• Pronti a supportare Mattarella. Nessuno si tiri indietro

    «II tempo della propaganda è finito. Ora serve un atto di responsabilità di tutti. Nessuno si può chiamare fuori, in particolare chi ha cantato vittoria dopo il 4 marzo. Noi siamo pronti a supportare l’azione del presidente della Repubblica: il Pd non farà mancare il suo contributo».

    Esclude governi politici?

    «Per noi è impossibile immaginare sostegni a governi politici con Berlusconi, Salvini o Meloni, ma anche con i 5 stelle e con leadership di partiti a noi avversari. Siamo invece disponibili a fare la nostra parte per una soluzione istituzionale, chiedendo a tutti di fare la loro».

    E se lega e 5 stelle si tirassero fuori?

    «Non voglio immaginare scenari, ora è il tempo della responsabilità. Soprattutto da parte di chi ha cantato vittoria. Non è più tempo di giocare a un tatticismo esasperato».

    C’è chi teme che i renziani vogliano un accordo con il centrodestra, mascherato da governo istituzionale.

    «No, il Pd ragionerà unitariamente. Ci muoveremo e non certo in direzione di governi con guide di parte».

    Ma un governo del presidente per fare cosa?

    «Mentre qualcuno parla contro l’Europa siamo nel mezzo del confronto per il rilancio dell’eurozona e quello è il posto dell’Italia. Bisogna affrontare poi il blocco dell’aumento dell’iva, la legge di stabilità, prima ancora il def. e per far questo ci vuole un governo in piena carica».

    Governo a tempo o di legislatura?

    «Credo che nel caso di soluzioni così l’esecutivo debba avere un mandato preciso su alcuni temi fondamentali e quindi difficile sia di legislatura».

    Anche una nuova legge elettorale può far parte di questi temi?

    «Se si potrà aprire un confronto anche sulla legge elettorale, non ci sottrarremo».

    Torniamo al Pd. L’impressione che è dalla direzione sia uscita un’immagine di falsa compattezza.

    «La nostra direzione è stata un momento vero, di confronto. So bene che è stato un passaggio delicato e non mi nascondo che la sfida dell’unità vada confermata ogni giorno. Non mi stancherò mai di lavorare per la collegialità e il rilancio del Pd».

    Eppure Renzi l’ha sfiduciata in tv, sul dialogo con i 5 stelle.

    «Voglio ricordare che quel tentativo era frutto di un mandato preciso e penso ancora che fosse giusto sfidare al confronto i 5 stelle sul terreno del cambiamento. Non era una resa, ma un rilancio. Ora quel passaggio si è esaurito e siamo in un altro scenario».

    Renzi si è detto orgoglioso di aver fatto fallire l’accordo e Franceschini ha giudicato quest’analisi «superficiale». Ha ragione quest’ultimo?

    «Guardi, sono rimasto sorpreso quando ho sentito dire che il confronto sarebbe stato una corsa alle poltrone. Non scherziamo. Usare queste parole è sbagliato».

    Veltroni ha detto che fosse in stato in lui avrebbe sostenuto Cantone.

    «Condivido lo spirito con cui ha fatto le sue riflessioni. Anche Veltroni ha cercato di indicare un percorso di sfida, in particolare verso i 5 stelle».

    Ma sostiene che il Pd è «a un punto limite». Siamo vicini alla scissione?

    «Non credo alla scissione ma non sottovaluto affatto il momento, molto delicato. occorre lavorare subito a una riprogettazione profonda del pd».

    Si dice che lei potrebbe essere «licenziato» e sostituito da Orfini.

    «E da chi? Non rincorro le provocazioni di giornata. Non siamo un partito padronale. Io vado avanti con la tenacia e la passione di sempre. In assemblea ci sarò e non mi tirerò certo indietro. Occorre riscrivere il progetto del Pd anche radicalmente. Poi i delegati decideranno».

    Segretario eletto in assemblea o al congresso con primarie?

    «All’assemblea decideremo se andare a congresso o se eleggere direttamente il segretario. Non decide uno, è una scelta collettiva, perchè a noi serve un vero lavoro costituente».

    Zingaretti, che potrebbe candidarsi, ieri ha lanciato la sua Leopolda.

    «È una personalità di primo piano del Pd. Ci sono tante esperienze che possono dare una mano, la sua è una delle più preziose».

  • Accordandosi con Berlusconi i 5 Stelle hanno perso l’innocenza

    Intervista a firma di Monica Guerzoni su Il Corriere della sera il 25 marzo 2018

    «Scioccato? No…».

    Qual è il suo stato d’animo di fronte alla svolta, segretario Maurizio Martina?
    «Abbiamo assistito a un fatto politico che prefigura potenzialmente una maggioranza. Nei prossimi passi capiremo se si tradurrà in una sfida di governo».

    Elezioni anticipate, o governo Di Maio-Salvini?
    «Ora dovranno spiegare su quali basi programmatiche pensano eventualmente di fare un governo. Per anni i 5 Stelle hanno armato una propaganda frontale contro il centrodestra, il quale invece ha provato a raccontare una distanza dai grillini che, con Salvini, è stata superata. Ora finiscono alibi e ambiguità. Gli antichi simboli sono caduti, l’antiberlusconismo del M5S e la rappresentazione che Forza Italia dava di loro».

    Il patto di potere reggerà?
    «C’è molta incoerenza. Spesso queste forze si sono anche insultate, predicando l’assoluta distanza. Adesso si sono divise gli incarichi istituzionali con trattative nottetempo, secondo un modello da Prima Repubblica. Per i 5 Stelle è la perdita dell’innocenza, perché hanno siglato un’intesa con Berlusconi».

    Eppure avete applaudito con insistenza Roberto Fico. Per il Pd è il male minore?
    «Quando si elegge un presidente è doveroso il rispetto istituzionale. E se cita un tema valoriale fondamentale come l’antifascismo, è normale che scatti un applauso corale».

    Invece la presidente Casellati è la nemica delle unioni civili, che ha lavorato per le leggi ad personam?
    «E giusto segnalare le contraddizioni avute su temi importanti. Ora l’auspicio è che possano assolvere pienamente ai ruoli di garanzia che competono alle loro cariche. Ho rispetto per la seconda carica dello Stato e per il nuovo presidente della Camera, auguro loro buon lavoro».

    Non temete un governo tutto spostato a destra?
    «Certo, per le politiche e per le scelte che potrebbe fare in Italia e in Europa».

    Farete opposizione tuonando contro «grillusconi»?
    «I rapporti di forza sono quelli determinati dal voto. Noi vogliamo rimanere coerenti con i nostri impegni, siamo minoranza parlamentare e ci prepariamo a ripartire uniti. La vera sfida è preparare bene l’alternativa di centrosinistra e incalzare sulle loro grandi contraddizioni».

    Quali?
    «Come stanno insieme il reddito di cittadinanza e la fiat tax, l’europeismo di un pezzo di FI e le barricate di Salvini? Sono programmi da oltre cento miliardi, chi paga? Questa potenziale maggioranza ambigua la dobbiamo sfidare sul terreno della concretezza».

    Hanno provato a trattare con voi per il governo, o no?
    «No, non tocca a noi. E sulle Camere abbiamo cercato di porre la sfida della massima collegialità, ma loro hanno preferito piegare sui rapporti di forza numerici».

    Rosato e Rossomanno hanno chance per le vicepresidenze delle Camere?
    «I nomi li vedremo, quel che è certo è che il Pd proporrà personalità di rilievo».

    Renzi vuole Lotti al Copasir e Boschi in Vigilanza?
    «Faremo un lavoro collegiale e toccherà ai gruppi indicare i candidati per alcuni ruoli. Ma ricordo che non siamo ancora in presenza di una maggioranza di governo».

    I capigruppo saranno Guerini e Marcucci, o accoglierà l’appello di Zanda a non eleggere due renziani?
    «Usciamo da queste categorie, io non ragiono così. Dobbiamo dare ai gruppi lo spazio di una discussione che ci porterà a buone soluzioni».

    Teme il «correntone» di Renzi al Senato?
    «Certe caricature sono distanti dai processi reali che vogliamo animare insieme».

    Gentiloni si è dimesso. E ora, per lui?
    «Gli siamo grati per il lavoro serio e autorevole che ha fatto. Sarà ancora una risorsa preziosa, per il Pd e per l’Italia».

    Ad aprile lei si candiderà alla segreteria?
    «Adesso il mio compito è portare il Pd fino all’assemblea, poi ragioneremo. Di certo, se verrà fatta, non sarà una scelta individuale, ma un ragionamento di squadra».

  • Ripartiamo con un’idea forte di comunità

    Intervista su La Repubblica a firma di Stefano Cappellini del 16 marzo 2018

     

    Maurizio Martina, partiamo dalle basi: bisogna chiamarla segretario o reggente?

    «Segretario non lo sono, su questo deciderà l’assemblea nazionale. Io darò una mano al Pd indipendentemente dal mio incarico».

    Sa cosa dicono molti? Chi gliel’ha fatto fare a Martina di prendersi questa grana?

    «Sì, me l’hanno detto in tanti. Ma io credo davvero che dopo questa sconfitta storica il Pd possa ripartire. Servirà un grande cambio di fase e nuove idee, anzi un vero rovesciamento delle idee guida che ci hanno condotto fin qui. Serviranno umiltà e audacia. Ma soprattuto questo è il tempo dell’orgoglio».

    Per orgoglio dite no all’ipotesi di sostenere un esecutivo guidato dal M55?

    «In passato i 5 Stelle ci hanno detto di tutto. Ma la politica non si fa mai con il risentimento. Il punto è che noi dobbiamo sfidarli sul terreno su cui hanno preso i voti: la domanda di cambiamento. A loro il pallino di trovare una soluzione per il governo, a noi quello di dimostrare da subito che siamo più attrezzati per dare risposta alla domanda».

    In tanti politici, artisti, intellettuali dicono: il Pd ha l’obbligo di sostenere un esecutivo a guida M55.

    «Si rivolgano piuttosto a chi hanno votato e gli chiedano cosa intende fare. Quando Di Maio si stupisce che nessuno lo abbia chiamato, gli dico: sei il leader che ha vinto, chiama tu. Ci sfidiamo su un confronto di merito e, per come la penso io, vediamo perché no. Il 4 marzo ci ha consegnato a una funzione chiara: stare all’opposizione. Il punto è che i 5 Stelle sono entrati nella dimensione dell’ipertattica».

    M55 e Lega minacciano di cambiare la legge elettorale.

    «Bene, spiegheranno ai cittadini che li hanno votati che la loro grande rivoluzione è il cambio del Rosatellum».

    Lo cambierebbero per tornare al voto e ottenere una maggioranza piena.

    «Salvini sa più dei 5 Stelle che tornare al voto dopo aver fallito l’onere di dare un governo al Paese può essere rischioso. Di Maio sembra crederci davvero, di potere prendere ancora più voti. Ma la storia della politica è piena di calcoli a tavolino giusti in teoria e sballati alla prova dei fatti».

    Potete ancora entrare in un gioco di alleanze, magari con il centrodestra, se lo stallo prosegue?

    «Il voto degli italiani ha stabilito la nostra posizione. Lavoreremo dall’opposizione. Non saremo indifferenti a ciò che dirà Mattarella, ma il nostro compito è prepararci a essere minoranza parlamentare e da lì dare un contributo al Paese».

    Franceschini propone di puntare su una legislatura costituente con un governo condiviso da tutti.

    «L’onere di trovare una soluzione non spetta a noi».

    Quindi starete fuori anche dalla partita delle presidenze della Camera.

    «Chiediamo figure autorevoli, non è poco. I rappresentanti M5S che io e Guerini abbiamo incontrato oggi non facevano che ripetere “i cittadini chiedono, i cittadini dicono…”. Però mi pare che il gioco di palazzo, per ora, sia tutto loro».

    Ma è il Pd che gli elettori hanno considerato il partito del Palazzo.

    «Vero, purtroppo. Alle volte il confine tra responsabilità ed establishment può essere labile. Siamo stati percepiti troppo come coloro che difendono il benessere di chi già ce l’ha. L’analisi del voto lo conferma: facciamo fatica nelle periferie, negli strati più deboli. Non si può che ripartire da lì».

    E come?

    «Servono occhiali nuovi per leggere la realtà. Non basta la crescita per ridurre le disuguaglianze. Deve venire prima il capitale sociale e poi quello economico. Siamo cresciuti in una sinistra che riteneva automatico che pil e dati macroeconomici portassero con sé il miglioramento delle condizioni di vita delle persone. I governi di centrosinistra hanno portato dati reali positivi, eppure siamo stati bocciati. Il voto ci ha sbattuto in faccia questo cambio di paradigma».

    Calenda dice che, a spiegare al tornitore che la globalizzazione è un’opportunità, lo si regala alla destra.

    «Ha ragione. Non basta più alzare la bandiera della società aperta. Il mito cosmopolita non è più sufficiente a spiegare il cambiamento che la gente vive. Abbiamo regalato alla destra il bisogno di protezione. Una destra che ha cambiato pelle in ragione della nuova stagione, passando dal postliberismo all’identitarismo, e ha fatto della chiusura la sua parola d’ordine. La sinistra, invece, non ha la sua nuova bandiera».

    Vuole spostare il Pd più a sinistra?

    «Quelli che spiegavano che il problema era semplicemente spostarsi a sinistra cos’hanno raccolto? Niente. Per me è vecchio anche il blairisimo, così come non basta più la socialdemocrazia. Ci serve un po’ di radicalità nelle idee. Ora dobbiamo ripartire con una idea forte di comunità. Interpretare l’articolo 3 della Costituzione, sulla rimozione degli ostacoli all’uguaglianza. Serviranno energie esterne al Pd, ma soprattutto un partito che torni a essere utile».

    Utile?

    «Serve un Pd che fa progetti di comunità, che mobilita su obiettivi che cambiano la vita quotidiana delle persone. Davvero crediamo che i 5 Stelle abbiano preso un voto su due al Mezzogiorno solo per il reddito di cittadinanza? Per me la risposta continua a essere il lavoro di cittadinanza, ma non mi basta dirlo nei convegni. C’è bisogno di un partito che sul territorio sappia essere soggetto attivo dei legami sociali, del valore condiviso, non un corpo estraneo».

    ll congresso slitta al 2019?

    «Anche su questo deciderà l’assemblea. Il congresso ci sarà, però dobbiamo dirci che non basterà una domenica ai gazebo per risolvere i problemi. Ha ragione Chiamparino, servono anche strumenti di democrazia diretta».

    Volete copiare il M5S?

    «Quello mi sembra un modello con grandi lacune. Penso piuttosto alla Spd, che ha costruito alcuni passaggi chiave con la partecipazione diretta degli iscritti».

    Tutto bello, ma lei fin qui è stato vicesegretario di Renzi. Nulla da rimproverarsi?

    «Abbiamo commesso sicuramente più dì un errore, da Renzi in giù, tutti. Ma attenzione a cercare capri espiatori, senza Renzi l’argine del Pd sarebbe crollato con quattro anni di anticipo».

    Renzi ha costruito un partito basato sul consenso personale al leader. Sarà dura rimodellarlo.

    «Ci sto a una riflessiona nuova su come interpretare il rapporto tra leadership e comunità. Ma oggi più di ieri non basta un nuovo leader per voltare pagina».

    Si candiderà alle primarie?

    «Non lo so. Io ci sarò con qualunque ruolo. Voglio solo dare una mano. Chiedo unità, offro unità. La collegialità deve tornare a essere un valore».

    Sa cosa si dice di lei? Bravo, ma un po’ noioso.

    «Noioso? Spero di poter smentire. Anche perché non mi pare che ci si possa annoiare di questi tempi».

  • “I dem saranno in strada con i partigiani. I neofascisti vanno isolati”

    (Intervista pubblicata su La Repubblica del 23.02.2018 a firma di Giovanna Casadio)

    «Non sottovaluto la questione posta dall’Anpi sullo scioglimento di gruppi di estrema destra. Sulla discussione se dovessero essere in lizza o meno alle elezioni, le leggi vigenti dello Stato già indicano cosa fare. Alcuni movimenti come Ordine Nuovo sono già stati sciolti dalla magistratura. Certo, se la legge Fiano fosse in vigore avremmo qualche strumento in più oggi. A noi tutti poi spetta il compito di muovere le coscienze e di battere culturalmente e socialmente razzismi e neo fascismi». Maurizio Martina, il vice segretario del Pd, sarà alla manifestazione antifascista di domani a Roma. I dem del resto hanno mobilitato sindaci e militanti e anche Matteo Renzi sarà in piazza.

    Martina, è preoccupato per la manifestazione in questo clima di violenza politica?

    «Abbiamo aderito dal primo minuto all’appello dell’Anpi “Mai più fascismi, mai più razzismi”. Stiamo in queste ore componendo la squadra delle presenze in piazza, ci siamo mobilitati nel modo più capillare possibile. Dobbiamo lavorare perché la giornata di sabato sia di impegno democratico ecivico».

    Come se l’aspetta la mobilitazione?

    «Una grande partecipazione popolare, consapevole, pacifica, bela e all’insegna di parole chiare contro ogni violenza, razzismo, neofascismo. Sono le parole con cui è partitala mobilitazione della piazza unitaria e democratica».

    Gli episodi di teppismo politico stanno avvelenando questa fine di campagna elettorale.

    «Il Pd ha immediatamente manifestato il rifiuto di ogni violenza da qualsiasi parte provenga, in qualsiasi direzione vada. Non dobbiamo dare spazio alle degenerazioni violente. Sarebbe bene che chi sta nello spazio pubblico pesi le parole che usa. Ritengo che tutte le forze politiche debbano evitare un linguaggio violento».

    La destra dice che il fascismo è morto e sepolto. É un fatto storico.

    «No. Ci sono fenomeni inquietanti che non vanno sottovalutati e noi dem rilanciamo il filo di un impegno che ci ha portato a organizzare la marcia antifascista di dicembre a Como, a non sottovalutare il grave episodio di Macerata e ora a Roma per dare un segno nazionale di consapevolezza e di impegno. Dovremmo riflettere tutti e discuterne oltre gli schieramenti, oltre gli steccati”.

    L’Anpi chiede che siano sciolti gruppi come CasaPound e Forza Nuova.

    «Segui: mo le leggi, ci sono riferimenti chiari. Abbiamo dal punto di vista normativo tutti gli strumenti per agire».

    C’è il rischio che la manifestazione di sabato aumenti le tensioni?

    «In un paese grande e forte come l’Italia una partecipazione diffusa e popolare è la migliore risposta»

    Andrebbero vietate le manifestazione dell’estrema destra?

    «Lo Stato ha regole e strumenti per distinguere ció che si può manifestare da ciò che non si può manifestare. Di certo chi si richiama al fascismo va fermato».

  • «Con il premier in squadra possiamo fare la differenza Prodi? Conta essere uniti»

    (Intervista pubblicata su Il Corriere della Sera del 22.02.18 a firma di Cesare Zapperi)

    Dopo Romano Prodi, anche Giorgio Napolitano è sceso in campo perché Paolo Gentiloni sia il presidente del Consiglio dopo il 4 marzo. E il Pd che fa?

    «Noi offriamo al Paese una squadra — risponde Maurizio Martina, vicesegretario dem — e personalità di spicco come quella del premier. Paolo è un protagonista assoluto del Pd».

    Ma Renzi finora non si è spinto a dire: è il nostro candidato premier.

    «Riconosciamo tutti la centralità dell’esperienza di governo di Gentiloni. Come altri, penso che abbiamo la possibilità di schierare una squadra che, anche grazie a Paolo, può fare la differenza».

    Perché non investirlo direttamente del ruolo come fanno Prodi e Napolitano, allora?

    «Gentiloni è e sarà fondamentale in questa partita».

    E quindi…

    «C’è il rispetto della Costituzione e dei ruoli. Del premier del futuro si discuterà dopo il 4 marzo. Per questo, è fondamentale arrivare a quel giorno con un Pd più forte perché siamo l’unico partito che può garantire un Paese stabile».

    I sondaggi, però, non promettono bene.

    «Giro l’Italia e dovunque raccolgo l’interesse di molti a dare una mano al Pd. I nostri programmi sono altra cosa rispetto alle risposte pericolose e sbagliate degli avversari».

    Su cosa puntate per far leva sugli elettori?

    «Sulla serietà e concretezza delle nostre proposte rispetto alle illusioni degli altri. Vogliamo parlare della flat tax, per esempio? Al di là che ognuno nella destra stabilisce un’aliquota diversa, è un meccanismo profondamente iniquo. Per contro, noi proponiamo una riforma fiscale che sostenga le famiglie e le imprese. Nel solco delle scelte utili di questi anni».

    Altri temi, così a spot.

    «Ci battiamo per la centralità assoluta del lavoro e della sua qualità, puntando sulla stabilizzazione dei contratti. E poi proponiamo il salario minimo universale e per l’estensione del reddito di inclusione».

    Perché non riuscite a trovare un’intesa con Leu?

    «Ho visto che sono andati da Corbyn. Vorrei ricordare loro che lui non ha mai lasciato i laburisti nonostante le profonde differenze con la leadership fin dai tempi di Blair. Credo che gli elettori sanzioneranno le loro scelte divisive».

    Anche Prodi non capisce.

    «Condivido la posizione di Romano e il suo sostegno ad una coalizione plurale per una vittoria comune».

    Però nemmeno lui vota Pd.

    «Il padre dell’Ulivo ci richiama tutti all’unità, questo è ciò che conta».

    Per il centrodestra il Pd ha perso centralità.

    «A me pare solo un’armata brancaleone in cui si è divisi sia sui programmi che sulla leadership. Oltretutto, con uno sbilanciamento netto verso l’ala populista che già genera instabilità».

    E se, in assenza di una maggioranza, foste costretti alle larghe intese?

    «Non è questa la nostra prospettiva. Ribadisco: più forte sarà il Pd il 4 marzo e più sarà in grado di determinare le condizioni di avvio della nuova legislatura».

    Senza maggioranza autonoma dovrete aprirvi: meglio Forza Italia o il Movimento 5 Stelle?

    «Queste ipotesi non sono sul tavolo. Noi ci impegniamo allo spasimo perché il Pd si confermi il perno centrale del Paese».

    Volete essere voi a dare le carte?

    «Rispondo così: più forte sarà il Pd, più stabile sarà l’Italia».

  • I dazi? Una follia per le imprese. Il lavoro è la priorità

    Intervista pubblicata su Eco di Bergamo del 4 febbraio 2018 a firma di Franco Cattaneo

    La proposta di Salvini di rimettere i dazi è un danno per il Paese e soprattutto per il Nord. Parte da qui l’analisi di Maurizio Martina, ministro delle Politiche e agricole e vice segretario Pd.

    Un danno in che termini?
    L’Italia, che ha una bilancia commerciale in surplus, cioè in positivo di 50 miliardi, non può permettersi questa follia. Per fortuna in Europa nessun Paese può decidere da solo. Avremmo conseguenze devastanti specie per la piccola e media impresa del Nord la cui forza sta proprio nell’export. Questo tessuto sarebbe il primo ad essere colpito dalla reazione dei Paesi terzi, perché a quel punto anche loro alzerebbero le barriere protettive a nostro danno.

    Agricoltura compresa.
    Certo, un danno aggiuntivo dopo che in questa legislatura la prospettiva agroalimentare è tornata al centro delle scelte pubbliche, anche perché quando siamo partiti, nel 2013, avevamo alle spalle 7 titolari dell’Agricoltura in 7 anni. Cito tre dati di cui sono orgoglioso. Nel 2017 l’Italia ha stabilito il record dell’export in questo settore, passando dai 33 miliardi di euro del 2013 agli attuali 41. La redditività media per impresa è aumentata da 30 mila euro a 35 mila. Sottolineo poi l’aspetto più importante: solo l’anno scorso ci sono stati 10 mila nuovi giovani imprenditori agricoli, confermando la leadership italiana in Europa. Abbiamo fatto scelte concrete, come la cancellazione di Imu, Irap e Irpef agricole che valevano un miliardo di euro all’anno e introdotto l’origine obbligatoria in etichetta per latte, formaggi, pasta, riso. Resta ancora molto da fare, ma il nostro impegno ha prodotto frutti importanti: una semina che ha bisogno di continuità.

    Tutti puntano alla riduzione della pressione fiscale: la flat tax, la tassa piatta, sembra allettante.
    Salvini e Berlusconi dimenticano di dire che in questo caso il 50% del beneficio fiscale andrebbe al 5% dei contribuenti, cioè ai super ricchi: è inaccettabile per un’evidente questione di equità. Noi proponiamo serietà e responsabilità, mentre I nostri avversari che promettono tutto a tutti, costretti ad inventarsi un nemico e a spararla grossa. In questi anni abbiamo lavorato molto e i risultati ci sono stati. Non possiamo disperdere un patrimonio di serietà e competenze. E’ necessario affrontare la nuova fase con un governo di centrosinistra, capace di giocare il proprio ruolo nello scenario nuovo che s’è aperto in Europa con Macron e con la ridefinizione della Grande coalizione in Germania.

    In testa al vostro programma c’è il lavoro.
    Priorità assoluta all’occupazione e al rilancio economico-sociale per consolidare la ripresa, redistribuendone i dividendi al ceto medio, alle famiglie e a chi fa più fatica. Scelte possibili e realistiche, non fantasie, di cui indichiamo le coperture finanziarie nel quadro della sostenibilità del risanamento dei conti pubblici. Il complesso delle risorse che mettiamo in campo è pari a quelle impegnate in questi anni. Proponiamo il taglio del costo del lavoro a tempo indeterminato: un punto percentuale in meno di cuneo fiscale ogni anno per 4 anni in modo da scendere dal 33% al 29% dei contributi. Per le imprese, ulteriore riduzione di Ires e Iri per portarla dal 24% al 22%. Quanto alle famiglie, pensiamo ad un assegno universale per i figli, con un beneficio tra i mille e i 3 mila euro in base all’età e alla composizione dei nuclei.

    Nella vostra gerarchia qual è il principale avversario?
    Gli estremisti della destra e i 5 Stelle. Nel nuovo corso che si va prospettando in Europa, l’Italia sarebbe a rischio con le avventure alla Salvini e alla Di Maio. Il centrodestra è, nei fatti e nel linguaggio, la destra egemonizzata dalle parole d’ordine di questa Lega. Di Maio non è credibile: un giorno parla delle larghe intese, il giorno dopo smentisce se stesso. Vogliamo contrastare scelte al buio che farebbero male al Paese e ai nostri territori, in una fase in cui abbiamo la possibilità di collocarci alla testa della nuova stagione europea.

  • No ai dazi che fanno male al Made in Italy, sì all’etichettatura di origine su tutto e per tutti

    Intervista pubblicata su Italia Oggi del 31 gennaio 2018 a firma di Luigi Chiarello

    Avete presentato i distretti del cibo. Perché dovrebbero garantire qualcosa in più sull’agroalimentare rispetto ai territori vocati dai disciplinare di produzione?

    I distretti del cibo sono uno strumento innovativo per lo sviluppo di tutto il territorio, sulla base di programmi di investimento e progettazione partecipata. Saranno utili anche nelle aree dove ci sono prodotti a indicazione geografica, perché saranno in grado di potenziare meglio tutte le filiere distrettuali. Basta guardare all’esempio della Maremma.

    Cosa è successo lì?

    Grazie al distretto si è passati da 70 a 800 agriturismi, la superficie vitata è aumentata di 3 mila ettari così come quella olivetata. Sono arrivati anche investitori da fuori regione. Un impatto sul territorio frutto delle scelte di comunità intere, che lavorano insieme sulla base di un progetto.

    La totale detassazione del settore è stata confermata anche con la legge di Bilancio 2018. Le imprese ne sono felici, ma resta un dubbio: tutto questo non rischia di generare un tessuto imprenditoriale che non compete su competitività e fatturato, ma si basa sull’assistenzialismo statale?

    Credo si debba smettere di pensare agli investimenti in agricoltura come assistenzialismo. Se non dedicassimo risorse alla tutela del reddito dei nostri agricoltori, il Made in Italy agroalimentare semplicemente non esisterebbe. La nostra scelta di taglio fiscale è a supporto della competitività delle aziende. Se c’è ancora un fronte sul quale bisogna lavorare molto è quello dell’organizzazione e dell’aggregazione.

    La legge di Bilancio 2018 consente anche alle aziende agricole di vendere alimenti trasformati: i commercianti si sono risentiti?

    Se parliamo di competitività delle imprese agricole, dobbiamo favorire la multifunzionalità, l’integrazione al reddito attraverso attività che valorizzino il prodotto agricolo. Su questo lavoriamo e mi auguro che sui territori ci sia voglia di fare squadra, di integrare le esperienze di impresa. In particolare nelle filiere agroalimentari.

    Altra misura rilevante è la tassazione a forfait per lva (50% sull’Iva sui corrispettivi) e redditi (imponibile al 25% dei corrispettivi) per l’attività enoturistica, che acquisisce una definizione tutta sua. Che ricaduta vi attendete?

    C’era bisogno di una regolamentazione chiara per l’enoturismo, uno straordinario settore in crescita. Finalmente ci sono regole e opportunità. Credo che assieme al Testo unico del vino sia stato un intervento utile per un sistema che vale più di 14 miliardi di euro.

    C’è poi il bonus verde; per la prima volta si sostiene l’attività fiorovivaistica con un credito per la tutela del verde condominiale. La misura sarà stabilizzata?

    È un obiettivo sul quale puntiamo. Curare il verde privato e pubblico è una scelta non solo economica, ma culturale. Non si tratta solo di sostenere una filiera da 100 mila addetti in Italia, ma di migliorare gli spazi urbani. La sostenibilità ambientale integrale passa anche da città con più verde. Come Partito democratico abbiamo aperto una strada nella quale crediamo molto. Mi auguro che i cittadini utilizzino la misura come è successo con gli incentivi per la ristrutturazione edilizia.

    Di recente ha lanciato l’idea del ministero dell’alimentazione. Di cosa si tratta?

    Serve una scommessa culturale, un approccio più largo rispetto alle politiche del cibo. Il ministero dell’alimentazione sarà un riferimento unitario per tutto questo mondo che va dall’agricoltore al trasformatore, dai commercianti ai ristoratori fino al consumatore. Con tutte le competenze che oggi sono separate in varie istituzioni, un passo verso il futuro.

    A proposito di futuro c’è chi pensa agli Ogm come una risposta alle esigenze di sicurezza alimentare da qui al 2050 e critica la sua posizione in materia. Come risponde?

    Il modello agricolo italiano ha sempre fatto della distintività il suo punto di riconoscibilità. I prodotti transgenici non fanno parte di questo orizzonte, e non sono economicamente competitivi per le nostre caratteristiche morfologiche e climatiche. Abbiamo bisogno invece di lavorare seriamente sulla tutela del nostro patrimonio culturale, anche attraverso la ricerca sulle moderne biotecnologie sostenibili. Non è un caso che abbiamo avviato il piano pubblico da 31 milioni di euro su questo fronte. E le recenti indicazioni della giustizia europea ci stanno confermando che la strada avviata è quella giusta.

    Cambiamo scenario. L’approccio di rottura dell’Italia sull’etichettatura d’origine della materia prima degli alimenti (pomodoro, grano, latte) sembra aver finalmente fatto breccia a Bruxelles, dove la commissione, direzione generale Salute, ha avviato una consultazione sulla proposta di regolamento di esecuzione. La proposta apre anche alle origini locali e territoriali. Che ne pensa? Che impatto avrà?

    È il segno che le nostre scelte hanno scosso una situazione ferma da anni. Lo diciamo chiaramente: per noi prevale l’interesse pubblico dei cittadini alla massima informazione sull’origine degli alimenti in etichetta. La proposta di regolamento segna qualche avanzamento, ma deve essere secondo me più coraggiosa.

    La proposta non affronta però il nodo dei marchi commerciali, per cui l’obbligo di trasparenza sull’origine viene derogato. E d’accordo?

    Noi vogliamo lavorare per un’etichetta trasparente su tutto e per tutti. Quindi anche su questo fronte servono risposte più forti.

    A che punto è la consultazione?

    Si chiude a febbraio, credo sia importante che dagli operatori italiani arrivi un segnale in linea con quanto espresso dai cittadini alla nostra consultazione pubblica. Nove su dieci hanno chiesto di conoscere l’origine degli alimenti.

    Ministro, di recente ha detto che “servono nuove idee per incrociare politiche della salute e welfare con la multifunzionalità agricola”. Si riferisce alla mera agricoltura sociale o alla nutraceutica? Può spiegare meglio a quali evoluzioni fa riferimento?

    Nei prossimi anni diventerà sempre più urgente offrire servizi per una popolazione con un’età media più elevata che in passato. L’agricoltura è un pezzo della risposta. Come produzione di cibi sani che aiutino a prevenire malattie. Come servizi di welfare, anche attraverso le attività sociali e di inclusione, che possono mettere l’azienda agricola al centro di un sistema di assistenza.

    Ultima domanda: l’Italia cresce in export agroalimentare, anche se non ha ancora raggiunto i 50 mld di euro. Resta però decima al mondo per capacità di esportazione. E in Cina siamo solo quinti per esportazioni vinicole. Come spiega questo gap?

    Stiamo recuperando terreno. Chiudiamo il 2017 con 41 miliardi di export. Nel 2013 erano 33. Un bel risultato, che dà la concreta possibilità di arrivare ai 50 miliardi entro il 2020 come avevamo prefissato. Serve ancora investire per portare il vero Made in Italy dove ora trionfa l’italian sounding. Per farlo servono regole giuste in mercati aperti. Accordi internazionali di tutela, prima di tutto delle identità alimentari e contro il falso cibo. Altro che dazi e barriere come sostiene qualcuno. Sarebbero una condanna al fallimento per le nostre piccole e medie imprese, soprattutto agroalimentari.

  • «I ministri si presentino, gli elettori giudicheranno»

    (Intervista pubblicata sul Corriere della Sera del 22 gennaio 2018 a firma di Darla Gorodisky)

    Ministro Maurizio Martina, per il Pd lei fa parte del gruppo che lavora alle candidature…

    «Come gli altri, stiamo componendo il quadro. Noi siamo l’alternativa vera agli estremisti e agli avventurieri, a chi promette tutto a tutti e a chi fa proposte pericolose per il Paese. In ogni territorio daremo un segnale di serietà, impegno e competenza».

    Per i ministri, sembra già tutto pronto.

    «Stiamo ragionando per mettere in campo con il massimo della forza tutta la nostra squadra. È giusto che chi ha governato si presenti al giudizio dei cittadini».

    Lei correrà a Milano nell’uninominale. Niente paracadute nel proporzionale?

    «II lavoro è ancora in corso. Certo, la Lombardia è la mia terra e darò il mio contributo a partire da qui».

    Paolo Gentiloni però ha preceduto tutti ufficializzando la propria candidatura nell’uninominale a Roma 1: un collegio che, per esperienze elettorali passate, viene giudicato «facile».

    «Tutti i territori sono sfide aperte, il confronto sarà serrato. Gentiloni a Roma è il primo punto fermo importantissimo, è la sua città, sono i suoi quartieri. Per noi è un segnale preziosissimo, indica un filo conduttore».

    Se toccasse a voi indicare il nuovo inquilino di Palazzo Chigi, fareste il suo nome?

    «Lavoriamo per vincere e, quindi, perché sia il Pd a poter esprimere un nome. Abbiamo la fortuna di avere personalità che possono ricoprire quel ruolo, che hanno dimostrato di saperlo fare. Ma oggi questo non è il tema, la nuova legge elettorale imporrà di trovare equilibri tra le forze parlamentari».

    E con chi potreste allearvi dopo le elezioni?

    «Spero che avremo i numeri per governare. Comunque, siamo alternativi alla destra e al M5S».

    In Germania, anche la Spd aveva giurato mai più Grosse Koalition: invece l’hanno appena siglata.

    «Lì ci sono condizioni completamente diverse, la Merkel non è alleata con i populisti, come invece qui lo è Berlusconi».

    Dialoghereste con Leu?

    «Hanno fatto le loro scelte: per me sbagliate. Però in queste settimane non abbiamo mai alimentato la polemica con la sinistra. Ma adesso è inutile parlare di questo, contano i programmo .

    Quali proposte avete messo a punto?

    «Facciamo proposte serie, non come chi parla di una flat tax che costerebbe almeno 6o miliardi e che, per il 40%, avvantaggerebbe soltanto quel 5% di contribuenti ricchi. Per noi si parte da famiglie, ceto medio e da chi sta peggio».

    In concreto?

    «Proponiamo un assegno universale per i figli a chi ha un reddito inferiore ai centomila euro all’anno e che copra anche gli incapienti. Una cifra dai mille ai tremila euro all’anno, da modulare anche in base all’età dei figli».

    Costo e copertura?

    «Circa 8 miliardi. Le coperture sono sostenibili nella riorganizzazione fiscale che attueremo: siamo credibili, come abbiamo dimostrato in questi anni».

    Altri punti qualificanti di programma?

    «Salario minimo legale per chi non ha un contratto nazionale. La cifra verrà stabilita da una commissione formata anche da rappresentanze sindacali e datoriali. Poi avanti con il taglio permanente del costo del lavoro stabile per l’intera legislatura: almeno un punto all’anno per 4 anni».

  • Tocca ancora alla squadra PD garantire all’Italia un cambiamento responsabile

    Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata su Il Corriere della Sera del 28.12.2017

    «Dobbiamo andare a testa alta e rivendicare i nostri risultati con orgoglio. Tocca al Pd completare il cambiamento del Paese». Maurizio Martina, vicesegretario dem e ministro, scommette sulla «modernizzazione» della Pa e sugli investimenti pubblici. E parla della legislatura sul binario d’arrivo.

    Cuperlo chiede che la legislatura non termini ora e si porti a termine lo ius soli.

    «Non entro nelle prerogative del capo dello Stato, ma per tutti noi rimane una legge fondamentale. A chi fa le pulci al Pd, ricordo che solo grazie a noi lo ius soli è stato votato alla Camera, nel pieno della campagna delle Amministrative».

    E i 29 assenti del Senato?

    «Non sono state assenze politiche e purtroppo non sarebbe bastato tutto il Pd in Aula. Si guarda la pagliuzza e non la trave: M5S e destra hanno organizzato il vero boicottaggio della legge con le loro assenze».

    Ministro, si annunciano elezioni difficili per il Pd.

    «Nel 2013, quando la legislatura sembrava nata morta, nessuno ci dava grandi chance. Venivamo da una crisi durissima, avevamo perso un quarto della produzione industriale e milioni di posti di lavoro. Abbiamo fatto un lavoro importante che è giusto rivendicare nei confronti di chi denigra tutto. Ora questo lavoro va completato».

    L’economia riprende ma non si può dire che l’Italia sia in salute.

    « Un viticoltore, sulle colline di Bergamo, mi ha detto: “Dovete lavorare sulla crisi di fiducia che c’è nel mondo occidentale”. Ed è vero. Poi ci siamo fatti una domanda: cinque anni fa, il Paese stava peggio o meglio? La risposta è inequivoca: stava peggio. Ma c’è molto da fare».

    Perché bisognerebbe dare ancora fiducia al Pd?

    «Perché è l’unico che può garantire serietà, stabilità e cambiamento. La serietà di un approccio di governo ai problemi, la stabilità delle istituzioni, la forza di saper prendere decisioni».

    Ce ne dice qualcuna?

    «Lavoro e ancora lavoro. Lotta alla precarietà, specie dei giovani, con gli incentivi strutturali. Questione salariale, anche con il salario minimo legale. E poi rinnovamento della Pa: da qui a 5 anni inserire almeno 500 mila nuove leve. E ancora, nella prossima legislatura dobbiamo arrivare almeno al 3% del Pil di investimenti pubblici. E dimezzare il gap, rispetto all’Ue, per spesa in scuola, università e ricerca. Partirei dal tempo pieno nelle scuole del Sud. Poi avanti nella lotta alla povertà con il reddito di inclusione e lavoro sulla decarbonizzazione del Paese».

    Berlusconi propone il «reddito di dignità».

    «Negli anni devastanti della crisi, Berlusconi non guardava la curva della povertà ma ci raccontava che i ristoranti erano pieni. Ora scopre la povertà, per motivi propagandistici. Noi il reddito di inclusione l’abbiamo fatto».

    Carlo Calenda, al Corriere della Sera, ha proposto un’assemblea costituente per rinnovare l’assetto del Paese. E d’accordo?

    «Non mi avventuro in una riflessione sullo strumento, ma condivido con Calenda lo sforzo di rimettere al centro il tema del rinnovamento dello Stato».

    Il Paese ha detto no alla riforma costituzionale.

    «Ma la battaglia per il cambiamento delle istituzioni continua».

    Calenda vorrebbe un Pd diverso, con «meno rottamazioni, slogan e leadership solitarie».

    «Il Pd è l’unico partito che non avrà nel simbolo il nome di un leader. Abbiamo l’orgoglio di presentare agli italiani una squadra».

    Lei cita spesso l’Europa, ma Emma Bonino minaccia di correre da sola con i radicali.

    «Rinnoviamo la piena disponibilità per una battaglia comune sull’Europa. Quando Salvini parla di dazi, mi chiamano imprenditori dell’agroalimentare preoccupati. È una partita troppo importante per consegnarla alla Lega. O ai pericolosi tentativi referendari dei 5 Stelle che ci vogliono portare fuori dall’Euro, come se fosse un gioco».

  • Nelle scuole per raccontare i fratelli Cervi

    Intervista a cura di Tommaso Ciriaco pubblicata su “La Repubblica” del 08.12.2017

    Domani una manifestazione a Como, «una piazza ampia e senza bandiere». Poi «un nuovo impegno antifascista nelle scuole e nelle periferie». Infine «lo scioglimento di queste organizzazioni xenofobe e intolleranti». È questo lo schema che ha in mente il vicesegretario del Pd Maurizio Martina. Giovedì una manifestazione intimidatoria sotto la sede di Repubblica.

    Qualche giorno prima l’irruzione nell’associazioneche aiuta gli immigrati. Come reagire?
    «Sono atti intollerabili. E non è possibile che passi quest’idea di normalità. Per questo domani saremo in piazza a Como».

    Una manifestazione antifascista. Un primo passo?
    «Serve una reazione popolare ai tanti fatti di questi mesi. Noi non vogliamo sottovalutare eventi del genere».

    A dire il vero c’è anche chi derubrica intimidazioni di matrice neofascista ad azioni quasi goliardiche.
    «Chi parla di “quattro ragazzi”, come fa Salvini, fa finta di non vedere la pericolosità di questa dinamica. Dimentica che è solo l’ultima onda di eventi che si ripetono in Europa da tempo. E non vuole considerare quanto può accadere anche in Italia da qui a poco. È il momento di rompere la cappa di conformismo che alcuni vorrebbero garantire. I segnali sono chiari».

    E dicono anche che è arrivato il momento di sciogliere queste organizzazioni neofasciste?
    «Condivido quanto detto dal ministro Orlando, ci sono gli elementi per sciogliere queste organizzazioni. A questo va affiancata una riflessione sul riscatto sociale. Vuole un esempio positivo? Il quartiere Ortica di Milano: il l’impegno sulla memoria si è trasformato in un lavoro anche di riorganizzazione urbana. E quando alcune di queste forze neofasciste hanno attaccato e distrutto i murales della memoria, la cittadinanza ha reagito immediatamente ricostruendoli».

    Non sarebbe il caso anche di dare un segnale approvando proprio lo Ius soli?
    «Riconfermo il nostro impegno totale sulla frontiera dei diritti, dal biotestamento allo Ius soli. È una battaglia diicile, ma che vogliamo combattere fino in fondo. E poi c’è un’altra sfida che giudico fondamentale».

    Dica.
    «L’evento di sabato sarà solo il punto di partenza. Penso alle I profili Ministro Maurizio Martina è ministro dell’Agricoltura dal febbraio 2014 e, dall’ aprile scorso, vicesegretario del Pd. Originario di Bergamo, è cresciuto nel partito nell’area guidata da Bersani e poi si è avvicinato al segretario Renzi periferie e alle scuole: devono diventare due frontiere antifasciste. Dobbiamo coordinare un’iniziativa contro chi solletica l’odio. La nostra generazione è cresciuta vedendo i filmati in bianco e nero sul fascismo. Tutto è cambiato. I ragazzi di oggi incontrano nuove forme di intolleranza e xenofobia sulla rete o su Facebook: dobbiamo iniziare da loro».

    Ma cosa fare nelle scuole?
    «Ho in testa Calamandrei. Diceva che bisogna tornare a insegnare la storia dei fratelli Cervi agli studenti. Ecco, penso alle scuole come palestra di lotta all’intolleranza. Se oggi dovessi provare a spiegare il fascismo a un ragazzo di 14 anni, proverei a raccontarglielo partendo dal bullismo, che è una forma di sopraffazione e intolleranza».

    E la sinistra? Ha sbagliato qualcosa, in questi anni, ha peccato di pigrizia?
    «Se qualcuno tra noi ha banalizzato o semplificato, è giusto rifletterci. Dobbiamo ripartire. Il Pd è impegnato in prima linea. Penso ad esempio alla legge Fiano approvata in questa legislatura».

    A proposito di sinistra: la manifestazione di Como sarà unitaria o vi dividerete ancora, Martina?
    «Le adesioni sono tante. La piazza sarà senza simboli o bandiere. Parteciperanno le organizzazioni sociali e sindacali, l’Anpi. E ancora, l’Arci e molte forze di sinistra: dal Pd a Campo progressista, Mdp e socialisti».

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