• Il mio intervento al Forum nazionale dei Circoli Pd di Milano

    Grazie a tutti per essere qui con noi oggi.
    Al sindaco Beppe Sala.
    Grazie al PD di Milano e della Lombardia per l’impegno e il supporto anche in questa occasione.

    Dare vita a un forum nazionale dei circoli come questo esprime già una precisa scelta politica.

    Significa dare protagonismo prima di tutto a chi, nei territori, vive la militanza e la partecipazione politica come autentico servizio.

    Significa dare centralità al senso di appartenenza a una comunità come la nostra, unica in Italia e in Europa, fatta di tante donne e uomini che partecipano da elettori o da iscritti al nostro impegno.

    Loro, voi, siete un patrimonio civico straordinario che portiamo in dote al paese.
    Altro che partito personale.

    Siamo l’unica forza che può contare su una rete così organizzata.

    Siamo l’unica forza che in tempi di antipolitica militante può mobilitare ancora milioni di persone per la scelta del suo segretario e del suo progetto.

    Sappiamo che non basta.
    Sappiamo di avere ancora limiti da superare e nodi da affrontare.

    Tutto questo però ci deve spingere ad avere sempre di più piedi, cuore e testa dentro il paese reale.

    Nei suoi bisogni, nelle sue speranze, nelle sue attese.

    Noi dobbiamo ringraziarvi per l’esempio che rappresentate nell’Italia dei comuni, delle città, dei borghi.

    E dobbiamo anche chiedervi scusa se a volte, nel confronto dentro il gruppo dirigente nazionale, non riusciamo ancora ad essere all’altezza dell’impegno che portate avanti generosamente in nome di tutti.

    Ci confronteremo anche per questo nelle diverse piazze tematiche che abbiamo organizzato per questa sera.

    Ascolteremo testimonianze e voci che ci aiuteranno a comprendere la portata di alcune grandi sfide che già ci attraversano e ci riguardano.
    Oggi come domani.

    Questa è la prima tappa di un lavoro in profondità che vogliamo portare avanti con coerenza e continuità.

    Sul territorio, come sulla rete.

    Nella consapevolezza che abbiamo una sfida ambiziosa e necessaria.

    Fare un partito nuovo contemporaneo.
    Farlo aperto, inclusivo e radicato, perché la forma è sostanza.

    Un partito pensante e popolare, come abbiamo detto più volte.
    Un partito umile e utile, come ci ha insegnato l’esperienza delle magliette gialle.

    Penso al partito della mediazione sociale.
    Della nuova responsabilità sociale.
    Per riannodare i fili tra bisogni e interessi, fra aspettative individuali e necessità collettive.
    Un progetto in grado di ascoltare e capace di costruire alleanze nella società, con le persone in carne ed ossa, con le associazioni e le comunità, prima ancora che con sigle di partito.

    Questa è la nostra sfida.
    Niente meno di questo, in un tempo che segna la fatica e la crisi del pensiero progressista e riformista ovunque su scala globale.

    Il difficile voto amministrativo che abbiamo alle spalle ci consegna temi fondamentali su cui lavorare da subito.
    Primo fra tutti io credo sia l’astensione che ci ha riguardato in tante realtà, che ha colpito noi e tutto il centrosinistra.

    Fatemi mandare da qui un grande ringraziamento ai nostri amministratori locali.

    Ai sindaci, ai consiglieri del PD e delle esperienze civiche di centrosinistra che con il loro lavoro sono ogni giorno in prima linea per rispondere ai bisogni e alle necessità dei cittadini.

    Conosciamo il peso delle responsabilità che vi siete caricati in questi anni e i temi che devono trovare ancora risposta.

    Anche per questo siamo qui.

    Esattamente due mesi fa, il 30 aprile scorso, quasi due milioni di persone hanno partecipato e scelto non solo un segretario ma una linea politica e un progetto.

    Ora, non sarebbe comprensibile che si ricominciasse daccapo.
    Non sarebbe pensabile aprire un secondo tempo congressuale.
    Non possiamo permettercelo. Sarebbe sbagliato per tutti noi.

    Altra cosa è ascoltare e ascoltarsi per migliorare il nostro lavoro.
    Altra cosa è fare vivere la nostra pluralità di idee come ricchezza per tutti.

    E se siamo qui è perché esattamente dieci anni fa il Partito Democratico nasceva con la missione di portare le ragioni della sinistra italiana e dei riformisti nel secolo nuovo.

    Nessuna comunità politica, nessun progetto collettivo, può esistere e crescere senza una missione. Senza un orizzonte.

    Dieci anni dopo, diciamo senza alcun dubbio, che la nostra missione è ancora questa.

    Ma questa missione, questo orizzonte, oggi, è ancora più complessa di ieri e proprio per questo ancora più necessaria.

    Ecco perché non vogliamo tornare indietro.
    Ecco perché non possiamo rassegnarci a un ritorno a formule figlie di una stagione che non c’è più.

    Perché la necessità storica del PD, ora, non è data tanto da ciò che accade dentro lo spazio che conosciamo della politica, ma da ciò che ancora non conosciamo e sta cambiando radicalmente nella società.

    Sta in quel “cambio di paradigma” dopo la crisi, descritto bene da Mauro Magatti recentemente e nella sua riflessione sulla ricerca di un nuovo baricentro per le democrazie.

    Per questo il tema urgente adesso è attualizzare valori e ragioni del progetto democratico e vivere i mutamenti del nostro tempo.

    Pensate all’irruzione sulla scena di una dinamica emotiva tra razionale e irrazionale, tra falso e vero, completamente nuova.
    La “democrazia a bolle” come l’ha chiamata recentemente Barack Obama, in cui rischiamo di essere imprigionati, che elimina dalla nostra visuale i punti di vista alternativi. Una questione delicatissima.

    Pensate all’irrompere drammatico del nuovo terrorismo internazionale di ultima generazione.

    Alla radicalita’ del fenomeno migratorio che ci riguarda da vicino nel cuore del mediterraneo. Su questo nodo cruciale, fatemi ribadire il nostro sostegno al presidente Gentiloni e al ministro Minniti per gli sforzi che stanno compiendo anche in queste ore in Europa. Perché ci sia consapevolezza della svolta necessaria ormai ineludibile nella gestione dell’accoglienza.

    E pensando ancora ai mutamenti che abbiamo davanti, come non porsi delle domande di fronte alla gigantesca questione ambientale che abbiamo di fronte ai nostri occhi ogni giorno legata ai termini fondamentali della sostenibilità dello sviluppo.

    Alla metamorfosi del lavoro di fronte alla rivoluzione digitale in atto.

    Dieci anni fa, quando nacque il PD, eravamo all’inizio della più radicale crisi economica e sociale dopo il 29.

    Dieci anni dopo, ovunque, ma sopratutto in Italia, le fratture generazionali si sono aperte e la questione giovanile è diventata ancora di più questione nazionale.

    Perché se convivi per troppo tempo con l’idea di una precarietà dell’esistenza, la rabbia e la frustrazione non rimangono comportamenti individuali ma si trasferiscono nello spazio pubblico.

    L’attualità del Partito Democratico sta su queste frontiere, non nella polemica quotidiana da transatlantico.

    Se si comprendesse meglio la portata di queste sfide si capirebbe anche che senza il partito democratico l’argine alle forze populiste e antisistema sarebbe molto più fragile.

    Perché rimane proprio il PD il primo argine a queste derive e bisognerebbe esserne tutti un po’ più consapevoli.

    Ecco perché non ci può essere centrosinistra senza partito democratico.
    Ecco perché a noi non interesserà mai la logica nel nemico-vicino.
    Sia chiaro che non ci definiremo mai contro qualcuno, ma sempre per qualcosa.

    Per questo ha fatto bene il segretario a indicare l’orizzonte Italia 2020.

    Ci interessa guardare negli occhi gli italiani e proporre loro una prospettiva forte per il futuro.

    Diciamo Italia 2020 perché sappiamo che le vere faglie non stanno nel dibattito autoreferenziale della politica, ma nella società e tra i cittadini che sentono sulla loro pelle inquietudini e domande nuove.

    Diciamo Italia 2020 e collochiamo questo orizzonte innanzitutto dentro la sfida per la svolta sociale e politica dell’Europa.
    Come unica alternativa possibile ai rigurgiti nazionalisti e sovranisti.

    Diciamo Italia 2020 e ci poniamo il tema della nuova democrazia economica e sociale. Perché il passaggio che può esserci, dalla società del consumo alla società della condivisione, apre spazi di partecipazione e di lavoro inediti che spetta a una forza come il PD interpretare.

    Diciamo Italia 2020 e ribadiamo che il tema dell’uguaglianza è e sarà ancora il cuore della nostra visione.
    Non smetteremo mai di partire dai più deboli. Da chi soffre, da chi è più insicuro.

    Noi viviamo l’inquietudine di chi sa che non basta un convegno per cambiare lo stato delle cose: occorre sporcarsi le mani, tentare vie nuove, cambiare in radice politiche e strumenti.

    Diciamo Italia 2020 e ribadiamo la nostra ossessione per la centralità del lavoro.
    Per il lavoro di cittadinanza da creare in particolare nel mezzogiorno e verso giovani e donne. Prima di tutto come leva indispensabile di dignità per tutte le persone.

    Diciamo Italia 2020 perché la riforma dello Stato e delle istituzioni e’ ancora un’urgenza e un bisogno democratico indispensabile per riallacciare un rapporto credibile tra poteri pubblici e cittadini.

    Ecco perché rivendichiamo il lavoro di questi anni.

    Dentro un quadro politico difficilissimo, abbiamo dato un senso a questa stagione.
    È stata ed è una stagione di cambiamento utile.

    Dobbiamo continuare.
    Sullo Ius Soli, ad esempio.
    Perché la nuova cittadinanza è un atto di civiltà e ora la legge dopo anni va finalmente approvata prima della pausa estiva.
    Proprio sui diritti di cittadinanza, peraltro, si è svelata la vera natura del movimento cinque stelle che rende meno difficile comprendere anche il loro sostegno alla destra negli ultimi ballottaggi.

    Ma dobbiamo continuare anche a difesa della salute con la scienza, contro semplificazioni devastanti.

    E dobbiamo continuare, ponendoci nuovi obiettivi.

    Penso ad esempio alla battaglia per l’equo compenso.
    Abbiamo ancora troppi giovani professionisti sottopagati e spesso anche non pagati per le loro prestazioni e per questo occorre tornare ad avere dei riferimenti per garantire equità secondo ciò che dice l’articolo 36 della costituzione.

    Dobbiamo continuare.

    Senza arroganza. Senza la pretesa di avere fatto tutto giusto.
    Noi per primi ci poniamo il tema dei limiti che abbiamo vissuto.

    Ma guai a non vedere i passi avanti fatti.

    Sul lavoro e sull’economia.
    Sui redditi e sulla lotta alle povertà.
    Sui diritti, sulla giustizia, sul sapere, sulla cultura.

    Anche i dati di queste ore sul potere d’acquisto delle famiglie così come quelli sulla crescita economica sono lì a dimostrarlo più di ogni altra parola.

    Se cercate la sinistra la trovate nell’introduzione per la prima volta nella storia di questo paese del reddito di inclusione contro la povertà per oltre 600mila famiglie.

    Se cercate la sinistra la trovate nel superamento di Equitalia, da domani.

    La trovate nei 19 miliardi di recupero di evasione fiscale del 2016 e nella diminuzione della pressione fiscale per famiglie e imprese.

    La trovate nell’anticipo pensionistico finalmente attivo e già chiesto ad oggi da oltre 30mila persone.

    Nelle otto salvaguardie per gli esodati della legge Fornero.

    La trovate nel bonus cultura che ha interessato 350mila ragazzi.

    Se cercate la sinistra la trovate anche nella quattordicesima estesa da domani a tre milioni e mezzo di pensionati.

    Ma la trovate ancora nelle unioni civili, nella legge contro il caporalato, nella norma contro i licenziamenti in bianco, nella legge sugli ecoreati, nel ripristino del falso in bilancio, nelle scelte contro la corruzione e per la legalità.

    E continuo a pensare che avere indicato in questo tempo difficile l’impegno “per ogni euro in sicurezza, un euro in cultura” sia stata la responsabilità più qualificante per essere coerenti con i nostri valori.

    Questi siamo noi.

    E’ tutto? Certo che no.

    Siamo i primi a vivere l’inquietudine di chi sa che ancora molto deve essere fatto.

    Da qui ai prossimi mesi lavoreremo su tutto questo.

    Sul progetto. Sulle idee. Sulle scelte. Sulle prospettive.
    Non sulle polemiche, non sui personalismi, né tantomeno sui destini personali.

    Per fare questo lanciamo qui oggi insieme il Forum programmatico nazionale per l’autunno.

    Sarà quello il momento fondamentale della sintesi sulle idee, sulle azioni e sulle responsabilità che vogliamo prenderci per il futuro dell’Italia.

    Dopo la festa nazionale che quest’anno terremo a Imola dal 9 al 24 settembre ci metteremo in viaggio per l’Italia e la percorreremo in treno ascoltando e incontrando territori, cittadini, associazioni.

    Sarà anche questa un’occasione straordinaria per essere all’altezza delle persone che vogliamo rappresentare.

    Ascolteremo tutti, ci conforteremo con chiunque. Guarderemo sempre avanti.

    Dove ci sarà un confronto sulle idee, ci saremo noi.
    Dove ci saranno scontri sulle persone, o peggio ancora veti sulle persone, non ci troverete.

    La posta in gioco è troppo alta per commettere certi errori già vissuti.

    Vasco Rossi in “Un mondo migliore”, la canzone con cui abbiamo aperto, a un certo punto scrive: “Non è facile pensare di cambiare le abitudini di tutta una stagione”

    Non sarà facile nemmeno per noi, ma in fondo siamo nati proprio per questo: per provarci.

    Buon lavoro a tutti. Avanti, insieme.

  • Gori è la persona giusta. È tempo di portare un sindaco alla guida della Lombardia

    (Intervista a firma di Andrea Montanari, pubblicata su la Repubblica – Milano del 28 giugno 2017)

    Giorgio Gori è la persona giusta per sfidare Roberto Maroni alle elezioni regionali. Spero che il Pd lombardo proponga la sua candidatura nel lavoro che sta facendo per preparare bene questa sfida e che mi auguro possa completarsi e arricchirsi con il nome di Giorgio». Maurizio Martina, vicesegretario nazionale del Pd e ministro alle Politiche agricole annuncia il suo appoggio alla candidatura in Regione del sindaco di Bergamo.

    Martina, il suo quindi è un passo indietro rispetto a una sua possibile candidatura?

    «Io sono per lavorare alla candidatura di Giorgio all’interno di una squadra larga e penso che lui possa interpretare al meglio la sfida a Maroni. Questo è il pensiero che ho consegnato al segretario lombardo del Pd, Alfieri e sono ben consapevole che toccherà al Pd e alla coalizione fare le scelte per la candidatura. Penso che Giorgio sia la persona giusta per sfidare Maroni. Io mi metto, per la mia quota di responsabilità, al servizio di un lavoro di squadra con lui come capitano».

    Perché è convinto che Gori sia il candidato giusto?

    «Credo che oggi occorra un sindaco alla guida della Regione. Sarebbe la prima volta di una candidatura di un sindaco lombardo alla presidenza della Lombardia. Questo sarebbe un dato importante».

    In che senso?

    «Perché vorrebbe dire portare al Pirellone l’esperienza, la sensibilità e lo stile di chi ha fatto il primo cittadino nella comunità di un territorio. Sarebbe la caratterizzazione forte del progetto di centrosinistra che dobbiamo animare in Lombardia. Giorgio è la persona giusta per ragionare a un progetto civico aperto, dal tratto lombardo. Quindi con forti elementi di autonomia e di originalità figlie delle esperienze lombarde. Spero che il centrosinistra lavori a questa idea in modo unitario e aperto. Coinvolgendo persone, energie di tutti i territori, ben oltre le appartenenze classiche. Gori può interpretare un progetto di cambiamento e di innovazione verso la Lombardia del 2020».

    Come?

    «Provando a proporre ai lombardi un modello di Regione in cui protezione dei cittadini e promozione dei territori e dei sistemi produttivi stiano insieme. Credo che ci siano tutte le condizioni perché questo progetto cresca e si affermi».

    Gori sostiene che il Pd, però, deve essere sì centrale, ma anche umile e in grado di dialogare.

    «Condivido il ragionamento Penso che le condizioni per fare questo lavoro ci siano. Ho sempre pensato che il Pd sia fondamentale per il successo di una proposta alternativa alla destra, ma anche che questo lavoro debba essere fatto in modo largo e aperto. Penso a un Pd dentro a un progetto aperto e all’interno di un lavoro di coalizione che coinvolga più energie dentro una forte di prospettiva per la Lombardia».

    Si spieghi meglio

    «È necessario coinvolgere personalità civiche che sono protagoniste delle comunità locali, dei mondi sociali ed economici. Accanto ad un candidato forte ci deve essere una squadra forte, plurale, aperta. Nel segno della novità. Rispetto a una destra che si chiude in dinamiche politiche strette tra partiti, la nostra chiave di lavoro deve essere rivolta alla società. Come Giorgio penso che ogni passaggio elettorale sia una storia a sé e per questo credo che ci siano tutte le condizioni perché partendo per tempo si dia forza a un progetto competitivo in grado di vincere sulla proposta di Maroni. Credo che oggi questo centrodestra non abbia più molto da dire. Dà segni di fragilità».

    Il modello Lombardia, però, vince.

    «Non vedo una proposta forte in grado di portare la Lombardia verso un futuro. Vedo solo propaganda. Emblematico è il caso del referendum sull’autonomia. Sono per sfidare la destra sulle occasioni mancate in questi anni. Che non riesce a reggere la competizione con le altre regioni motori d’Europa. La Lombardia ha bisogno di un altro passo».

    Servono ancora le primarie?

    «Tocca al tavolo di lavoro della coalizione in Lombardia prendere una decisione. Voglio riconoscere il lavoro che sta facendo il Pd lombardo per allargare questo lavoro. Mi auguro si lavori per allargare il campo anche ad altri protagonisti».

    Le sembra facile dopo la batosta ai ballottaggi?

    «Dobbiamo essere molto seri. È evidente che il passaggio del voto amministrativo è stato per noi difficile. Io penso, però, che le condizioni per costruire un progetto forte, civico e competitivo sulla Lombardia ci siano tutte. Ogni voto è una partita a sè. E qui in ballo c’è un cambiamento utile per la Lombardia. Penso che Gori possa interpretarlo in modo aperto e partecipato e che abbia la possibilità di fare una proposta nuova vincente sulla destra».

  • Non minimizziamo, certe sconfitte bruciano. Il centrosinistra? No a coalizioni astratte

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino, pubblicata su Il Corriere della Sera del 27 giugno 2017)

    Maurizio Martina, è andata male o, come dice Matteo Renzi, «poteva andare meglio»?

    «Dobbiamo leggere la complessità del passaggio, non ci nascondiamo che il segno non è quello che volevamo».

    Che segno?

    «Ci sono sconfitte che fanno male, che bruciano. E un messaggio da recepire, che muove prima di tutto dall’astensione. In alcune realtà, poi, ci siamo seduti su noi stessi o abbiamo sbagliato strada. Non dobbiamo minimizzare».

    Genova, Pistoia, L’Aquila: sconfitte clamorose. C’è un dato comune?

    «C’è una sofferenza che noi per primi vediamo. E dentro questo vuoto, senza mettere bandierine, ci sono anche affermazioni importanti da valorizzare, come quelle di Padova, Lecce e Taranto. Anche riflettendo su queste esperienze possiamo riorganizzare il lavoro e rilanciare la nostra sfida».

    E come si fa?

    «Domani (oggi, ndr) è un anniversario importante: sono passati dieci anni dal Lingotto di Walter Veltroni. Un momento che ha segnato una tappa fondamentale per il Pd».

    Perché?

    «Perché quella proposta rimane di straordinaria attualità. C’era una visione dell’Italia e del cambiamento necessario. Penso ad alcuni nodi cruciali: la questione della precarietà generazionale, la sfida demografica, il nuovo nesso cittadinanza-sicurezza, la modernizzazione dello Stato».

    Non è quello di cui si discute ora.

    «La competizione con la destra si misurerà anche sulla capacità di uscire da una discussione tattica e politicista fatta di formule. Dobbiamo superare l’asfissia del dibattito interno al ceto politico, che rischia di essere lontano dal Paese reale, e rilanciare lo spirito originario del Pd».

    In che modo?

    «Anche scrollandoci di dosso questa dinamica per la quale il Pd viene vissuto come il capro espiatorio di tutto. Per farlo, tocca a noi il rilancio progettuale con una iniziativa aperta e inclusiva che si misuri con i temi del cambiamento del Paese e con la vita delle persone. Ci concentreremo sul progetto alternativo alla destra e ai 5 Stelle. E questa alternatività deve essere esaltata. Anche perché dove la destra si riorganizza, può far male».

    C’è chi dice che in questa tornata la formula del centrosinistra ha perso (vedi Roberto Giachetti) e chi vuole rilanciarlo (vedi Andrea Orlando).

    «Queste amministrative segnalano anche l’insufficienza dell’idea coalizionale se si rimane in superficie e non si affrontano le ragioni dello stare insieme. Io mi batto per un Pd inclusivo e non ho paura di un confronto largo. Ma se la scelta della coalizione resta astratta o confusa, è insufficiente. Per questo dico che occorre rilanciare dallo spirito del Lingotto: aperti e inclusivi guardando agli italiani e alla società, prima che ai soggetti politici».

    Anche Renzi deve cambiare rotta?

    «Renzi condivide questo spirito e stiamo lavorando per costruire le basi del lavoro da fare».

    I 5 Stelle sembrano aver perso il loro slancio: la loro avanzata è destinata a frenare oppure no?

    «Il M55 esce sconfitto da queste elezioni. Alla prova del radicamento territoriale, si sono rivelati fragili e senza bussola. Detto questo, non mi nascondo che i 5 Stelle rappresentano ancora un’insidia molto forte, soprattutto nella rappresentazione del dualismo establishment e anti establishment. E resta insidiosa anche la destra, sia pure a trazione salviniana: quando riesce a organizzarsi con un’offerta elettorale che ha una parvenza di unità, risulta pericolosamente competitiva».

  • Senza le nuove regole più lavoro nero. Manifesta pure chi ha votato la fiducia

    (Intervista a firma di Andrea Bassi pubblicata su Il Messaggero del 18 giugno 2017)

    I toni sono quelli della piazza. Duri. Anzi, durissimi. Con il leader della Cgil, Susanna Camusso, che ha parlato di uno schiaffo alla democrazia, di un governo che agito pur non avendo il consenso del Paese.

    Una voce alla quale si è aggiunto in coro tutto il variegato mondo della sinistra , da Rifondazione Comunista ad Articolol-Mdp, fino a Sinistra italiana. Ma il governo non ci sta e difende il provvedimento che riscrive le norme sul lavoro occasionale approvate insieme alla manovrina di correzione dei conti pubblici. E lo fa per bocca del ministro delle Politiche agricole e vice segretario del Partito democratico Maurizio Martina, che ieri era a Crema per sostenere la candidata del Pd, Stefania Bonaldi, che domenica prossima dovrà affrontare al ballottaggio Chicco Zucchi, candidato di una lista civica sostenuta dal centrodestra.

    Ministro, Susanna Camusso dal palco ha usato toni molto duri. Ha parlato di schiaffo alla democrazia e di voto rubato agli elettori.

    «Noi rispettiamo la piazza di ieri anche se abbiamo un’opinione diversa. È stato importante che il governo abbia abolito i vecchi voucher, troppo esposti in passato ad abusi e storture a danno dei lavoratori. Ricordiamoci tutti inoltre che i voucher non sono stati introdotti recentemente ma diversi anni fa. Oggi i nuovi strumenti individuati, utilizzabili da famiglie e imprese, sono invece regolati e controllati molto meglio a garanzia prima di tutto dei lavoratori stessi. C’è la tracciabilità totale attraverso l’Inps».

    Avevate, come sostiene il leader della Cgil, paura di affrontare un altro referendum dopo la bocciatura del 4 dicembre?

    «Noi abbiamo condiviso l’obiettivo di superare i vecchi voucher e ci siamo assunti le nostre responsabilità come un governo deve fare lavorando ad una norma di legge».

    Il sindacato ha anche annunciato un nuovo ricorso alla Consulta. La preoccupa?

    «No. Ma in ogni caso seguiremo con attenzione anche questo passaggio nel pieno rispetto di ciò che la Consulta dirà».

    La manifestazione della Cgil ha raccolto diversi consensi. Anche quello di Giuliano Pisapia, alle cui mosse il Partito democratico guarda con interesse. Come valuta questa posizione?

    «Anche in questo caso abbiamo il massimo rispetto per posizioni diverse dalle nostre. Segnalo comunque che i senatori di Campo Progressista hanno votato come noi la fiducia sulla manovra proprio pochi giorni fa».

    Nel merito del provvedimento contestato dal sindacato e dalla sinistra è entrato anche l’Ufficio parlamentare di bilancio. I tecnici sostengono che le nuove norme superano diverse storture delle precedenti regole, ma hanno ancora dei “bug”. Come quello dei tre giorni dati al datore per cancellare la prestazione. Una norma, dice l’Ufficio parlamentare di bilancio, che favorirebbe il lavoro nero.

    «Io credo che si capirà fra qualche tempo, quando i nuovi strumenti saranno a pieno regime, che il Libretto Famiglia e il contratto di prestazione occasionale per le imprese sono strumenti a garanzia dei lavoratori contro il lavoro nero. Anzi, le dico una cosa».

    Prego.

    «Senza le nuove regole il rischio sarebbe stato di un aumento del lavoro sommerso e irregolare».

    Sbaglia dunque l’Ufficio parlamentare di bilancio?

    «Non dico questo. Dico che c’è ancora molto da fare, ma le scelte fatte stanno dando frutti importanti. Il Libretto Famiglia e i contratti di prestazione occasionale per le imprese sono totalmente tracciati, sotto il controllo dell’Inps e con limiti d’impegno chiari. Molto più di quanto abbiamo lasciato con i vecchi voucher che tutti potevano comprare persino dal tabaccaio. Il nostro impegno per la dignità e diritti nel lavoro non si ferma».

  • Ius soli: scelta di civiltà di sinistra. In corso inciucio populista di destra tra Lega e M5S

    (Intervista a firma di Tommaso Ciriaco pubblicata su La Repubblica del 16 giugno 2017)

    Il Pd non arretrerà di un centimetro per portare a casa una legge sullo Ius soli, promette il vicesegretario dem Maurizio Martina. «E mentre lavoriamo a questo obiettivo, assistiamo all’ inciucio populista di destra tra Lega e Movimento cinque stelle».

    Lo scontro sul provvedimento è stato brutale, al Senato. Come lo giudica?

    «Un’indegna, inaccettabile bagarre. È intollerabile che la Lega cerchi di ostacolare una discussione in Aula, la democrazia vive del confronto e di regole. Queste provocazioni sono andate oltre la soglia di guardia. E quanto accaduto a Valeria Fedeli è il frutto di atteggiamenti radicali e intolleranti, da condannare. Non ci fermeranno, comunque».

    È una scelta impegnativa, in questa fase storica così turbolenta, dove il dibattito sull’immigrazione è acceso e le ricette in Europa assai diverse tra loro. È la direzione giusta?

    «Lo è. Non mi sfugge che si tratta di una decisione che in Europa si segnala come coraggiosa. Ma è un modo per dare a bambini e ragazzi che sono già italiani la piena cittadinanza: devono avere gli stessi diritti e doveri dei miei figli».

    La maggioranza renziana sta dando il meglio di sé nel campo dei diritti, a suo avviso?

    «Rivendico – e non da oggi – le scelte di civiltà che abbiamo compiuto. Di sinistra, democratiche e progressiste, compiute sulla frontiera dei diritti. Alcuni, da sinistra, accusano sempre il Pd, ma parlano i fatti».

    La contrarietà dei cinquestelle, invece, cosa dimostra?

    «C’è un tweet che ho appena letto che recita: “Il Movimento è la destra che non osa dire il suo nome”. È così, altro che francescani…”».

    Volete portare questa legge a casa, anche a costo di mettere la fiducia?

    «Penso che non dobbiamo escludere nulla».

    Il terreno dei diritti può servire a ricostruire il centrosinistra assieme a Pisapia?

    «Intanto lo Ius soli non è la scelta di una parte, ma più semplicemente la scelta giusta. Detto questo, leggi così si approvano se c’è un Pd forte. A chi a sinistra si è cullato nell’idea di dialogare con i cinque stelle, chiedo: pensate ancora che sarebbe meglio dialogare con loro che con noi? E ritenete ancora possibile confrontarsi con chi ha sostenuto che i gommoni nel Mediterraneo erano taxi? Ormai la virata a destra di Grillo, della Raggi e del Movimento è evidente».

    Insisto: con Pisapia è possibile un accordo?

    «Il Pd deve fare il suo lavoro di proposta. Dialogando, assumendosi le sue responsabilità, confrontandosi per il bene del centrosinistra. Noi non ci sottraiamo a un dialogo aperto».

  • II mediatore

    (Intervista al Ministro Maurizio Martina pubblicata su Il Foglio del 4 maggio 2017)

    Nessuno ricorda di aver sentito Maurizio Martina alzare la voce. Riflessivo, poco incline alle decisioni d’impulso, Martina si è fatto strada nel Pd partendo da Bergamo, la sua città, e arrivando a fare il segretario regionale nella stagione di Bersani. Poi il balzo a Roma e col governo Renzi la responsabilità del ministero dell’Agricoltura. Nessuno tra i suoi detrattori ma anche tra i suoi amici avrebbe immaginato un percorso così brillante, prima alla guida di Expo e poi come nume tutelare degli agricoltori italiani (in primis Coldiretti) nella salvaguardia del made in Italy. Sarà per il suo carattere incline al dialogo che Matteo Renzi l’ha scelto per passare dall’io al “noi”. È così che, sulla scia delle vittoria alle primarie, Martina sarà il vicesegretario “inclusivo” del Pd.

    Gli elettori Lombardi che si riconoscono nel progetto del Pd hanno scelto in larghissima misura Matteo Renzi alle primarie di domenica scorsa. Sta cambiando qualcosa nella regione che, negli ultimi decenni, ha premiato il centrodestra?

    “In questi anni il Pd in Lombardia si è molto rafforzato. Governa oggi tutti i comuni capoluoghi di provincia e tante realtà del territorio. È diretto ovunque da giovani capaci e molto appassionati. Per me è un modello da seguire anche su scala nazionale. Partito giovane, aperto, inclusivo”.

    La sua scelta di sostenere Renzi in questa competizione porterà a una guida del Pd forse più plurale. In sintesi resterà il simbolo “noi” sul logo della ditta?

    “Abbiamo proposto un lavoro di squadra e intendiamo andare avanti così. Ci sono tante persone che vogliono darci una mano: dobbiamo dare loro spazi di protagonismo e d’iniziativa. Sapendo che pluralismo delle idee e unità d’azione, con noi, stanno insieme”.

    Sindacati dei lavoratori e associazioni imprenditoriali sono in crisi di rappresentanza, un po’ come la politica. Ma al momento non c’è niente di meglio in circolazione. La nuova stagione del Pd prevede un rapporto diverso, più dialettico con i corpi intermedi?

    “Ho scritto qualche settimana fa un articolo per Mondo Operaio dal titolo inequivocabile: ‘Elogio della mediazione’. Io ci credo. Penso che in questo momento noi dobbiamo essere al servizio di un progetto che coinvolga e includa tante realtà civiche e associative della cittadinanza attiva. Il tema centrale è battere la solitudine che spesso le persone avvertono di fronte ai cambiamenti che vivono ogni giorno. E costruire soluzioni di prossimità. Per fare questo serve certamente anche un nuovo rapporto forte e dialettico tra PD e forze sociali”.

    Lei, in qualità di ministro, ha lavorato con la giunta Maroni anche in occasione di Milano Expo 2015, dunque conosce il pragmatismo del governatore. Maroni ha costruito una rete di rapporti con la società civile lombarda per realizzare il nuovo modello di welfare e un sistema formativo destinato ad aprire le porte del mondo del lavoro ai giovani. Che giudizio si è fatto del governo Maroni e di queste esperienze?

    “Distinguerei il governo regionale dalla forza delle esperienze che lei ha evocato. In Lombardia il mondo delle imprese e quello delle reti del sociale hanno una forza intrinseca e autonoma che per fortuna non dipende dalle pieghe di una giunta regionale. Quello che io riscontro è lo scarto tra le attività dell’ente regionale e la società lombarda, che è molto più avanti di tutti i ragionamenti che si fanno al Pirellone. Un esempio concreto? La tribolata riforma sanitaria regionale che ha lasciato troppi temi aperti. Un altro? L’invenzione di un referendum regionale inutile del costo di 50 milioni, guarda caso proprio alla fine delle legislatura, per chiedere ai lombardi se trattare con lo stato ulteriori materie da gestire a livello regionale. Da cittadino lombardo la mia risposta è sì, già ora lo si può fare. E perché Maroni in questi quattro anni non ci ha lavorato? Perché non ha mai chiesto alla Stato di iniziare a discuterne nel merito? È un po’ come la bufala della sua proposta elettorale del 2013 di trattenere il 75% delle tasse sul territorio. Ricordate? Tutte chiacchiere”.

    La Lombardia a primavera 2018 (al più tardi) andrà al voto, lei si è fatto un’idea delle linee programmatiche sulle quali consentire al Pd di cambiare l’orizzonte di governo della Regione?

    “Il Pd lombardo sotto la guida di Alessandro Alfieri sta facendo un buon lavoro di preparazione per il progetto Lombardia 2018. Per me la parola chiave è “prendersi cura’. Delle persone e del territorio, prima di tutto. Proteggere e promuovere le persone nella regione cuore del paese. Portare la Lombardia dove deve essere: tra le realtà più avanzate d’Europa e del mondo. Scommettere tutto, quindi, sui servizi alla persona: a partire dagli investimenti sul capitale umano”.

    Il suo nome è tra i più qualificati ed evocati nella sfida a Maroni. La accetterà?

    “Decideremo e lavoreremo insieme a prescindere da chi sarà il candidato. Abbiamo tante energie che ci possono portare alla vittoria. Credo in questo lavoro e penso che il PD abbia preso il passo giusto”.

  • La direzione presa è giusta

    (intervista pubblicata su l’Adige del 12.04.2017)

    Maurizio Martina, giovane ministro per le Politiche agricole, si sta dividendo in queste settimane tra gli impegni istituzionali – lunedì era a Vinitaly a Verona – e quelli politici, nella campagna per le primarie del Pd del 30 aprile, avendo scelto di scendere in campo al fianco di Matteo Renzi.

    Ministro Martina, l’impressione è che questa volta il popolo delle primarie sarà molto ridimensionato, soprattutto i giovani sembrano aver abbandonato il PD. Orlando sostiene che se parteciperanno meno di due milioni di persone si dovrà parlare di flop. Lei cosa si aspetta?
    Trovo questa polemica preventiva surreale. Il popolo del PD ha sempre saputo sorprenderci. Lo ha fatto anche nei circoli dove più di 260 mila persone hanno già partecipato a un confronto largo sulle idee e sulle proposte per l’Italia. Non sono numeri scontati; sono persone in carne e ossa che dicono la loro. Ora dopo gli iscritti chiediamo agli elettori di darci una mano. Con le primarie del 30 aprile non si sceglie solo il futuro del PD, ma si può dare un messaggio forte di fiducia al Paese.

    E come pensa che il PD possa riuscire a riavvicinarsi a chi si sente deluso o tradito?
    Col massimo impegno per proseguire la sfida di cambiamento dell’Italia. Partiamo dall’ascolto e dalla condivisione delle nostre proposte sul lavoro, sui giovani, per rilanciare uno sviluppo più giusto, più equo, attento al bisogni delle persone, senza lasciare indietro chi è più in difficoltà.

    Lei proviene dai DS, quindi da quella sinistra del PD da cui sono venute le critiche più forti al segretario Renzi, fino all’addio di esponenti importanti come Bersani e D’Alema. Perché ha scelto di sostenere la candidatura di Renzi, presentandosi in ticket con lui, invece di appoggiare Orlando? Qual è il senso di questo ticket?
    Il nostro è un lavoro collettivo che nasce dal basso. Abbiamo un’idea chiara del Partito democratico che vogliamo costruire; un partito popolare, in grado di fare squadra, una comunità fatta di persone che insieme contribuiscano a realizzare scelte utili per il paese. La mozione che abbiamo presentato al Congresso si intitola “Avanti Insieme” perché vogliamo dimostrare che pluralità di idee e unità d’impegno si tengono. Chi pensa ancora al trattino tra centro e sinistra guarda al passato, noi siamo interessati al futuro invece.

    Renzi aveva suscitato grandi speranze di cambiamento per il PD e per il Paese, ma alla fine è stato bocciato sulla riforma che lui stesso aveva caricato di un’importanza decisiva, si è reso antipatico, almeno a giudicare dagli indici di gradimento, e viene accusato di aver spaccato il Partito. Perché gli Italiani dovrebbero credere ancora in lui come candidato alla presidenza del consiglio vista che la sua chance l’ha avuta e non ha funzionato?
    Io credo che l’esperienza del Governo Renzi sia stata molto positiva per uscire dalla palude in cui era l’Italia. E rivendico le scelte fatte in questi anni, a partire da quelle economiche, con il Pil che è tornato a crescere e con 700 mila posti di lavoro in più, fino ai passi avanti fatti nel campo del sociale: la legge sul dopo di noi, la legge sullo spreco alimentare, quella contro il caporalato, gli investimenti nelle periferie, le unioni civili. Un reale avanzamento nel terreno dei diritti e delle tutele. Certo, non sono mancati errori. Quando si lavora si può anche sbagliare. Ma la direzione che abbiamo preso è quella giusta. Dobbiamo proseguire perché c’è tanto da fare. E cambiare il Paese non è affatto semplice. Il Pd con Renzi è l’unica alternativa forte alle derive pericolose di Grillo e Salvini.

    Pensa che i risultati delle primarie del PD avranno delle conseguenze sulla tenuta del governo Gentiloni? Esiste ancora l’ipotesi di elezioni anticipate o ritiene che si arriverà alla scadenza naturale?
    Il Governo è concentrato sulle cose da fare, non certo sulle scadenze. Ci sono priorità urgenti: il rilancio del lavoro, il tema delle nuove generazioni, la cura della persona, il rapporto con l’Europa. Questioni più importanti rispetto al dibattito su quando andremo a votare.

    Molti osservatori temono un effetto negativo dalle Brexit sulle risorse della Pac: i fondi UE per l’agricoltura e in particolare quella di montagna saranno ridotti in futuro? Altro motivo di preoccupazione sono i dazi annunciati dal presidente americano Trump che rischiano di colpire pesantemente anche l’agro-alimentare. Quale risposta possono dare l’Italia e l’Europa?
    Serve un’Europa forte, unita, capace di rilanciare accordi internazionali che aprano i mercati. Servono regole chiare per mercati giusti. Solo i grandi possono affrontare una globalizzazione senza leggi, i piccoli no. L’Italia farà la sua parte per tutelare le piccole e medie imprese che sarebbero le prime vittime della nuova stagione di protezionismi. Lo abbiamo visto con l’embargo russo.

    Il progetto di Human Technopole a Milano vede coinvolta anche la Fondazione Mach di S. Michele all’Adige per la parte che riguarda la genomica e l’agri-food. Il Governo ha stanziato 21 milioni di euro sulle biotecnologie in agricoltura. Queste risorse sono già state messe a disposizione dei centri di ricerca impegnati in questo settore?
    Abbiamo avviato il piano di ricerca che è coordinato dal nostro ente Crea. Finalmente siamo tornati a investire con forza sulla ricerca pubblica in agricoltura per dare futuro alle nostre principali culture. Allo stesso tempo siamo impegnati per fare di Human Technopole un punto di riferimento mondiale per le scienze per la vita, che devono vedere l’Italia sempre più protagonista.

  • Falsi indizi, ora la verità

    (Intervista a firma di Paola Mainiero pubblicata su “Il Mattino” del 12.04.2017)

    Non ha dubbi, Maurizio Martina. Le notizie che emergono dall’inchiesta su Consip sono «inquietanti» e «assai gravi», dice il ministro dell’Agricoltura. Martina oggi è a Napoli in vista delle primarie del Pd del 30 aprile. Alle 17,30, all’hotel Ramada, partecipa a una iniziativa promossa dalla deputata Annamaria Carloni. Il ministro compone con Matteo Renzi il ticket che si candida alla guida del partito. Lavoro, giovani, equità sociale, nuovo sviluppo e rilancio del progetto europeo sono le priorità «essenziali» sulle quali il Pd dovrà concentrarsi per riconquistare gli elettori persi negli ultimi anni. Per Napoli, dove il partito attraversa una lunga crisi, Martina ritiene necessario «un investimento nazionale forte del Pd».

    Ministro, la Procura di Roma indaga su una presunta manipolazione delle intercettazioni nell’inchiesta Consip. Questi nuovi sviluppi cosa le suggeriscono? Non c’è il rischio che siano le indagini giudiziarie a dettare i tempi e i temi della politica?
    «Abbiamo sempre detto con chiarezza della nostra fiducia nella magistratura. Lo dicevamo settimane fa e lo ribadiamo oggi. Le notizie di queste ore relative a manipolazioni e falsi indizi nell’inchiesta sono inquietanti e assai gravi. Bisogna che sia fatta presto piena luce».

    Renzi ha attaccato con toni molto duri il M5s. Sono i cinque stelle il vero avversario del Pd?
    «I cinquestelle hanno una vocazione distruttiva, mentre noi vogliamo costruire. La loro vena antidemocratica si vede anche nelle scelte interne prese solo dal capo così come nelle iniziative che propongono per l’Italia. Basti pensare alla loro posizione pericolosa suivaccini. Anche per questo il Pd ha oggi il compito di costruire una alternativa forte, popolare e credibile alle derive di Grillo e Salvini».

    Come pensate di riconquistare i tanti elettori che votavano Pd e ora votano il M5s?
    «Ascoltando i bisogni, aprendoci, impegnando forze nuove e presentando il nostro progetto a partire da alcune priorità essenziali: lavoro, giovani, equità sociale, nuovo sviluppo e rilancio del progetto europeo. Dobbiamo sfidare ancora vecchi e nuovi conservatorismi e proporre risposte nuove per vincere ancora la partita dei meriti e dei bisogni in questo paese.»

    Tra poco meno di venti giorni il Pd sceglierà con le primarie il nuovo segretario. Orlando ha fissato in due milioni la quota minima di elettori. Teme una scarsa affluenza?
    «Io mi fido del popolo del Pd, che in ogni appuntamento ha sempre risposto con grande partecipazione. In questi giorni nei congressi di circolo più di 260mila hanno partecipato a un confronto unico nel paese: un successo di coinvolgimento che nessun altro partito o movimenti può vantare. Io chiedo a tutti gli elettori democratici di partecipare, di darci una mano e di darci forza andando a votare domenica 30 aprile».

    E favorevole al doppio ruolo premier-segretario?
    «Sì. Come accade in tutta Europa per noi il segretario è anche il candidato alla guida del governo. Si tratta di una scelta di chiarezza verso gli elettori e muove dalla consapevolezza che per governare efficacemente serve avere la massima investitura politica possibile».

    Il dibattito sulla legge elettorale non decolla. Prevale la tattica. Ieri Renzi ha aperto sulla eliminazione dei capilista bloccati. Accertato che il Mattarellum non trova consensi, da dove si parte?
    «Noi faremo di tutto per contrastare questa deriva iper-proporzionale presente oggi. Lavoreremo per introdurre correzioni maggioritarie all’attuale sistema elettorale. Dobbiamo impegnarci al massimo per rilanciare democrazia dell’alternanza e governabilità, perché una democrazia non decidente rischia di fare ancora danni al Paese».

    È favorevole alle coalizioni o difende la vocazione maggioritaria del Pd?
    «Io so che non c’è futuro per il centrosinistra senza un Pd forte e aperto in grado di costruire nuove alleanze sociali. Su questo dobbiamo lavorare. Vogliamo confrontarci per unire e allargare il campo ma contano prima di tutto i programmi e le scelte che si propongono ai cittadini».

    Si voterà in autunno o nel 2018 alla scadenza naturale della legislatura?
    «Chi come me è al governo deve rimanere concentrato ogni giorno sulle scelte da fare non sulla scadenza della legislatura».

    Ieri in consiglio dei ministri sono arrivate alcune scelte importanti anche per le popolazioni colpite dal terremoto.
    «Abbiamo dato il via libera alle Zone franche urbane nei comuni del terremoto. Zero tasse e contributi per due anni per le attività d’impresa che daranno futuro alle aree colpite dal sisma. Un aiuto concreto a chi vuole continuare a vivere e lavorare in questi territori straordinari. In particolare per le nostre esperienze agricole e agroalimentari potrà essere una spinta ad andare avanti più forti».

    Domani (oggi, ndr) sarà a Napoli, città dove il Pd vive da anni una lunga crisi. Serve il lanciafiamme, come disse Renzi, o servono idee, come sostiene Orlando?
    «Serve una nuova stagione del nostro progetto per la città. A partire da un investimento nazionale forte del Pd su Napoli. E una città cruciale per le sorti del Paese, per questo occorre chiamare a raccolta tutte le persone che intendono dare una mano alla nostra sfida. A maggio bisogna iniziare insieme e con il massimo impegno questo lavoro, superando le difficoltà di questi anni».

  • Renzi unica chance anti-Grillo e Salvini

    (Intervista pubblicata su Gazzetta di Mantova il 1 aprile 2017)

    «Il Pd con Renzi è l’unica alternativa ai populismi di Grillo e Salvini». Così il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina si presenta ai mantovani. Oggi pomeriggio alle 15.30 sarà a Moglia per sostenere il sindaco Simona Maretti impegnata nella campagna elettorale per il secondo mandato. L’appuntamento è nella nuova sede di «CambiaMoglia», la lista che l’appoggia. Martina sveste, per un attimo, i panni del ministro e si cala in quello di braccio destro di Renzi nella corsa alla segreteria nazionale del Pd, suo equilibratore e procacciatore di voti tra quegli iscritti e quei simpatizzanti provenienti dalla tradizione di sinistra che, ad un certo punto dopo la sconfitta al referendum istituzionale e la traumatica scissione di Bersani e D’Alema, si sono sentiti senza più un riferimento. Martina arriva nel Mantovano nel weekend in cui si concludono i congressi di circolo che stanno dando un larghissimo seguito a Renzi. Il capoluogo si sta rivelando la roccaforte dell’ex premier ed ex segretario: finora il consenso su di lui ha raggiunto l’85% e domani è in programma la convenzione dei circoli 1 e Mantova in salute che contano 155 iscritti dei 393 registrati in città.

    Che cosa significa il ticket Renzi-Martina per il Pd? Forse un modo per bilanciare la tendenza dell’ex segretario a muoversi come l’uomo solo al comando?

    «Significa squadra e vale per tutti. Non riguarderà solo due persone ma tanti che lavoreranno con noi. Vogliamo dimostrare che pluralità di pensieri e unità d’impegno stanno insieme nel Partito democratico».

    Renzi si avvia a vincere nei circoli con una percentuale di consenso molto alta; che cosa dovrebbe proporre di nuovo per convincere i non iscritti al partito a votarlo alle primarie? E quanta gente dovrebbe andare alle urne il 30 aprile per considerare le primarie un successo?

    «Intanto vorrei dire che la partecipazione nei nostri circoli di migliaia di iscritti in questi giorni è un bellissimo segnale di impegno. Il Pd è l’unico partito in grado di organizzare un conforto così largo e partecipato e di questo dobbiamo essere orgogliosi. Le primarie di fine aprile sono un’altra tappa utile per coinvolgere in particolare i nostri elettori. Sono sicuro che andranno in tanti, stupendoci ancora una volta. Noi dobbiamo continuare a presentare il nostro progetto per il Partito Democratico e per l’Italia proponendo idee utili a partire dal lavoro, dai giovani, dalla cura delle persone. Dall’equità e dal rilancio dello sviluppo. Il Pd con Renzi è l’unica alternativa forte possibile alle derive dannose dei Grillo e dei Salvini».

    Cosa risponde a chi accusa il governo Gentiloni di essere troppo appiattito su quello che lo ha preceduto guidato da Renzi?

    «Un governo si giudica per quello che fa. E noi stiamo portando avanti scelte e impegni in coerenza con lo sforzo di cambiamento promosso in questi anni. Dobbiamo stare concentrati su alcuni temi decisivi per l’Italia come il rilancio del lavoro e dello sviluppo sapendo che su questo in particolare verremo valutati».

    Sondaggi riservati del Pd la indicherebbero come l’uomo giusto, in Lombardia, per sfidare Maroni alle elezioni regionali del prossimo anno. Cosa ne pensa?

    «Penso che il Pd e il centrosinistra hanno tante energie utili in Lombardia per vincere le prossime elezioni. Di sicuro io darò una mano. Siamo una squadra oggi e lo saremo anche domani quando presenteremo ai lombardi la nostra proposta per il futuro della Regione».

  • La mozione Renzi – Martina in 20 punti

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