• Disposti a confrontarci. Invieremo il programma

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera del 30 ottobre 2017)

    «Nei prossimi giorni invieremo a tutte le forze che vogliono confrontarsi con noi, al centro e a sinistra, il documento programmatico uscito da Napoli. Pronti al confronto per una nuova coalizione». Il ministro Maurizio Martina è reduce da Napoli, dove ha organizzato, in qualità di vicesegretario, la Conferenza programmatica del Pd.

    A Napoli Renzi sembra aver cambiato linea, dando retta a Franceschini, Orlando, Prodi e ora a Gentiloni, che chiedevano di riaprire la partita delle alleanze.

    «A Napoli abbiamo lavorato e ascoltato tanto. Siamo gli unici ad aver messo in campo uno sforzo programmatico così forte. Nove piazze tematiche, oltre 2.500 persone intervenute, 40 ospiti. Usciamo da Napoli più forti e con una proposta sul progetto e sul metodo, sui contenuti e sugli strumenti».

    Parliamo di metodo: come costruire la coalizione e con chi?

    «II segretario ha detto parole chiare: vogliamo una coalizione ampia, inclusiva e plurale, con il Pd perno centrale, aperto al contributo di altre forze».

    Dunque si riapre una possibile interlocuzione anche con Mdp. Com’è possibile lavorare con D’Alema e Bersani, dopo tanti scontri?

    «Noi non siamo interessati a porre veti né al centro né a sinistra. Rivendichiamo lo sforzo del Pd in questi anni, senza il quale il Paese non avrebbe fatto i passi avanti di oggi dopo la crisi. Siamo interessati a confrontarci sulla prospettiva».

    Su che basi?

    «Sulla base delle idee elaborate a Napoli, che invieremo a tutte le forze del centro e della sinistra».

    Si aprirà un tavolo?

    «Vedremo il metodo da seguire, intanto consolidiamo l’impegno a costruire una coalizione di centrosinistra».

    Mdp, però, vorrà rimettere in discussione Jobs act, articolo 18, buona scuola.

    «Siamo pronti a confrontarci su tutto, dalle politiche per il lavoro, a quelle per la scuola, dalla protezione sociale al Sud. Di certo non accetteremo abiure del lavoro fatto, che è stato faticosissimo e di cui siamo orgogliosi. Chi vuole lavorare unito al Pd sa che ci siamo».

    La prima risposta di Roberto Speranza è negativa. Dice che Renzi è «un disco rotto» e che serve una svolta radicale sulle politiche.

    «Consiglierei a Speranza di ascoltare e riflettere prima di parlare. La sua mi sembra una dichiarazione fotocopia di tante altre. Dopo di che, ognuno farà le sue scelte. La nostra è quella di avere un atteggiamento aperto, avendo come obiettivo quello di battere la destra e i 5 Stelle e di costruire un’alternativa forte a queste due derive».

    Lei condivide le critiche di Renzi al governatore Visco, che il premier ha scelto di riconfermare?

    «Voltiamo pagina. Quello che ha stabilito il presidente del Consiglio si sostiene. Credo che ora valga la pena di concentrarsi su come avere strumenti più forti di tutela dei risparmiatori e di maggiore controllo e vigilanza. Vorrei, ad esempio, che si riflettesse di più sulle indicazioni date dal procuratore di Milano Francesco Greco».

    È ipotizzabile un passo indietro di Renzi come candidato premier?

    «Il Pd non rinuncia alla leadership del suo segretario scelto dagli elettori. Noi siamo una squadra e, come ha detto Renzi, il problema non è chi governa di noi, ma se governiamo noi o Di Maio e Salvini».

    Se il presidente Grasso, che ha abbandonato il Pd, diventasse leader della sinistra, sarebbe un elemento a favore di un’alleanza o di freno?

    «Noi possiamo solo dire che rispettiamo le scelte del presidente Grasso, anche se ne siamo rammaricati».

    Si riparla di ius soli. È giusto mettere la fiducia?

    «Deciderà il premier. Se matureranno le condizioni e si sceglierà questa via, noi ci saremo».

     

  • Trattativa, ma non sul fisco

    (Intervista a firma di Oriana Liso pubblicata su La Repubblica del 23 ottobre 2017)

    In Veneto è stato superato ampiamente il quorum, in Lombardia si è andati oltre la soglia fissata dal governatore Roberto Maroni. Ministro Maurizio Martina: adesso il governo dovrà trattare con le due regioni.

    «Il dato del Veneto è sicuramente un messaggio chiaro: è un mandato degli elettori, di cui ho grande rispetto, ad aprire una trattativa. Ma per quanto riguarda la Lombardia parlerei, al contrario, di una sconfitta. Nello specifico, di una sconfitta di Maroni».

    Nonostante abbia votato più del 34 per cento degli elettori?

    «Il 22 agosto, in una intervista, diceva testualmente che “l’asticella del successo è fissata al 51 per cento”, poi l’ha abbassata. Resta il fatto che la maggioranza dei lombardi ha ignorato le sue sirene e non ha creduto alla propaganda leghista sul residuo fiscale».

    Eppure ai seggi la maggior parte degli elettori lo ha detto: “Voto sì perché così le nostre tacce restano qui”.

    «Le materie fiscali — e anche altre, come la sicurezza — non sono e non possono essere materia di trattativa né con il Veneto, né con la Lombardia e neanche con l’Emilia Romagna, che ha avviato un’interlocuzione con il governo senza passare da un referendum. Non lo dico io: lo dice la Costituzione, con gli articoli 116 e 117 che indicano chiaramente gli ambiti su cui ci può essere una diversa distribuzione delle competenze».

    Zaia e Maroni, però, sono già pronti a venire a Roma per trattare. Cosa vi direte?

    «Potranno avviare lo stesso percorso di confronto aperto dal presidente emiliano Bonaccini. Partirà una discussione e, in caso di accordo, questo andrà votato dal Parlamento con una legge. Credo sia giusto discutere con alcune regioni su chi deve gestire determinate materie: ma nell’ambito di una idea federalista equilibrata, cooperativa. E con un referendum consultivo da fare magari a valle del percorso, avendo già lavorato a un testo chiaro».

    Crede che il Movimento Cinque stelle abbia avuto un peso nel risultato?

    «Mi pare che, al di là della questione del voto elettronico, non abbiano fatto particolarmente campagna per il voto. Detto questo se in Lombardia, nonostante Lega, Forza Italia e 5 Stelle non si è raggiunto il 50 per cento dei votanti, qualcosa vorrà dire».

    Il Pd si è diviso: Giorgio Gori e Beppe Sala a favore, lei astenuto. Non crede che questo abbia confuso i vostri elettori?

    «Il Pd ha lasciato libertà di voto in Lombardia, ma tutti quanti — anche i sindaci — abbiamo denunciato sin dall’inizio la propaganda leghista, sapendo che la vittoria del sì era scontata, ma cercando di far capire che le promesse di Maroni erano irrealizzabili».

    Quanto incide questo voto sui prossimi appuntamenti elettorali?

    «Il referendum è un passaggio a sé. Noi dobbiamo continuare a lavorare per offrire una alternativa forte alle derive populiste di destra e 5 Stelle».

  • Il Cibo, una questione di cittadinanza

    (Intervista a cura di Franco Cattaneo pubblicata su L’Eco di Bergamo del 16.10.2017)

    Terminato sotto il sole nel verde diAstino il G7 sull’agricoltura, il ministro Maurizio Martina è partito per Roma dove oggi i ministri partecipano, alla Fao, alla Giornata internazionale dell’alimentazione per ascoltare le parole di Papa Francesco. «C’è un ponte ideale fra il nostro vertice e questa assise», dice, insistendo sul «passo avanti» compiuto a Bergamo, una terra predisposta a recepire e a coltivare concetti chiave del vertice internazionale come cooperazione, dialogo, unità d’intenti e vicinanza alle tragedie dell’Africa.

    Si nota questa soddisfazione fra i 7, che in realtà sono 9 con il commissario europeo e l’inviata dell’Unione africana.
    «Sì, e da parte mia aggiungo il grande orgoglio per la nostra città e per il nostro territorio. Penso che abbiamo svolto un lavoro molto utile ed è impressionante come le delegazioni siano rimaste affascinate dalla bellezza di Bergamo. Un grande ringraziamento alle forze dell’ordine, all’amministrazione comunale e provinciale, a tutte le associazioni che hanno partecipato e ai cittadini. Bergamo ha confermato la possibilità di organizzare al meglio questi appuntamenti in forma molto aperta. Mipermetto di dire che questo è stato il G7 di gran lunga più partecipato dalla società civile e anche di questo vado orgoglioso».

    Sul piano politico l’intesa completa non era scontata, considerando le posizioni dell’America di Trump.
    «Non lo era e per questo la Dichiarazione diBergamo condivisa all’unanimità è un passo avanti decisivo. Se si ragiona in termini generali, per esempio sui cambiamenti climatici, ci sono posizioni diverse e si fatica a trovare una sintesi comune. Ma se si atterra nel concreto, sulla relazione fra eventi atmosferici estremie sviluppo agricolo, allora si trovano le convergenze utili. Ed è quel che è avvenuto».

    In sostanza il ministro americano Sonny Perdue s’è rivelato disponibile.
    «È così. Il rappresentante di Washington è stato governatore della Georgia, uno Stato agricolo, ed è un uomo di notevole esperienza in questo campo. Ha lavorato con disponibilità al comunicato finale e hariconosciuto concretamente il problema che dobbiamo affrontare».

    La gestione dei rischi ambientali resta lo snodo centrale.
    «Quel che sta accadendo inAfrica e in altre parti del mondo rende il governo dell’impatto dei disastri ambientali una questionepurtroppo molto concreta. C’è l’urgenza di avere nuovi strumenti per le piccole e medie imprese familiari che sono il tessuto fondamentale di ogni agricoltura nel mondo. È la grande sfida aperta per tutti. Per questo, come presidenza italiana del G7, daremo mandato alla Fao perché si individuino, attraverso le nuove tecnologie, gli strumenti che consentano di prevenire e contenere l’effetto devastante delle calamità naturali sul mondo agricolo. Dobbiamo insistere sulla prevenzione e sulle informazioni meteorologiche in tempo utile, sulla massima diffusione delle tecnologie per sostenere le esperienze locali: un ambito non scontato nei contesti più deboli. La cooperazione agricola ha il suo focus strategico sull’Africa e ci siamo detti che il problema ci riguarda, coinvolge tutti. Dunque, dobbiamo condividere buone pratiche di uno sviluppo innovativo».

    Avete anche affermatoil principio del cibo come questione democratica.
    «La consapevolezza del nesso inscindibile fra l’accesso al cibo, le disuguaglianze e le migrazioni è stata discussa nella sessione finale. Abbiamo segnato una tappa nuova nel rapporto con l’Africa, perché l’immediatezza di alcune possibilità di coop erazione si possono misurare proprio apartire dalle conoscenze pratiche del mondo rurale dei Paesi del G7. Abbiamo declinato dallato dellanostra agenda agricola l’impegno sottoscritto dai capi di stato e digoverno al vertice dei Sette Grandi a Taormina raggiungere l’obiettivo “fame zero” entro il 2030 stabilito dall’Onu e, in particolare, siamo al lavoro perché nei prossimi anni 500 milioni di persone escano dalla denutrizione. La commissariaJosefa Sacko ci ha descritto le condizioni drammatiche, specie di alcune aree del continente: carestia, siccità, fame. Ci ha spiegato itentativi messi in atto e i nuovi strumenti adottati dall’Unione africana, ci ha chiesto unamano e ha ricevuto la massima attenzione. Dopo il summit le relazioni con quel continente escono rafforzate».

    Sono entrate nel lessico istituzionale parole-chiavecome«empowerment», cioè il conferire autorità, e resilienza, cioè la capacità di recupero. «”Empowerment” è nel titolo della Dichiarazione di Bergamo. Vuol dire riconoscere la centralità dell’investimento che dobbiamo fare sugli agricoltori e sui produttori per uno sviluppo equilibrato e sostenibile, per arginare le ferite della disuguaglianza. In definitiva, per fare dell’alimentazione una grande questione di cittadinanza e di democrazia».

    Dimensione locale e global: il G7 intende adottare politiche concrete per la tracciabilità e lo sviluppo di sistemi produttivi legati al territorio.
    «Abbiamo trovato un linguaggio comune per valorizzare le esperienze agricole locali, consapevoli che riconoscere questo è un fattore importante nello scenario competitivo mondiale. L’Italia, insieme con l’Unione europea, spingemoltoperlapriorità delle indicazioni geografiche e ci siamo ritrovati nel muoverci insieme perché questo avvenga ad ogni latitudine. Non ultimo, c’è anche l’impegno a rafforzare la trasparenza nella formazione dei prezzi: più è alta, maggiore è la tutela dell’anello debole, che spesso èl’universo deiproduttori».

  • Ci unisce sapere chi sono gli avversari

    (Intervista a cura di Annalisa Cuzzocrea pubblicata su La Repubblica del 09.10.2017)

    Ministro Martina, il tentativo di non avere nemici a sinistra sembra riuscito a metà. Mdp sbatte la porta, Pisapia invece apre: è così?
    «La direzione di venerdì ha dato un segnale di grande coesione del Pd e ha lanciato un impegno: la costruzione di un progetto largo, capace di rappresentare con forza l’alternativa a destra e 5 stelle. Aver ribadito che gli avversari stanno a destra e nelle politiche rischiose dei grillini, aver messo in campo un’iniziativa aperta alle forze che vogliono lavorare con noi, è un fatto molto importante».

    Una parte di quelle forze vi risponde che sono parole. E che quello che serve è un cambio di politica, criticando Jobs Act, Buona scuola, trivelle.
    «In questi anni abbiamo fatto scelte per portare il Paese fuori dalla crisi e i risultati si iniziano a vedere. Ora serve un progetto che si misuri con le sfide del futuro: dall’Europa che ancora oscilla tra austerity e crescita ai temi dello sviluppo italiano. Al centro della nostra proposta c’è l’ambizione di unire crescita e uguaglianza a partire dal lavoro».

    Cercherete un accordo strutturale con Pisapia?
    «Pisapia sta facendo un percorso autonomo, che rispettiamo e con cui vogliamo confrontarci in modo positivo e dialettico, senza strattonare nessuno. Quando dice che le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono, ha ragione. Conta il merito delle scelte che si propongono».

    Non gli offrite un posto in lista, ma di far parte di una coalizione? È così?
    «Non è mai stato un tema di posti, ma di progetto. Serve il centrosinistra di governo per battere gli estremismi di destra e 5 stelle».

    Con quali altre forze?
    «Ad esempio quelle europeiste che si rendono conto – anche in aree moderate-che la sfida tra nazionalismi e sovranità europea ci riguarda ed è cruciale».

    Pensa a una lista con Emma Bonino e Carlo Calenda?
    «Ancora una volta non strattoniamo nessuno, ma certamente rilanciamo un confronto costruttivo anche con queste personalita. La prospettiva europea sarà centrale nella battaglia elettorale contro destre e populismi. Chi decide di coltivare il proprio piccolo orticello nella logica – che purtroppo a sinistra è storia – del nemico vicino, sceglie una via che non è la nostra. Divide anziché unire».

    Da sinistra vi ribattono che questa voglia d’Europa nasconde invece “i soliti accordi”: con Angelino Alfano, Denis Verdini, Silvio Berlusconi.
    «Questa è propaganda spicciola. Come quando discutono con il governo di alcuni contenuti della manovra di bilancio, di politiche per rilanciare l’occupazione giovanile o di contrasto alla povertà e diritto alla salute, e le risposte sono quelle che abbiamo ascoltato. Mdp sembra avere un solo avversario: il Pd. Condannandosi a una marginalizzazione senza senso».

    Una chiusura definitiva?
    «Ciascuno fa le sue scelte. Per quel che riguarda noi, con la nuova legge elettorale – che spero vada in porto – mi auguro si riesca a costruire un progetto di cui il Pd sia il baricentro fondamentale. I populisti si battono con un progetto popolare, con un polo del buon senso e della ragionevolezza».

    Pisapia potrebbe riproporre il tema di un passo di lato di Renzi. A quel punto che farete?
    «La nostra leadership è stata confermata con un’ampia partecipazione popolare. Ora ci stiamo ponendo il tema di un progetto più ampio del Pd. Se facciamo bene questo lavoro possiamo battere la destra e i 5 stelle. È questo il tema. Per l’Italia».

  • Il mio intervento al Forum nazionale dei Circoli Pd di Milano

    Grazie a tutti per essere qui con noi oggi.
    Al sindaco Beppe Sala.
    Grazie al PD di Milano e della Lombardia per l’impegno e il supporto anche in questa occasione.

    Dare vita a un forum nazionale dei circoli come questo esprime già una precisa scelta politica.

    Significa dare protagonismo prima di tutto a chi, nei territori, vive la militanza e la partecipazione politica come autentico servizio.

    Significa dare centralità al senso di appartenenza a una comunità come la nostra, unica in Italia e in Europa, fatta di tante donne e uomini che partecipano da elettori o da iscritti al nostro impegno.

    Loro, voi, siete un patrimonio civico straordinario che portiamo in dote al paese.
    Altro che partito personale.

    Siamo l’unica forza che può contare su una rete così organizzata.

    Siamo l’unica forza che in tempi di antipolitica militante può mobilitare ancora milioni di persone per la scelta del suo segretario e del suo progetto.

    Sappiamo che non basta.
    Sappiamo di avere ancora limiti da superare e nodi da affrontare.

    Tutto questo però ci deve spingere ad avere sempre di più piedi, cuore e testa dentro il paese reale.

    Nei suoi bisogni, nelle sue speranze, nelle sue attese.

    Noi dobbiamo ringraziarvi per l’esempio che rappresentate nell’Italia dei comuni, delle città, dei borghi.

    E dobbiamo anche chiedervi scusa se a volte, nel confronto dentro il gruppo dirigente nazionale, non riusciamo ancora ad essere all’altezza dell’impegno che portate avanti generosamente in nome di tutti.

    Ci confronteremo anche per questo nelle diverse piazze tematiche che abbiamo organizzato per questa sera.

    Ascolteremo testimonianze e voci che ci aiuteranno a comprendere la portata di alcune grandi sfide che già ci attraversano e ci riguardano.
    Oggi come domani.

    Questa è la prima tappa di un lavoro in profondità che vogliamo portare avanti con coerenza e continuità.

    Sul territorio, come sulla rete.

    Nella consapevolezza che abbiamo una sfida ambiziosa e necessaria.

    Fare un partito nuovo contemporaneo.
    Farlo aperto, inclusivo e radicato, perché la forma è sostanza.

    Un partito pensante e popolare, come abbiamo detto più volte.
    Un partito umile e utile, come ci ha insegnato l’esperienza delle magliette gialle.

    Penso al partito della mediazione sociale.
    Della nuova responsabilità sociale.
    Per riannodare i fili tra bisogni e interessi, fra aspettative individuali e necessità collettive.
    Un progetto in grado di ascoltare e capace di costruire alleanze nella società, con le persone in carne ed ossa, con le associazioni e le comunità, prima ancora che con sigle di partito.

    Questa è la nostra sfida.
    Niente meno di questo, in un tempo che segna la fatica e la crisi del pensiero progressista e riformista ovunque su scala globale.

    Il difficile voto amministrativo che abbiamo alle spalle ci consegna temi fondamentali su cui lavorare da subito.
    Primo fra tutti io credo sia l’astensione che ci ha riguardato in tante realtà, che ha colpito noi e tutto il centrosinistra.

    Fatemi mandare da qui un grande ringraziamento ai nostri amministratori locali.

    Ai sindaci, ai consiglieri del PD e delle esperienze civiche di centrosinistra che con il loro lavoro sono ogni giorno in prima linea per rispondere ai bisogni e alle necessità dei cittadini.

    Conosciamo il peso delle responsabilità che vi siete caricati in questi anni e i temi che devono trovare ancora risposta.

    Anche per questo siamo qui.

    Esattamente due mesi fa, il 30 aprile scorso, quasi due milioni di persone hanno partecipato e scelto non solo un segretario ma una linea politica e un progetto.

    Ora, non sarebbe comprensibile che si ricominciasse daccapo.
    Non sarebbe pensabile aprire un secondo tempo congressuale.
    Non possiamo permettercelo. Sarebbe sbagliato per tutti noi.

    Altra cosa è ascoltare e ascoltarsi per migliorare il nostro lavoro.
    Altra cosa è fare vivere la nostra pluralità di idee come ricchezza per tutti.

    E se siamo qui è perché esattamente dieci anni fa il Partito Democratico nasceva con la missione di portare le ragioni della sinistra italiana e dei riformisti nel secolo nuovo.

    Nessuna comunità politica, nessun progetto collettivo, può esistere e crescere senza una missione. Senza un orizzonte.

    Dieci anni dopo, diciamo senza alcun dubbio, che la nostra missione è ancora questa.

    Ma questa missione, questo orizzonte, oggi, è ancora più complessa di ieri e proprio per questo ancora più necessaria.

    Ecco perché non vogliamo tornare indietro.
    Ecco perché non possiamo rassegnarci a un ritorno a formule figlie di una stagione che non c’è più.

    Perché la necessità storica del PD, ora, non è data tanto da ciò che accade dentro lo spazio che conosciamo della politica, ma da ciò che ancora non conosciamo e sta cambiando radicalmente nella società.

    Sta in quel “cambio di paradigma” dopo la crisi, descritto bene da Mauro Magatti recentemente e nella sua riflessione sulla ricerca di un nuovo baricentro per le democrazie.

    Per questo il tema urgente adesso è attualizzare valori e ragioni del progetto democratico e vivere i mutamenti del nostro tempo.

    Pensate all’irruzione sulla scena di una dinamica emotiva tra razionale e irrazionale, tra falso e vero, completamente nuova.
    La “democrazia a bolle” come l’ha chiamata recentemente Barack Obama, in cui rischiamo di essere imprigionati, che elimina dalla nostra visuale i punti di vista alternativi. Una questione delicatissima.

    Pensate all’irrompere drammatico del nuovo terrorismo internazionale di ultima generazione.

    Alla radicalita’ del fenomeno migratorio che ci riguarda da vicino nel cuore del mediterraneo. Su questo nodo cruciale, fatemi ribadire il nostro sostegno al presidente Gentiloni e al ministro Minniti per gli sforzi che stanno compiendo anche in queste ore in Europa. Perché ci sia consapevolezza della svolta necessaria ormai ineludibile nella gestione dell’accoglienza.

    E pensando ancora ai mutamenti che abbiamo davanti, come non porsi delle domande di fronte alla gigantesca questione ambientale che abbiamo di fronte ai nostri occhi ogni giorno legata ai termini fondamentali della sostenibilità dello sviluppo.

    Alla metamorfosi del lavoro di fronte alla rivoluzione digitale in atto.

    Dieci anni fa, quando nacque il PD, eravamo all’inizio della più radicale crisi economica e sociale dopo il 29.

    Dieci anni dopo, ovunque, ma sopratutto in Italia, le fratture generazionali si sono aperte e la questione giovanile è diventata ancora di più questione nazionale.

    Perché se convivi per troppo tempo con l’idea di una precarietà dell’esistenza, la rabbia e la frustrazione non rimangono comportamenti individuali ma si trasferiscono nello spazio pubblico.

    L’attualità del Partito Democratico sta su queste frontiere, non nella polemica quotidiana da transatlantico.

    Se si comprendesse meglio la portata di queste sfide si capirebbe anche che senza il partito democratico l’argine alle forze populiste e antisistema sarebbe molto più fragile.

    Perché rimane proprio il PD il primo argine a queste derive e bisognerebbe esserne tutti un po’ più consapevoli.

    Ecco perché non ci può essere centrosinistra senza partito democratico.
    Ecco perché a noi non interesserà mai la logica nel nemico-vicino.
    Sia chiaro che non ci definiremo mai contro qualcuno, ma sempre per qualcosa.

    Per questo ha fatto bene il segretario a indicare l’orizzonte Italia 2020.

    Ci interessa guardare negli occhi gli italiani e proporre loro una prospettiva forte per il futuro.

    Diciamo Italia 2020 perché sappiamo che le vere faglie non stanno nel dibattito autoreferenziale della politica, ma nella società e tra i cittadini che sentono sulla loro pelle inquietudini e domande nuove.

    Diciamo Italia 2020 e collochiamo questo orizzonte innanzitutto dentro la sfida per la svolta sociale e politica dell’Europa.
    Come unica alternativa possibile ai rigurgiti nazionalisti e sovranisti.

    Diciamo Italia 2020 e ci poniamo il tema della nuova democrazia economica e sociale. Perché il passaggio che può esserci, dalla società del consumo alla società della condivisione, apre spazi di partecipazione e di lavoro inediti che spetta a una forza come il PD interpretare.

    Diciamo Italia 2020 e ribadiamo che il tema dell’uguaglianza è e sarà ancora il cuore della nostra visione.
    Non smetteremo mai di partire dai più deboli. Da chi soffre, da chi è più insicuro.

    Noi viviamo l’inquietudine di chi sa che non basta un convegno per cambiare lo stato delle cose: occorre sporcarsi le mani, tentare vie nuove, cambiare in radice politiche e strumenti.

    Diciamo Italia 2020 e ribadiamo la nostra ossessione per la centralità del lavoro.
    Per il lavoro di cittadinanza da creare in particolare nel mezzogiorno e verso giovani e donne. Prima di tutto come leva indispensabile di dignità per tutte le persone.

    Diciamo Italia 2020 perché la riforma dello Stato e delle istituzioni e’ ancora un’urgenza e un bisogno democratico indispensabile per riallacciare un rapporto credibile tra poteri pubblici e cittadini.

    Ecco perché rivendichiamo il lavoro di questi anni.

    Dentro un quadro politico difficilissimo, abbiamo dato un senso a questa stagione.
    È stata ed è una stagione di cambiamento utile.

    Dobbiamo continuare.
    Sullo Ius Soli, ad esempio.
    Perché la nuova cittadinanza è un atto di civiltà e ora la legge dopo anni va finalmente approvata prima della pausa estiva.
    Proprio sui diritti di cittadinanza, peraltro, si è svelata la vera natura del movimento cinque stelle che rende meno difficile comprendere anche il loro sostegno alla destra negli ultimi ballottaggi.

    Ma dobbiamo continuare anche a difesa della salute con la scienza, contro semplificazioni devastanti.

    E dobbiamo continuare, ponendoci nuovi obiettivi.

    Penso ad esempio alla battaglia per l’equo compenso.
    Abbiamo ancora troppi giovani professionisti sottopagati e spesso anche non pagati per le loro prestazioni e per questo occorre tornare ad avere dei riferimenti per garantire equità secondo ciò che dice l’articolo 36 della costituzione.

    Dobbiamo continuare.

    Senza arroganza. Senza la pretesa di avere fatto tutto giusto.
    Noi per primi ci poniamo il tema dei limiti che abbiamo vissuto.

    Ma guai a non vedere i passi avanti fatti.

    Sul lavoro e sull’economia.
    Sui redditi e sulla lotta alle povertà.
    Sui diritti, sulla giustizia, sul sapere, sulla cultura.

    Anche i dati di queste ore sul potere d’acquisto delle famiglie così come quelli sulla crescita economica sono lì a dimostrarlo più di ogni altra parola.

    Se cercate la sinistra la trovate nell’introduzione per la prima volta nella storia di questo paese del reddito di inclusione contro la povertà per oltre 600mila famiglie.

    Se cercate la sinistra la trovate nel superamento di Equitalia, da domani.

    La trovate nei 19 miliardi di recupero di evasione fiscale del 2016 e nella diminuzione della pressione fiscale per famiglie e imprese.

    La trovate nell’anticipo pensionistico finalmente attivo e già chiesto ad oggi da oltre 30mila persone.

    Nelle otto salvaguardie per gli esodati della legge Fornero.

    La trovate nel bonus cultura che ha interessato 350mila ragazzi.

    Se cercate la sinistra la trovate anche nella quattordicesima estesa da domani a tre milioni e mezzo di pensionati.

    Ma la trovate ancora nelle unioni civili, nella legge contro il caporalato, nella norma contro i licenziamenti in bianco, nella legge sugli ecoreati, nel ripristino del falso in bilancio, nelle scelte contro la corruzione e per la legalità.

    E continuo a pensare che avere indicato in questo tempo difficile l’impegno “per ogni euro in sicurezza, un euro in cultura” sia stata la responsabilità più qualificante per essere coerenti con i nostri valori.

    Questi siamo noi.

    E’ tutto? Certo che no.

    Siamo i primi a vivere l’inquietudine di chi sa che ancora molto deve essere fatto.

    Da qui ai prossimi mesi lavoreremo su tutto questo.

    Sul progetto. Sulle idee. Sulle scelte. Sulle prospettive.
    Non sulle polemiche, non sui personalismi, né tantomeno sui destini personali.

    Per fare questo lanciamo qui oggi insieme il Forum programmatico nazionale per l’autunno.

    Sarà quello il momento fondamentale della sintesi sulle idee, sulle azioni e sulle responsabilità che vogliamo prenderci per il futuro dell’Italia.

    Dopo la festa nazionale che quest’anno terremo a Imola dal 9 al 24 settembre ci metteremo in viaggio per l’Italia e la percorreremo in treno ascoltando e incontrando territori, cittadini, associazioni.

    Sarà anche questa un’occasione straordinaria per essere all’altezza delle persone che vogliamo rappresentare.

    Ascolteremo tutti, ci conforteremo con chiunque. Guarderemo sempre avanti.

    Dove ci sarà un confronto sulle idee, ci saremo noi.
    Dove ci saranno scontri sulle persone, o peggio ancora veti sulle persone, non ci troverete.

    La posta in gioco è troppo alta per commettere certi errori già vissuti.

    Vasco Rossi in “Un mondo migliore”, la canzone con cui abbiamo aperto, a un certo punto scrive: “Non è facile pensare di cambiare le abitudini di tutta una stagione”

    Non sarà facile nemmeno per noi, ma in fondo siamo nati proprio per questo: per provarci.

    Buon lavoro a tutti. Avanti, insieme.

  • Gori è la persona giusta. È tempo di portare un sindaco alla guida della Lombardia

    (Intervista a firma di Andrea Montanari, pubblicata su la Repubblica – Milano del 28 giugno 2017)

    Giorgio Gori è la persona giusta per sfidare Roberto Maroni alle elezioni regionali. Spero che il Pd lombardo proponga la sua candidatura nel lavoro che sta facendo per preparare bene questa sfida e che mi auguro possa completarsi e arricchirsi con il nome di Giorgio». Maurizio Martina, vicesegretario nazionale del Pd e ministro alle Politiche agricole annuncia il suo appoggio alla candidatura in Regione del sindaco di Bergamo.

    Martina, il suo quindi è un passo indietro rispetto a una sua possibile candidatura?

    «Io sono per lavorare alla candidatura di Giorgio all’interno di una squadra larga e penso che lui possa interpretare al meglio la sfida a Maroni. Questo è il pensiero che ho consegnato al segretario lombardo del Pd, Alfieri e sono ben consapevole che toccherà al Pd e alla coalizione fare le scelte per la candidatura. Penso che Giorgio sia la persona giusta per sfidare Maroni. Io mi metto, per la mia quota di responsabilità, al servizio di un lavoro di squadra con lui come capitano».

    Perché è convinto che Gori sia il candidato giusto?

    «Credo che oggi occorra un sindaco alla guida della Regione. Sarebbe la prima volta di una candidatura di un sindaco lombardo alla presidenza della Lombardia. Questo sarebbe un dato importante».

    In che senso?

    «Perché vorrebbe dire portare al Pirellone l’esperienza, la sensibilità e lo stile di chi ha fatto il primo cittadino nella comunità di un territorio. Sarebbe la caratterizzazione forte del progetto di centrosinistra che dobbiamo animare in Lombardia. Giorgio è la persona giusta per ragionare a un progetto civico aperto, dal tratto lombardo. Quindi con forti elementi di autonomia e di originalità figlie delle esperienze lombarde. Spero che il centrosinistra lavori a questa idea in modo unitario e aperto. Coinvolgendo persone, energie di tutti i territori, ben oltre le appartenenze classiche. Gori può interpretare un progetto di cambiamento e di innovazione verso la Lombardia del 2020».

    Come?

    «Provando a proporre ai lombardi un modello di Regione in cui protezione dei cittadini e promozione dei territori e dei sistemi produttivi stiano insieme. Credo che ci siano tutte le condizioni perché questo progetto cresca e si affermi».

    Gori sostiene che il Pd, però, deve essere sì centrale, ma anche umile e in grado di dialogare.

    «Condivido il ragionamento Penso che le condizioni per fare questo lavoro ci siano. Ho sempre pensato che il Pd sia fondamentale per il successo di una proposta alternativa alla destra, ma anche che questo lavoro debba essere fatto in modo largo e aperto. Penso a un Pd dentro a un progetto aperto e all’interno di un lavoro di coalizione che coinvolga più energie dentro una forte di prospettiva per la Lombardia».

    Si spieghi meglio

    «È necessario coinvolgere personalità civiche che sono protagoniste delle comunità locali, dei mondi sociali ed economici. Accanto ad un candidato forte ci deve essere una squadra forte, plurale, aperta. Nel segno della novità. Rispetto a una destra che si chiude in dinamiche politiche strette tra partiti, la nostra chiave di lavoro deve essere rivolta alla società. Come Giorgio penso che ogni passaggio elettorale sia una storia a sé e per questo credo che ci siano tutte le condizioni perché partendo per tempo si dia forza a un progetto competitivo in grado di vincere sulla proposta di Maroni. Credo che oggi questo centrodestra non abbia più molto da dire. Dà segni di fragilità».

    Il modello Lombardia, però, vince.

    «Non vedo una proposta forte in grado di portare la Lombardia verso un futuro. Vedo solo propaganda. Emblematico è il caso del referendum sull’autonomia. Sono per sfidare la destra sulle occasioni mancate in questi anni. Che non riesce a reggere la competizione con le altre regioni motori d’Europa. La Lombardia ha bisogno di un altro passo».

    Servono ancora le primarie?

    «Tocca al tavolo di lavoro della coalizione in Lombardia prendere una decisione. Voglio riconoscere il lavoro che sta facendo il Pd lombardo per allargare questo lavoro. Mi auguro si lavori per allargare il campo anche ad altri protagonisti».

    Le sembra facile dopo la batosta ai ballottaggi?

    «Dobbiamo essere molto seri. È evidente che il passaggio del voto amministrativo è stato per noi difficile. Io penso, però, che le condizioni per costruire un progetto forte, civico e competitivo sulla Lombardia ci siano tutte. Ogni voto è una partita a sè. E qui in ballo c’è un cambiamento utile per la Lombardia. Penso che Gori possa interpretarlo in modo aperto e partecipato e che abbia la possibilità di fare una proposta nuova vincente sulla destra».

  • Non minimizziamo, certe sconfitte bruciano. Il centrosinistra? No a coalizioni astratte

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino, pubblicata su Il Corriere della Sera del 27 giugno 2017)

    Maurizio Martina, è andata male o, come dice Matteo Renzi, «poteva andare meglio»?

    «Dobbiamo leggere la complessità del passaggio, non ci nascondiamo che il segno non è quello che volevamo».

    Che segno?

    «Ci sono sconfitte che fanno male, che bruciano. E un messaggio da recepire, che muove prima di tutto dall’astensione. In alcune realtà, poi, ci siamo seduti su noi stessi o abbiamo sbagliato strada. Non dobbiamo minimizzare».

    Genova, Pistoia, L’Aquila: sconfitte clamorose. C’è un dato comune?

    «C’è una sofferenza che noi per primi vediamo. E dentro questo vuoto, senza mettere bandierine, ci sono anche affermazioni importanti da valorizzare, come quelle di Padova, Lecce e Taranto. Anche riflettendo su queste esperienze possiamo riorganizzare il lavoro e rilanciare la nostra sfida».

    E come si fa?

    «Domani (oggi, ndr) è un anniversario importante: sono passati dieci anni dal Lingotto di Walter Veltroni. Un momento che ha segnato una tappa fondamentale per il Pd».

    Perché?

    «Perché quella proposta rimane di straordinaria attualità. C’era una visione dell’Italia e del cambiamento necessario. Penso ad alcuni nodi cruciali: la questione della precarietà generazionale, la sfida demografica, il nuovo nesso cittadinanza-sicurezza, la modernizzazione dello Stato».

    Non è quello di cui si discute ora.

    «La competizione con la destra si misurerà anche sulla capacità di uscire da una discussione tattica e politicista fatta di formule. Dobbiamo superare l’asfissia del dibattito interno al ceto politico, che rischia di essere lontano dal Paese reale, e rilanciare lo spirito originario del Pd».

    In che modo?

    «Anche scrollandoci di dosso questa dinamica per la quale il Pd viene vissuto come il capro espiatorio di tutto. Per farlo, tocca a noi il rilancio progettuale con una iniziativa aperta e inclusiva che si misuri con i temi del cambiamento del Paese e con la vita delle persone. Ci concentreremo sul progetto alternativo alla destra e ai 5 Stelle. E questa alternatività deve essere esaltata. Anche perché dove la destra si riorganizza, può far male».

    C’è chi dice che in questa tornata la formula del centrosinistra ha perso (vedi Roberto Giachetti) e chi vuole rilanciarlo (vedi Andrea Orlando).

    «Queste amministrative segnalano anche l’insufficienza dell’idea coalizionale se si rimane in superficie e non si affrontano le ragioni dello stare insieme. Io mi batto per un Pd inclusivo e non ho paura di un confronto largo. Ma se la scelta della coalizione resta astratta o confusa, è insufficiente. Per questo dico che occorre rilanciare dallo spirito del Lingotto: aperti e inclusivi guardando agli italiani e alla società, prima che ai soggetti politici».

    Anche Renzi deve cambiare rotta?

    «Renzi condivide questo spirito e stiamo lavorando per costruire le basi del lavoro da fare».

    I 5 Stelle sembrano aver perso il loro slancio: la loro avanzata è destinata a frenare oppure no?

    «Il M55 esce sconfitto da queste elezioni. Alla prova del radicamento territoriale, si sono rivelati fragili e senza bussola. Detto questo, non mi nascondo che i 5 Stelle rappresentano ancora un’insidia molto forte, soprattutto nella rappresentazione del dualismo establishment e anti establishment. E resta insidiosa anche la destra, sia pure a trazione salviniana: quando riesce a organizzarsi con un’offerta elettorale che ha una parvenza di unità, risulta pericolosamente competitiva».

  • Senza le nuove regole più lavoro nero. Manifesta pure chi ha votato la fiducia

    (Intervista a firma di Andrea Bassi pubblicata su Il Messaggero del 18 giugno 2017)

    I toni sono quelli della piazza. Duri. Anzi, durissimi. Con il leader della Cgil, Susanna Camusso, che ha parlato di uno schiaffo alla democrazia, di un governo che agito pur non avendo il consenso del Paese.

    Una voce alla quale si è aggiunto in coro tutto il variegato mondo della sinistra , da Rifondazione Comunista ad Articolol-Mdp, fino a Sinistra italiana. Ma il governo non ci sta e difende il provvedimento che riscrive le norme sul lavoro occasionale approvate insieme alla manovrina di correzione dei conti pubblici. E lo fa per bocca del ministro delle Politiche agricole e vice segretario del Partito democratico Maurizio Martina, che ieri era a Crema per sostenere la candidata del Pd, Stefania Bonaldi, che domenica prossima dovrà affrontare al ballottaggio Chicco Zucchi, candidato di una lista civica sostenuta dal centrodestra.

    Ministro, Susanna Camusso dal palco ha usato toni molto duri. Ha parlato di schiaffo alla democrazia e di voto rubato agli elettori.

    «Noi rispettiamo la piazza di ieri anche se abbiamo un’opinione diversa. È stato importante che il governo abbia abolito i vecchi voucher, troppo esposti in passato ad abusi e storture a danno dei lavoratori. Ricordiamoci tutti inoltre che i voucher non sono stati introdotti recentemente ma diversi anni fa. Oggi i nuovi strumenti individuati, utilizzabili da famiglie e imprese, sono invece regolati e controllati molto meglio a garanzia prima di tutto dei lavoratori stessi. C’è la tracciabilità totale attraverso l’Inps».

    Avevate, come sostiene il leader della Cgil, paura di affrontare un altro referendum dopo la bocciatura del 4 dicembre?

    «Noi abbiamo condiviso l’obiettivo di superare i vecchi voucher e ci siamo assunti le nostre responsabilità come un governo deve fare lavorando ad una norma di legge».

    Il sindacato ha anche annunciato un nuovo ricorso alla Consulta. La preoccupa?

    «No. Ma in ogni caso seguiremo con attenzione anche questo passaggio nel pieno rispetto di ciò che la Consulta dirà».

    La manifestazione della Cgil ha raccolto diversi consensi. Anche quello di Giuliano Pisapia, alle cui mosse il Partito democratico guarda con interesse. Come valuta questa posizione?

    «Anche in questo caso abbiamo il massimo rispetto per posizioni diverse dalle nostre. Segnalo comunque che i senatori di Campo Progressista hanno votato come noi la fiducia sulla manovra proprio pochi giorni fa».

    Nel merito del provvedimento contestato dal sindacato e dalla sinistra è entrato anche l’Ufficio parlamentare di bilancio. I tecnici sostengono che le nuove norme superano diverse storture delle precedenti regole, ma hanno ancora dei “bug”. Come quello dei tre giorni dati al datore per cancellare la prestazione. Una norma, dice l’Ufficio parlamentare di bilancio, che favorirebbe il lavoro nero.

    «Io credo che si capirà fra qualche tempo, quando i nuovi strumenti saranno a pieno regime, che il Libretto Famiglia e il contratto di prestazione occasionale per le imprese sono strumenti a garanzia dei lavoratori contro il lavoro nero. Anzi, le dico una cosa».

    Prego.

    «Senza le nuove regole il rischio sarebbe stato di un aumento del lavoro sommerso e irregolare».

    Sbaglia dunque l’Ufficio parlamentare di bilancio?

    «Non dico questo. Dico che c’è ancora molto da fare, ma le scelte fatte stanno dando frutti importanti. Il Libretto Famiglia e i contratti di prestazione occasionale per le imprese sono totalmente tracciati, sotto il controllo dell’Inps e con limiti d’impegno chiari. Molto più di quanto abbiamo lasciato con i vecchi voucher che tutti potevano comprare persino dal tabaccaio. Il nostro impegno per la dignità e diritti nel lavoro non si ferma».

  • Ius soli: scelta di civiltà di sinistra. In corso inciucio populista di destra tra Lega e M5S

    (Intervista a firma di Tommaso Ciriaco pubblicata su La Repubblica del 16 giugno 2017)

    Il Pd non arretrerà di un centimetro per portare a casa una legge sullo Ius soli, promette il vicesegretario dem Maurizio Martina. «E mentre lavoriamo a questo obiettivo, assistiamo all’ inciucio populista di destra tra Lega e Movimento cinque stelle».

    Lo scontro sul provvedimento è stato brutale, al Senato. Come lo giudica?

    «Un’indegna, inaccettabile bagarre. È intollerabile che la Lega cerchi di ostacolare una discussione in Aula, la democrazia vive del confronto e di regole. Queste provocazioni sono andate oltre la soglia di guardia. E quanto accaduto a Valeria Fedeli è il frutto di atteggiamenti radicali e intolleranti, da condannare. Non ci fermeranno, comunque».

    È una scelta impegnativa, in questa fase storica così turbolenta, dove il dibattito sull’immigrazione è acceso e le ricette in Europa assai diverse tra loro. È la direzione giusta?

    «Lo è. Non mi sfugge che si tratta di una decisione che in Europa si segnala come coraggiosa. Ma è un modo per dare a bambini e ragazzi che sono già italiani la piena cittadinanza: devono avere gli stessi diritti e doveri dei miei figli».

    La maggioranza renziana sta dando il meglio di sé nel campo dei diritti, a suo avviso?

    «Rivendico – e non da oggi – le scelte di civiltà che abbiamo compiuto. Di sinistra, democratiche e progressiste, compiute sulla frontiera dei diritti. Alcuni, da sinistra, accusano sempre il Pd, ma parlano i fatti».

    La contrarietà dei cinquestelle, invece, cosa dimostra?

    «C’è un tweet che ho appena letto che recita: “Il Movimento è la destra che non osa dire il suo nome”. È così, altro che francescani…”».

    Volete portare questa legge a casa, anche a costo di mettere la fiducia?

    «Penso che non dobbiamo escludere nulla».

    Il terreno dei diritti può servire a ricostruire il centrosinistra assieme a Pisapia?

    «Intanto lo Ius soli non è la scelta di una parte, ma più semplicemente la scelta giusta. Detto questo, leggi così si approvano se c’è un Pd forte. A chi a sinistra si è cullato nell’idea di dialogare con i cinque stelle, chiedo: pensate ancora che sarebbe meglio dialogare con loro che con noi? E ritenete ancora possibile confrontarsi con chi ha sostenuto che i gommoni nel Mediterraneo erano taxi? Ormai la virata a destra di Grillo, della Raggi e del Movimento è evidente».

    Insisto: con Pisapia è possibile un accordo?

    «Il Pd deve fare il suo lavoro di proposta. Dialogando, assumendosi le sue responsabilità, confrontandosi per il bene del centrosinistra. Noi non ci sottraiamo a un dialogo aperto».

  • II mediatore

    (Intervista al Ministro Maurizio Martina pubblicata su Il Foglio del 4 maggio 2017)

    Nessuno ricorda di aver sentito Maurizio Martina alzare la voce. Riflessivo, poco incline alle decisioni d’impulso, Martina si è fatto strada nel Pd partendo da Bergamo, la sua città, e arrivando a fare il segretario regionale nella stagione di Bersani. Poi il balzo a Roma e col governo Renzi la responsabilità del ministero dell’Agricoltura. Nessuno tra i suoi detrattori ma anche tra i suoi amici avrebbe immaginato un percorso così brillante, prima alla guida di Expo e poi come nume tutelare degli agricoltori italiani (in primis Coldiretti) nella salvaguardia del made in Italy. Sarà per il suo carattere incline al dialogo che Matteo Renzi l’ha scelto per passare dall’io al “noi”. È così che, sulla scia delle vittoria alle primarie, Martina sarà il vicesegretario “inclusivo” del Pd.

    Gli elettori Lombardi che si riconoscono nel progetto del Pd hanno scelto in larghissima misura Matteo Renzi alle primarie di domenica scorsa. Sta cambiando qualcosa nella regione che, negli ultimi decenni, ha premiato il centrodestra?

    “In questi anni il Pd in Lombardia si è molto rafforzato. Governa oggi tutti i comuni capoluoghi di provincia e tante realtà del territorio. È diretto ovunque da giovani capaci e molto appassionati. Per me è un modello da seguire anche su scala nazionale. Partito giovane, aperto, inclusivo”.

    La sua scelta di sostenere Renzi in questa competizione porterà a una guida del Pd forse più plurale. In sintesi resterà il simbolo “noi” sul logo della ditta?

    “Abbiamo proposto un lavoro di squadra e intendiamo andare avanti così. Ci sono tante persone che vogliono darci una mano: dobbiamo dare loro spazi di protagonismo e d’iniziativa. Sapendo che pluralismo delle idee e unità d’azione, con noi, stanno insieme”.

    Sindacati dei lavoratori e associazioni imprenditoriali sono in crisi di rappresentanza, un po’ come la politica. Ma al momento non c’è niente di meglio in circolazione. La nuova stagione del Pd prevede un rapporto diverso, più dialettico con i corpi intermedi?

    “Ho scritto qualche settimana fa un articolo per Mondo Operaio dal titolo inequivocabile: ‘Elogio della mediazione’. Io ci credo. Penso che in questo momento noi dobbiamo essere al servizio di un progetto che coinvolga e includa tante realtà civiche e associative della cittadinanza attiva. Il tema centrale è battere la solitudine che spesso le persone avvertono di fronte ai cambiamenti che vivono ogni giorno. E costruire soluzioni di prossimità. Per fare questo serve certamente anche un nuovo rapporto forte e dialettico tra PD e forze sociali”.

    Lei, in qualità di ministro, ha lavorato con la giunta Maroni anche in occasione di Milano Expo 2015, dunque conosce il pragmatismo del governatore. Maroni ha costruito una rete di rapporti con la società civile lombarda per realizzare il nuovo modello di welfare e un sistema formativo destinato ad aprire le porte del mondo del lavoro ai giovani. Che giudizio si è fatto del governo Maroni e di queste esperienze?

    “Distinguerei il governo regionale dalla forza delle esperienze che lei ha evocato. In Lombardia il mondo delle imprese e quello delle reti del sociale hanno una forza intrinseca e autonoma che per fortuna non dipende dalle pieghe di una giunta regionale. Quello che io riscontro è lo scarto tra le attività dell’ente regionale e la società lombarda, che è molto più avanti di tutti i ragionamenti che si fanno al Pirellone. Un esempio concreto? La tribolata riforma sanitaria regionale che ha lasciato troppi temi aperti. Un altro? L’invenzione di un referendum regionale inutile del costo di 50 milioni, guarda caso proprio alla fine delle legislatura, per chiedere ai lombardi se trattare con lo stato ulteriori materie da gestire a livello regionale. Da cittadino lombardo la mia risposta è sì, già ora lo si può fare. E perché Maroni in questi quattro anni non ci ha lavorato? Perché non ha mai chiesto alla Stato di iniziare a discuterne nel merito? È un po’ come la bufala della sua proposta elettorale del 2013 di trattenere il 75% delle tasse sul territorio. Ricordate? Tutte chiacchiere”.

    La Lombardia a primavera 2018 (al più tardi) andrà al voto, lei si è fatto un’idea delle linee programmatiche sulle quali consentire al Pd di cambiare l’orizzonte di governo della Regione?

    “Il Pd lombardo sotto la guida di Alessandro Alfieri sta facendo un buon lavoro di preparazione per il progetto Lombardia 2018. Per me la parola chiave è “prendersi cura’. Delle persone e del territorio, prima di tutto. Proteggere e promuovere le persone nella regione cuore del paese. Portare la Lombardia dove deve essere: tra le realtà più avanzate d’Europa e del mondo. Scommettere tutto, quindi, sui servizi alla persona: a partire dagli investimenti sul capitale umano”.

    Il suo nome è tra i più qualificati ed evocati nella sfida a Maroni. La accetterà?

    “Decideremo e lavoreremo insieme a prescindere da chi sarà il candidato. Abbiamo tante energie che ci possono portare alla vittoria. Credo in questo lavoro e penso che il PD abbia preso il passo giusto”.

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