• Tocca ancora alla squadra PD garantire all’Italia un cambiamento responsabile

    Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata su Il Corriere della Sera del 28.12.2017

    «Dobbiamo andare a testa alta e rivendicare i nostri risultati con orgoglio. Tocca al Pd completare il cambiamento del Paese». Maurizio Martina, vicesegretario dem e ministro, scommette sulla «modernizzazione» della Pa e sugli investimenti pubblici. E parla della legislatura sul binario d’arrivo.

    Cuperlo chiede che la legislatura non termini ora e si porti a termine lo ius soli.

    «Non entro nelle prerogative del capo dello Stato, ma per tutti noi rimane una legge fondamentale. A chi fa le pulci al Pd, ricordo che solo grazie a noi lo ius soli è stato votato alla Camera, nel pieno della campagna delle Amministrative».

    E i 29 assenti del Senato?

    «Non sono state assenze politiche e purtroppo non sarebbe bastato tutto il Pd in Aula. Si guarda la pagliuzza e non la trave: M5S e destra hanno organizzato il vero boicottaggio della legge con le loro assenze».

    Ministro, si annunciano elezioni difficili per il Pd.

    «Nel 2013, quando la legislatura sembrava nata morta, nessuno ci dava grandi chance. Venivamo da una crisi durissima, avevamo perso un quarto della produzione industriale e milioni di posti di lavoro. Abbiamo fatto un lavoro importante che è giusto rivendicare nei confronti di chi denigra tutto. Ora questo lavoro va completato».

    L’economia riprende ma non si può dire che l’Italia sia in salute.

    « Un viticoltore, sulle colline di Bergamo, mi ha detto: “Dovete lavorare sulla crisi di fiducia che c’è nel mondo occidentale”. Ed è vero. Poi ci siamo fatti una domanda: cinque anni fa, il Paese stava peggio o meglio? La risposta è inequivoca: stava peggio. Ma c’è molto da fare».

    Perché bisognerebbe dare ancora fiducia al Pd?

    «Perché è l’unico che può garantire serietà, stabilità e cambiamento. La serietà di un approccio di governo ai problemi, la stabilità delle istituzioni, la forza di saper prendere decisioni».

    Ce ne dice qualcuna?

    «Lavoro e ancora lavoro. Lotta alla precarietà, specie dei giovani, con gli incentivi strutturali. Questione salariale, anche con il salario minimo legale. E poi rinnovamento della Pa: da qui a 5 anni inserire almeno 500 mila nuove leve. E ancora, nella prossima legislatura dobbiamo arrivare almeno al 3% del Pil di investimenti pubblici. E dimezzare il gap, rispetto all’Ue, per spesa in scuola, università e ricerca. Partirei dal tempo pieno nelle scuole del Sud. Poi avanti nella lotta alla povertà con il reddito di inclusione e lavoro sulla decarbonizzazione del Paese».

    Berlusconi propone il «reddito di dignità».

    «Negli anni devastanti della crisi, Berlusconi non guardava la curva della povertà ma ci raccontava che i ristoranti erano pieni. Ora scopre la povertà, per motivi propagandistici. Noi il reddito di inclusione l’abbiamo fatto».

    Carlo Calenda, al Corriere della Sera, ha proposto un’assemblea costituente per rinnovare l’assetto del Paese. E d’accordo?

    «Non mi avventuro in una riflessione sullo strumento, ma condivido con Calenda lo sforzo di rimettere al centro il tema del rinnovamento dello Stato».

    Il Paese ha detto no alla riforma costituzionale.

    «Ma la battaglia per il cambiamento delle istituzioni continua».

    Calenda vorrebbe un Pd diverso, con «meno rottamazioni, slogan e leadership solitarie».

    «Il Pd è l’unico partito che non avrà nel simbolo il nome di un leader. Abbiamo l’orgoglio di presentare agli italiani una squadra».

    Lei cita spesso l’Europa, ma Emma Bonino minaccia di correre da sola con i radicali.

    «Rinnoviamo la piena disponibilità per una battaglia comune sull’Europa. Quando Salvini parla di dazi, mi chiamano imprenditori dell’agroalimentare preoccupati. È una partita troppo importante per consegnarla alla Lega. O ai pericolosi tentativi referendari dei 5 Stelle che ci vogliono portare fuori dall’Euro, come se fosse un gioco».

  • Ricerchiamo l’unità e salviamo le riforme

    (Intervista a firma di Annalisa Cuzzocrea pubblicata su La Repubblica dell’11 ottobre 2016)
    Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina non crede che il Pd sia vicino a una scissione. E invita tutti a un lavoro unitario per salvare le riforme e aggiornare la legge elettorale. Alla minoranza le aperture di Renzi non bastano.

    L`intento della direzione è fallito?

    «No. Penso che oggi il segretario abbia fatto proposte utili per avanzare unitariamente. E credo che abbia fatto bene a fissare come testo di riferimento la proposta Chiti-Fornaro sull’elezione diretta dei senatori. Allo stesso modo giudico positivamente il gruppo di lavoro che nascerà all’interno del Pd per un aggiornamento dell’Italicum».

    A giudicare dagli interventi, la minoranza le giudica insufficienti.

    «Ho notato toni e accenti differenti. Mi auguro che nelle prossime ore si ragioni sui passi necessari ad andare avanti e non su quelli che servono solo a dividere. Ci sono spazi realistici di lavoro, in quel che ha detto il segretario. Il Pd deve fissare un punto e poi attrezzarsi al dialogo con gli altri partiti per modificare la legge elettorale. Un ragionamento coerente con la mozione che abbiamo approvato in Parlamento».

    Lei sa che quella mozione è stata giudicata vaga e queste proposte tardive. Come si esce da un’impasse simile?

    «Non condivido questi accenti e questi giudizi. Lavorare sulla legge elettorale è molto complicato, non possiamo farlo da soli. Ci sono questioni tecniche e politiche da approfondire. C`è da invertire il senso di marcia e lavorare in modo unitario. Solo così possiamo uscirne».

    Siete vicini alla scissione?

    «Non credo che ci sia un rischio simile, ma mi auguro che nelle prossime tutti facciano i passi giusti nel nome della pluralità e dell’unità del partito».

  • Caro Bersani hai sbagliato, ripensaci

    Intervista pubblicata sul quotidiano La Stampa del 10.10.16

    «Il referendum è troppo importante per relegarlo solo a un dibattito interno del Pd». Tra i promotori dell`appello «Sinistra per il sì», il ministro dell`Agricoltura Maurizio Martina nasce nei Ds ed è stato molto vicino all`ex segretario Bersani: «Lo stimo», ricorda, ma il no al voto di dicembre «è un errore». Ieri Bersani ha annunciato il suo no al referendum.

    Sbaglia?

    «Sono preoccupato e dispiaciuto. Penso che dobbiamo tutti mantenere toni utili a fare passi avanti. Sono convinto che questa riforma sia utile all`Italia, ho argomenti per dire a Bersani che quella posizione è un errore».

    Lui teme il combinato disposto Italicum-riforma costituzionale…

    «Non sono d`accordo con questo argomento. L`Italicum è un passo avanti netto rispetto al Porcellum, non si può negarlo. E la riforma costituzionale rafforza gli strumenti di garanzia parlamentare dentro uno scenario con legge elettorale maggioritaria: si pensi anzitutto al quorum più alto per l`elezione del presidente della Repubblica. Dopodiché, vogliamo migliorare l`Italicum, vogliamo aggiornarlo? Benissimo».

    Ma se è già da migliorare senza nemmeno averlo usato, forse non era il caso di avere più pazienza e discuterlo senza fiducia?

    «Ma sia sulla riforma che sulla legge elettorale s`è fatto un grande lavoro di confronto nel Pd, che ha portato anche a modificare alcune parti dopo un dialogo tra maggioranza e minoranza. Se poi oggi vogliamo mettere in discussione alcuni punti della legge elettorale, dalle pluricandidature ai capilista, io ci sto».

    Se non esiste rischio di governo del capo, perché Bersani e Speranza votano no? Si vuole andare sempre contro il segretario?

    «Io ho avvertito troppe volte la sensazione che si stia giocando un po` il preambolo della vicenda congressuale. E invece dobbiamo fare tutti uno sforzo per stare al merito, in un passaggio fondamentale per l`Italia: mentre altri Paesi fanno referendum per uscire dalla Ue o alzare muri, noi lo facciamo per cambiare le nostre istituzioni riformandole».

    Forse accuse come quelle di inseguire «poltroncine di consolazione» non aiutano a stare uniti, non crede?

    «Infatti dico: facciamo tutti un passo avanti. Io, nel mio piccolo, cerco di costruire un dialogo e non rotture. C`è una richiesta di unità da parte del nostro elettorato, e dobbiamo superare gli atteggiamenti visti fin qui: quando c`è una mozione parlamentare che impegna a cambiare la legge elettorale, ad esempio, non capisco onestamente perché non la si voti. In questo senso anche la Direzione di oggi può essere l`occasione per fare un passo avanti».

    Ma ci arrivate con due leader di minoranza che già dicono no.

    «Sono colpito da queste uscite, avrei preferito aspettassero la Direzione. Però mi interessa la sostanza: non condivido buona parte delle valutazioni che fanno e ho buoni argomenti per chiedere che ci riflettano ancora».

    Lei è stato molto vicino a Bersani: se la sente di mandargli un messaggio ?

    «Lo conosco bene e continuo a stimarlo. Anche se dissento dalle cose che dice, penso che la sua sia una voce importante. Dobbiamo praticare fino in fondo l`unità nella pluralità, soprattutto ora».

    Come si può rispondere a una persona che nel suo partito si sente trattato come un rottame?

    «Tutti dobbiamo imparare a essere più comunità politica. In questa fase a maggior ragione devono vincere i pontieri».

    Dal 5 dicembre vede il rischio di una scissione nel Pd?

    «Non voglio crederlo e farò tutto quel che posso perché non accada».

  • Da Ventotene uno scatto per l’Europa e per il Paese

    Tra poche ore si terrà a Ventotene, su proposta italiana, l’importante trilaterale tra il nostro Paese, Francia e Germania. L’Italia, ancora una volta, gioca fino in fondo la sua responsabilità di paese essenziale alla prospettiva europea.

    La speranza è innanzitutto che il luogo scelto per il vertice impegni davvero tutti a uno scatto in avanti coraggioso, all’altezza delle sfide enormi che l’Europa ha di fronte a se. Sappiamo che non bastano i simboli perché si producano fatti nuovi utili, ma il peso della storia che si respira sull’isola deve portare a nuove responsabilità condivise per rilanciare l’orizzonte comune come unica vera possibilità di pace, sviluppo e coesione dei nostri popoli prima ancora che per le nostre istituzioni.

    Siamo alla ricerca dei passi giusti per rinnovare l’ideale europeo dentro lo scenario nuovo che abbiamo di fronte. Per questo c’è bisogno di scelte impegnative su versanti essenziali: difesa comune europea, politiche di gestione del fenomeno migratorio prendendo sul serio quanto proposto con il migration compact, un salto di qualità robusto nel coordinamento delle politiche finanziare passando anche dalla scelta di un ministro delle finanze dell’Eurozona, più incentivi immediati agli investimenti, all’occupazione e all’innovazione diffusa dando spazio e flessibilità d’azione oltre le logiche estreme dell’austerità, rilancio degli strumenti culturali, formativi e di cittadinanza comune.

    Personalmente io spero che possa riprendere seriamente anche l’iniziativa sulla proposta di un sussidio di disoccupazione europeo. Se ne parla da anni ma ora bisogna arrivare a un punto operativo. Una misura di supporto temporaneo di breve periodo, legata a politiche attive in grado di rafforzare gli strumenti nazionali operativi ma ancora insufficienti ad aiutare chi non è occupato o chi ha perso il lavoro nei durissimi anni alle nostre spalle, sarebbe un segno tangibile di avvicinamento dell’Europa ai bisogni dei cittadini.

    In Italia come in Europa credo che questione democratica e questione sociale si tengano in modo indissolubile. Ecco perché il confronto sul referendum, e sulle ragioni del sì, incrocerà sempre di più anche la preparazione delle scelte essenziali sul fronte economico e sociale che dovremo compiere nelle prossime settimane.

    Credo che soprattutto il PD debba impegnarsi a fondo per una iniziativa aperta e plurale. Giusto ascoltare anche le voci critiche, purché siano costruttive. Sbagliato però ridurre tutto a battibecco precongressuale come se fossimo solo chiusi in noi stessi e nei nostri equilibri. Questa riforma non è per un leader e nemmeno per un partito. Le ragioni del sì sono forti perché pongono finalmente tutti noi davanti alla possibilità di produrre una svolta utile per avere una democrazia decidente con istituzioni più sobrie, più semplici, più veloci.

    Riformare la seconda parte della Costituzione per affermare con più forza i principi fondamentali scolpiti nella prima parte della nostra Carta è un impegno persino identitario del PD e il ricordo delle tesi dell’Ulivo su questo per me non è un espediente tattico. Viene posto un tema, non banale, di equilibrio fra la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale. In particolare oggi viene messo in discussione il ballottaggio che fino a ieri tutti, anche dentro il PD, ritenevamo una novità positiva.

    Non è affatto sbagliato tornare a rifletterci, anzi. Al di là dei toni spesso apocalittici che non condivido e che a volte vengono usati. Penso che la nuova legge elettorale non sia un tabù e sia giusto quindi aprire a possibili miglioramenti verificando la praticabilità di certe scelte in parlamento e alla luce del nuovo scenario elettorale tripolare che il paese ha di fronte.

    Credo che tutti dovremmo valorizzare i miglioramenti ottenuti, non blandire la necessità di questa nuova riflessione come un veto, e sforzarci di produrre passi utili. Giusto ovviamente che alle feste dell’Unità si discuta anche di tutto questo in modo aperto con gli amici e compagni dell’Anpi e non solo.

    Accanto a ciò continuiamo a tenere la barra su questioni essenziali a partire dalla svolta sociale che possiamo produrre con le scelte della prossima manovra. Sostegno ai più deboli e rilancio degli investimenti devono essere i due binari chiari d’impegno.

    Affrontare nodi come l’aumento delle pensioni minime, la flessibilità in uscita dal lavoro, i ricongiungimenti contributivi e politiche più radicali di sostegno all’occupazione giovanile deve legarsi anche allo sviluppo di nuove azioni forti per favorire immediatamente gli investimenti diffusi, sulla scia di quanto fatto ad esempio con il super ammortamento per i macchinari o con il bonus sulle ristrutturazioni. Giusto chiedere tutti i margini possibili anche a Bruxelles per operare queste scelte ora e, nonostante le difficoltà che non vanno sottaciute, penso che esistano concretamente i margini per fare scelte chiare e forti.

    Io continuo a lavorare con tutte le mie forze perché il PD sia il partito comunità del cambiamento utile per l’Italia. So bene che fare oggi un partito non è affatto semplice. Non credo per nulla alle scissioni perché troppe volte la sinistra ha percorso le vie della divisione, sconfiggendosi da sola. In questi giorni mi torna alla mente la discussione che facemmo nel 2013 all’indomani delle elezioni e del passaggio per la scelta del Quirinale: vogliamo essere un soggetto politico o solo uno spazio politico?

    Stiamo attenti a non ripercorrere gli stessi errori e a non tornare in quel vicolo cieco. Continuo a pensare che unità e pluralità debbano essere tratti decisivi di una grande forza progressista nuova come il PD. E serviamo sinceramente davvero tutti in questa sfida.

    Continuo a pensare che prima delle nostre discussioni interne su leadership, congressi ed equilibri venga l’Italia.

  • Comitati di sinistra per il sì, serve andare anche oltre i dem

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera del 04.07.2016)

    «Bisogna allargare il campo, anche dando vita a comitati della sinistra per il sì al referendum». Maurizio Martina è il ministro delle Politiche agricole e politicamente fa parte della minoranza dialogante del Pd. Dalla sua prospettiva prova a dare una mano al premier per mobilitare consenso intorno alla consultazione referendaria sulla riforma costituzionale.

    In che senso «comitati di sinistra»?

    «C`è bisogno di mobilitare in modo diffuso la cultura, la sensibilità e l`esperienza della sinistra di governo, progressista e riformista. A partire da un dato: per affermare meglio i principi della prima parte della Costituzione, c`è bisogno di innovare la seconda. E un passaggio irrinunciabile se vogliamo sconfiggere le forze populiste che mirano a scardinare l`idea che le istituzioni possano autoriformarsi».

    Quale sinistra? Dentro o fuori dal Pd?

    «Nel Pd ma non solo. Anche oltre. Serve un lavoro plurale di esperienze e personalità che contribuiscano a entrare nel merito della riforma».

    La sinistra è in maggioranza ostile a questa riforma.

    «Se stiamo al merito penso che il consenso possa allargarsi. Già diverse personalità si sono espresse in senso favorevole, penso a Luigi Berlinguer, Giuseppe Vacca, Salvatore Veca. Si deve passare a una nuova fase della campagna referendaria e uscire dall`eccessiva personalizzazione. Questo è un cambiamento di sistema necessario. Le racconto un fatto concreto: si sta per concludere al Senato un lavoro durato 24 mesi sul collegato agricolo. Quando è partito, eravamo ancora nel governo Letta. Il continuo rimbalzo tra Camera e Senato dà la misura dell`urgenza della riforma».

    Un primo grimaldello per convincere la sinistra sarebbe cambiare l`Italicum.

    «Per me la legge non è un tabù ma è un grande passo avanti. C`è chi lo paragona al Porcellum, ma non scherziamo: c`è un abisso».

    Introdurre il premio alla coalizione invece che alla lista è un correttivo possibile?

    «Non risolverebbe il tema della tripolarizzazione uscita dalle urne. Anche piccole correzioni temo rischino di vanificare il lavoro fatto. Sai dove cominci ma non dove finisci».

    Una maggioranza su questo punto si trova.

    «Se si realizzassero le condizioni per una convergenza netta ci si potrebbe ragionare. Ma vedendo il dibattito recente non credo proprio che ci siano queste condizioni».

    Alla Direzione la minoranza chiederà un cambio di passo.

    «Credo che debba uscire un messaggio unitario di rilancio innanzitutto sul fronte sociale. Il Pd deve produrre una svolta su temi decisivi: pensioni, lavoro e povertà».

    Il partito, si dice, è visto come un impaccio.

    «Accanto a un leader forte, serve una classe dirigente forte ovunque e un partito comunità radicato. Dobbiamo ancora dare ancora molte risposte a milioni di italiani su tante questioni. Ripartiamo da problemi essenziali come le pensioni minime, i lavoratori precoci e la flessibilità in uscita».

  • È una riforma storica, il Pd arrivi unito al referendum

    (Intervista a firma di Maria Zegarelli pubblicata su l’Unità del 22 maggio 2016)

    Ha da poco lasciato il Teatro Sociale di Bergamo dove il premier ha dato il via alla grande mobilitazione per il referendum, una bagno di folla, una bella giornata. Non fosse per le polemiche che prima ancora che dall`opposizione arrivano dalla minoranza del suo partito. Il Pd. Il ministro Maurizio Martina prova a riallacciare il filo, «occorre stare uniti», dice convinto che quello di ottobre rappresenta un punto di svolta per il Paese e non un assaggio di congresso.

    Ministro Martina, il presidente del Consiglio anche a Bergamo ha ribadito: se a ottobre si perde il referendum si va a casa. Un errore o coerenza?

    «Questa assunzione di responsabilità è nei fatti. Il governo è nato con un mandato preciso: fare le riforme. Dunque, quello del premier è un atto di coerenza da apprezzare, non potrebbe esserci uno scenario diverso da quello che ha delineato».

    Bersani sostiene che le due cose non sono legate. Se vincono i «no» il premier Renzi deve restare al suo posto?

    «Il segretario-premier esplicita fino in fondo un atto di responsabilità verso un passaggio storico per il Paese: il superamento di un modello istituzionale per approdare ad uno nuovo. Il mio sostegno al comitato per il Sì non è per un partito ma per il Paese, non è per un leader ma per il rinnovamento delle istituzioni. La questione democratica, che abbiamo messo giustamente sempre accanto all’azione sociale, si afferma con il rinnovamento delle istituzioni e questo referendum è un potente strumento democratico per dimostrare che la politica sa cambiare se stessa».

    Ministro Martina, giro a lei la domanda che l`ex segretario Bersani rivolge al premier Renzi: chi vota No è un gufo e va buttato fuori dal Pd?

    «Rispondo per me, con le mie parole. Noi dobbiamo vincere convincendo delle buone ragioni del Sì, discutere del merito del quesito, spiegando le ragioni per cui questa riforma potrà cambiare in meglio il Paese. Noi siamo il Partito democratico, non esiste la logica del “buttar fuori” qualcuno. Discutiamo, a volte anche aspramente ma, a differenza di altri dove si espelle via mail, siamo un partito vero e plurale. Detto questo, credo sia necessario essere consapevoli del lavoro che abbiamo svolto fin qui e valorizzare l’unità con cui siamo arrivati al voto in Parlamento».

    Gianni Cuperlo sostiene che con il referendum si stanno delineando alleanze che snaturerebbero il Pd, a cominciare da Ala di Denis Verdini. Siamo già nel vivo del congresso?

    «Gianni è una personalità fondamentale del Pd, ho grande stima di lui, ma non credo proprio che esista l’ipotesi di un nuovo soggetto politico dopo il referendum. Io di certo non sarei d’accordo, per essere chiari. So quanto è importante che tutte le anime del Pd lavorino per le buone ragioni del Sì, nel partito ci sono sensibilità diverse ma il punto fondamentale è che ora ci troviamo di fronte ad una riforma storica, non sarà la migliore, ma è un enorme passo in avanti».

    Non c’è il rischio che la campagna referendaria oscuri le amministrative?

    «Penso che le due cose si possano tenere insieme e che ci sia un filo che lega questi impegni. Dobbiamo mettere testa e cuore nelle sfide nelle città, penso a Milano dove la partita è tra l’andare avanti o consegnare la città a una destra estremista dominata da Salvini. I prossimi quindici giorni ci dovranno vedere tutti insieme pancia a terra per vincere queste elezioni».

  • “Chi spacca il Pd fa un piacere alle destre”

    (Intervista a Francesca Schianchi per “La Stampa” del 11.08.15)

    Ministro Martina, lei ha tentato una proposta di mediazione sulla riforma del Senato, ma i senatori della minoranza l’hanno respinta. Deluso?

    «Continuo a pensare che sia possibile un confronto, il Pd deve presentarsi unito a questo passaggio fondamentale. I dati Inps di oggi (ieri, ndr.) sui nuovi occupati sono importanti, dimostrano come scelte sofferte e delicate aprano strade utili per il Paese».

    Chiti dice che con la sua proposta è come navigare verso l’India e ritrovarsi in America…

    «Ai tre senatori che hanno avuto reazioni sferzanti direi di evitare battute e guardare al merito: Chiti nel 1996 c’era, gli ricordo che la proposta del ddl Boschi è coerente con le tesi dell’Ulivo del 1996». Cioè? «La tesi numero 4 del programma dell’Ulivo recitava: “Il Senato dovrà essere trasformato in una Camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali…”. Con la massima voglia di trovare l’unità, ricordo che siamo arrivati a un passo dal traguardo storico del superamento del bicameralismo perfetto, non possiamo fermarci».

    Traguardo che vogliono tagliare anche loro, ma riaprendo l’art. 2 della legge: perché non si può?

    «Perché siamo a un metro dalla mèta, non possiamo ricominciare da capo: è già successo troppe volte, anche quando il centrosinistra governava».

    Rifiutano la mediazione perché hanno in mente la scissione?

    «Non voglio nemmeno pensarlo. È troppo grande e importante il progetto del Pd: per quel che posso, farò di tutto per tenere unito il partito».

    Ma ci sarebbe uno spazio a sinistra del Pd?

    «La storia ha spiegato a tutti noi che, quando la sinistra si divide, l’effetto è avvantaggiare la destra. Io non voglio essere corresponsabile di uno scenario del genere, e sono convinto che anche tra i 28 senatori sono pochissimi quelli che lo immaginano».

    Certo non aiutano a creare armonia certi toni, dal napalm ai vietcong ai gufi…

    «Infatti dobbiamo tutti abbassare i toni e ritrovare il senso di una comunità politica. E dobbiamo essere all’altezza della domanda di cambiamento che l’Italia ci ha rivolto: se il Pd voterà la riforma costituzionale che, dopo anni di discussioni, mette la parola fine al bicameralismo perfetto, nasce la Terza repubblica per davvero».

    E’ importante pure che i voti della sinistra Pd non siano sostituiti con quelli di Verdini, no?

    «L’idea della sostituzione è una ricostruzione usata per battaglia interna che non corrisponde alla realtà: guai se fosse così! Ho sentito gente nel mio partito quasi auspicare questo scenario per poter dire “ecco, vedete, avevamo ragione”: invece il problema è di Fi che perde un altro pezzo. Evitiamo ricostruzioni fantasiose e impossibili».

    A tenere unito il partito non deve pensarci soprattutto il segretario?

    «Certo, prima di tutto. Ma ciascuno di noi ha responsabilità non irrilevanti. Io non ho votato Renzi al congresso, ma voglio cambiare il Paese».

    E l’anima di sinistra?

    «Io chiedo a Renzi di sviluppare alcuni argomenti: innanzitutto, nella prossima legge di stabilità chiederemo che vengano inserite misure concrete di contrasto alla povertà. A settembre, come “Sinistra è cambiamento” presenteremo proposte precise: e, su questo, il presidente non può dirci di no».

  • Ecco la soluzione. Senza tradire la riforma

    (Lettera firmata dal Ministro Martina e dal Sottosegretario Pizzetti, pubblicata sul Corriere della Sera del 09.08.15)

    Caro direttore, il Pd è una comunità plurale, pilastro del sistema democratico italiano. Questa consapevolezza deve guidarci per evitare che il pluralismo si traduca in dirigismo o anarchia. Le regole della comunità non sono una camicia di forza ma la base della convivenza. Se venissero meno, più nessuna classe dirigente sarà legittimata. Leggi di più