• II mediatore

    (Intervista al Ministro Maurizio Martina pubblicata su Il Foglio del 4 maggio 2017)

    Nessuno ricorda di aver sentito Maurizio Martina alzare la voce. Riflessivo, poco incline alle decisioni d’impulso, Martina si è fatto strada nel Pd partendo da Bergamo, la sua città, e arrivando a fare il segretario regionale nella stagione di Bersani. Poi il balzo a Roma e col governo Renzi la responsabilità del ministero dell’Agricoltura. Nessuno tra i suoi detrattori ma anche tra i suoi amici avrebbe immaginato un percorso così brillante, prima alla guida di Expo e poi come nume tutelare degli agricoltori italiani (in primis Coldiretti) nella salvaguardia del made in Italy. Sarà per il suo carattere incline al dialogo che Matteo Renzi l’ha scelto per passare dall’io al “noi”. È così che, sulla scia delle vittoria alle primarie, Martina sarà il vicesegretario “inclusivo” del Pd.

    Gli elettori Lombardi che si riconoscono nel progetto del Pd hanno scelto in larghissima misura Matteo Renzi alle primarie di domenica scorsa. Sta cambiando qualcosa nella regione che, negli ultimi decenni, ha premiato il centrodestra?

    “In questi anni il Pd in Lombardia si è molto rafforzato. Governa oggi tutti i comuni capoluoghi di provincia e tante realtà del territorio. È diretto ovunque da giovani capaci e molto appassionati. Per me è un modello da seguire anche su scala nazionale. Partito giovane, aperto, inclusivo”.

    La sua scelta di sostenere Renzi in questa competizione porterà a una guida del Pd forse più plurale. In sintesi resterà il simbolo “noi” sul logo della ditta?

    “Abbiamo proposto un lavoro di squadra e intendiamo andare avanti così. Ci sono tante persone che vogliono darci una mano: dobbiamo dare loro spazi di protagonismo e d’iniziativa. Sapendo che pluralismo delle idee e unità d’azione, con noi, stanno insieme”.

    Sindacati dei lavoratori e associazioni imprenditoriali sono in crisi di rappresentanza, un po’ come la politica. Ma al momento non c’è niente di meglio in circolazione. La nuova stagione del Pd prevede un rapporto diverso, più dialettico con i corpi intermedi?

    “Ho scritto qualche settimana fa un articolo per Mondo Operaio dal titolo inequivocabile: ‘Elogio della mediazione’. Io ci credo. Penso che in questo momento noi dobbiamo essere al servizio di un progetto che coinvolga e includa tante realtà civiche e associative della cittadinanza attiva. Il tema centrale è battere la solitudine che spesso le persone avvertono di fronte ai cambiamenti che vivono ogni giorno. E costruire soluzioni di prossimità. Per fare questo serve certamente anche un nuovo rapporto forte e dialettico tra PD e forze sociali”.

    Lei, in qualità di ministro, ha lavorato con la giunta Maroni anche in occasione di Milano Expo 2015, dunque conosce il pragmatismo del governatore. Maroni ha costruito una rete di rapporti con la società civile lombarda per realizzare il nuovo modello di welfare e un sistema formativo destinato ad aprire le porte del mondo del lavoro ai giovani. Che giudizio si è fatto del governo Maroni e di queste esperienze?

    “Distinguerei il governo regionale dalla forza delle esperienze che lei ha evocato. In Lombardia il mondo delle imprese e quello delle reti del sociale hanno una forza intrinseca e autonoma che per fortuna non dipende dalle pieghe di una giunta regionale. Quello che io riscontro è lo scarto tra le attività dell’ente regionale e la società lombarda, che è molto più avanti di tutti i ragionamenti che si fanno al Pirellone. Un esempio concreto? La tribolata riforma sanitaria regionale che ha lasciato troppi temi aperti. Un altro? L’invenzione di un referendum regionale inutile del costo di 50 milioni, guarda caso proprio alla fine delle legislatura, per chiedere ai lombardi se trattare con lo stato ulteriori materie da gestire a livello regionale. Da cittadino lombardo la mia risposta è sì, già ora lo si può fare. E perché Maroni in questi quattro anni non ci ha lavorato? Perché non ha mai chiesto alla Stato di iniziare a discuterne nel merito? È un po’ come la bufala della sua proposta elettorale del 2013 di trattenere il 75% delle tasse sul territorio. Ricordate? Tutte chiacchiere”.

    La Lombardia a primavera 2018 (al più tardi) andrà al voto, lei si è fatto un’idea delle linee programmatiche sulle quali consentire al Pd di cambiare l’orizzonte di governo della Regione?

    “Il Pd lombardo sotto la guida di Alessandro Alfieri sta facendo un buon lavoro di preparazione per il progetto Lombardia 2018. Per me la parola chiave è “prendersi cura’. Delle persone e del territorio, prima di tutto. Proteggere e promuovere le persone nella regione cuore del paese. Portare la Lombardia dove deve essere: tra le realtà più avanzate d’Europa e del mondo. Scommettere tutto, quindi, sui servizi alla persona: a partire dagli investimenti sul capitale umano”.

    Il suo nome è tra i più qualificati ed evocati nella sfida a Maroni. La accetterà?

    “Decideremo e lavoreremo insieme a prescindere da chi sarà il candidato. Abbiamo tante energie che ci possono portare alla vittoria. Credo in questo lavoro e penso che il PD abbia preso il passo giusto”.

  • Dobbiamo ripartire con umiltà. L’orizzonte resta quello del 2018

    (intervista a firma di Monica Guerzoni pubblicata sul Corriere della Sera il 03.05.2017)

    «Sono soddisfatto per com’è andata domenica».

    La mozione di Matteo Renzi ha stravinto. Ma non c’è il rischio, ministro Maurizio Martina, che lei da vicesegretario si ritrovi a guidare in tandem con l’ex presidente del Consiglio un Partito democratico ridimensionato?

    «Non credo sia così, il 2017 un altro tempo rispetto al 2013. E non è un dato scontato che quasi due milioni di italiani abbiano partecipato alle primarie in un momento particolare come questo. Ancora una volta gli elettori hanno stupito noi stessi e gli osservatori. Mobilitare così tante persone è un punto di forza da cui dobbiamo ripartire».

    Non la preoccupa che il suo partito in tre anni e mezzo abbia perso per strada quasi un milione di simpatizzanti?

    «Si è votato in un giorno temporalmente non semplice come il 3o di aprile, eppure tanta gente ha voluto dimostrare che il Partito democratico non è a vocazione personale, è un partito delle persone. Una ricchezza unica, merito di tutti i candidati».

    Sì, ma i numeri parlano. Al Nord avete subito una emorragia di votanti, al Sud si è registrato un boom. Effetto Emiliano, o qualcosa non torna?

    «I numeri dicono che il flop non c’è stato, ma è evidente a tutti che la partecipazione alla politica si è resa più complicata. Io vedo ad esempio un dato lombardo positivo, oltre 200 mila persone che il 3o aprile vanno a votare, non era scontato. È giusto leggere queste indicazioni rispetto alle primarie precedenti, ma c’è un trend storico che non scopriamo oggi e che mette in luce il tema delle primarie come tema aperto».

    Sta dicendo che le primarie sono in crisi?

    «Al contrario, abbiamo fatto bene a non rinunciarci. Sono ancora uno strumento della buona politica, anche se è giusto domandarsi come fare di più e meglio. Renzi ha pronunciato due parole da cui dobbiamo ripartire, “umiltà” e “responsabilità”. Stiamo con i piedi per terra. La sfida inizia ora, dobbiamo lavorare molto».

    I sostenitori di Andrea Orlando hanno contestato i risultati e i dati dell’affluenza. Chi ha ragione?

    «Non mi metto certo a fare polemiche di questo tipo dopo che tutte queste persone sono venute a votare per il Partito democratico. I dati mi paiono chiari e c’è una commissione nazionale che sta facendo il suo lavoro».

    Possibile che a Salerno abbiano votato più persone che a Napoli, una città che conta il triplo di elettori?

    «Verificare i dati è compito della commissione, il mio è contribuire a preparare questa nuova stagione, sviluppare il percorso e il progetto che il Pd porterà avanti grazie anche alla forza delle primarie».

    Come cambierà il rapporto tra Renzi e Gentiloni? Ci sarà un’accelerazione verso il voto anticipato?

    «Renzi ha pronunciato parole molto chiare, che sono l’indirizzo di tutto il Pd. Il nostro ruolo è lavorare nel modo migliore dal governo, mantenendo l’orizzonte del 2018 e tenendo la barra dritta per realizzare le riforme di cui i cittadini hanno bisogno. Noi siamo una squadra sola. Non ce ne sono due in campo, quella del governo e quella del Pd».

    Riformerete la legge elettorale con il Movimento 5 Stelle?

    «Maggio è il mese fondamentale per cercare in commissione un punto di chiarezza definitivo. Il Pd svilupperà una sua iniziativa, le altre forze politiche devono superare le loro ambiguità. Noi abbiamo riproposto prima di tutto l’idea di lavorare sul Mattarellum e siamo in attesa di capire come intendono posizionarsi gli altri. Il Pd non si sottrae al confronto, ma non siamo sufficienti».

    La segreteria di Renzi sarà aperta anche a esponenti delle mozioni di Orlando ed Emiliano?

    «Non spetta a me dirlo ora, ma le minoranze avranno un ruolo fondamentale di iniziativa a prescindere. Dovremo lavorare assieme come una squadra plurale e unitaria, a prescindere dagli equilibri negli organismi. La stagione che abbiamo di fronte dovrà valorizzare le energie nuove, con una scommessa generazionale radicata nei territori».

    Puntate alle larghe intese, o vi rassegnerete all’alleanza con Bersani e D’Alema?

    «Se iniziassimo la nuova stagione percorrendo una discussione tutta di formule, non coglieremmo il bisogno di novità che c’è. Sono convinto che non mancherà anche il confronto tra forze politiche, ma prima per noi c’è il lavoro di rilancio del progetto e della prospettiva del Paese. E i primi interlocutori sono gli italiani».

    La scissione è ancora possibile?

    «Non lo credo affatto, è un tema che non esiste. Ora c’è la possibilità per il Pd di essere più unito e più aperto».

  • Riaprire una nuova fase. Subito le urgenze sociali

    (intervista a firma di Franco Cattaneo pubblicata su L’Eco di Bergamo il 03.05.2017)

    «Vivo queste primarie come il punto di partenza per una nuova stagione del Pd». È soddisfatto Maurizio Martina, in ticket con Matteo Renzi, che domenica, all’Assemblea nazionale, riceverà formalmente l’incarico di vice segretario del partito, rimanendo comunque ministro delle Politiche agricole. Partiamo da Bergamo.

    «Innanzitutto un grazie agli oltre 21 mila bergamaschi che hanno partecipato al voto, un dato significativo e non scontato in una fase in cui è faticoso generare partecipazione. Questo risultato incoraggiante ci dice quanto il nostro partito sia radicato sul territorio. Un ringraziamento sentito al Pd bergamasco, ai nostri volontari, tutti, compresi quelli che si sono spesi con passione per Orlando ed Emiliano. È una bella soddisfazione, tanto più che la mozione Renzi qui ha ricevuto 8 punti percentuali in più della media nazionale».

    Partito popolare, plurale, inclusivo: ricominciate da qui?

    «Sì, sono caratteristiche fondamentali per noi. Parlerei anche di capacità di ascolto. Renzi ha aggiunto due sostantivi di peso: umiltà e responsabilità. Ecco, ripartiamo da questi fondamentali. Con Orlando ed Emiliano, che ringrazio,vogliamo lavorare con uno spirito plurale e unitario: siamo una squadra sola. E spingiamo al massimo il rinnovamento generazionale. In questi mesi abbiamo conosciuto ragazze e ragazzi straordinari, nativi democratici che non hanno il tema delle vecchie appartenenze».

    Una squadra sola anche nei confronti del governo, Padoan e Calenda compresi?

    «Certamente. Ripeto: siamo una squadra sola e questo vale a maggior ragione per Gentiloni e tutti noi che abbiamo l’onore e l’onere di lavorare per il Paese. Nel governo discutiamo, a volte ci sono ipotesi di lavoro differenti, ma marciamo insieme e continuiamo a farlo, vedi il caso Alitalia».

    Il lato debole è la questione sociale.

    «Penso sia fondamentale sviluppare ancora un’iniziativa su due temi socialmente acuti in tutta Europa: rispondere a chi fa fatica nella globalizzazione e a chi ha paura dell’immigrazione. Dobbiamo costruire il nostro progetto partendo anche da qui, da temi che fanno la differenza tra sinistra e destra, fra società aperta e chiusa. Un partito popolare deve saper guardare in faccia temi cruciali: lavoro, inclusione, protezione sociale nel tempo della rivoluzione digitale, nuove povertà, un fisco amico di chi produce, di donne e giovani prima di tutto. Sfide assolutamente da raccogliere».

    Renzi è ancora tentato dal voto anticipato, mentre c’è sempre l’ipotesi di una coalizione post voto con Berlusconi?

    «Lo ha detto in modo chiaro anche il segretario: l’orizzonte è il 2018 e questa è la dimensione temporale del nostro impegno. Questi mesi devono rendere sempre più evidente il carattere alternativo della nostra proposta rispetto ai 5 Stelle e alla destra».

    Come vi ponete con tutto ciò che sta alla vostra sinistra?

    «Non rinunceremo certo, come abbiamo detto, al confronto. La vera discriminante, tuttavia, è il progetto-Paese. Abbiamo la responsabilità di proporre un’idea di società agli italiani: siamo interessati ad un confronto aperto, ma sarebbe riduttivo riassumere questo lavoro soltanto nella formula dei rapporti fra partiti. Qui c’è da scavare in profondità, perché la forza ricevuta dalle primarie è legata prima di tutto all’impegno di aprire una prospettiva larga e partecipata verso la società e gli italiani che non si rassegnano alle paure e agli egoismi. Partiamo da loro, poi certamente discuteremo anche con movimenti e forze politiche».

    La possibile vittoria dell’europeista Macron che significato avrebbe?

    «Sinistra e destra hanno ancora un senso e il campo progressista deve fornire risposte nuove ai temi sociali che ho detto».

  • Referendum Lombardia? Siamo alla propaganda politica, inutile spreco di soldi pubblici

    (Intervista a firma di Nando Santonastaso pubblicata su Il Mattino del 21.04.2017)

    Lombardo di Calcinate, provincia di euro per un referendum senza Bergamo, e ormai sempre più uomo efficacia se può raggiungere lo stesso forte del Pd in Lombardia, Maurizio obiettivo con la richiesta al governo Martina, è ministro anche con il governo Gentiloni delle Politiche agricole. Renziano di ferro, ha stretto con l’ex premier un’alleanza perle primarie dem del 30 aprile che lo sta portando in giro per l’Italia da settimane. E’ stato lui il primo a intervenire dopo che le agenzie avevano battuto la notizia dell’imminente annuncio del referendum, in Lombardia cui dovrebbe seguire oggi quello del Veneto, altra Regione a caccia di poteri speciali.

    Ministro Martina, l’iniziativa del governatore Maroni va letta solo in in questa chiave politica o apre una riflessione più ampia sulle Regioni più forti economicamente del Paese?

    «Se una regione come la Lombardia vuole proporsi per la gestione di ulteriori materie delegate dallo Stato può farlo seguendo la Costituzione e le leggi. Anziché spendere quasi 50 milioni di euro dei cittadini, come vorrebbe fare, per organizzare un referendum regionale consultivo Maroni chieda al governo l’apertura di un confronto nel merito. Mi pare invece che prevalga purtroppo l’uso strumentale del tema».

    Già, ma come pensa che reagiranno gli elettori Pd? Non c’è per voi un rischio di deriva populista che può isolarvi?

    «Credo che i cittadini la pensino proprio come noi. Perché una regione deve spendere milioni di euro per un referendum senza efficacia se può raggiungere lo stesso obiettivo con la richiesta al governo di aprire un confronto subito?».

    La bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre ha rimesso in discussione molte cose: qual è secondo lei il futuro delle Regioni? Hanno ancora un senso gli statuti speciali?

    «Da sempre credo che regioni ben governate siano importanti e spesso decisive per lo sviluppo dei diversi territori. In generale penso che l’intera architettura dei poteri pubblici statuali vada riorganizzata per essere più efficace e funzionale».

    Non sente puzza di secessionismo in queste ed altre iniziative non solo leghiste?

    «Referendum costosi e inefficaci come quelli proposti tempo rispondano solo ad una logica di propaganda politica e basta».

    Il governatore Maroni è stato di recente a Napoli e ha incontrato il suo omologo campano, De Luca, per spiegargli il modelli Lombardia sul piano gestionale e i suoi indubbi successo. Che ne pensa?

    «Se le Regioni si scambiano esperienze di gestione e buone pratiche amministrative può essere sempre utile e interessante».

    Ma secondo lei ha ancora un senso parlare di federalismo fiscale in Italia oggi o si tratta di un capitolo della storia repubblicana ormai chiuso per sempre?

    «Ha senso ridisegnare il sistema per renderlo più efficace di fronte ai bisogni dei cittadini. Ha senso parlare di costi e prestazioni standard e di riorganizzazione delle competenze. In questo sforzo gli Enti locali, i comuni in primis, rimangono essenziali secondo me».

    Parliamo di primarie: mancano meno di dieci giorni alle primarie del Partito democratico dove lei si presenta in ticket con Matteo Renzi. Quanta affluenza prevedete per il 30 aprile?

    «Io chiedo a tutti gli elettori democratici di andare a votare. Sono certo che il popolo del Pd risponderà, come ha sempre fatto, con forza. Possiamo rafforzare il nostro progetto a partire proprio dal massimo coinvolgimento possibile di tante e tanti».

    Ma cosa accadrà dopo le primarie?

    «Sono certo che le primarie del 30 aprile ci consegneranno un Partito democratico più forte e unito. Dopo le primarie tutti insieme dovremo promuovere la nostra idea di paese a partire da alcune priorità essenziali. Io dico innanzitutto lavoro, giovani, mezzogiorno. E poi cambiare il PD e migliorarlo al centro come nei territori. Dovremo essere sempre di più l’alternativa forte alle derive pericolose di Grillo e Salvini».

  • La direzione presa è giusta

    (intervista pubblicata su l’Adige del 12.04.2017)

    Maurizio Martina, giovane ministro per le Politiche agricole, si sta dividendo in queste settimane tra gli impegni istituzionali – lunedì era a Vinitaly a Verona – e quelli politici, nella campagna per le primarie del Pd del 30 aprile, avendo scelto di scendere in campo al fianco di Matteo Renzi.

    Ministro Martina, l’impressione è che questa volta il popolo delle primarie sarà molto ridimensionato, soprattutto i giovani sembrano aver abbandonato il PD. Orlando sostiene che se parteciperanno meno di due milioni di persone si dovrà parlare di flop. Lei cosa si aspetta?
    Trovo questa polemica preventiva surreale. Il popolo del PD ha sempre saputo sorprenderci. Lo ha fatto anche nei circoli dove più di 260 mila persone hanno già partecipato a un confronto largo sulle idee e sulle proposte per l’Italia. Non sono numeri scontati; sono persone in carne e ossa che dicono la loro. Ora dopo gli iscritti chiediamo agli elettori di darci una mano. Con le primarie del 30 aprile non si sceglie solo il futuro del PD, ma si può dare un messaggio forte di fiducia al Paese.

    E come pensa che il PD possa riuscire a riavvicinarsi a chi si sente deluso o tradito?
    Col massimo impegno per proseguire la sfida di cambiamento dell’Italia. Partiamo dall’ascolto e dalla condivisione delle nostre proposte sul lavoro, sui giovani, per rilanciare uno sviluppo più giusto, più equo, attento al bisogni delle persone, senza lasciare indietro chi è più in difficoltà.

    Lei proviene dai DS, quindi da quella sinistra del PD da cui sono venute le critiche più forti al segretario Renzi, fino all’addio di esponenti importanti come Bersani e D’Alema. Perché ha scelto di sostenere la candidatura di Renzi, presentandosi in ticket con lui, invece di appoggiare Orlando? Qual è il senso di questo ticket?
    Il nostro è un lavoro collettivo che nasce dal basso. Abbiamo un’idea chiara del Partito democratico che vogliamo costruire; un partito popolare, in grado di fare squadra, una comunità fatta di persone che insieme contribuiscano a realizzare scelte utili per il paese. La mozione che abbiamo presentato al Congresso si intitola “Avanti Insieme” perché vogliamo dimostrare che pluralità di idee e unità d’impegno si tengono. Chi pensa ancora al trattino tra centro e sinistra guarda al passato, noi siamo interessati al futuro invece.

    Renzi aveva suscitato grandi speranze di cambiamento per il PD e per il Paese, ma alla fine è stato bocciato sulla riforma che lui stesso aveva caricato di un’importanza decisiva, si è reso antipatico, almeno a giudicare dagli indici di gradimento, e viene accusato di aver spaccato il Partito. Perché gli Italiani dovrebbero credere ancora in lui come candidato alla presidenza del consiglio vista che la sua chance l’ha avuta e non ha funzionato?
    Io credo che l’esperienza del Governo Renzi sia stata molto positiva per uscire dalla palude in cui era l’Italia. E rivendico le scelte fatte in questi anni, a partire da quelle economiche, con il Pil che è tornato a crescere e con 700 mila posti di lavoro in più, fino ai passi avanti fatti nel campo del sociale: la legge sul dopo di noi, la legge sullo spreco alimentare, quella contro il caporalato, gli investimenti nelle periferie, le unioni civili. Un reale avanzamento nel terreno dei diritti e delle tutele. Certo, non sono mancati errori. Quando si lavora si può anche sbagliare. Ma la direzione che abbiamo preso è quella giusta. Dobbiamo proseguire perché c’è tanto da fare. E cambiare il Paese non è affatto semplice. Il Pd con Renzi è l’unica alternativa forte alle derive pericolose di Grillo e Salvini.

    Pensa che i risultati delle primarie del PD avranno delle conseguenze sulla tenuta del governo Gentiloni? Esiste ancora l’ipotesi di elezioni anticipate o ritiene che si arriverà alla scadenza naturale?
    Il Governo è concentrato sulle cose da fare, non certo sulle scadenze. Ci sono priorità urgenti: il rilancio del lavoro, il tema delle nuove generazioni, la cura della persona, il rapporto con l’Europa. Questioni più importanti rispetto al dibattito su quando andremo a votare.

    Molti osservatori temono un effetto negativo dalle Brexit sulle risorse della Pac: i fondi UE per l’agricoltura e in particolare quella di montagna saranno ridotti in futuro? Altro motivo di preoccupazione sono i dazi annunciati dal presidente americano Trump che rischiano di colpire pesantemente anche l’agro-alimentare. Quale risposta possono dare l’Italia e l’Europa?
    Serve un’Europa forte, unita, capace di rilanciare accordi internazionali che aprano i mercati. Servono regole chiare per mercati giusti. Solo i grandi possono affrontare una globalizzazione senza leggi, i piccoli no. L’Italia farà la sua parte per tutelare le piccole e medie imprese che sarebbero le prime vittime della nuova stagione di protezionismi. Lo abbiamo visto con l’embargo russo.

    Il progetto di Human Technopole a Milano vede coinvolta anche la Fondazione Mach di S. Michele all’Adige per la parte che riguarda la genomica e l’agri-food. Il Governo ha stanziato 21 milioni di euro sulle biotecnologie in agricoltura. Queste risorse sono già state messe a disposizione dei centri di ricerca impegnati in questo settore?
    Abbiamo avviato il piano di ricerca che è coordinato dal nostro ente Crea. Finalmente siamo tornati a investire con forza sulla ricerca pubblica in agricoltura per dare futuro alle nostre principali culture. Allo stesso tempo siamo impegnati per fare di Human Technopole un punto di riferimento mondiale per le scienze per la vita, che devono vedere l’Italia sempre più protagonista.

  • Falsi indizi, ora la verità

    (Intervista a firma di Paola Mainiero pubblicata su “Il Mattino” del 12.04.2017)

    Non ha dubbi, Maurizio Martina. Le notizie che emergono dall’inchiesta su Consip sono «inquietanti» e «assai gravi», dice il ministro dell’Agricoltura. Martina oggi è a Napoli in vista delle primarie del Pd del 30 aprile. Alle 17,30, all’hotel Ramada, partecipa a una iniziativa promossa dalla deputata Annamaria Carloni. Il ministro compone con Matteo Renzi il ticket che si candida alla guida del partito. Lavoro, giovani, equità sociale, nuovo sviluppo e rilancio del progetto europeo sono le priorità «essenziali» sulle quali il Pd dovrà concentrarsi per riconquistare gli elettori persi negli ultimi anni. Per Napoli, dove il partito attraversa una lunga crisi, Martina ritiene necessario «un investimento nazionale forte del Pd».

    Ministro, la Procura di Roma indaga su una presunta manipolazione delle intercettazioni nell’inchiesta Consip. Questi nuovi sviluppi cosa le suggeriscono? Non c’è il rischio che siano le indagini giudiziarie a dettare i tempi e i temi della politica?
    «Abbiamo sempre detto con chiarezza della nostra fiducia nella magistratura. Lo dicevamo settimane fa e lo ribadiamo oggi. Le notizie di queste ore relative a manipolazioni e falsi indizi nell’inchiesta sono inquietanti e assai gravi. Bisogna che sia fatta presto piena luce».

    Renzi ha attaccato con toni molto duri il M5s. Sono i cinque stelle il vero avversario del Pd?
    «I cinquestelle hanno una vocazione distruttiva, mentre noi vogliamo costruire. La loro vena antidemocratica si vede anche nelle scelte interne prese solo dal capo così come nelle iniziative che propongono per l’Italia. Basti pensare alla loro posizione pericolosa suivaccini. Anche per questo il Pd ha oggi il compito di costruire una alternativa forte, popolare e credibile alle derive di Grillo e Salvini».

    Come pensate di riconquistare i tanti elettori che votavano Pd e ora votano il M5s?
    «Ascoltando i bisogni, aprendoci, impegnando forze nuove e presentando il nostro progetto a partire da alcune priorità essenziali: lavoro, giovani, equità sociale, nuovo sviluppo e rilancio del progetto europeo. Dobbiamo sfidare ancora vecchi e nuovi conservatorismi e proporre risposte nuove per vincere ancora la partita dei meriti e dei bisogni in questo paese.»

    Tra poco meno di venti giorni il Pd sceglierà con le primarie il nuovo segretario. Orlando ha fissato in due milioni la quota minima di elettori. Teme una scarsa affluenza?
    «Io mi fido del popolo del Pd, che in ogni appuntamento ha sempre risposto con grande partecipazione. In questi giorni nei congressi di circolo più di 260mila hanno partecipato a un confronto unico nel paese: un successo di coinvolgimento che nessun altro partito o movimenti può vantare. Io chiedo a tutti gli elettori democratici di partecipare, di darci una mano e di darci forza andando a votare domenica 30 aprile».

    E favorevole al doppio ruolo premier-segretario?
    «Sì. Come accade in tutta Europa per noi il segretario è anche il candidato alla guida del governo. Si tratta di una scelta di chiarezza verso gli elettori e muove dalla consapevolezza che per governare efficacemente serve avere la massima investitura politica possibile».

    Il dibattito sulla legge elettorale non decolla. Prevale la tattica. Ieri Renzi ha aperto sulla eliminazione dei capilista bloccati. Accertato che il Mattarellum non trova consensi, da dove si parte?
    «Noi faremo di tutto per contrastare questa deriva iper-proporzionale presente oggi. Lavoreremo per introdurre correzioni maggioritarie all’attuale sistema elettorale. Dobbiamo impegnarci al massimo per rilanciare democrazia dell’alternanza e governabilità, perché una democrazia non decidente rischia di fare ancora danni al Paese».

    È favorevole alle coalizioni o difende la vocazione maggioritaria del Pd?
    «Io so che non c’è futuro per il centrosinistra senza un Pd forte e aperto in grado di costruire nuove alleanze sociali. Su questo dobbiamo lavorare. Vogliamo confrontarci per unire e allargare il campo ma contano prima di tutto i programmi e le scelte che si propongono ai cittadini».

    Si voterà in autunno o nel 2018 alla scadenza naturale della legislatura?
    «Chi come me è al governo deve rimanere concentrato ogni giorno sulle scelte da fare non sulla scadenza della legislatura».

    Ieri in consiglio dei ministri sono arrivate alcune scelte importanti anche per le popolazioni colpite dal terremoto.
    «Abbiamo dato il via libera alle Zone franche urbane nei comuni del terremoto. Zero tasse e contributi per due anni per le attività d’impresa che daranno futuro alle aree colpite dal sisma. Un aiuto concreto a chi vuole continuare a vivere e lavorare in questi territori straordinari. In particolare per le nostre esperienze agricole e agroalimentari potrà essere una spinta ad andare avanti più forti».

    Domani (oggi, ndr) sarà a Napoli, città dove il Pd vive da anni una lunga crisi. Serve il lanciafiamme, come disse Renzi, o servono idee, come sostiene Orlando?
    «Serve una nuova stagione del nostro progetto per la città. A partire da un investimento nazionale forte del Pd su Napoli. E una città cruciale per le sorti del Paese, per questo occorre chiamare a raccolta tutte le persone che intendono dare una mano alla nostra sfida. A maggio bisogna iniziare insieme e con il massimo impegno questo lavoro, superando le difficoltà di questi anni».

  • La mozione Renzi – Martina in 20 punti

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  • Non cederemo alla Ue, la ripresa va sostenuta

    (Intervista a firma di Marco Conti pubblicata su Il Messaggero del 20.03.2017)

    Ministro Martina, ha visto in Germania! Schulz è stato eletto presidente della Spd con il 100% dei voti. Che significa per un partito andare ad elezioni in maniera così compatta?

    «Significa molto non solo per la Germania ma per l’intera Europa. Schulz è una speranza non solo per il campo socialdemocratico tedesco, ma per le prospettive di tutti i progressisti europei. Soprattutto in vista di una settimana importante come quella che avremo a Roma con l’anniversario dei Trattati. Loro, come noi, possono essere protagonisti di una svolta sociale e politica della Ue di cui abbiano enormemente bisogno».

    Sabato però arriverà a Roma ancora la Merkel. Pensa sia una Cancelliera un po’ diversa anche per la non facile trasferta a Washington?

    «L’appuntamento di Roma è importante per tutte le famiglie europee e per chi crede ad una svolta dal fiscal compact all’Europa sociale. I progressisti hanno una grande questione: come tenere assieme società aperta e identità e continuare a far vivere la Ue come strumento forte di sovranità per proteggere e promuovere i nostri cittadini».

    Quindi Europa come tema centrale anche delle primarie Pd?

    «Certo. Di qui passa una parte importante della nostra identità e della proposta che faremo agli italiani. Siamo per un riscatto democratico dell’Europa e nella mozione depositata con Renzi proponiamo fra l’altro l’elezione diretta del presidente della Commissione per un rapporto forte tra cittadini e massima autorità europea. In più, per il campo progressista, proponiamo le primarie transnazionali per scegliere il candidato».

    Europa sociale che significa?

    «Per noi vuol dire prendersi cura dei più deboli prima di tutto. A partire da un’assicurazione europea contro la disoccupazione, ma poniamo anche il tema di una Schengen per la sicurezza, il ministro del tesoro unico d’Europa e armonizzazione dei sistemi fiscali in modo da decidere a livello europeo politiche di premialità per alcuni contesti. E qui in particolare c’è la proposta legata al Mezzogiorno di istituire delle zone economiche speciali che abbiano tassazioni armonizzate europee semplificate. Non può accadere, come è oggi, che ci sia una fiscalità di vantaggio per l’est Europa e una sofferenza per tutta l’area mediterranea».

    A proposito di Renzi e del ticket fatto per le primarie. La vostra è una coppia destinata a durare o limitata alla fase congressuale?

    «Questa è una proposta che vuole esprimere sino in fondo il carattere plurale ed unitario della nuova stagione del Pd. Va oltre i nostri due nomi. E’ l’idea di una squadra che si fa carico di essere gruppo dirigente plurale».

    Proposta plurale significa anche aggregare altre forze o il Pd andrà per conto suo?

    «Lo vedremo. Per noi è importante presentare agli italiani un programma di cambiamento del Paese che risponda agli interessi e ai bisogni delle famiglie e dei cittadini. Le alleanze si fanno sui programmi e non prima».

    Pensa sia quindi difficile cambiare la legge elettorale?

    «Dobbiamo fare di tutto perché non si scivoli verso un sistema iper-proporzionale. Occorre tenere il più possibile il punto sull’alternanza e sulla possibilità che deve avere il cittadino di potere esprimere direttamente la scelta di governabilità. Per noi il modello migliore è il Mattarellum, vedremo se ci saranno le condizioni per lavorare su questo. Fondamentale è che il 4 dicembre non ci faccia ripiombare in una logica dove la governabilità viene messa in discussione al punto da non salvaguardare i principi minimi che permettano ai cittadini di dire chiaramente chi vogliono al governo».

    Nel frattempo c’è il governo alle prese con la manovra correttiva. Gentiloni sostiene che il quadro è più fragile. Pensa si riferisse anche alla scissione del Pd?

    «Naturalmente il quadro è più fragile perché ciò che è accaduto non ha fatto bene alla maggioranza. Inutile negarlo. Penso però che la determinazione con la quale si stanno affrontando alcuni punti importanti sia quella giusta. Anche nei confronti dell’Europa dobbiamo tenere una linea di condotta che abbia innanzitutto come faro il sostegno a crescita e lavoro. Tutte le scelte devono essere conseguenti a questo e non dobbiamo fare scelte che soffochino quel po’ di ripresa che si è generata».

    Nella mozione avete scritto che il segretario sarà anche candidato premier. Ma ci saranno candidati premier alle prossime elezioni?

    «Noi lo abbiamo ribadito in maniera chiara. Così come accade in tutta Europa anche perché la legittimazione dà forza e peso al governo».

    Non teme l’effetto Bersani? Ovvero che in caso di non vittoria il candidato-premier sia il primo a doversi far da parte?

    «Non credo. Quella era un’altra stagione».

    Per anni la sinistra ha definito Forza Italia come “partito di plastica”. Come definirebbe ora i grillini?

    «Lì c’è un solo uomo al comando esattamente come accadeva per la destra. E’ evidente che l’utilizzo del web è solo un artificio, un’illusione ottica per nascondere questa leva di potere interna stretta su una persona sola».

    Torniamo al governo. Avete cancellato i voucher per paura del referendum o perché non servono?

    «Condivido la scelta fatta con il presidente e tutti i ministri di togliere dal tavolo delle prossime settimane un argomento che rischiava di essere molto divisivo, al di là dei sondaggi e uno strumento che ha generato storture molto complesse. Rimane ora la necessità di lavorare con le parti sociali per individuare strumenti per tutelare il lavoro intermittente, il lavoro saltuario. Il nostro impegno, e quello in particolare del ministro Poletti, è rivolto ad affrontare il tema delle famiglie e delle piccole imprese».

    Altro tema che si affaccia in Parlamento è quello dei magistrati impegnati in politica che poi tornano a fare i giudici. Che ne pensa?

    «Che occorra una riflessione, senza accelerazioni. il Parlamento è la sede giusta. Vedremo».

  • Con Renzi per un Pd popolare

    (Intervista a firma di Maria Zegarelli pubblicata su l’Unità del 17.03.2017)

    «Non vogliamo riavvolgere il nastro della storia, non ci rassegniamo a un ritorno fuori tempo massimo alle antiche case madri. Vogliamo rafforzare il progetto del Pd con parole nuove e con un lavoro collettivo, fuori dall’idea che il partito sia un rifugio».

    Al Lingotto la platea si è spellata la mani quando il ministro Maurizio Martina ha pronunciato queste parole, sarà anche per questo che Matteo Renzi lo ha voluto in tandem con lui nella corsa alle primarie, per iniziare quel gioco di squadra che finora non è decollato. Figura non divisiva, costruttore di ponti, qualcuno dice.
    Qualcun altro taglia corto e sostiene che l’ex segretario l’abbia voluto perché il ministro, 38 anni, ex Ds, può «coprirlo a sinistra» sottraendo consensi ad Andrea Orlando. In realtà dalla sua ha un’esperienza politica di cui Renzi ha parecchio bisogno in questo momento per ridare slancio al Pd.

    Nel movimento studentesco, poi consigliere comunale con una lista civica, segretario della sinistra giovanile e poi via via una gavetta sempre a salire nei Ds fino ad arrivare al governo, come sottosegretario nel 2013 con il governo Letta.
    Durante questa lunga chiacchierata racconta che come prima iniziativa elettorale, dopo il Lingotto, ha scelto il Museo della Casa Cervi, la casa dei sette fratelli uccisi dai fascisti, perché, spiega che la metafora di questa avventura è ispirata da Aldo Cervi e dal quel mappamondo piazzato sul suo trattore. Aveva colto la direzione il giovane figlio di Alcide. E adesso spetta al Pd cogliere la propria se vuole riaprirsi a pezzi di elettorato che hanno deciso di guardare altrove.

    La mozione presentata con Renzi cita Gramsci. Svolta a sinistra?
    «In realtà credo che stiamo semplicemente interpretando nel modo migliore l’idea di una proposta che si rivolga al Pd e al Paese in modo largo e partecipato. Questa è una mozione che nasce dal basso, dai giorni intensi e molto belli del Lingotto, con il contributo di tanti che hanno voluto partecipare con noi a tre giorni di confronto molto forte. Questo sforzo e questa questa tensione li abbiamo voluti rappresentare nel titolo della mozione, “Avanti, insieme”. Stiamo, cioè, rappresentando un’idea chiara del Pd che vogliamo: un partito in grado di fare squadra, di persone che insieme, a vari livelli, lavorino per la stessa prospettiva. Un partito popolare, alternativo ai populisti».

    Decontribuzione totale per l’assunzione dei giovani per i tre anni: questa è una delle proposte contenute nella mozione. Una misura stabile, considerato il crollo delle assunzioni a tempo indeterminato che si è registrato quando sono finiti gli sgravi per le imprese?
    «Il terna che ci poniamo è quello di un avanzamento radicale di tutte le politiche di sostegno all’occupazione giovanile. Sappiamo che sono stati fatti passi in avanti importanti negli ultimi tre anni con le scelte che abbiamo compiuto attorno ai terni del lavoro, ma dobbiamo fare di più. C’è bisogno di essere ancora più forti sul versante dell’occupazione giovanile concentrando le politiche di defiscalizzazione in particolare sul versante di genere e di generazione. In parte queste scelte sono state impostate in questi anni, ma non ci sfugge la necessità di essere ancora più netti nei prossimi anni perché l’occupazione resta il nostro chiodo fisso, è questa la madre di tutte le battaglie, il cuore della nostra sfida sociale».

    Andrea Orlando critica il ticket, dice che quel trattino Renzi-Martina fa fare un salto indietro.
    «Credo in realtà il trattino ce l’ha una certa visione del Pd che sembra sia interpretata più da altre proposte che non certo dalla nostra. Noi non abbiamo trattini. Dal primo minuto abbiamo lavorato per il superamento di un’idea di partito che torna ad avere il trattino. Nella proposta di fondo c’è una diversità chiara tra la prospettiva che propongono Andrea o Emiliano rispetto alla nostra. Noi non vogliamo tornare indietro, come dimostrano i contenuti della nostra mozione che mirano ad un progetto di un partito compiutamente unitario e pienamente di centrosinistra».

    AI Lingotto ha detto “la sinistra siamo noi”, Dario Franceschini sostiene, invece, che i numeri inducono a fare i conti con il centrodestra. A chi guarda il Pd di Renzi e Martina?
    «Noi prima di tutto dobbiamo avere forti contenuti programmatici e forti proposte per rivolgerci a tutti i cittadini sapendo che le prime alleanze sono quelle sociali, che si costruiscono con i bisogni e gli interessi dei cittadini. Se non partiamo da qui rischiamo di non farci capire. Poi, è chiaro che noi guardiamo al centrosinistra, siamo un soggetto fondamentale di quest’area, a questo abbiamo lavorato in questi anni. Siamo dunque interessati a sviluppare un ragionamento che sul programma costruisca dei punti di sintesi e delle convergenze dopo le primarie, quando toccherà a noi far vivere le esperienze del Pd. Dialogo al centro e a sinistra, con chi ha una visione unitaria e non divide, a partire da un programma forte di cambiamento del Paese».

    Uno dei workshop più partecipati al Lingotto è stato quello sul partito. Quale è il messaggio che vi è stato recapitato dalla base?
    «La proposta che noi facciamo è quella di un partito pensante, in questa parola c’è tanto della sfida che dobbiamo vincere per avere un partito radicato nei territori, capace di essere strumento di relazione con i cittadini, di fare comunità, di essere utile, che riparta dai circoli, dalle competenze e che offra strumenti di analisi. Sono convinto che l’alternativa al populismo si costruisca con un partito popolare. Infine, considero fondamentale la formazione anche con una scuola politica stabile, permanente. È cruciale soprattutto di fronte ai cambiamenti che abbiamo davanti ».

    Pensante ma anche più pesante?
    «Un partito vivo. Dobbiamo superare la discussione tra pesante o leggero che non ci ha portato da nessuna parte. C’è bisogno di un partito attivo e reattivo, capace di rispondere a Federico, quel ragazzo di 17 anni che ha preso un treno ed è venuto a Torino per porci delle domande».

    L’altro giorno al Senato, durante la discussione sulla mozione di sfiducia individuale al ministro Luca Lotti, Michele Gotor è stato ancora più duro del M5s. Se lo aspettava da un suo ex compagno di partito?
    «Penso che purtroppo abbiamo assistito ad una involuzione di merito e nello stile che dice molto della deriva che si sta prendendo dopo la scissione in alcuni ambienti. A me dispiace molto perché credo che sia stato quel modo di ragionare davvero incompreso ai più. La deriva a cui stiamo assistendo fa saltare parecchie coerenze rispetto a posizioni assunte in passato dalle stesse persone che adesso scelgono questa strada».

    Lei è in campagna elettorale ma anche ministro del governo Gentiloni che lavora alla manovra. Per Piero Fassino la priorità in questo momento è abbassare il debito pubblico. Renzi chiede che non si alzi la pressione fiscale. Che direzione prenderà il governo?
    «Le priorità per noi rimangono il lavoro e il sostegno alla crescita. Dobbiamo fare di tutto per irrobustire tutte le misure e gli strumenti a sostegno dell’occupazione degli investimenti. Anche in queste ore stiamo ragionando, ad esempio, di voucher. Io sono per interventi forti, radicali, che ci aiutino a superare anche queste situazioni».

    Eliminerete del tutto i voucher?
    «Vediamo, io sono per un intervento netto da parte del governo su questi temi. In generale, credo che si debbano fare scelte utili a sostenere crescita, investimenti e lavoro. Tutto quello che faremo dovrà essere misurato con questo obiettivo, a partire dalle prossime settimane. La legge di Stabilità sarà un tenia dell’autunno».

    Martina-Renzi, davvero “diversi ma uniti” è possibile?
    «Assolutamente sì. Questo è il compito della nostra generazione. Non dobbiamo ripercorrere la malattia che tanto male ha fatto alla sinistra negli anni. Noi abbiamo anche questo compito, credo che nella diversità di sensibilità, di proposta e nella nostra capacità di sintesi ci sia una delle sfide più grandi per il Pd».

  • Costruiamo la nostra proposta per il partito delle nuove generazioni

    (Intervista a firma di Tommaso Ciriaco pubblicata il 10 marzo 2017 su La Repubblica)

    «Ci ritroviamo al Lingotto per un Pd capace di guardare al futuro. Per un partito delle nuove generazioni, che offra una prospettiva forte al Paese. Anzi, il partito del Paese, che si assume la responsabilità della sua funzione nazionale».

    Così promette Maurizio Martina, che corre come numero due di Renzi per la conquista della segreteria dem.

    Non il partito della nazione, ma il partito per la nazione?

    «L’ alternativa popolare ai populisti. Tremila persone, tre giorni di lavori. Con due parole d’ordine: profondità – andando a fondo alle questioni più delicate – e apertura, nel senso di ascolto e coinvolgimento. Così costruiamo la nostra proposta congressuale: non sarà solo una candidatura, ma un progetto collettivo dal basso. Uno di quei casi in cui il metodo è merito».

    Dal format sembra un Lingotto in stile Leopolda.

    «Sarà un’esperienza a sé. Ovviamente raccoglie il meglio dei percorsi fatti in questi anni, introducendo novità. Discuteremo senza fare sconti a noi stessi, ma con orgoglio».

    II Lingotto di Veltroni si fondava sulla vocazione maggioritaria, in alternativa a Berlusconi. Oggi l’unica vocazione maggioritaria sembra quella dei cinquestelle, mentre il Pd pare destinato a un patto col Cavaliere. Oppure ci credete ancora?

    «La vocazione dei cinquestelle è solo distruttiva. Noi invece vogliamo costruire. Crediamo ancora nella democrazia dell’alternanza, abbiamo questa aspirazione maggioritaria e la rilanceremo. Anzi, siamo preoccupati per una deriva iperproporzionale che rischia di far male al Paese. Faremo di tutto per cambiare la legge elettorale, insistendo sul Mattarellum. Vedremo cosa accadrà, ma ci proveremo fino alla fine».

    E però per il momento c’è il proporzionale. Significa che le alleanze servono. O c’è l’Ulivo, o c’è il Lingotto, non le pare?

    «No, affatto. Il Lingotto è il frutto più maturo dell’Ulivo».

    Quindi alleanze: con Pisapia, ma mai con gli exDs di Bersani e D’Alema, si può dire fin d’ora?

    «A noi interessa il progetto per l’Italia. La scissione è stato un grave errore. Se guardo alle città, il modello naturale e vincente è quello di Milano, dove abbiamo lavorato benissimo con Pisapia».

    Dunque senza Ncd?

    «Noi lavoriamo al centrosinistra».

    Tre cose di sinistra che intendete fare. Lo dica lei, che sulla carta è l’ala progressista del ticket.

    «A noi non interessano le provenienze, ma la nuova appartenenza comune. Siamo tutti democratici. Le dico tre cose che il Pd deve fare per il Paese: la sfida sulla protezione sociale – a maggior ragione dopo la storica misura di contrasto alla povertà approvata ieri – rilanciare il sostegno al lavoro e combattere per il risveglio del sogno europeo».

    Parliamo del Pd: sarà lei, di fatto, a occuparsene dopo le primarie?

    «Ora l’impegno è sul congresso».

    È sempre convinto comunque che la figura del premier e del segretario debbano coincidere?

    «Sì, è quello che ci insegna l’esperienza dei socialisti e progressisti di tutta Europa».

    Capitolo sfidanti: è sorpreso di non ritrovare Orlando al Lingotto, ma di doverlo affrontare come avversario?

    «Non ci sono avversari, c’è solo il confronto. E comunque è una domanda da girare a lui. Di certo, oggi come a maggio saremo tutti parte della stessa squadra».

    Anche con Emiliano, che sta usando toni durissimi verso Renzi e il renzismo?

    «Non inseguo toni che non mi appartengono. Anche perché ai nostri queste polemiche proprio non vanno giù».

    Caso Lotti: non potrebbe dimettersi, come fece Lupi durante il governo Renzi, per mettere al riparo le primarie e il governo?

    «Deve rimanere al suo posto. Sono fiducioso che tutto si chiarisca».

    E Tiziano Renzi? C’è una responsabilità politica anche del figlio?

    «Renzi ha detto le parole giuste. Ora basta. Bisogna avere fiducia nella magistratura. È questo l’atteggiamento giusto».

    Lei è anche ministro: ormai si vota nel 2018, o c’è ancora spazio per elezioni a settembre 2017, insieme alla Germania?

    «Tutto il dibattito su quando si vota è stato superato dalle scelte compiute. Si va avanti, fino in fondo».

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