• Famiglie, giovani e lotta alla povertà

    «Pensioni? Parliamone, ma per gettare le basi di cosa accadrà a chi avrà un calcolo esclusivamente contributivo e con carriere professionali discontinue, ovvero ai giovani».

    Maurizio Martina, il segretario PD, rigira tra le mani i fogli della “contromanovra” del Pd. È stata appena messa a punto dal gruppo di esperti capitanati dall’ex ministro e predecessore di Tria, Pier Carlo Padoan. Contiene le “contromisure”, vidimate da Padoan, elaborate con Tommaso Nannicini, Antonio Misiani, Marco Leonardi, Luigi Marattin.

    Il Pd fa circolare il documento, perché ciascuno possa giudicare punto per punto la differenza con la manovra del governo gialloverde. Manovra, attacca Martina, fatta «di condoni per gli evasori e più debito pubblico sulle spalle dei giovani per misure inique. Il vicepremier Luigi Di Maio, poi, pensa di giocare a Monopoli». Due sono le stelle polari della “contromanovra” del Pd: equità e crescita. In concreto. Le priorità sono i giovani, le famiglie con figli, la casa e i poveri.

    Taglio del costo del lavoro

    È la misura a cui i dem danno assoluta priorità con un taglio stabile del costo del lavoro di un punto all’anno per quattro anni per tutti i contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Costo: 350 milioni, primo anno.

    Pensioni di garanzia

    Si tratta di avviare dal 1 gennaio 2019 le pensioni minime a 750 euro al mese. Significa gettare le basi di un pilastro di garanzia per i giovani che andranno in pensione interamente col sistema contributivo e che avranno carriere professionali totalmente discontinue. Obiettivo è l’equità intergenerazionale.

    Sostegno alle famiglie

    Costa un quinto di quello che costerebbe la Flat Tax scritta nel contratto di governo se realizzata. Secondo i Dem questa sarebbe una misura molto più equa e rappresenterebbe, da subito, un aiuto consistente alle famiglie: la “contromisura” dem prevede 240 euro al mese per ogni figlio minore a carico. costo è di 9 miliardi, il più oneroso della contromanovra.

    Detrazioni sugli affitti

    Centrali le misure sulla casa, a partire dalle detrazioni sugli affitti uguali alle detrazioni sui mutui casa. In cifre: il 19% se si spendono un massimo di 4.000 euro all’anno, pari quindi a
    massimo 760 euro all’anno. Ma per i giovani under 30 è prevista una maggiorazione così da raggiungere 1.800 euro all’anno. Per il Pd è indispensabile occuparsi di 4 milioni di famiglie che vivono in affitto, più di un terzo in condizioni di disagio abitativo. 1138% delle giovani coppie sono in affitto. Il costo della misura è di un miliardo. Si pensa poi a rafforzare il piano delle periferie con investimenti nell’edilizia popolare e sociale.

    Reddito di inclusione

    Contro la povertà. Con 3 miliardi in più si arriva a 6 miliardi complessivi, aiutando un milione e mezzo di famiglie in povertà assoluta. Il costo è di 3 miliardi.

    Gli investimenti

    Quelli pubblici vanno riportati entro 3-5 anni dal 2% al 3% Pil, il livello del 2008, con priorità all’ambiente e alla manutenzione soprattutto nel Mezzogiorno. Si deve accelerare la spesa dei 150 miliardi già stanziati dai governi del centrosinistra e dei finanziamenti Ue. Su quelli privati, non smantellare ma potenziare Industria 4.0, ecobonus-sismabonus.

  • Tocca ancora alla squadra PD garantire all’Italia un cambiamento responsabile

    Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata su Il Corriere della Sera del 28.12.2017

    «Dobbiamo andare a testa alta e rivendicare i nostri risultati con orgoglio. Tocca al Pd completare il cambiamento del Paese». Maurizio Martina, vicesegretario dem e ministro, scommette sulla «modernizzazione» della Pa e sugli investimenti pubblici. E parla della legislatura sul binario d’arrivo.

    Cuperlo chiede che la legislatura non termini ora e si porti a termine lo ius soli.

    «Non entro nelle prerogative del capo dello Stato, ma per tutti noi rimane una legge fondamentale. A chi fa le pulci al Pd, ricordo che solo grazie a noi lo ius soli è stato votato alla Camera, nel pieno della campagna delle Amministrative».

    E i 29 assenti del Senato?

    «Non sono state assenze politiche e purtroppo non sarebbe bastato tutto il Pd in Aula. Si guarda la pagliuzza e non la trave: M5S e destra hanno organizzato il vero boicottaggio della legge con le loro assenze».

    Ministro, si annunciano elezioni difficili per il Pd.

    «Nel 2013, quando la legislatura sembrava nata morta, nessuno ci dava grandi chance. Venivamo da una crisi durissima, avevamo perso un quarto della produzione industriale e milioni di posti di lavoro. Abbiamo fatto un lavoro importante che è giusto rivendicare nei confronti di chi denigra tutto. Ora questo lavoro va completato».

    L’economia riprende ma non si può dire che l’Italia sia in salute.

    « Un viticoltore, sulle colline di Bergamo, mi ha detto: “Dovete lavorare sulla crisi di fiducia che c’è nel mondo occidentale”. Ed è vero. Poi ci siamo fatti una domanda: cinque anni fa, il Paese stava peggio o meglio? La risposta è inequivoca: stava peggio. Ma c’è molto da fare».

    Perché bisognerebbe dare ancora fiducia al Pd?

    «Perché è l’unico che può garantire serietà, stabilità e cambiamento. La serietà di un approccio di governo ai problemi, la stabilità delle istituzioni, la forza di saper prendere decisioni».

    Ce ne dice qualcuna?

    «Lavoro e ancora lavoro. Lotta alla precarietà, specie dei giovani, con gli incentivi strutturali. Questione salariale, anche con il salario minimo legale. E poi rinnovamento della Pa: da qui a 5 anni inserire almeno 500 mila nuove leve. E ancora, nella prossima legislatura dobbiamo arrivare almeno al 3% del Pil di investimenti pubblici. E dimezzare il gap, rispetto all’Ue, per spesa in scuola, università e ricerca. Partirei dal tempo pieno nelle scuole del Sud. Poi avanti nella lotta alla povertà con il reddito di inclusione e lavoro sulla decarbonizzazione del Paese».

    Berlusconi propone il «reddito di dignità».

    «Negli anni devastanti della crisi, Berlusconi non guardava la curva della povertà ma ci raccontava che i ristoranti erano pieni. Ora scopre la povertà, per motivi propagandistici. Noi il reddito di inclusione l’abbiamo fatto».

    Carlo Calenda, al Corriere della Sera, ha proposto un’assemblea costituente per rinnovare l’assetto del Paese. E d’accordo?

    «Non mi avventuro in una riflessione sullo strumento, ma condivido con Calenda lo sforzo di rimettere al centro il tema del rinnovamento dello Stato».

    Il Paese ha detto no alla riforma costituzionale.

    «Ma la battaglia per il cambiamento delle istituzioni continua».

    Calenda vorrebbe un Pd diverso, con «meno rottamazioni, slogan e leadership solitarie».

    «Il Pd è l’unico partito che non avrà nel simbolo il nome di un leader. Abbiamo l’orgoglio di presentare agli italiani una squadra».

    Lei cita spesso l’Europa, ma Emma Bonino minaccia di correre da sola con i radicali.

    «Rinnoviamo la piena disponibilità per una battaglia comune sull’Europa. Quando Salvini parla di dazi, mi chiamano imprenditori dell’agroalimentare preoccupati. È una partita troppo importante per consegnarla alla Lega. O ai pericolosi tentativi referendari dei 5 Stelle che ci vogliono portare fuori dall’Euro, come se fosse un gioco».

  • Servono misure per dare lavoro ai giovani

    (Intervista a firma di Tommaso Ciriaco pubblicata su La Repubblica del 5 aprile 2017)

    A dare retta al voto dei tesserati, il congresso sembra già finito. È così, Maurizio Martina?

    «Siamo soddisfatti. Ma sa cosa mi rende davvero orgoglioso? Siamo gli unici ad aver mobilitato 266 mila persone in carne ed ossa, quindi l’unica alternativa ai partiti personali. Gli iscritti hanno scelto con nettezza la nostra proposta. Il 30 aprile c’è il secondo tempo, di fronte agli elettori».

    Orlando e Emiliano puntano sul voto dei delusi scissionisti, fuori dal Pd. Un appello che giudica corretto?

    «Lo considero inefficace. La domanda del nostro popolo è di unità».

    Considera l’esito dei gazebo scontato o è passibile un ribaltamento?

    «Il congresso si chiude il 30 aprile. Dobbiamo lavorare per allargare la partecipazione. E per far passare un messaggio: le primarie come primo atto della sfida per battere la destra, Grillo e Salvini, rafforzando il Pd. Anche in chiave europea sarà un passaggio utile, sperando in Schulz in Germania e magari Macròn in Francia».

    Per ora hanno anche denunciato alcuni brogli e numeri taroccati, però.

    «Una polemica che amareggia. Abbiamo strumenti per intervenire su casi singoli. Ma niente può scalfire un dato netto attorno a un candidato e a un progetto».

    Occhio a non mostrarvi troppo trionfalistici, in passato non ha giovato.

    «Massima umiltà. Stiamo usando i toni giusti: zero polemiche con gli altri candidati e attenzione al “noi” e alla squadra».

    Giudica deludente la performance di Emiliano e Orlando?

    «Non giudico. L’importante è il rispetto reciproco. Poi da maggio la squadra sarà composta anche dai candidati alternativi alla nostra mozione, se vinceremo».

    Immagina una segreteria mista?

    «No, non è un tema di gruppi dirigenti futuri».

    L’asticella per parlare di un successo ai gazebo è due milioni?

    «Non metto asticelle».

    Cosa cambia se Renzi prende il 50% o il 70%?

    «Non faccio previsioni sulle percentuali. Ma una vittoria è una vittoria».

    È vero che se vince Renzi continuerà la scissione, come giura Emiliano?

    «Ciascuno utilizza gli argomenti che più gli appartengono, comunque non sarà affatto così. E credo sia sbagliato evocare questo tema. Noi lavoriamo per un Pd migliore, non contro il Pd. Gli elettori sanno che l’avversario sono la destra e il M55».

    Le primarie si giocano anche sulle alleanze. I vostri avversari puntano tutto su un centrosinistra ampio. E voi?

    «Il nostro campo è un centrosinistra rinnovato e riorganizzato».

    Con un veto su Bersani?

    «Non utilizzo la categoria del veto. Dico che serve un Pd forte in grado di costruire alleanze sociali solide. Mi colpisce l’ossessione di chi da Napoli ( Mdp, ndr ) indicava solo la distanza che li separa da noi».

    Per essere conseguenti alle critiche ai ministri tecnici, aumenterete il pressing su Gentiloni dopo il 30 aprile?

    «Lavoriamo al fianco del premier. Siamo nella stessa squadra, ci interessa rafforzare crescita e occupazione. Esempi? L’abbattimento strutturale del costo del lavoro per i giovani, e la conferma che Iva e benzina non verranno toccate».

    Quest’ultima è ancora in campo.

    «Non mi pare proprio».

    Esiste ancora lo scenario di elezioni nell’autunno 2017?

    «Rispondo che al governo abbiamo un solo dovere: lavorare, lavorare, lavorare».

    Magari anche sulla riforma elettorale, che latita? È vero che porterete a maggio il Mattarellum in Aula?

    «Serve una correzione maggioritaria. Ritengo che sia giusto portare al voto il Mattarellum, in modo da verificare in Parlamento i numeri. Le prossime settimane serviranno a mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità. Non conta più il dibattito da Transatlantico, ma quello che si voterà nelle sedi parlamentari».

  • La mozione Renzi – Martina in 20 punti

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  • Basta con i voucher in settori come l’edilizia

    (Intervista a firma di Paolo Baroni pubblicata su La Stampa del 13 gennaio 2017)

    Indietro non si torna: i voucher vanno migliorati, ma non cancellati», sostiene Maurizio Martina. «Bisogna assolutamente continuare a mantenere un approccio riformista al tema – spiega il ministro dell’Agricoltura -. Per questo, anche sui voucher, dobbiamo vedere pregi e limiti di questi strumenti e quindi individuare i miglioramenti da attuare. E soprattutto sono convinto che occorra insistere con politiche in grado di generare nuova occupazione e combattere la precarietà e per questo rimango sempre dell’idea che la madre di tutte le questioni sia abbassare il costo del lavoro e rendere quello stabile sempre più vantaggioso di quello flessibile. Dobbiamo guardare avanti, guai a fermarci».

    Quindi i voucher non vanno cancellati come chiede la Cgil?

    «Assolutamente no. Perché l’esigenza di avere uno strumento per regolare il lavoro accessorio non nasce a caso e non nasce oggi e tra la possibilità di migliorare i voucher ed il nulla, io preferisco di gran lunga la prima via. Mi ritrovo molto con la riflessione fatta dal ministro Poletti in Senato secondo il quale dobbiamo avere una analisi di dettaglio della situazione per poter decidere a ragion veduta. E per questo mi auguro che i nuovi dati arrivino presto. La tracciabilità obbligatoria in questo senso è fondamentale e rivendico il fatto che l’abbia introdotta il governo Renzi».

    Cosa bisogna cambiare?

    «Ragioniamo insieme, governo e Parlamento. Penso si possa convenire che occorre fare una riflessione sui limiti di tempo, probabilmente i dodici mesi di oggi sono troppi, vanno ridotti. Credo poi che si debba impedire qualsiasi uso dei voucher per pagare i dipendenti. Come terzo punto occorre avanzare sul terreno dei controlli, infine ritengo che occorra limitarne i settori di applicazione. Penso innanzitutto all’edilizia».

    Non tornare all’origine della legge Biagi dunque, intervento che restringerebbe molto il campo?

    «Vediamo, parliamone. lo dialogo ogni giorno col mio collega di partito Cesare Damiano che in commissione Lavoro sta facendo una riflessione che va colta. Valutiamo tutto. Entrando nel merito dei vari elementi si può trovare un approccio utile che guarda in faccia i problemi e migliora lo strumento. E ricordiamoci anche su questo tema cosa è stato fatto nei mille giorni del governo Renzi: quando sento giudizi ingenerosi non posso certo essere d’accordo. Perché ad esempio il tema della tracciabilità che abbiamo introdotto è fondamentale per poter capire ora come sono stati usati i voucher. E io sono testimone diretto: noi in agricoltura, proprio in questi mesi che ci siamo lasciati alle spalle, abbiamo anticipato una parte di questa rimodulazione. Assieme a Poletti, ascoltando parti sociali e Parlamento, abbiamo deciso di restringerne il campo di utilizzo e oggi questo comparto pesa appena per il 2% sul totale».

    Una legge del genere potrebbe non disinnescare il referendum. Ma poi per il governo evitare la consultazione popolare è un problema o no?

    «Questi interventi sono necessari a prescindere. Non bisogna legare il merito delle questioni all’agenda elettorale: il fine della riforma non deve essere quello di evitare il voto ma quello di migliorare lo strumento».

    La minoranza Pd con Roberto Speranza sostiene che se sui voucher non c’è una modifica sostanziale voterà sì. Si rischiano nuove frizioni forti nel partito…

    «A me interessa dare una mano per arrivare a modifiche migliorative. Non mi interessa, invece, usare questo lavoro per una polemica interna al Pd. Io spero che ci possa essere un incontro unitario teso a migliorare l’utilizzo dei voucher e non certo ad abolirli. Se invece si pensa alla loro cancellazione a prescindere io non lo condivido. Quello che vedo è che dalle riflessioni del ministro Poletti in avanti ci sono tutte le condizioni per fare un lavoro utile».

  • «I voucher? Teniamoli per studenti, pensionati e lavoratori cassintegrati»

    (Intervista a firma di Lorenzo Salvia pubblicata sul Corriere della Sera del 28 dicembre 2016)

    «Non voglio alimentare una guerra tra favorevoli e contrari. Preferisco analizzare i numeri». I numeri dicono che, per una volta, parlare di boom non è un’esagerazione: nel 2008 di voucher ne venivano venduti 500 mila, quest’anno si dovrebbe chiudere a 16o milioni. «Gli abusi ci sono stati e ci sono ancora. Sarebbe sbagliato negarlo, per questo bisogna affrontare il tema. Ma più che un dibattito ideologico serve un lavoro di analisi, settore per settore. Ad esempio circoscrivendo meglio i cosiddetti requisiti soggettivi».

    Cosa intende?

    «In agricoltura la stretta c`è già stata: adesso i voucher possono essere utilizzati solo per studenti, pensionati e persone in cassa integrazione. Credo sia una buona scelta, studiando i numeri potrebbe essere estesa ad altri comparti».

    Maurizio Martina non è solo il ministro dell`Agricoltura, sia del governo Renzi sia di quello Gentiloni. È anche l’anello di congiunzione fra Matteo Renzi e un pezzo della minoranza Pd. Una posizione privilegiata per sondare i contenuti di un intervento, la stretta sui buoni lavoro da dieci euro l’ora, che dovrebbe riportare proprio (un po’) a sinistra la linea del governo.

    Il referendum della Cgil chiede la cancellazione totale dei voucher. Lei come voterebbe?

    «Sono contrario all`abrogazione totale. La finalità iniziale dei voucher era positiva: hanno fatto emergere una fetta di lavoro nero. Ma poi, con la progressiva liberalizzazione introdotta ben prima del governo Renzi, hanno rischiato di accentuare in alcuni settori la precarizzazione dei rapporti di lavoro. È su questa distorsione che bisogna intervenire».

    Ritornando alla versione originaria dei voucher, utilizzabili solo per i lavoretti occasionali?

    «Serve un lavoro di analisi settore per settore, che potremo fare solo quando avremo i dati completi della tracciabilità introdotta, voglio ricordarlo, proprio dal governo Renzi. E poi credo che il caso dell’agricoltura possa insegnare qualcosa».

    Che cosa?

    «Oggi i voucher in agricoltura rappresentano meno del 2% rispetto al totale di quelli utilizzati. Prima eravamo su livelli molto più alti, vicini al 15% del turismo, al 14% del commercio, al 12% dei servizi».

    E cosa è cambiato per scendere al 2%?

    «Un anno fa abbiamo circoscritto l’uso dei voucher alle tre categorie di cui parlavamo prima: studenti, pensionati, cassintegrati. E abbiamo introdotto un limite annuale, mila euro, alla somma che il singolo può incassare dallo stesso datore di lavoro sotto forma di voucher. Non è stato facile, il comparto non era d’accordo. Ma credo sia stato giusto e possa essere un modello. Anche se in alcuni settori si può fare di più».

    Quali settori?

    «Nell’edilizia si può pensare a un superamento complessivo dei voucher, forse è il settore a maggior rischio di abusi».

    Non servono anche maggiori controlli e sanzioni più pesanti per chi viola le regole?

    «Giusto discuterne. Sapendo che negli ultimi anni molta strada è stata fatta: in agricoltura, nel 2016, il gettito dei contributi previdenziali è aumentato del 7%, anche grazie ai maggiori controlli».

    Ministro, in ogni caso questi correttivi lascerebbero in piedi il referendum sui voucher che ne chiede la totale cancellazione. Anche con un voucher riveduto e corretto, come crede che voterebbero gli italiani?

    «La stretta sui voucher va fatta a prescindere dal referendum. Come voterebbero gli italiani non lo so. E non credo sia utile ridurre il tutto a un dibattito pre congressuale del Pd».

    E l’altro referendum, quello Sull’articolo 18? D’accordo con il suo ripristino?

    «Non credo nel ritorno al passato. La discussione è stata fatta e sono convinto che il contratto a tutele crescenti sia la strada giusta. La madre di tutte le questioni, compresi i voucher, resta la stessa: rendere il lavoro stabile più vantaggioso di quello precario. Torno a un esempio concreto: con gli sgravi contributivi in agricoltura, nel 2016 abbiamo avuto più di 5 mila contratti a giornata o a tempo determinato trasformati in contratti stabili…».

    Un’ultima cosa, ministro. Ma per le elezioni politiche andremo a votare a giugno?

    «(Ride) Tanto non le rispondo».

  • Caporalato, l`attesa è finita

    (Articolo pubblicato su l’Unità del 20.10.2016)

    È da giornate come quelle di martedì che spero si possa capire l`importanza del nostro impegno collettivo per cambiare in meglio il Paese e renderlo più giusto e più forte. Dopo oltre 5 anni d`attesa abbiamo finalmente una legge solida contro il caporalato in agricoltura.
    Per chi come noi cerca tutti i giorni di affermare le buone ragioni e i valori della sinistra nel cambiamento dell’Italia è un traguardo importante, carico di significato, per le lotte di tanti in passato e per le prospettive di altrettanti in futuro. Penso alle battaglie di Giuseppe Di Vittorio e Placido Rizzotto. Ma anche ai tantissimi impegnati oggi nelle nostre campagne. Diritti, legalità e dignità di chi lavora vengono prima di ogni altra scelta e la nuova legge è un passo di civiltà per tante lavoratrici e tanti lavoratori della terra.

    Era il luglio 2015 quando nelle campagne di Andria moriva Paola Clemente, vittima di uno sfruttamento intollerabile e nella stessa tragica estate altre morti inaccettabili hanno funestato la stagione calda del lavoro nei campi. A tutto questo dovevamo una risposta politica e istituzionale forte. Proprio quell’estate abbiamo detto con chiarezza che il caporalato andava combattuto come la mafia. Da allora la nostra azione è stata incessante. Abbiamo rafforzato il coordinamento tra tutti i Ministeri coinvolti, aumentando i controlli nei campi di oltre il 59% in un anno. Per i territori più a rischio sono state create task force operative composte da ispettori del lavoro accompagnati da Carabinieri e Corpo forestale dello stato. È stata avviata un`attività di analisi e intervento per fare fronte alle esigenze di accoglienza dei lavoratori stagionali, soprattutto stranieri, insieme alle prefetture, alle Regioni, ai sindacati e al terzo settore. Un lavoro che va portato avanti e irrobustito ancora oggi.

    E così martedì l`aula della Camera, dopo il Senato, ha definitivamente licenziato la legge. Senza nessun voto contrario. Abbiamo lavorato per definire il salto di qualità concreto nel contrasto al caporalato rafforzando gli strumenti di contrasto civili e penali, a partire dalla confisca proprio come per i reati di mafia. È stato riscritto il reato di caporalato, superando gli ostacoli che in questi 5 anni lo hanno reso di difficile applicazione anche in casi drammatici. Si colpiscono i patrimoni e i proventi ottenuti vengono destinati al fondo antitratta per essere utilizzati per la prima volta anche per sostenere le vittime. Si introduce la responsabilità del datore di lavoro e il controllo giudiziario sull`azienda che consentirà di non interrompere l`attività agricola dove si commette il reato. Con la stessa legge si rende più forte anche la Rete del lavoro agricolo di qualità, ramificandola sul territorio e sperimentando nuovi metodi di intermediazione legale. È previsto anche un piano di accoglienza dei lavoratori stagionali che, con il coinvolgimento di Regioni, enti locali e terzo settore, dovrà servire ad evitare la ghettizzazione degli immigrati impiegati nella raccolta. Scelte che salvaguardano l`irrinunciabile diritto alla dignità di chi lavora, ma che tutelano anche migliaia di imprese agricole che ogni giorno fanno della legalità una pratica quotidiana. Perché sono loro i primi a subire una concorrenza sleale e ingiusta.

    Ecco perché il mondo agricolo oggi non subisce questo provvedimento ma lo guida a testa alta.
    No, non siamo tutti uguali. Senza la testardaggine e la passione delle donne e degli uomini del Partito democratico al governo e in parlamento non saremmo arrivati alla meta. È in giornate come queste che capisci che ha un senso prendersi delle responsabilità, anche se spesso in condizioni politiche difficili. Che ha un senso provarci. Che ha un senso dare tutto quello che si può per cambiare in meglio le cose. Per un paese più giusto e più forte. A partire dal lavoro della terra.

  • Da Ventotene uno scatto per l’Europa e per il Paese

    Tra poche ore si terrà a Ventotene, su proposta italiana, l’importante trilaterale tra il nostro Paese, Francia e Germania. L’Italia, ancora una volta, gioca fino in fondo la sua responsabilità di paese essenziale alla prospettiva europea.

    La speranza è innanzitutto che il luogo scelto per il vertice impegni davvero tutti a uno scatto in avanti coraggioso, all’altezza delle sfide enormi che l’Europa ha di fronte a se. Sappiamo che non bastano i simboli perché si producano fatti nuovi utili, ma il peso della storia che si respira sull’isola deve portare a nuove responsabilità condivise per rilanciare l’orizzonte comune come unica vera possibilità di pace, sviluppo e coesione dei nostri popoli prima ancora che per le nostre istituzioni.

    Siamo alla ricerca dei passi giusti per rinnovare l’ideale europeo dentro lo scenario nuovo che abbiamo di fronte. Per questo c’è bisogno di scelte impegnative su versanti essenziali: difesa comune europea, politiche di gestione del fenomeno migratorio prendendo sul serio quanto proposto con il migration compact, un salto di qualità robusto nel coordinamento delle politiche finanziare passando anche dalla scelta di un ministro delle finanze dell’Eurozona, più incentivi immediati agli investimenti, all’occupazione e all’innovazione diffusa dando spazio e flessibilità d’azione oltre le logiche estreme dell’austerità, rilancio degli strumenti culturali, formativi e di cittadinanza comune.

    Personalmente io spero che possa riprendere seriamente anche l’iniziativa sulla proposta di un sussidio di disoccupazione europeo. Se ne parla da anni ma ora bisogna arrivare a un punto operativo. Una misura di supporto temporaneo di breve periodo, legata a politiche attive in grado di rafforzare gli strumenti nazionali operativi ma ancora insufficienti ad aiutare chi non è occupato o chi ha perso il lavoro nei durissimi anni alle nostre spalle, sarebbe un segno tangibile di avvicinamento dell’Europa ai bisogni dei cittadini.

    In Italia come in Europa credo che questione democratica e questione sociale si tengano in modo indissolubile. Ecco perché il confronto sul referendum, e sulle ragioni del sì, incrocerà sempre di più anche la preparazione delle scelte essenziali sul fronte economico e sociale che dovremo compiere nelle prossime settimane.

    Credo che soprattutto il PD debba impegnarsi a fondo per una iniziativa aperta e plurale. Giusto ascoltare anche le voci critiche, purché siano costruttive. Sbagliato però ridurre tutto a battibecco precongressuale come se fossimo solo chiusi in noi stessi e nei nostri equilibri. Questa riforma non è per un leader e nemmeno per un partito. Le ragioni del sì sono forti perché pongono finalmente tutti noi davanti alla possibilità di produrre una svolta utile per avere una democrazia decidente con istituzioni più sobrie, più semplici, più veloci.

    Riformare la seconda parte della Costituzione per affermare con più forza i principi fondamentali scolpiti nella prima parte della nostra Carta è un impegno persino identitario del PD e il ricordo delle tesi dell’Ulivo su questo per me non è un espediente tattico. Viene posto un tema, non banale, di equilibrio fra la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale. In particolare oggi viene messo in discussione il ballottaggio che fino a ieri tutti, anche dentro il PD, ritenevamo una novità positiva.

    Non è affatto sbagliato tornare a rifletterci, anzi. Al di là dei toni spesso apocalittici che non condivido e che a volte vengono usati. Penso che la nuova legge elettorale non sia un tabù e sia giusto quindi aprire a possibili miglioramenti verificando la praticabilità di certe scelte in parlamento e alla luce del nuovo scenario elettorale tripolare che il paese ha di fronte.

    Credo che tutti dovremmo valorizzare i miglioramenti ottenuti, non blandire la necessità di questa nuova riflessione come un veto, e sforzarci di produrre passi utili. Giusto ovviamente che alle feste dell’Unità si discuta anche di tutto questo in modo aperto con gli amici e compagni dell’Anpi e non solo.

    Accanto a ciò continuiamo a tenere la barra su questioni essenziali a partire dalla svolta sociale che possiamo produrre con le scelte della prossima manovra. Sostegno ai più deboli e rilancio degli investimenti devono essere i due binari chiari d’impegno.

    Affrontare nodi come l’aumento delle pensioni minime, la flessibilità in uscita dal lavoro, i ricongiungimenti contributivi e politiche più radicali di sostegno all’occupazione giovanile deve legarsi anche allo sviluppo di nuove azioni forti per favorire immediatamente gli investimenti diffusi, sulla scia di quanto fatto ad esempio con il super ammortamento per i macchinari o con il bonus sulle ristrutturazioni. Giusto chiedere tutti i margini possibili anche a Bruxelles per operare queste scelte ora e, nonostante le difficoltà che non vanno sottaciute, penso che esistano concretamente i margini per fare scelte chiare e forti.

    Io continuo a lavorare con tutte le mie forze perché il PD sia il partito comunità del cambiamento utile per l’Italia. So bene che fare oggi un partito non è affatto semplice. Non credo per nulla alle scissioni perché troppe volte la sinistra ha percorso le vie della divisione, sconfiggendosi da sola. In questi giorni mi torna alla mente la discussione che facemmo nel 2013 all’indomani delle elezioni e del passaggio per la scelta del Quirinale: vogliamo essere un soggetto politico o solo uno spazio politico?

    Stiamo attenti a non ripercorrere gli stessi errori e a non tornare in quel vicolo cieco. Continuo a pensare che unità e pluralità debbano essere tratti decisivi di una grande forza progressista nuova come il PD. E serviamo sinceramente davvero tutti in questa sfida.

    Continuo a pensare che prima delle nostre discussioni interne su leadership, congressi ed equilibri venga l’Italia.

  • Comitati di sinistra per il sì, serve andare anche oltre i dem

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera del 04.07.2016)

    «Bisogna allargare il campo, anche dando vita a comitati della sinistra per il sì al referendum». Maurizio Martina è il ministro delle Politiche agricole e politicamente fa parte della minoranza dialogante del Pd. Dalla sua prospettiva prova a dare una mano al premier per mobilitare consenso intorno alla consultazione referendaria sulla riforma costituzionale.

    In che senso «comitati di sinistra»?

    «C`è bisogno di mobilitare in modo diffuso la cultura, la sensibilità e l`esperienza della sinistra di governo, progressista e riformista. A partire da un dato: per affermare meglio i principi della prima parte della Costituzione, c`è bisogno di innovare la seconda. E un passaggio irrinunciabile se vogliamo sconfiggere le forze populiste che mirano a scardinare l`idea che le istituzioni possano autoriformarsi».

    Quale sinistra? Dentro o fuori dal Pd?

    «Nel Pd ma non solo. Anche oltre. Serve un lavoro plurale di esperienze e personalità che contribuiscano a entrare nel merito della riforma».

    La sinistra è in maggioranza ostile a questa riforma.

    «Se stiamo al merito penso che il consenso possa allargarsi. Già diverse personalità si sono espresse in senso favorevole, penso a Luigi Berlinguer, Giuseppe Vacca, Salvatore Veca. Si deve passare a una nuova fase della campagna referendaria e uscire dall`eccessiva personalizzazione. Questo è un cambiamento di sistema necessario. Le racconto un fatto concreto: si sta per concludere al Senato un lavoro durato 24 mesi sul collegato agricolo. Quando è partito, eravamo ancora nel governo Letta. Il continuo rimbalzo tra Camera e Senato dà la misura dell`urgenza della riforma».

    Un primo grimaldello per convincere la sinistra sarebbe cambiare l`Italicum.

    «Per me la legge non è un tabù ma è un grande passo avanti. C`è chi lo paragona al Porcellum, ma non scherziamo: c`è un abisso».

    Introdurre il premio alla coalizione invece che alla lista è un correttivo possibile?

    «Non risolverebbe il tema della tripolarizzazione uscita dalle urne. Anche piccole correzioni temo rischino di vanificare il lavoro fatto. Sai dove cominci ma non dove finisci».

    Una maggioranza su questo punto si trova.

    «Se si realizzassero le condizioni per una convergenza netta ci si potrebbe ragionare. Ma vedendo il dibattito recente non credo proprio che ci siano queste condizioni».

    Alla Direzione la minoranza chiederà un cambio di passo.

    «Credo che debba uscire un messaggio unitario di rilancio innanzitutto sul fronte sociale. Il Pd deve produrre una svolta su temi decisivi: pensioni, lavoro e povertà».

    Il partito, si dice, è visto come un impaccio.

    «Accanto a un leader forte, serve una classe dirigente forte ovunque e un partito comunità radicato. Dobbiamo ancora dare ancora molte risposte a milioni di italiani su tante questioni. Ripartiamo da problemi essenziali come le pensioni minime, i lavoratori precoci e la flessibilità in uscita».

  • Agricoltura motore per l’economia del Sud

    (Intervista a firma di Luciano Pignataro pubblicata su Il Mattino del 28 giugno 2016)

    Vola l`agricoltura nel Mezzogiorno, crea occupazione giovanile, spinge in alto il pil come nessun altro comparto produttivo. Un dato che si respira nell`aria ma che colpisce per le dimensioni. Il ministro Martina ha una sua valutazione precisa.

    «L’aspetto più confortante di tutti è che la media delle regioni del Sud è più alta di quella nazionale: più 3,3 rispetto a +2,2. Ovviamente siamo soddisfatti di questa situazione perché è anche il frutto dei nostri sforzi. Però attenzione, questo report deve essere considerato impunto di partenza, non di arrivo».

    Quali sono stati gli elementi che hanno favorito questo risultato?

    «Penso all’abbattimento fiscale con la eliminazione di Irap e Imu agricola, agli incentivi per l`occupazione giovanile e ingenerale alle politiche attuate dal governo a sostegno delle imprese. C`è poi il taglio della burocrazia, penso al Registro Unico dei Controlli che ha liberato le imprese agricole dall’ossessione di essere continuamente visitate».

    Alla luce di quanto sta succedendo, non è stato un errore strategico aver puntato su edilizia e industria nel Mezzogiorno?

    «Ogni epoca ha le sue ragioni e anche oggi una chiave fondamentale è il giusto mix di settori produttivi. Sicuramente l’agroalimentare può diventare sempre di più il pilastro do un nuovo modello di sviluppo meridionale».

    Come spiegare questa ripresa in un momento di crisi?

    «In primo luogo in Italia abbiamo molti segni di ripresa in più comparti. Nello specifico c’è stata una grande capacità di alcune filiere di organizzarsi e di promuoversi, penso all’impresa vitivinicola siciliana e pugliese oppure al comparto lattiero-caseario campano che continua a segnare risultati straordinari. C`è ancora tanto da fare».

    Non mancano gli elementi di debolezza. Il Sud si è spesso presentato come produttore di materia prima che poi veniva commercializzata al nord, pensiamo alvino e all’olio, ma anche all’ortofrutta, al grano.

    «Vero, ma la tendenza a dare valore alle produzioni si sta diffondendo, oggi le bottiglie vengono etichettate ed emerge ovunque la grande qualità della nostra agricoltura meridionale. Alla fine è questo che fa la differenza sui mercati nazionali ed esteri. C`è una fascia di consumatori disposti a pagare qualcosa in più in cambio di certezze. E noi, con i nostri sistemi di controllo, le stiamo dando».

    Non mancano i difetti strutturali, come ad esempio l’incapacità di organizzarsi e di rappresentarsi in modo collettivo.

    «Si, il tema è italiano, non solo meridionale. Diciamo che qui è più accentuato: penso a tanti consorzi del vino e dell’olio che stanno solo sulla carta e non produco no la documentazione necessaria per il riconoscimento ministeriale, oppure alla scarsa dimensione delle Organizzazioni dei Porduttori. Bisogna aggregarsi, mettersi d’accordo sui servizi e promuoversi. Tra l’altro arriva una ondata di finanziamenti europei che devono essere ben spesi. Voglio anche precisare che non ritengo affatto chiuso il processo di semplificazione burocratico».

    ll negozionato Ttip (Travisatlantic Trade and Investment Partnership) può mettere a rischio questi risultati?

    «Direi di no: se restiamo fermi su alcune posizioni potremo avere anche dei vantaggi. Penso alle 42 dop italiane che saranno riconosciute anche negli Usa. In ogni caso al momento nè l`Europa e nè gli Usa sono in condizioni di chiudere nulla, da un lato abbiamo Brexit, dall’altro le elezioni americane».

    E la questione degli Ogm?

    «Non è nel negoziato perché noi ci basiamo sul principio precauzionale, fino a che è dimostrato che non fa male non diamo autorizzazioni. Le nostre regole non cambiano. In ogni caso noi non dobbiamo temere il negoziato, ma guardare con fiducia perché un accordo è sempre meglio della legge del più forte in un mercato dove mancano le regole».

     

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