• Ricerchiamo l’unità e salviamo le riforme

    (Intervista a firma di Annalisa Cuzzocrea pubblicata su La Repubblica dell’11 ottobre 2016)
    Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina non crede che il Pd sia vicino a una scissione. E invita tutti a un lavoro unitario per salvare le riforme e aggiornare la legge elettorale. Alla minoranza le aperture di Renzi non bastano.

    L`intento della direzione è fallito?

    «No. Penso che oggi il segretario abbia fatto proposte utili per avanzare unitariamente. E credo che abbia fatto bene a fissare come testo di riferimento la proposta Chiti-Fornaro sull’elezione diretta dei senatori. Allo stesso modo giudico positivamente il gruppo di lavoro che nascerà all’interno del Pd per un aggiornamento dell’Italicum».

    A giudicare dagli interventi, la minoranza le giudica insufficienti.

    «Ho notato toni e accenti differenti. Mi auguro che nelle prossime ore si ragioni sui passi necessari ad andare avanti e non su quelli che servono solo a dividere. Ci sono spazi realistici di lavoro, in quel che ha detto il segretario. Il Pd deve fissare un punto e poi attrezzarsi al dialogo con gli altri partiti per modificare la legge elettorale. Un ragionamento coerente con la mozione che abbiamo approvato in Parlamento».

    Lei sa che quella mozione è stata giudicata vaga e queste proposte tardive. Come si esce da un’impasse simile?

    «Non condivido questi accenti e questi giudizi. Lavorare sulla legge elettorale è molto complicato, non possiamo farlo da soli. Ci sono questioni tecniche e politiche da approfondire. C`è da invertire il senso di marcia e lavorare in modo unitario. Solo così possiamo uscirne».

    Siete vicini alla scissione?

    «Non credo che ci sia un rischio simile, ma mi auguro che nelle prossime tutti facciano i passi giusti nel nome della pluralità e dell’unità del partito».

  • Caro Bersani hai sbagliato, ripensaci

    Intervista pubblicata sul quotidiano La Stampa del 10.10.16

    «Il referendum è troppo importante per relegarlo solo a un dibattito interno del Pd». Tra i promotori dell`appello «Sinistra per il sì», il ministro dell`Agricoltura Maurizio Martina nasce nei Ds ed è stato molto vicino all`ex segretario Bersani: «Lo stimo», ricorda, ma il no al voto di dicembre «è un errore». Ieri Bersani ha annunciato il suo no al referendum.

    Sbaglia?

    «Sono preoccupato e dispiaciuto. Penso che dobbiamo tutti mantenere toni utili a fare passi avanti. Sono convinto che questa riforma sia utile all`Italia, ho argomenti per dire a Bersani che quella posizione è un errore».

    Lui teme il combinato disposto Italicum-riforma costituzionale…

    «Non sono d`accordo con questo argomento. L`Italicum è un passo avanti netto rispetto al Porcellum, non si può negarlo. E la riforma costituzionale rafforza gli strumenti di garanzia parlamentare dentro uno scenario con legge elettorale maggioritaria: si pensi anzitutto al quorum più alto per l`elezione del presidente della Repubblica. Dopodiché, vogliamo migliorare l`Italicum, vogliamo aggiornarlo? Benissimo».

    Ma se è già da migliorare senza nemmeno averlo usato, forse non era il caso di avere più pazienza e discuterlo senza fiducia?

    «Ma sia sulla riforma che sulla legge elettorale s`è fatto un grande lavoro di confronto nel Pd, che ha portato anche a modificare alcune parti dopo un dialogo tra maggioranza e minoranza. Se poi oggi vogliamo mettere in discussione alcuni punti della legge elettorale, dalle pluricandidature ai capilista, io ci sto».

    Se non esiste rischio di governo del capo, perché Bersani e Speranza votano no? Si vuole andare sempre contro il segretario?

    «Io ho avvertito troppe volte la sensazione che si stia giocando un po` il preambolo della vicenda congressuale. E invece dobbiamo fare tutti uno sforzo per stare al merito, in un passaggio fondamentale per l`Italia: mentre altri Paesi fanno referendum per uscire dalla Ue o alzare muri, noi lo facciamo per cambiare le nostre istituzioni riformandole».

    Forse accuse come quelle di inseguire «poltroncine di consolazione» non aiutano a stare uniti, non crede?

    «Infatti dico: facciamo tutti un passo avanti. Io, nel mio piccolo, cerco di costruire un dialogo e non rotture. C`è una richiesta di unità da parte del nostro elettorato, e dobbiamo superare gli atteggiamenti visti fin qui: quando c`è una mozione parlamentare che impegna a cambiare la legge elettorale, ad esempio, non capisco onestamente perché non la si voti. In questo senso anche la Direzione di oggi può essere l`occasione per fare un passo avanti».

    Ma ci arrivate con due leader di minoranza che già dicono no.

    «Sono colpito da queste uscite, avrei preferito aspettassero la Direzione. Però mi interessa la sostanza: non condivido buona parte delle valutazioni che fanno e ho buoni argomenti per chiedere che ci riflettano ancora».

    Lei è stato molto vicino a Bersani: se la sente di mandargli un messaggio ?

    «Lo conosco bene e continuo a stimarlo. Anche se dissento dalle cose che dice, penso che la sua sia una voce importante. Dobbiamo praticare fino in fondo l`unità nella pluralità, soprattutto ora».

    Come si può rispondere a una persona che nel suo partito si sente trattato come un rottame?

    «Tutti dobbiamo imparare a essere più comunità politica. In questa fase a maggior ragione devono vincere i pontieri».

    Dal 5 dicembre vede il rischio di una scissione nel Pd?

    «Non voglio crederlo e farò tutto quel che posso perché non accada».

  • Comitati di sinistra per il sì, serve andare anche oltre i dem

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera del 04.07.2016)

    «Bisogna allargare il campo, anche dando vita a comitati della sinistra per il sì al referendum». Maurizio Martina è il ministro delle Politiche agricole e politicamente fa parte della minoranza dialogante del Pd. Dalla sua prospettiva prova a dare una mano al premier per mobilitare consenso intorno alla consultazione referendaria sulla riforma costituzionale.

    In che senso «comitati di sinistra»?

    «C`è bisogno di mobilitare in modo diffuso la cultura, la sensibilità e l`esperienza della sinistra di governo, progressista e riformista. A partire da un dato: per affermare meglio i principi della prima parte della Costituzione, c`è bisogno di innovare la seconda. E un passaggio irrinunciabile se vogliamo sconfiggere le forze populiste che mirano a scardinare l`idea che le istituzioni possano autoriformarsi».

    Quale sinistra? Dentro o fuori dal Pd?

    «Nel Pd ma non solo. Anche oltre. Serve un lavoro plurale di esperienze e personalità che contribuiscano a entrare nel merito della riforma».

    La sinistra è in maggioranza ostile a questa riforma.

    «Se stiamo al merito penso che il consenso possa allargarsi. Già diverse personalità si sono espresse in senso favorevole, penso a Luigi Berlinguer, Giuseppe Vacca, Salvatore Veca. Si deve passare a una nuova fase della campagna referendaria e uscire dall`eccessiva personalizzazione. Questo è un cambiamento di sistema necessario. Le racconto un fatto concreto: si sta per concludere al Senato un lavoro durato 24 mesi sul collegato agricolo. Quando è partito, eravamo ancora nel governo Letta. Il continuo rimbalzo tra Camera e Senato dà la misura dell`urgenza della riforma».

    Un primo grimaldello per convincere la sinistra sarebbe cambiare l`Italicum.

    «Per me la legge non è un tabù ma è un grande passo avanti. C`è chi lo paragona al Porcellum, ma non scherziamo: c`è un abisso».

    Introdurre il premio alla coalizione invece che alla lista è un correttivo possibile?

    «Non risolverebbe il tema della tripolarizzazione uscita dalle urne. Anche piccole correzioni temo rischino di vanificare il lavoro fatto. Sai dove cominci ma non dove finisci».

    Una maggioranza su questo punto si trova.

    «Se si realizzassero le condizioni per una convergenza netta ci si potrebbe ragionare. Ma vedendo il dibattito recente non credo proprio che ci siano queste condizioni».

    Alla Direzione la minoranza chiederà un cambio di passo.

    «Credo che debba uscire un messaggio unitario di rilancio innanzitutto sul fronte sociale. Il Pd deve produrre una svolta su temi decisivi: pensioni, lavoro e povertà».

    Il partito, si dice, è visto come un impaccio.

    «Accanto a un leader forte, serve una classe dirigente forte ovunque e un partito comunità radicato. Dobbiamo ancora dare ancora molte risposte a milioni di italiani su tante questioni. Ripartiamo da problemi essenziali come le pensioni minime, i lavoratori precoci e la flessibilità in uscita».

  • Martina: il merito è stato di noi pontieri, ma adesso non riapriamo l`Italicum

    Intervista a firma di Amedeo La Mattina pubblicata su La Stampa del 24 settembre 2015

    «Il nostro lavoro di pontieri è stato prezioso. Hanno vinto le colombe a dispetto di coloro che parlavano di Vietnam. Ora non è il momento di recriminare, ma di guardare avanti e di affrontare la legge di stabilità sulla base della ritrovata unità del Pd». Maurizio Martina, ministro dell`Agricoltura e uno dei leader della minoranza dialogante di «Sinistra è cambiamento», è convinto che esacerbare i toni e dividere il partito in questi mesi non sia stato utile. «Il Pd viene giudicato nel suo insieme. Non c`è una maggioranza e una minoranza».

    Ha mai avuto paura che lo scontro sulla riforma costituzionale potesse sfociare in una scissione?

    «No, non ci ho mai creduto. Chi divide il Pd e le forze riformiste paga sempre un prezzo pesantissimo. Chi come noi lavora faticosamente alla sintesi fa il mestiere giusto».

    È possibile aprire un`intesa più organica con l`ingresso di Vasco Errani nel governo?

    «Non spetta a me dirlo. Di sicuro ora il banco di prova della nuova fase sarà la legge di stabilità che dovrà essere nel segno dell`equità, del rafforzamento dell`agenda sociale del governo, a partire da un forte intervento di contrasto alla povertà».

    È possibile riaprire il confronto sulla legge elettorale?

    «Personalmente credo che non sia giusto riaprire il capitolo dell`Italicum dopo che è stato approvato e migliorato. Ed essendo poi un gigantesco passo in avanti rispetto al Porcellum. Oggi non mi sembra il tema centrale».

    Per Bersani ora i voti di Verdini non sono necessari. Ma l`ex braccio destro di Berlusconi e i suoi parlamentari si avvicinano all`area di governo e della maggioranza. E Paolo Romani ha denunciato una campagna acquisti per sostenere Renzi. Che ne pensa?

    «Certi argomenti su Verdini sono stati usati dentro il Pd in maniera impropria. Ho sempre creduto che il nostro lavoro fosse quello di unire il Pd e di rivolgersi a tutto il Parlamento, soprattutto quando è in discussione la riforma costituzionale. Segnalo che oggi il centrodestra è andato in frantumi e il Pd si presenta unito e aperto a chi vuole dialogare sulle riforme e le regole del gioco. Il centrodestra si è indebolito ulteriormente e oggi la sua capacità aggregativa si è ridotta al lumicino. Noi invece dobbiamo rimanere uniti nella pluralità di idee. E questo è anche un merito di Matteo Renzi, che ha fatto un buon lavoro: sulla riforma ha aperto uno spazio positivo che ha aiutato tutti a fare un passo in avanti».