscirà. E nel paese ci sono tanti democratici che non vogliono altro che dare una mano a cambiare il Pd e renderlo più forte. A loro vogliamo parlare, altro che dividersi».

     

  • Aprire una nuova stagione per tutti

    Intervista pubblicata su Panorama in data 1 novembre 2018 a firma di Luca Telese

     

    Onorevole Martina, ho trovato questa foto, compromettente: c’e lei, a torso nudo, totalmente zuppo di sangue. È già iniziato il congresso del Pd?

    (Sorriso) Non faccia lo spiritoso: fa finta di non accorgersi che si tratta di uno scatto d’epoca. Risale ad una quarto di secolo fa.

    Tuttavia il sangue c’è davvero.

    (Risata) Si, ma è un trucco di scena. È un reperto di alcuni esperimenti di teatro amatoriale.

    E già metteva in scena la battaglia congressuale del Pd?

    No. Capisco la tentazione della battuta, ma quel sangue fa parte di una stagione molto drammatica, e per me anche molto appassionante, quando con alcuni straordinari insegnanti della nostra scuola girammo l’Italia con uno spettacolo scritto insieme a loro sulle stragi di mafia.

    Dopo Capaci e via D’Amelio?

    Esatto. Non potrò mai dimenticare quel momento, quella grande emozione civile che ci attraversó.

    Lei era giovanissimo.

    Poco più che un ragazzo. Interpretavo uno degli uomini della scorta di Giovanni Falcone. Stilisticamente era un tentativo di fondere il coro greco con la cronaca.

    E il sangue?

    Era il momento più forte della piece. Il coro di tutti noi si levava sulle parole della vedova di Vito Schifani: “Loro non cambiano! Loro non cambiano!”

    Ricordo bene. Scalfaro contestato nella cattedrale.

    Sa che ancora oggi, quando guardando questa foto, mi ricordo di quei giorni, mi vengono i brividi e mi commuovo?

    Ci credo.

    Comunque in quel momento le vittime venivano tutte bagnate di sangue. Portammo questo spettacolo in diverse città e poi a Palermo.

    Dove?

    Ospitati dall’Arci. Pensi cosa voleva dire per me, cresciuto in terra bergamasca: partire da Milano con la cuccetta, attraversare l’Italia, scoprire che un treno poteva salire su un traghetto, arrivare per la prima volta al sud.

    Viaggio iniziatico.

    È così: mi ha cambiato la percezione della vita.

    Spieghi meglio.

    Io ero allora un ragazzo cresciuto in un paese, innamorato senza fortuna di almeno due o tre ragazze della nostra compagnia, che viaggiava come in una gita scolastica.

    E poi?

    E poi, improvvisamente, mi svegliavo in un’altra città, che mi sembrava di un altro paese. Ma soprattutto: di un altro mondo. Un nuovo mondo per me.

    Bellissimo. Peró non mi ha ancora detto se ci saranno coltellate e sangue anche nel vostro congresso.

    (Serio). Guardi, penso proprio di no. Magari ci sarà per la prima volta, una sfida contendibile. Una sfida aperta, una battaglia vera, anche se leale. Le pare poco?

    Affatto.

    Secondo me è una grande opportunità. Mi dica un altro partito in cui i leader si scelgono con un voto così democratico.

    Mi spieghi se lei la combatterà questa battaglia, e con quale ruolo.

    (Altro sorriso) Se mi dice quanto tempo ha a disposizione glielo spiego.

    Cominciamo dalla sua storia.

    I miei nonni erano contadini, come quasi tutti dalle mie parti. Sono nato a Calcinate, ma cresciuto a Mornico al Serio.

    Li ha conosciuti?

    Non tutti, purtroppo. Ma ho un ricordo bellissimo, a quattro anni. Dopo la finale del mondiali del 1982 mio nonno paterno mi porta in motorino dietro di lui, per le vie del paesello, con una grande bandiera dell’Italia.

    Come si chiamava?

    Enrico: le dico con orgoglio che da noi Olmi ha girato l’Albero degli zoccoli. Lui ad un certo punto della sua vita iniziò a lavorare nella fornace del paese che faceva mattoni.

    Un salto di epoca, verso il boom economico.

    Era un mondo che passava dalla cascina al cantiere di Milano, contadini che diventavano edili. La storia della mia terra.

    Era un paese bianco?

    Bianchissimo: a Mornico al Serio la Dc era al 70%. E poi la maggioranza sarebbe passata prima a Forza Italia e poi alla Lega.

    Anche oggi, immagino.

    Invece no, perché alcuni ragazzi hanno costituito una lista civica e battuto la Lega. Una impresa.

    Lei è figlio di questo mondo.

    Nato e cresciuto in cascina San Carlo. I miei abitano ancora lì.

    Anche suo padre e sua madre elettori centristi e bianchi. E invece lei??

    C’era un bel gruppo di insegnanti progressisti, tra cui il mio maestro Sergio, che alle elementari iniziano a farci educazione ecologica. Ci aprono gli occhi verso il mondo. Ci formano con una sensibilità civile.

    Quand’è la prima volta che si è sentito “di sinistra”?

    Non sorrida: alle elementari. Ricordo un articolo dell’Espresso sulla morte di Chico Mendes, leader brasiliano e sindacalista dei raccoglitori di caucciù, ucciso dagli agrari perché difendeva la foresta amazzonica.

    E lei cosa fa?

    Rubo, letteralmente, la rivista dalla biblioteca della scuola e me la divoro, a casa, colpito da quella ingiustizia.

    Da lì inizia un viaggio.

    Poi c’è il legame con la Resistenza. Venne a scuola il “compagno Brac”, l’ex partigiano, ed ex parlamentare Brighenti. Sentirlo parlare per me fu una folgorazione.

    Sempre per via di questi professori, già alle medie.

    Sergio, Gabriella e Susy. Erano una sorta di enclave di insegnanti aperti in una terra moderata. Per loro la scuola era l’avamposto culturale per formare cittadini.

    Quando lei prende la tessera i suoi non sono entusiasti.

    Nooo… erano moderati, profondamente cattolici. Mi iscrivo prima al partito, poi alla giovanile, e loro non mi capiscono.

    A Mornico?

    Si. In paese c’era la sezione “Palmiro Togliatti” del Pci, chiusa: entrammo e i vecchi ci consegnarono letteralmente le chiavi.

    E voi?

    La ristrutturammo.

    Anche lei?

    Guardi, immodestamente so lavorare un po’ il cartongesso. È un’arte.

    E quando aveva imparato?

    Andavo a lavorare da ragazzo in cantiere, all’ospedale di Verona, fin dai tempi delle vacanze scolastiche. E la sera facevo il cameriere in pizzeria.

    Addirittura?

    D’estate andavo anche con mio padre nella fabbrica tessile davanti a casa a preparare il lavoro delle donne che facevano il turno di notte. Un rumore della madonna. E il calore della macchina e dei corpi.

    Cosa faceva?

    Preparavamo le rocche da lavorare. Oggi di quel mondo non c’è più nulla, tutto spazzato via dalla crisi del tessile anni duemila.

    Cosa accadde?

    Semplice. Arrivò la Cina. Oggi in quella fabbrica c’è una piattaforma logistica: nel mio paese un cerchio perfetto si chiude anche fisicamente dalla filanda ad Amazon.

    Siamo al centro della Lombardia.

    Sono nato sulla A4, tra Milano e Venezia. Terra di muratori, carpentieri, geometri con la cultura della villetta e della Bmw.

    Laurea in economia.

    Diploma di perito agrario e poi scienze politiche. Tesi sul mercato del lavoro in Lombardia.

    Viene eletto consigliere comunale.

    Fu abbastanza facile, presi 85 voti anche perché ero l’unico di sinistra in una lista civica. Per partecipare a Bergamo alle riunioni facevo su e giù con il mio motorino, un Si Piaggio rosso. Tornavo a notte fonda.

    E i suoi?

    Non mi capivano. Fino a che non sono diventato consigliere mi credevano matto. Quando tardavo, a volte, mi chiudevano fuori. Erano preoccupati per me.

    Immagino la soddisfazione quando sono venuti al suo giuramento da ministro.

    Tantissima. Ma a Roma non sono venuti: mi sono laureato da solo, ho giurato da solo. In questi momenti, per scelta ho fatto tutto da solo.

    Lei politicamente era un discepolo di Bersani.

    Con Pierluigi io ho avuto una bellissima esperienza. Gli devo molto.

    Cosa vi siete detti quando lui ha lasciato il Pd?

    Umanamente è stato un passaggio doloroso. Ma non ne abbiamo parlato. In quei giorni si era creata quella distanza per cui non discutevi.

    Avete avuto una rottura umana?

    No, io continuo a stimarlo enormemente e ad essergli grato per lo sguardo che mi ha dato sulla realtà. Anche se considero la sua scelta di abbandonare il Pd profondamente sbagliata.

    È diventato ministro grazie a lui, in quota minoranza.

    Penso sia stata una scelta condivisa. Matteo sceglie di tenermi nel mix della sua squadra e gliene sono grato.

    Su cosa rompe, Pier?

    Sulla legge elettorale e sulla riforma costituzionale. Ma lo strappo vero per lui era stato sull’articolo 18.

    E lei?

    Anche io ho sofferto moltissimo in quel passaggio: soprattutto sul tema dei licenziamenti collettivi.

    E perché non ha strappato?

    Perché ho creduto sinceramente nelle tutele crescenti. All’idea che si potesse dare una mano a spingere le riforme del mercato del lavoro per tutelare meglio le persone.

    E oggi?

    Mi interrogo. È giusto riflettere, integrare e correggere quel progetto. La prima cosa che farei è il salario minimo per chi non ha contratto nazionale.

    Avete perso anche per via di questi temi?

    Questo lavoro di accompagnamento non ha avuto la forza di tutelare tutte le persone esposte nel tempo della crisi. È un fatto.

    Sia sulla scuola che sul lavoro che sulle riforme un pezzo del vostro popolo non vi ha seguito.

    Vero, e da qui dobbiamo ripartire.

    E oggi cosa pensa della “stagione renziana”?

    Cose molto buone ed errori. Ma ora di certo non possiamo fermarci alla retorica dei mille giorni.

    Lei da segretario ha provato a voltare pagina?

    Va aperta una nuova stagione per tutti. Rivendico il lavoro di questi mesi. Andare a Scampia, davanti alla Diciotti, ai cancelli dell’Ilva questa estate.

    Spesso accolto freddamente.

    A Taranto per la prima mezz’ora leggevo sulle facce degli operai: “Ma che ci fa questo matto qui?”. Poi invece abbiamo dialogato a lungo

    E allo Zen 2.

    A visitare un bellissimo progetto di Save the children. Ancora più difficile. Sono arrivate le sentinelle in motorino, ci hanno insultati.

    E poi portare la direzione del Pd a Torbellamonaca, a luglio.

    Era un riconoscimento all’unica libreria del quartiere, un gesto rappresentativo.

    E poi prendersi i fischi a Genova, ai funerali delle vittime.

    Ero ben consapevole che sarebbe stato uno schiaffo. Simbolicamente eravamo noi – il Pd – il tema di quel giorno. Oggi invece il problema è la drammatica assenza del governo.

    È rimasto ferito, lo ammetta.

    No. E sono tornato a Genova quattro volte. So cos’è il quartiere Certosa. Posso parlare del negoziante, del benzianaio che ha chiuso. Di quelle persone, non in astratto.

    Ha appena rimesso il mandato da segretario.

    Ho fatto la mia parte. Fino in fondo. I grandi progetti politici hanno bisogno di leadership forti. Adesso questo segretario va scelto.

    Lei pensa di avere le capacita per questa nuova fase?

    Posso fare la mia parte. E diversa dalle altre.

    Lei conosce la cosa più perfida che si dice di lei: un ragazzo d’oro, ma non ha la cattiveria che serve per essere la risposta a Salvini.

    È la retorica del “capitano”. Ma il capitano in questi tempi si schianta anche sugli scogli.

    Ora parla di Salvini o di Renzi?

    Io rinuncio in assoluto a questo racconto, alla retorica del capo. Penso ad un modello alternativo di leadership: più corale.

    Si considera in continuità o in discontinuità con il renzismo?

    Riconosco i meriti della stagione che abbiamo alle spalle. Ma sono irrequieto per gli errori che abbiamo commesso. Non penso si possa dire: “Non abbiamo nulla di cui scusarci”.

    E cosa dovete dire, allora?

    Noi dobbiamo riconoscere i nostri errori e adesso scrivere una pagina nuova, senza continuare a parlarci addosso.

    Un renziano le direbbe: “C’eri anche tu al governo, caro”.

    Vero. Io però dico che abbiamo sbagliato insieme a non capire che quel disagio cresceva.

    Cosa è accaduto?

    Il paese avanzava con gli aumenti di Pil e noi ci siamo illusi che questo bastasse, mentre un pezzo di società restava indietro e il rancore cresceva.

    Ci sono già in campo sette candidati, due dei quali molto battaglieri.

    Una competizione aperta e leale può fare bene.

    Minniti è un campione di riformismo, Zingaretti è il candidato più radicale. Lei?

    (Sorriso). Magari io sono più riformista di Minniti e più radicale di Zingaretti.

    Le arrivano i messaggi della base?

    Guardi, le faccio leggere l’ultimo: un compagno di Savona mi chiede di dirimere una controversia di sezione a Cairo Montenotte!

    Non è un lavoro da responsabile organizzazione?

    Sono saltati tutti i filtri. A volte non ci si può sottrarre. Se scorre la chat scopre che ci siamo scambiati sette risposte. La politica al tempo di internet non può sottrarsi. Non puoi staccare.

    Quando deciderà se correre?

    Tra poco.

    Salvini vi ha rubato voti operai.

    Lavora sulla paura. La Lega se la prende con i bambini di Lodi. E poi fa i condoni per i super evasori. Forti con i deboli e deboli con i forti. Noi dobbiamo rappresentare l’alternativa a questo racconto.

    Lei è convinto che il M5s non riuscirà a dare risposte, ad esempio sul reddito di cittadinanza.

    Per come l’hanno voluto è uno strumento ingiusto e persino pericoloso. Rischia di portare più lavoro nero e di non aiutare le persone che andrebbero sostenute.

    Sta facendo il gufo?

    No, faccio una constatazione di merito.

    Lei dice che serve una nuova formula per il Pd?

    Guardi queste foto: ci sono Obama e Lula.

    Belle. Ma per lei cosa vogliono dire?

    Sono due giganti che hanno coniugato il riformismo e la speranza – Lula per altro oggi ingiustamente perseguitato -. Non bisogna tornare a loro, ma cercare ancora questa ambizione.

    E si può fare in Italia?

    Si deve. Per parlare a questo tempo serve un nuovo Riformismo radicale.

  • Lo scontro tra Lega e Cinque stelle conferma che Salvini e Di Maio sono i principali alleati degli speculatori

    Intervista pubblicata su La Stampa il 20 ottobre a firma di Francesca Schianchi

     

    «Marcello Foa si qualifica da sé per le  gaffes continue che fa e le falsità quotidiane che dice. Di certo risponderà anche legalmente delle sue affermazioni». Non usa mezzi termini il segretario Pd Maurizio Martina, per commentare le dichiarazioni che il presidente della Rai ha rilasciato sui dem («gli eurodeputati pagati da Soros») dalle pagine del quotidiano israeliano Haaretz. E ne ha anche per il governo e le tensioni di questi giorni: «Lo scontro tra Lega e Cinque stelle conferma che Salvini e Di Maio sono i principali alleati degli speculatori».

    Addirittura?

    «È ormai evidente il rischio che l’Italia corre, con lo spread al massimo dal 2013, segno dei problemi che questo governo ha generato, e i due vicepremier se le suonano dando uno spettacolo indecoroso».

    Si chiariranno o si rischia una crisi di governo?

    «La smania di potere di entrambi li terrà insieme. Nonostante quello che sta succedendo: dopo la scena di tre giorni fa di Di Maio in tv da Vespa, mi sarei aspettato un passo indietro. E invece vanno avanti con una manovra ingiusta che contiene un condono vergognoso».

     

    Per contrastarla non era meglio che il Pd presentasse una sola contromanovra? Una l’ha presentata lei nei giorni scorsi, un’altra ieri Renzi con Padoan…

    «La contromanovra del Pd è una sola: quella che abbiamo presentato dieci giorni fa, costruita intorno a cinque proposte chiave: giovani, famiglie, lotta alla povertà, casa, investimenti».

     

    Eppure anche big come Calenda e Orlando notano e si stupiscono che Renzi ne presenti un’altra. Quanti Pd ci sono?

    «C’è un solo Pd e la proposta sulla manovra è una sola: dopodiché tutte le altre proposte si possono affiancare per quello che sono, un contributo».

     

    La settimana scorsa lei è andato a Piazza Grande, l’iniziativa di Zingaretti. Questo weekend andrà alla Leopolda?

    «No, perché ho una serie di altri impegni. Ma trovo anche questi giorni a Firenze utili, nell’ottica di contribuire tutti a sviluppare idee per l’Italia a partire da noi».

     

    Non le sembra invece che la Leopolda sia un partito nel partito?

    «No e credo che nessuno abbia questa intenzione. Dobbiamo stare tutti attenti a non correre un rischio simile: dobbiamo unirci e aprirci, lo dico anche pensando alle Europee, dove il Pd deve promuovere liste aperte alle energie europeiste e progressiste. Dobbiamo stare attenti, perché questa maggioranza vuole portarci fuori dall’Europa».

     

    È questo secondo lei il vero obiettivo?

    «Sono molto preoccupato: i due vicepremier stanno facendo un gioco pericoloso che rischia di compromettere l’Italia in Europa».

     

    Tra una settimana, al Forum di Milano, si conclude il suo mandato: che esperienza è stata questa da segretario?

    «Sono stati mesi duri, intensi, faticosi. Ma mi hanno anche dato prova che ci sono spazi di lavoro per noi più grandi di quel che si vede».

     

    Quante volte le hanno messo i bastoni tra le ruote? Non negherà che talvolta c’è stato il fuoco amico…

    «Sarebbe sciocco negare che ci sono stati anche momenti difficili e incomprensioni, ma quando si deve gestire una fase complicata come quella che stiamo vivendo non è mai facile. Io ho cercato di tenere la barra dritta su unità e apertura, tornando anche nei luoghi di maggiore frattura tra noi e il Paese».

     

    Ha annunciato primarie e congresso per febbraio: lei si candida?

    «Fino al Forum di Milano, il 27 e 28 ottobre, voglio rimanere concentrato sul mandato che ho».

     

    Non mi sembra un no… Dopo il Forum scioglierà la riserva?

    «Dopo il Forum ciascuno farà le sue valutazioni e certamente anch’io. Il congresso deve prepararci alle Europee: dobbiamo tornare a essere il cuore dell’alternativa».

  • Il PD va aperto, non superato

    Intervista a firma di Roberta D’Angelo pubblicata su Avvenire il 5 ottobre 2018

    «Il giudizio è veramente severo e negativo perché per quello che abbiamo ascoltato, per gli annunci fatti, abbiamo di fronte scelte di natura sociale molto pericolose. Io contesto innanzitutto l’approssimazione con cui si stanno trattando i conti pubblici, l’assenza totale di scelte a sostegno del lavoro prima di tutto, delle famiglie, dei giovani».

    Maurizio Martina, segretario del Pd, boccia la manovra del governo ‘legastellato’, di cui, «fatto senza precedenti», non si conoscono i dettagli. E nel suo ufficio di Largo del Nazareno fa il punto con Avvenire del suo viaggio alla guida del partito, che avrà come traguardo, passando per la marcia Perugia- Assisi domenica, il Forum di Milano a fine ottobre. Dopo il quale inizierà il congresso con le primarie, alle quali – ancora non lo ha deciso, assicura – potrebbe partecipare, contro Zingaretti e Richetti.

    Il governo ha sfidato l’Europa sul debito, ma la manovra non sembra pensare troppo alle famiglie.

    La famiglia non è pervenuta negli annunci del governo. Se noi simuliamo esempi concreti di una coppia con un figlio e un mutuo scopriamo che tutto quello che è stato raccontato fin qui non li riguarda.

    Che intende?

    Non riceveranno la pensione di cittadinanza che qualcuno continua a predicare, non avranno l’abbattimento delle tasse, rischieranno di avere il taglio delle detrazioni fiscali e una rata del mutuo più pesante. Penso che questo farà male al Paese, così come il fatto che nella manovra non si parla più di lavoro, di servizi fondamentali, salute, assistenza, istruzione…

    Per il lavoro c’è il decreto dignità.

    Ma purtroppo sta generando più precarietà e disoccupazione. Rischiano di finire ben 900mila contratti a termine. Credo ci sia un drammatico assente che è il ceto medio: non ci sono le famiglie, i lavoratori, le esperienze delle imprese che andrebbero sostenute e oggi sono invece lasciate sostanzialmente sole.

    Di Maio dice che è stata sconfitta la povertà.

    Abbia più umiltà. Se la lotta alla povertà la si fa con le carte prepagate e una miriade di limitazioni, credo che il Paese rischia di fare un clamoroso passo indietro, quando dovremmo completare e rafforzare il Reddito d’inclusione, lavorando con i comuni, insistendo perché si sviluppi fino in fondo questa strategia, che è quella che ci ha proposto tante volte l’Alleanza contro la povertà, e che invece viene smantellata.

    Però il decreto dignità favorisce il lavoro stabile, no?

    Anche lì c’è un corto circuito tra propaganda e realtà. Quel decreto sta generando più disoccupazione che precarietà. Dalla piazza di domenica abbiamo ascoltato anche le testimonianze di lavoratori che rischiano di non vedersi rinnovato il contratto.

    Il tavolo del Pd con i sindacati serve a riallacciare i rapporti con un mondo del lavoro che vi ha voltato le spalle?

    Abbiamo chiamato qui tutte le organizzazioni del lavoro e dell’impresa, cercheremo di ascoltare le loro voci, le preoccupazioni. Vogliamo discutere con le parti sociali anche per delineare le nostre 5 proposte alternative, concrete, a partire da giovani, famiglie con figli, povertà, casa e investimenti. Le abbiamo costruite facendo anche i conti della sostenibilità finanziaria, e prevedendo una spesa di 1617 miliardi, accanto ai 12-13 che servono per la sterilizzazione dell’Iva. Con la manovra resta il rischio dell’aumento selezionato dell’Iva.

    La piazza di domenica ha risposto al Pd. È un suo successo personale?

    È stato un successo di tutto il partito, che ha messo in campo il suo orgoglio. È stata una bellissima piazza, piena di giovani, per la prima volta dopo anni. Con questa stessa ambizione andremo domenica alla marcia Perugia-Assisi. Penso che anche quella sia la nostra piazza, perché dobbiamo contribuire a rilanciare la sfida della pace, della convivenza.

    C’è tutto un mondo del sociale che si muove. Come vi rapportate?

    Mi sento, anche con questa intervista, di fare un appello a tutte le forze culturali, sociali, associative perché nella pluralità delle nostre esperienze si faccia un percorso comune. Serve una nuova primavera dell’impegno democratico, progressista europeista, civico. E nel rispetto dell’autonomia di tutti, io lancio un appello perché si costruisca un patto di lavoro. Penso che ci sia un tema enorme per noi che è quello di rimettere la persona al centro dell’impegno politico, sociale, specie in questo momento in cui spira un vento contrario, che porta all’individualismo, alla paura, al rancore. Chi in politica specula sulla paura per il proprio tornaconto elettorale sta facendo un danno clamoroso all’idea stessa di comunità.

    Non era già questo il progetto del Pd?

    Noi discuteremo di questo al nostro forum nazionale a Milano a fine ottobre. Sarà un’occasione formidabile, a 10 anni dalla nascita del Pd, di rimettere a fuoco il vero impegno del campo democratico. Mi interessa lavorare con il mondo cattolico-democratico che ha elaborato una nuova visione della società che ci riguarda. Quando in molti discutono di valore condiviso oltre la società del consumo, di società generativa, di una nuova idea che rimetta al centro la persona prima del profitto, penso che siano chiavi per la sfida del Pd di domani. So che i democratici in Italia coprono uno spazio più ampio del Pd. L’ambizione che ho è di costruire un ponte che riesca a unire le culture democratiche, progressiste, civiche…

    Quindi non concorda con l’idea di Calenda e Orfini di andare oltre il Pd?

    Penso che la piazza abbia dimostrato che il tema non è superare il Pd, ma costruire insieme un percorso di unità e apertura.

    Con le primarie non tornano le battaglie tra correnti?

    Mi auguro di no, spero che il Congresso possa essere un’occasione non autoreferenziale. Tutti noi dobbiamo avere la tensione ad aprire e a unire.

    Si candiderà alle primarie?

    Mi creda, non è questo il tema. Non metto me stesso prima del progetto. Ho il compito di portare il partito fino al Forum di fine ottobre col massimo sforzo inclusivo. Ci credo tanto, come occasione di elaborazione, come credevo alla piazza di domenica.

    Ma può trarre un frutto da questo sforzo, no?

    Spero che i frutti di questo lavoro faticoso li raccolga il Pd prima di questa o quella persona. La piazza ci fa vedere che c’è un’occasione. Sono convinto che stiamo seminando per la primavera.

    Prima del Forum ci saranno ‘Piazza Grande’ di Zingaretti e la Leopolda di Renzi. Ci andrà?

    Vediamo. L’appello è a costruire ogni momento delle prossime settimane come una ricchezza per tutto il Pd. Che ogni iniziativa porti sempre qualcosa a tutti noi.

    Si sta facendo un’idea di possibili alleanze per le europee?

    Credo che il tema sia partire dalle alleanze sociali per arrivare alle alleanze politiche.

    Magari un fronte antisovranista?

    Credo che dovremmo lavorare per una proposta che si rivolga direttamente alla vita dei cittadini, perché serve una nuova Europa, più sociale. Non farci schiacciare dalla destra che insinua l’idea che noi vogliamo conservare l’esistente. Ma non può esserci sovranità vera per il cittadino italiano fuori dall’ombrello dell’Europa. La domanda è investire sulla nuova Europa o distruggere l’unico progetto che ha dato pace e sviluppo a un continente uscito devastato dalle due guerre mondiali. Bisogna dirlo, perché c’è una generazione europeista nata dentro la storia europea pronta a darci una mano. Chiediamo a loro di essere protagonisti in questa campagna, di essere alla testa di questo impegno. È il momento di uscire dalla penombra per occupare lo spazio pubblico. La sfida è troppo importante per stare a casa.

    Delrio chiede di lasciare spazio alla nuova generazione. Che ne pensa?

    Ha ragione. Ci sono tante nuove esperienze anche nel Pd pronte a raccogliere questa sfida. Abbiamo ragazzi che fanno buona politica. Dobbiamo ripartire da un partito di strada. Dobbiamo essere consapevoli che la posta in gioco è così grande che non possiamo permetterci errori.

    È un appello agli elettori o al Pd?

    Al partito. Ci sono in ballo le sorti del Paese e dell’Europa. Dobbiamo essere all’altezza di questo passaggio storico.

  • Ora basta polemiche. Senza Pd non c’è alternativa

    Intervista a firma di Monica Guerzoni su Il Corriere della sera del 20 settembre 2018

    «Stop».

    Dobbiamo ancora cominciare, segretario Maurizio Martina.

    «Ma io voglio dirlo subito: basta».

    È ancora arrabbiato per il mancato invito alla cena di Carlo Calenda, poi saltata?

    «Non scherziamo. Il problema non sono i nomi, i presenti o gli assenti».

    Però l’ex ministro aveva chiamato Renzi, Gentiloni, Minniti e non lei. Non le riconoscono la leadership?

    «Fermiamo questo dibattito e ripartiamo dalle cose che contano. Dobbiamo avere un grande rispetto per i nostri elettori, per i militanti, per i tanti che ci credono. Giro l’Italia e le persone ci chiedono di stoppare questo dibattito autoreferenziale».

    Fatelo presto. Altrimenti ha ragione Calenda, quando dice che il segretario giusto è uno psichiatra.

    «Smettiamola con queste caricature e cerchiamo di usare parole differenti. Io voglio andare oltre e faccio appello a tutti quelli che hanno voglia di dare una mano. Usciamo da certe logiche astratte e politiciste che ci hanno fatto male. Senza il Pd non c’è l’alternativa a questa destra che fa paura. Voglio che ogni azione sia all’altezza della sfida e chiedo a tutti di fare questo sforzo».

    Perché il 60% degli italiani sta col governo, non con voi?

    «Nel Paese lo spazio dell’alternativa è più grande di quanto non sembri. Questo governo porta l’Italia all’isolamento ed è diventato lo strumento per far saltare il progetto europeo. Di fronte a un rischio epocale, il Pd non può ridursi alle scene di questi giorni. Deve cambiare passo, migliorare, rilanciarsi».

    Per Orfini si deve sciogliere, per Calenda si deve autoestinguere.

    «Non ci estinguiamo e non ci sciogliamo. Dobbiamo aprirci e costruire un nuovo progetto. Quando si pensa al Pd bisogna pensare alle migliaia di persone che tutti i giorni fanno buona politica, si organizzano nei territori, aprono i circoli e amministrano i comuni».

    Perché la voce del Pd in Parlamento non si sente?

    «Noi dobbiamo assolutamente, anche nelle aule parlamentari, rendere sempre più chiaro il nostro profilo di alternativa».

    Occupare l’aula contro una fiducia qualsiasi non è scimmiottare il populismo?

    «No, dovevamo dare battaglia su due sfide fondamentali, vaccini e periferie. Ma ha detto bene Antonio Polito nel suo editoriale sul Corriere. A dieci anni dalla nascita del Pd il mondo è cambiato, è ora di rimettere a fuoco la sfida democratica ripartendo dai più deboli. Anche per questo presenteremo una controproposta di legge di bilancio».

    Cosa ci sarà dentro?

    «Proposte concrete, partendo da giovani, famiglie e investimenti. Un esempio? L’assegno universale per le famiglie, che costa meno di un quinto della flat tax ed è molto più equo. Le poche risorse che ci sono vanno concentrate sui fondamentali dell’equità e della crescita».

    Con quale assetto andrete alle Europee?

    «Orbàn, Salvini e Le Pen propongono la disgregazione dell’Europa. Noi dobbiamo lavorare per una grande alleanza della nuova Europa, anche dopo il voto, dal Pse, a Tsipras e Macron».

    Salvini intercetta le paure degli italiani, voi chiamate in piazza I’«Italia che non ha paura». Cioè, le élite?

    «Per nulla. Dal palco parleranno cittadini con le loro storie d’impegno. La manifestazione del 30 settembre è fondamentale. Faccio appello a tutti perché ci aiutino ad avere una piazza bella, partecipata, popolare, aperta, che sia il segnale della riscossa. Quello slogan segnala la consapevolezza di dover portare il Paese fuori dalla rabbia e dalla paura, sentimenti veri che io non sottovaluto, ma che voglio sconfiggere».

    Invece di dividervi su cene e commensali, perché non fate il congresso?

    «A gennaio, dopo il forum di progetto di ottobre e l’avvio del percorso congressuale, faremo le primarie. Sceglieranno iscritti ed elettori qual è il nostro comune destino, non le interviste di Martina o di altri dirigenti».

    Il 1 ottobre lei si dimetterà? E sfiderà Zingaretti?

    «Come ho sempre detto, il tema non è cosa fa Martina. Proprio perché sono il segretario non ho alcuna intenzione di parlare di me prima di parlare del Pd».

    Renzi parla molto di sé e prepara la sua Leopolda.

    «Siamo un unico partito, dobbiamo smetterla di evocare rappresentazioni che ci dividono e ci fanno sembrare soggetti differenti. Ci si confronta, ma quando si decidere una linea va rispettata da tutti. Una scorciatoia non c’è».

     

  • Pronti a supportare Mattarella. Nessuno si tiri indietro

    «II tempo della propaganda è finito. Ora serve un atto di responsabilità di tutti. Nessuno si può chiamare fuori, in particolare chi ha cantato vittoria dopo il 4 marzo. Noi siamo pronti a supportare l’azione del presidente della Repubblica: il Pd non farà mancare il suo contributo».

    Esclude governi politici?

    «Per noi è impossibile immaginare sostegni a governi politici con Berlusconi, Salvini o Meloni, ma anche con i 5 stelle e con leadership di partiti a noi avversari. Siamo invece disponibili a fare la nostra parte per una soluzione istituzionale, chiedendo a tutti di fare la loro».

    E se lega e 5 stelle si tirassero fuori?

    «Non voglio immaginare scenari, ora è il tempo della responsabilità. Soprattutto da parte di chi ha cantato vittoria. Non è più tempo di giocare a un tatticismo esasperato».

    C’è chi teme che i renziani vogliano un accordo con il centrodestra, mascherato da governo istituzionale.

    «No, il Pd ragionerà unitariamente. Ci muoveremo e non certo in direzione di governi con guide di parte».

    Ma un governo del presidente per fare cosa?

    «Mentre qualcuno parla contro l’Europa siamo nel mezzo del confronto per il rilancio dell’eurozona e quello è il posto dell’Italia. Bisogna affrontare poi il blocco dell’aumento dell’iva, la legge di stabilità, prima ancora il def. e per far questo ci vuole un governo in piena carica».

    Governo a tempo o di legislatura?

    «Credo che nel caso di soluzioni così l’esecutivo debba avere un mandato preciso su alcuni temi fondamentali e quindi difficile sia di legislatura».

    Anche una nuova legge elettorale può far parte di questi temi?

    «Se si potrà aprire un confronto anche sulla legge elettorale, non ci sottrarremo».

    Torniamo al Pd. L’impressione che è dalla direzione sia uscita un’immagine di falsa compattezza.

    «La nostra direzione è stata un momento vero, di confronto. So bene che è stato un passaggio delicato e non mi nascondo che la sfida dell’unità vada confermata ogni giorno. Non mi stancherò mai di lavorare per la collegialità e il rilancio del Pd».

    Eppure Renzi l’ha sfiduciata in tv, sul dialogo con i 5 stelle.

    «Voglio ricordare che quel tentativo era frutto di un mandato preciso e penso ancora che fosse giusto sfidare al confronto i 5 stelle sul terreno del cambiamento. Non era una resa, ma un rilancio. Ora quel passaggio si è esaurito e siamo in un altro scenario».

    Renzi si è detto orgoglioso di aver fatto fallire l’accordo e Franceschini ha giudicato quest’analisi «superficiale». Ha ragione quest’ultimo?

    «Guardi, sono rimasto sorpreso quando ho sentito dire che il confronto sarebbe stato una corsa alle poltrone. Non scherziamo. Usare queste parole è sbagliato».

    Veltroni ha detto che fosse in stato in lui avrebbe sostenuto Cantone.

    «Condivido lo spirito con cui ha fatto le sue riflessioni. Anche Veltroni ha cercato di indicare un percorso di sfida, in particolare verso i 5 stelle».

    Ma sostiene che il Pd è «a un punto limite». Siamo vicini alla scissione?

    «Non credo alla scissione ma non sottovaluto affatto il momento, molto delicato. occorre lavorare subito a una riprogettazione profonda del pd».

    Si dice che lei potrebbe essere «licenziato» e sostituito da Orfini.

    «E da chi? Non rincorro le provocazioni di giornata. Non siamo un partito padronale. Io vado avanti con la tenacia e la passione di sempre. In assemblea ci sarò e non mi tirerò certo indietro. Occorre riscrivere il progetto del Pd anche radicalmente. Poi i delegati decideranno».

    Segretario eletto in assemblea o al congresso con primarie?

    «All’assemblea decideremo se andare a congresso o se eleggere direttamente il segretario. Non decide uno, è una scelta collettiva, perchè a noi serve un vero lavoro costituente».

    Zingaretti, che potrebbe candidarsi, ieri ha lanciato la sua Leopolda.

    «È una personalità di primo piano del Pd. Ci sono tante esperienze che possono dare una mano, la sua è una delle più preziose».

  • Accordandosi con Berlusconi i 5 Stelle hanno perso l’innocenza

    Intervista a firma di Monica Guerzoni su Il Corriere della sera il 25 marzo 2018

    «Scioccato? No…».

    Qual è il suo stato d’animo di fronte alla svolta, segretario Maurizio Martina?
    «Abbiamo assistito a un fatto politico che prefigura potenzialmente una maggioranza. Nei prossimi passi capiremo se si tradurrà in una sfida di governo».

    Elezioni anticipate, o governo Di Maio-Salvini?
    «Ora dovranno spiegare su quali basi programmatiche pensano eventualmente di fare un governo. Per anni i 5 Stelle hanno armato una propaganda frontale contro il centrodestra, il quale invece ha provato a raccontare una distanza dai grillini che, con Salvini, è stata superata. Ora finiscono alibi e ambiguità. Gli antichi simboli sono caduti, l’antiberlusconismo del M5S e la rappresentazione che Forza Italia dava di loro».

    Il patto di potere reggerà?
    «C’è molta incoerenza. Spesso queste forze si sono anche insultate, predicando l’assoluta distanza. Adesso si sono divise gli incarichi istituzionali con trattative nottetempo, secondo un modello da Prima Repubblica. Per i 5 Stelle è la perdita dell’innocenza, perché hanno siglato un’intesa con Berlusconi».

    Eppure avete applaudito con insistenza Roberto Fico. Per il Pd è il male minore?
    «Quando si elegge un presidente è doveroso il rispetto istituzionale. E se cita un tema valoriale fondamentale come l’antifascismo, è normale che scatti un applauso corale».

    Invece la presidente Casellati è la nemica delle unioni civili, che ha lavorato per le leggi ad personam?
    «E giusto segnalare le contraddizioni avute su temi importanti. Ora l’auspicio è che possano assolvere pienamente ai ruoli di garanzia che competono alle loro cariche. Ho rispetto per la seconda carica dello Stato e per il nuovo presidente della Camera, auguro loro buon lavoro».

    Non temete un governo tutto spostato a destra?
    «Certo, per le politiche e per le scelte che potrebbe fare in Italia e in Europa».

    Farete opposizione tuonando contro «grillusconi»?
    «I rapporti di forza sono quelli determinati dal voto. Noi vogliamo rimanere coerenti con i nostri impegni, siamo minoranza parlamentare e ci prepariamo a ripartire uniti. La vera sfida è preparare bene l’alternativa di centrosinistra e incalzare sulle loro grandi contraddizioni».

    Quali?
    «Come stanno insieme il reddito di cittadinanza e la fiat tax, l’europeismo di un pezzo di FI e le barricate di Salvini? Sono programmi da oltre cento miliardi, chi paga? Questa potenziale maggioranza ambigua la dobbiamo sfidare sul terreno della concretezza».

    Hanno provato a trattare con voi per il governo, o no?
    «No, non tocca a noi. E sulle Camere abbiamo cercato di porre la sfida della massima collegialità, ma loro hanno preferito piegare sui rapporti di forza numerici».

    Rosato e Rossomanno hanno chance per le vicepresidenze delle Camere?
    «I nomi li vedremo, quel che è certo è che il Pd proporrà personalità di rilievo».

    Renzi vuole Lotti al Copasir e Boschi in Vigilanza?
    «Faremo un lavoro collegiale e toccherà ai gruppi indicare i candidati per alcuni ruoli. Ma ricordo che non siamo ancora in presenza di una maggioranza di governo».

    I capigruppo saranno Guerini e Marcucci, o accoglierà l’appello di Zanda a non eleggere due renziani?
    «Usciamo da queste categorie, io non ragiono così. Dobbiamo dare ai gruppi lo spazio di una discussione che ci porterà a buone soluzioni».

    Teme il «correntone» di Renzi al Senato?
    «Certe caricature sono distanti dai processi reali che vogliamo animare insieme».

    Gentiloni si è dimesso. E ora, per lui?
    «Gli siamo grati per il lavoro serio e autorevole che ha fatto. Sarà ancora una risorsa preziosa, per il Pd e per l’Italia».

    Ad aprile lei si candiderà alla segreteria?
    «Adesso il mio compito è portare il Pd fino all’assemblea, poi ragioneremo. Di certo, se verrà fatta, non sarà una scelta individuale, ma un ragionamento di squadra».

  • Ripartiamo con un’idea forte di comunità

    Intervista su La Repubblica a firma di Stefano Cappellini del 16 marzo 2018

     

    Maurizio Martina, partiamo dalle basi: bisogna chiamarla segretario o reggente?

    «Segretario non lo sono, su questo deciderà l’assemblea nazionale. Io darò una mano al Pd indipendentemente dal mio incarico».

    Sa cosa dicono molti? Chi gliel’ha fatto fare a Martina di prendersi questa grana?

    «Sì, me l’hanno detto in tanti. Ma io credo davvero che dopo questa sconfitta storica il Pd possa ripartire. Servirà un grande cambio di fase e nuove idee, anzi un vero rovesciamento delle idee guida che ci hanno condotto fin qui. Serviranno umiltà e audacia. Ma soprattuto questo è il tempo dell’orgoglio».

    Per orgoglio dite no all’ipotesi di sostenere un esecutivo guidato dal M55?

    «In passato i 5 Stelle ci hanno detto di tutto. Ma la politica non si fa mai con il risentimento. Il punto è che noi dobbiamo sfidarli sul terreno su cui hanno preso i voti: la domanda di cambiamento. A loro il pallino di trovare una soluzione per il governo, a noi quello di dimostrare da subito che siamo più attrezzati per dare risposta alla domanda».

    In tanti politici, artisti, intellettuali dicono: il Pd ha l’obbligo di sostenere un esecutivo a guida M55.

    «Si rivolgano piuttosto a chi hanno votato e gli chiedano cosa intende fare. Quando Di Maio si stupisce che nessuno lo abbia chiamato, gli dico: sei il leader che ha vinto, chiama tu. Ci sfidiamo su un confronto di merito e, per come la penso io, vediamo perché no. Il 4 marzo ci ha consegnato a una funzione chiara: stare all’opposizione. Il punto è che i 5 Stelle sono entrati nella dimensione dell’ipertattica».

    M55 e Lega minacciano di cambiare la legge elettorale.

    «Bene, spiegheranno ai cittadini che li hanno votati che la loro grande rivoluzione è il cambio del Rosatellum».

    Lo cambierebbero per tornare al voto e ottenere una maggioranza piena.

    «Salvini sa più dei 5 Stelle che tornare al voto dopo aver fallito l’onere di dare un governo al Paese può essere rischioso. Di Maio sembra crederci davvero, di potere prendere ancora più voti. Ma la storia della politica è piena di calcoli a tavolino giusti in teoria e sballati alla prova dei fatti».

    Potete ancora entrare in un gioco di alleanze, magari con il centrodestra, se lo stallo prosegue?

    «Il voto degli italiani ha stabilito la nostra posizione. Lavoreremo dall’opposizione. Non saremo indifferenti a ciò che dirà Mattarella, ma il nostro compito è prepararci a essere minoranza parlamentare e da lì dare un contributo al Paese».

    Franceschini propone di puntare su una legislatura costituente con un governo condiviso da tutti.

    «L’onere di trovare una soluzione non spetta a noi».

    Quindi starete fuori anche dalla partita delle presidenze della Camera.

    «Chiediamo figure autorevoli, non è poco. I rappresentanti M5S che io e Guerini abbiamo incontrato oggi non facevano che ripetere “i cittadini chiedono, i cittadini dicono…”. Però mi pare che il gioco di palazzo, per ora, sia tutto loro».

    Ma è il Pd che gli elettori hanno considerato il partito del Palazzo.

    «Vero, purtroppo. Alle volte il confine tra responsabilità ed establishment può essere labile. Siamo stati percepiti troppo come coloro che difendono il benessere di chi già ce l’ha. L’analisi del voto lo conferma: facciamo fatica nelle periferie, negli strati più deboli. Non si può che ripartire da lì».

    E come?

    «Servono occhiali nuovi per leggere la realtà. Non basta la crescita per ridurre le disuguaglianze. Deve venire prima il capitale sociale e poi quello economico. Siamo cresciuti in una sinistra che riteneva automatico che pil e dati macroeconomici portassero con sé il miglioramento delle condizioni di vita delle persone. I governi di centrosinistra hanno portato dati reali positivi, eppure siamo stati bocciati. Il voto ci ha sbattuto in faccia questo cambio di paradigma».

    Calenda dice che, a spiegare al tornitore che la globalizzazione è un’opportunità, lo si regala alla destra.

    «Ha ragione. Non basta più alzare la bandiera della società aperta. Il mito cosmopolita non è più sufficiente a spiegare il cambiamento che la gente vive. Abbiamo regalato alla destra il bisogno di protezione. Una destra che ha cambiato pelle in ragione della nuova stagione, passando dal postliberismo all’identitarismo, e ha fatto della chiusura la sua parola d’ordine. La sinistra, invece, non ha la sua nuova bandiera».

    Vuole spostare il Pd più a sinistra?

    «Quelli che spiegavano che il problema era semplicemente spostarsi a sinistra cos’hanno raccolto? Niente. Per me è vecchio anche il blairisimo, così come non basta più la socialdemocrazia. Ci serve un po’ di radicalità nelle idee. Ora dobbiamo ripartire con una idea forte di comunità. Interpretare l’articolo 3 della Costituzione, sulla rimozione degli ostacoli all’uguaglianza. Serviranno energie esterne al Pd, ma soprattutto un partito che torni a essere utile».

    Utile?

    «Serve un Pd che fa progetti di comunità, che mobilita su obiettivi che cambiano la vita quotidiana delle persone. Davvero crediamo che i 5 Stelle abbiano preso un voto su due al Mezzogiorno solo per il reddito di cittadinanza? Per me la risposta continua a essere il lavoro di cittadinanza, ma non mi basta dirlo nei convegni. C’è bisogno di un partito che sul territorio sappia essere soggetto attivo dei legami sociali, del valore condiviso, non un corpo estraneo».

    ll congresso slitta al 2019?

    «Anche su questo deciderà l’assemblea. Il congresso ci sarà, però dobbiamo dirci che non basterà una domenica ai gazebo per risolvere i problemi. Ha ragione Chiamparino, servono anche strumenti di democrazia diretta».

    Volete copiare il M5S?

    «Quello mi sembra un modello con grandi lacune. Penso piuttosto alla Spd, che ha costruito alcuni passaggi chiave con la partecipazione diretta degli iscritti».

    Tutto bello, ma lei fin qui è stato vicesegretario di Renzi. Nulla da rimproverarsi?

    «Abbiamo commesso sicuramente più dì un errore, da Renzi in giù, tutti. Ma attenzione a cercare capri espiatori, senza Renzi l’argine del Pd sarebbe crollato con quattro anni di anticipo».

    Renzi ha costruito un partito basato sul consenso personale al leader. Sarà dura rimodellarlo.

    «Ci sto a una riflessiona nuova su come interpretare il rapporto tra leadership e comunità. Ma oggi più di ieri non basta un nuovo leader per voltare pagina».

    Si candiderà alle primarie?

    «Non lo so. Io ci sarò con qualunque ruolo. Voglio solo dare una mano. Chiedo unità, offro unità. La collegialità deve tornare a essere un valore».

    Sa cosa si dice di lei? Bravo, ma un po’ noioso.

    «Noioso? Spero di poter smentire. Anche perché non mi pare che ci si possa annoiare di questi tempi».

  • “I dem saranno in strada con i partigiani. I neofascisti vanno isolati”

    (Intervista pubblicata su La Repubblica del 23.02.2018 a firma di Giovanna Casadio)

    «Non sottovaluto la questione posta dall’Anpi sullo scioglimento di gruppi di estrema destra. Sulla discussione se dovessero essere in lizza o meno alle elezioni, le leggi vigenti dello Stato già indicano cosa fare. Alcuni movimenti come Ordine Nuovo sono già stati sciolti dalla magistratura. Certo, se la legge Fiano fosse in vigore avremmo qualche strumento in più oggi. A noi tutti poi spetta il compito di muovere le coscienze e di battere culturalmente e socialmente razzismi e neo fascismi». Maurizio Martina, il vice segretario del Pd, sarà alla manifestazione antifascista di domani a Roma. I dem del resto hanno mobilitato sindaci e militanti e anche Matteo Renzi sarà in piazza.

    Martina, è preoccupato per la manifestazione in questo clima di violenza politica?

    «Abbiamo aderito dal primo minuto all’appello dell’Anpi “Mai più fascismi, mai più razzismi”. Stiamo in queste ore componendo la squadra delle presenze in piazza, ci siamo mobilitati nel modo più capillare possibile. Dobbiamo lavorare perché la giornata di sabato sia di impegno democratico ecivico».

    Come se l’aspetta la mobilitazione?

    «Una grande partecipazione popolare, consapevole, pacifica, bela e all’insegna di parole chiare contro ogni violenza, razzismo, neofascismo. Sono le parole con cui è partitala mobilitazione della piazza unitaria e democratica».

    Gli episodi di teppismo politico stanno avvelenando questa fine di campagna elettorale.

    «Il Pd ha immediatamente manifestato il rifiuto di ogni violenza da qualsiasi parte provenga, in qualsiasi direzione vada. Non dobbiamo dare spazio alle degenerazioni violente. Sarebbe bene che chi sta nello spazio pubblico pesi le parole che usa. Ritengo che tutte le forze politiche debbano evitare un linguaggio violento».

    La destra dice che il fascismo è morto e sepolto. É un fatto storico.

    «No. Ci sono fenomeni inquietanti che non vanno sottovalutati e noi dem rilanciamo il filo di un impegno che ci ha portato a organizzare la marcia antifascista di dicembre a Como, a non sottovalutare il grave episodio di Macerata e ora a Roma per dare un segno nazionale di consapevolezza e di impegno. Dovremmo riflettere tutti e discuterne oltre gli schieramenti, oltre gli steccati”.

    L’Anpi chiede che siano sciolti gruppi come CasaPound e Forza Nuova.

    «Segui: mo le leggi, ci sono riferimenti chiari. Abbiamo dal punto di vista normativo tutti gli strumenti per agire».

    C’è il rischio che la manifestazione di sabato aumenti le tensioni?

    «In un paese grande e forte come l’Italia una partecipazione diffusa e popolare è la migliore risposta»

    Andrebbero vietate le manifestazione dell’estrema destra?

    «Lo Stato ha regole e strumenti per distinguere ció che si può manifestare da ciò che non si può manifestare. Di certo chi si richiama al fascismo va fermato».

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