• Ora basta polemiche. Senza Pd non c’è alternativa

    Intervista a firma di Monica Guerzoni su Il Corriere della sera del 20 settembre 2018

    «Stop».

    Dobbiamo ancora cominciare, segretario Maurizio Martina.

    «Ma io voglio dirlo subito: basta».

    È ancora arrabbiato per il mancato invito alla cena di Carlo Calenda, poi saltata?

    «Non scherziamo. Il problema non sono i nomi, i presenti o gli assenti».

    Però l’ex ministro aveva chiamato Renzi, Gentiloni, Minniti e non lei. Non le riconoscono la leadership?

    «Fermiamo questo dibattito e ripartiamo dalle cose che contano. Dobbiamo avere un grande rispetto per i nostri elettori, per i militanti, per i tanti che ci credono. Giro l’Italia e le persone ci chiedono di stoppare questo dibattito autoreferenziale».

    Fatelo presto. Altrimenti ha ragione Calenda, quando dice che il segretario giusto è uno psichiatra.

    «Smettiamola con queste caricature e cerchiamo di usare parole differenti. Io voglio andare oltre e faccio appello a tutti quelli che hanno voglia di dare una mano. Usciamo da certe logiche astratte e politiciste che ci hanno fatto male. Senza il Pd non c’è l’alternativa a questa destra che fa paura. Voglio che ogni azione sia all’altezza della sfida e chiedo a tutti di fare questo sforzo».

    Perché il 60% degli italiani sta col governo, non con voi?

    «Nel Paese lo spazio dell’alternativa è più grande di quanto non sembri. Questo governo porta l’Italia all’isolamento ed è diventato lo strumento per far saltare il progetto europeo. Di fronte a un rischio epocale, il Pd non può ridursi alle scene di questi giorni. Deve cambiare passo, migliorare, rilanciarsi».

    Per Orfini si deve sciogliere, per Calenda si deve autoestinguere.

    «Non ci estinguiamo e non ci sciogliamo. Dobbiamo aprirci e costruire un nuovo progetto. Quando si pensa al Pd bisogna pensare alle migliaia di persone che tutti i giorni fanno buona politica, si organizzano nei territori, aprono i circoli e amministrano i comuni».

    Perché la voce del Pd in Parlamento non si sente?

    «Noi dobbiamo assolutamente, anche nelle aule parlamentari, rendere sempre più chiaro il nostro profilo di alternativa».

    Occupare l’aula contro una fiducia qualsiasi non è scimmiottare il populismo?

    «No, dovevamo dare battaglia su due sfide fondamentali, vaccini e periferie. Ma ha detto bene Antonio Polito nel suo editoriale sul Corriere. A dieci anni dalla nascita del Pd il mondo è cambiato, è ora di rimettere a fuoco la sfida democratica ripartendo dai più deboli. Anche per questo presenteremo una controproposta di legge di bilancio».

    Cosa ci sarà dentro?

    «Proposte concrete, partendo da giovani, famiglie e investimenti. Un esempio? L’assegno universale per le famiglie, che costa meno di un quinto della flat tax ed è molto più equo. Le poche risorse che ci sono vanno concentrate sui fondamentali dell’equità e della crescita».

    Con quale assetto andrete alle Europee?

    «Orbàn, Salvini e Le Pen propongono la disgregazione dell’Europa. Noi dobbiamo lavorare per una grande alleanza della nuova Europa, anche dopo il voto, dal Pse, a Tsipras e Macron».

    Salvini intercetta le paure degli italiani, voi chiamate in piazza I’«Italia che non ha paura». Cioè, le élite?

    «Per nulla. Dal palco parleranno cittadini con le loro storie d’impegno. La manifestazione del 30 settembre è fondamentale. Faccio appello a tutti perché ci aiutino ad avere una piazza bella, partecipata, popolare, aperta, che sia il segnale della riscossa. Quello slogan segnala la consapevolezza di dover portare il Paese fuori dalla rabbia e dalla paura, sentimenti veri che io non sottovaluto, ma che voglio sconfiggere».

    Invece di dividervi su cene e commensali, perché non fate il congresso?

    «A gennaio, dopo il forum di progetto di ottobre e l’avvio del percorso congressuale, faremo le primarie. Sceglieranno iscritti ed elettori qual è il nostro comune destino, non le interviste di Martina o di altri dirigenti».

    Il 1 ottobre lei si dimetterà? E sfiderà Zingaretti?

    «Come ho sempre detto, il tema non è cosa fa Martina. Proprio perché sono il segretario non ho alcuna intenzione di parlare di me prima di parlare del Pd».

    Renzi parla molto di sé e prepara la sua Leopolda.

    «Siamo un unico partito, dobbiamo smetterla di evocare rappresentazioni che ci dividono e ci fanno sembrare soggetti differenti. Ci si confronta, ma quando si decidere una linea va rispettata da tutti. Una scorciatoia non c’è».

     

  • Disposti a confrontarci. Invieremo il programma

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera del 30 ottobre 2017)

    «Nei prossimi giorni invieremo a tutte le forze che vogliono confrontarsi con noi, al centro e a sinistra, il documento programmatico uscito da Napoli. Pronti al confronto per una nuova coalizione». Il ministro Maurizio Martina è reduce da Napoli, dove ha organizzato, in qualità di vicesegretario, la Conferenza programmatica del Pd.

    A Napoli Renzi sembra aver cambiato linea, dando retta a Franceschini, Orlando, Prodi e ora a Gentiloni, che chiedevano di riaprire la partita delle alleanze.

    «A Napoli abbiamo lavorato e ascoltato tanto. Siamo gli unici ad aver messo in campo uno sforzo programmatico così forte. Nove piazze tematiche, oltre 2.500 persone intervenute, 40 ospiti. Usciamo da Napoli più forti e con una proposta sul progetto e sul metodo, sui contenuti e sugli strumenti».

    Parliamo di metodo: come costruire la coalizione e con chi?

    «II segretario ha detto parole chiare: vogliamo una coalizione ampia, inclusiva e plurale, con il Pd perno centrale, aperto al contributo di altre forze».

    Dunque si riapre una possibile interlocuzione anche con Mdp. Com’è possibile lavorare con D’Alema e Bersani, dopo tanti scontri?

    «Noi non siamo interessati a porre veti né al centro né a sinistra. Rivendichiamo lo sforzo del Pd in questi anni, senza il quale il Paese non avrebbe fatto i passi avanti di oggi dopo la crisi. Siamo interessati a confrontarci sulla prospettiva».

    Su che basi?

    «Sulla base delle idee elaborate a Napoli, che invieremo a tutte le forze del centro e della sinistra».

    Si aprirà un tavolo?

    «Vedremo il metodo da seguire, intanto consolidiamo l’impegno a costruire una coalizione di centrosinistra».

    Mdp, però, vorrà rimettere in discussione Jobs act, articolo 18, buona scuola.

    «Siamo pronti a confrontarci su tutto, dalle politiche per il lavoro, a quelle per la scuola, dalla protezione sociale al Sud. Di certo non accetteremo abiure del lavoro fatto, che è stato faticosissimo e di cui siamo orgogliosi. Chi vuole lavorare unito al Pd sa che ci siamo».

    La prima risposta di Roberto Speranza è negativa. Dice che Renzi è «un disco rotto» e che serve una svolta radicale sulle politiche.

    «Consiglierei a Speranza di ascoltare e riflettere prima di parlare. La sua mi sembra una dichiarazione fotocopia di tante altre. Dopo di che, ognuno farà le sue scelte. La nostra è quella di avere un atteggiamento aperto, avendo come obiettivo quello di battere la destra e i 5 Stelle e di costruire un’alternativa forte a queste due derive».

    Lei condivide le critiche di Renzi al governatore Visco, che il premier ha scelto di riconfermare?

    «Voltiamo pagina. Quello che ha stabilito il presidente del Consiglio si sostiene. Credo che ora valga la pena di concentrarsi su come avere strumenti più forti di tutela dei risparmiatori e di maggiore controllo e vigilanza. Vorrei, ad esempio, che si riflettesse di più sulle indicazioni date dal procuratore di Milano Francesco Greco».

    È ipotizzabile un passo indietro di Renzi come candidato premier?

    «Il Pd non rinuncia alla leadership del suo segretario scelto dagli elettori. Noi siamo una squadra e, come ha detto Renzi, il problema non è chi governa di noi, ma se governiamo noi o Di Maio e Salvini».

    Se il presidente Grasso, che ha abbandonato il Pd, diventasse leader della sinistra, sarebbe un elemento a favore di un’alleanza o di freno?

    «Noi possiamo solo dire che rispettiamo le scelte del presidente Grasso, anche se ne siamo rammaricati».

    Si riparla di ius soli. È giusto mettere la fiducia?

    «Deciderà il premier. Se matureranno le condizioni e si sceglierà questa via, noi ci saremo».

     

  • Perchè la terra ai giovani è la strada giusta

    (Lettera pubblicata su il Corriere della Sera del 16.10.2017)

    Caro direttore,
    le interessanti riflessioni che Susanna Tamaro e Andrea Segrè hanno affidato al Corriere della Sera meritano un approfondimento, tanto più oggi che celebriamo la giornata internazionale dell’Alimentazione e a seguito del G7 Agricoltura di Bergamo che si è chiuso ieri. Appuntamenti che rilanciano gli impegni per azzerare la fame entro il 2030 e proteggere 5oo milioni di famiglie nel mondo che vivono di agricoltura: sono loro i protagonisti rurali a tutte le latitudini del pianeta.
    Lavorare sempre di più per tenere insieme difesa dei loro redditi e rispetto dell’ambiente e della biodiversità è la nostra priorità.
    Produrre meglio, sprecando meno è l’imperativo e proprio in questo contesto offriamo al confronto con gli altri Paesi le distintività e l’esperienza unica dell’Italia. Ecologica e tecnologica, così immaginiamo la nostra agricoltura davanti alla sfida dell’adattamento climatico.

    In questa prospettiva lavoriamo con impegni concreti. Lo facciamo affiancando migliaia di aziende agricole del nostro Paese, promuovendo la sostenibilità a partire dal biologico, favorendo la diffusione delle nuove tecnologie per ridurre gli sprechi e rendere più efficienti le imprese. Non c’è dubbio che ci sia ancora molto da fare. Susanna Tamaro e Andrea Segrè pongono all’attenzione di tutti il tema centrale del sostegno ai redditi per chi vive di agricoltura, a partire dai giovani che si vogliono spendere con passione in questa esperienza. Li ringrazio per questa attenzione perché credo essenziale che il Paese ne discuta, ben oltre gli addetti ai lavori. Perché il rinnovamento generazionale è decisivo per garantire una prospettiva di sviluppo all’agricoltura italiana.

    Anche la formazione permanente resta una frontiera centrale di questa sfida. Sono interessato a capire come possiamo fare meglio su ambo i fronti. In particolare sulla questione formativa abbiamo aperto da tempo un confronto assai positivo con il ministro Fedeli per sviluppare nuovi impegni. Sul fronte della tutela del reddito, invece, la ragione che ci ha spinto a eliminare in questi anni le principali tasse agricole è stata proprio quella di sostenere, anche così, chi vive di agricoltura. E l’impegno che abbiamo promosso per sperimentare maggiore tracciabilità e trasparenza in etichetta è coerente con questo sforzo.

    Tutto ciò ha trovato proprio nei giovani agricoltori italiani un punto di forza essenziale. Accanto a formazione e sostegno al reddito credo non vadano mai dimenticati altri due nodi per favorire il loro protagonismo effettivo: l’accesso alla terra e al credito. Noi stiamo provando a lavorare anche su tutto questo. Abbiamo compiuto alcune scelte, ad esempio destinando terre pubbliche, per anni incolte, proprio ai giovani attivando mutui a tasso zero dedicati a loro o azzerando per tre anni i contributi previdenziali a carico degli under 4o che aprono nuove aziende agricole.

    Tutto questo ha mosso la situazione in modo positivo tanto che vogliamo andare avanti con nuove misure coerenti con questa impostazione. C’è un dato che ci dice che la strada è giusta: dal 2014 le imprese di giovani agricoltori sono cresciute da 55 mila a 7o mila. Storie di chi ha scelto non di«tornare» alla terra, ma di guardare al futuro. C’è un pensiero di uno di loro che mi ha colpito molto. Sul suo sito Carlo Maria ha scritto «Non avevo terra, non avevo un soldo ma avevo un sogno, fare l’agricoltore». È nostra responsabilità quotidiana contribuire con passione alla realizzazione di questo sogno.
    Per questo bene facciamo a riflettere pubblicamente su come aiutare di più una nuova generazione a coltivare il proprio futuro.

  • 5 Stelle irresponsabili

    (intervista a firma di Alberto Gentili pubblicata su Il Messaggero del 09.06.2017)

    Ministro Martina, il tedesco è morto in culla.
    «Prima delle commemorazioni è il caso di manifestare il grande rammarico per ciò cui abbiamo assistito nell’aula della Camera. Il Pd ha lavorato in queste settimane a un’intesa larga, rinunciando a diverse delle proprie idee e impostazioni, per una legge elettorale che raccogliesse il più largo consenso possibile. Ebbene, aver visto esplodere l’inaffidabilità totale dei Cinquestelle che hanno votato in massa un emendamento di Forza Italia, lascia basiti. Il Paese ha avuto la prova provata della loro irresponsabilità e inaffidabilità».

    Grillo sostiene che la legge l’avete affossata voi.
    «E’ ridicolo. Ci sono dati evidenti di un voto organizzato dei Cinquestelle a sostegno dell’emendamento forzista, fuori dall’accordo costruito faticosamente in Commissione. Questo è il dato politico: è stata violata un’intesa delicata e importante in modo surrettizio, senza avere il coraggio di dirlo chiaramente ai cittadini. Ha vinto tra i Cinquestelle la fazione oltranzista e radicale. Ha vinto chi da giorni voleva far saltare il banco: la guida estremista del Movimento grillino ha preso il sopravvento».

    Nel Pd c’è chi, come Orlando, ritiene che non sia stata una brillante idea legare la legge elettorale alle elezioni anticipate. Non ha tutti i torti, non crede?
    «In questi giorni e settimane abbiamo avuto in testa esclusivamente l’accordo sulla legge elettorale. Era, ed è, un dovere da parte nostra lavorare su questo fronte. E’ una necessità del Paese e una forza responsabile fa questo. Ma oggi il dato politico è l’esplosione delle contraddizioni nel Movimento 5Stelle che non regge il tema della responsabilità. Il Paese deve chiedere conto ai grillini della loro inaffidabilità».

    Ma adesso cosa succede?
    «Ci concentriamo sulle elezioni amministrative dei prossimi giorni. E poi valuteremo le condizioni. E’ chiaro però che il colpo è duro».

    Il sistema tedesco è morto o no?
    «L’accordo è saltato. Ed è saltato, ripeto, per colpa dei 5Stelle».

    Pensa sia possibile tentare un’intesa con Berlusconi e Salvini?
    «Mi sembra molto complicato. Adesso, però, è il momento della riflessione».

    C’è chi propone di andare al voto con il doppio Consultellum o con un decreto. D’accordo?
    «Serve equilibrio e occorre far decantare le acque. Ci prendiamo il tempo per capire cosa abbiamo davanti e come intendono agire le forze con cui avevamo tentato l’intesa. Insomma, va valutata la praticabilità del campo».

    Questa battuta d’arresto allontana le elezioni anticipate in autunno?
    «Gli scenari andranno valutati con calma».

    Però la maggioranza di governo non sta in piedi…
    «Non possiamo nasconderci che oggi la maggioranza è estremamente fragile. Abbiamo Mdp che vota quasi sempre contro il governo e con Alfano i rapporti sono decisamente difficili».

    Si può andare avanti con il governo Gentiloni o no?
    «Il governo stia concentrato sui suoi impegni. Valuteremo la situazione nei prossimi giorni. Di fronte a ciò che è accaduto sarebbe sbagliato affrettare le decisioni. Ci prendiamo il tempo di una riflessione responsabile verso il Paese».

    Rinunciare al voto in autunno potrebbe risultare salutare per Renzi. Prima Letta, poi Prodi, infine Napolitano: sulla testa del suo segretario è piovuta una scomunica al giorno.
    «Abbiamo tentato di fare un lavoro sulla legge elettorale con il più ampio consenso possibile. Questa responsabilità è stata ripagata con l’inaffidabilità. Riguardo alle critiche, ritengo che tutte le opinioni vadano ascoltate, soprattutto se vengono da personalità del centrosinistra. ‘Fante volte si converge, altre volte si dissente. Non drammatizzo, né sottovaluto. Si ragiona insieme. Difendo e rivendico comunque il tentativo fatto dal Pd di arrivare a una legge elettorale la più condivisa possibile. E lo difendo e lo rivendico perché era una via che andava esplorata a costo di mediare e di rinunciare ad alcuni principi a noi cari. Naturalmente ciò che è successo crea un cambio di fase».

    Il capogruppo Rosato dice che se il Pd dopo le elezioni dovrà fare un’alleanza di governo, sarà meglio farla con D’Alema piuttosto che con Berlusconi. Condivide?
    «Non ho mai avuto alcun dubbio sul fatto che la nostra prospettiva rimanga quella di essere una forza alternativa a Berlusconi, Salvini e Grillo. E’ del tutto evidente che noi siamo e saremo la forza principale avversaria della destra e dei grillini. Quanto a D’Alema, mi sembra più interessato a sconfiggere il Pd che non la destra».

    Le ferite della scissione restano aperte.
    «Non c’è alcun dubbio che chi ha compiuto quell’atto di rottura ha consumato un passaggio doloroso e per me un grave errore. Ma il Pd rimane disponibile a ragionare con le forze che vogliono collaborare e non confliggere nell’ambito del centrosinistra»

  • Dobbiamo ripartire con umiltà. L’orizzonte resta quello del 2018

    (intervista a firma di Monica Guerzoni pubblicata sul Corriere della Sera il 03.05.2017)

    «Sono soddisfatto per com’è andata domenica».

    La mozione di Matteo Renzi ha stravinto. Ma non c’è il rischio, ministro Maurizio Martina, che lei da vicesegretario si ritrovi a guidare in tandem con l’ex presidente del Consiglio un Partito democratico ridimensionato?

    «Non credo sia così, il 2017 un altro tempo rispetto al 2013. E non è un dato scontato che quasi due milioni di italiani abbiano partecipato alle primarie in un momento particolare come questo. Ancora una volta gli elettori hanno stupito noi stessi e gli osservatori. Mobilitare così tante persone è un punto di forza da cui dobbiamo ripartire».

    Non la preoccupa che il suo partito in tre anni e mezzo abbia perso per strada quasi un milione di simpatizzanti?

    «Si è votato in un giorno temporalmente non semplice come il 3o di aprile, eppure tanta gente ha voluto dimostrare che il Partito democratico non è a vocazione personale, è un partito delle persone. Una ricchezza unica, merito di tutti i candidati».

    Sì, ma i numeri parlano. Al Nord avete subito una emorragia di votanti, al Sud si è registrato un boom. Effetto Emiliano, o qualcosa non torna?

    «I numeri dicono che il flop non c’è stato, ma è evidente a tutti che la partecipazione alla politica si è resa più complicata. Io vedo ad esempio un dato lombardo positivo, oltre 200 mila persone che il 3o aprile vanno a votare, non era scontato. È giusto leggere queste indicazioni rispetto alle primarie precedenti, ma c’è un trend storico che non scopriamo oggi e che mette in luce il tema delle primarie come tema aperto».

    Sta dicendo che le primarie sono in crisi?

    «Al contrario, abbiamo fatto bene a non rinunciarci. Sono ancora uno strumento della buona politica, anche se è giusto domandarsi come fare di più e meglio. Renzi ha pronunciato due parole da cui dobbiamo ripartire, “umiltà” e “responsabilità”. Stiamo con i piedi per terra. La sfida inizia ora, dobbiamo lavorare molto».

    I sostenitori di Andrea Orlando hanno contestato i risultati e i dati dell’affluenza. Chi ha ragione?

    «Non mi metto certo a fare polemiche di questo tipo dopo che tutte queste persone sono venute a votare per il Partito democratico. I dati mi paiono chiari e c’è una commissione nazionale che sta facendo il suo lavoro».

    Possibile che a Salerno abbiano votato più persone che a Napoli, una città che conta il triplo di elettori?

    «Verificare i dati è compito della commissione, il mio è contribuire a preparare questa nuova stagione, sviluppare il percorso e il progetto che il Pd porterà avanti grazie anche alla forza delle primarie».

    Come cambierà il rapporto tra Renzi e Gentiloni? Ci sarà un’accelerazione verso il voto anticipato?

    «Renzi ha pronunciato parole molto chiare, che sono l’indirizzo di tutto il Pd. Il nostro ruolo è lavorare nel modo migliore dal governo, mantenendo l’orizzonte del 2018 e tenendo la barra dritta per realizzare le riforme di cui i cittadini hanno bisogno. Noi siamo una squadra sola. Non ce ne sono due in campo, quella del governo e quella del Pd».

    Riformerete la legge elettorale con il Movimento 5 Stelle?

    «Maggio è il mese fondamentale per cercare in commissione un punto di chiarezza definitivo. Il Pd svilupperà una sua iniziativa, le altre forze politiche devono superare le loro ambiguità. Noi abbiamo riproposto prima di tutto l’idea di lavorare sul Mattarellum e siamo in attesa di capire come intendono posizionarsi gli altri. Il Pd non si sottrae al confronto, ma non siamo sufficienti».

    La segreteria di Renzi sarà aperta anche a esponenti delle mozioni di Orlando ed Emiliano?

    «Non spetta a me dirlo ora, ma le minoranze avranno un ruolo fondamentale di iniziativa a prescindere. Dovremo lavorare assieme come una squadra plurale e unitaria, a prescindere dagli equilibri negli organismi. La stagione che abbiamo di fronte dovrà valorizzare le energie nuove, con una scommessa generazionale radicata nei territori».

    Puntate alle larghe intese, o vi rassegnerete all’alleanza con Bersani e D’Alema?

    «Se iniziassimo la nuova stagione percorrendo una discussione tutta di formule, non coglieremmo il bisogno di novità che c’è. Sono convinto che non mancherà anche il confronto tra forze politiche, ma prima per noi c’è il lavoro di rilancio del progetto e della prospettiva del Paese. E i primi interlocutori sono gli italiani».

    La scissione è ancora possibile?

    «Non lo credo affatto, è un tema che non esiste. Ora c’è la possibilità per il Pd di essere più unito e più aperto».

  • Riaprire una nuova fase. Subito le urgenze sociali

    (intervista a firma di Franco Cattaneo pubblicata su L’Eco di Bergamo il 03.05.2017)

    «Vivo queste primarie come il punto di partenza per una nuova stagione del Pd». È soddisfatto Maurizio Martina, in ticket con Matteo Renzi, che domenica, all’Assemblea nazionale, riceverà formalmente l’incarico di vice segretario del partito, rimanendo comunque ministro delle Politiche agricole. Partiamo da Bergamo.

    «Innanzitutto un grazie agli oltre 21 mila bergamaschi che hanno partecipato al voto, un dato significativo e non scontato in una fase in cui è faticoso generare partecipazione. Questo risultato incoraggiante ci dice quanto il nostro partito sia radicato sul territorio. Un ringraziamento sentito al Pd bergamasco, ai nostri volontari, tutti, compresi quelli che si sono spesi con passione per Orlando ed Emiliano. È una bella soddisfazione, tanto più che la mozione Renzi qui ha ricevuto 8 punti percentuali in più della media nazionale».

    Partito popolare, plurale, inclusivo: ricominciate da qui?

    «Sì, sono caratteristiche fondamentali per noi. Parlerei anche di capacità di ascolto. Renzi ha aggiunto due sostantivi di peso: umiltà e responsabilità. Ecco, ripartiamo da questi fondamentali. Con Orlando ed Emiliano, che ringrazio,vogliamo lavorare con uno spirito plurale e unitario: siamo una squadra sola. E spingiamo al massimo il rinnovamento generazionale. In questi mesi abbiamo conosciuto ragazze e ragazzi straordinari, nativi democratici che non hanno il tema delle vecchie appartenenze».

    Una squadra sola anche nei confronti del governo, Padoan e Calenda compresi?

    «Certamente. Ripeto: siamo una squadra sola e questo vale a maggior ragione per Gentiloni e tutti noi che abbiamo l’onore e l’onere di lavorare per il Paese. Nel governo discutiamo, a volte ci sono ipotesi di lavoro differenti, ma marciamo insieme e continuiamo a farlo, vedi il caso Alitalia».

    Il lato debole è la questione sociale.

    «Penso sia fondamentale sviluppare ancora un’iniziativa su due temi socialmente acuti in tutta Europa: rispondere a chi fa fatica nella globalizzazione e a chi ha paura dell’immigrazione. Dobbiamo costruire il nostro progetto partendo anche da qui, da temi che fanno la differenza tra sinistra e destra, fra società aperta e chiusa. Un partito popolare deve saper guardare in faccia temi cruciali: lavoro, inclusione, protezione sociale nel tempo della rivoluzione digitale, nuove povertà, un fisco amico di chi produce, di donne e giovani prima di tutto. Sfide assolutamente da raccogliere».

    Renzi è ancora tentato dal voto anticipato, mentre c’è sempre l’ipotesi di una coalizione post voto con Berlusconi?

    «Lo ha detto in modo chiaro anche il segretario: l’orizzonte è il 2018 e questa è la dimensione temporale del nostro impegno. Questi mesi devono rendere sempre più evidente il carattere alternativo della nostra proposta rispetto ai 5 Stelle e alla destra».

    Come vi ponete con tutto ciò che sta alla vostra sinistra?

    «Non rinunceremo certo, come abbiamo detto, al confronto. La vera discriminante, tuttavia, è il progetto-Paese. Abbiamo la responsabilità di proporre un’idea di società agli italiani: siamo interessati ad un confronto aperto, ma sarebbe riduttivo riassumere questo lavoro soltanto nella formula dei rapporti fra partiti. Qui c’è da scavare in profondità, perché la forza ricevuta dalle primarie è legata prima di tutto all’impegno di aprire una prospettiva larga e partecipata verso la società e gli italiani che non si rassegnano alle paure e agli egoismi. Partiamo da loro, poi certamente discuteremo anche con movimenti e forze politiche».

    La possibile vittoria dell’europeista Macron che significato avrebbe?

    «Sinistra e destra hanno ancora un senso e il campo progressista deve fornire risposte nuove ai temi sociali che ho detto».

  • Servono misure per dare lavoro ai giovani

    (Intervista a firma di Tommaso Ciriaco pubblicata su La Repubblica del 5 aprile 2017)

    A dare retta al voto dei tesserati, il congresso sembra già finito. È così, Maurizio Martina?

    «Siamo soddisfatti. Ma sa cosa mi rende davvero orgoglioso? Siamo gli unici ad aver mobilitato 266 mila persone in carne ed ossa, quindi l’unica alternativa ai partiti personali. Gli iscritti hanno scelto con nettezza la nostra proposta. Il 30 aprile c’è il secondo tempo, di fronte agli elettori».

    Orlando e Emiliano puntano sul voto dei delusi scissionisti, fuori dal Pd. Un appello che giudica corretto?

    «Lo considero inefficace. La domanda del nostro popolo è di unità».

    Considera l’esito dei gazebo scontato o è passibile un ribaltamento?

    «Il congresso si chiude il 30 aprile. Dobbiamo lavorare per allargare la partecipazione. E per far passare un messaggio: le primarie come primo atto della sfida per battere la destra, Grillo e Salvini, rafforzando il Pd. Anche in chiave europea sarà un passaggio utile, sperando in Schulz in Germania e magari Macròn in Francia».

    Per ora hanno anche denunciato alcuni brogli e numeri taroccati, però.

    «Una polemica che amareggia. Abbiamo strumenti per intervenire su casi singoli. Ma niente può scalfire un dato netto attorno a un candidato e a un progetto».

    Occhio a non mostrarvi troppo trionfalistici, in passato non ha giovato.

    «Massima umiltà. Stiamo usando i toni giusti: zero polemiche con gli altri candidati e attenzione al “noi” e alla squadra».

    Giudica deludente la performance di Emiliano e Orlando?

    «Non giudico. L’importante è il rispetto reciproco. Poi da maggio la squadra sarà composta anche dai candidati alternativi alla nostra mozione, se vinceremo».

    Immagina una segreteria mista?

    «No, non è un tema di gruppi dirigenti futuri».

    L’asticella per parlare di un successo ai gazebo è due milioni?

    «Non metto asticelle».

    Cosa cambia se Renzi prende il 50% o il 70%?

    «Non faccio previsioni sulle percentuali. Ma una vittoria è una vittoria».

    È vero che se vince Renzi continuerà la scissione, come giura Emiliano?

    «Ciascuno utilizza gli argomenti che più gli appartengono, comunque non sarà affatto così. E credo sia sbagliato evocare questo tema. Noi lavoriamo per un Pd migliore, non contro il Pd. Gli elettori sanno che l’avversario sono la destra e il M55».

    Le primarie si giocano anche sulle alleanze. I vostri avversari puntano tutto su un centrosinistra ampio. E voi?

    «Il nostro campo è un centrosinistra rinnovato e riorganizzato».

    Con un veto su Bersani?

    «Non utilizzo la categoria del veto. Dico che serve un Pd forte in grado di costruire alleanze sociali solide. Mi colpisce l’ossessione di chi da Napoli ( Mdp, ndr ) indicava solo la distanza che li separa da noi».

    Per essere conseguenti alle critiche ai ministri tecnici, aumenterete il pressing su Gentiloni dopo il 30 aprile?

    «Lavoriamo al fianco del premier. Siamo nella stessa squadra, ci interessa rafforzare crescita e occupazione. Esempi? L’abbattimento strutturale del costo del lavoro per i giovani, e la conferma che Iva e benzina non verranno toccate».

    Quest’ultima è ancora in campo.

    «Non mi pare proprio».

    Esiste ancora lo scenario di elezioni nell’autunno 2017?

    «Rispondo che al governo abbiamo un solo dovere: lavorare, lavorare, lavorare».

    Magari anche sulla riforma elettorale, che latita? È vero che porterete a maggio il Mattarellum in Aula?

    «Serve una correzione maggioritaria. Ritengo che sia giusto portare al voto il Mattarellum, in modo da verificare in Parlamento i numeri. Le prossime settimane serviranno a mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità. Non conta più il dibattito da Transatlantico, ma quello che si voterà nelle sedi parlamentari».

  • Renzi unica chance anti-Grillo e Salvini

    (Intervista pubblicata su Gazzetta di Mantova il 1 aprile 2017)

    «Il Pd con Renzi è l’unica alternativa ai populismi di Grillo e Salvini». Così il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina si presenta ai mantovani. Oggi pomeriggio alle 15.30 sarà a Moglia per sostenere il sindaco Simona Maretti impegnata nella campagna elettorale per il secondo mandato. L’appuntamento è nella nuova sede di «CambiaMoglia», la lista che l’appoggia. Martina sveste, per un attimo, i panni del ministro e si cala in quello di braccio destro di Renzi nella corsa alla segreteria nazionale del Pd, suo equilibratore e procacciatore di voti tra quegli iscritti e quei simpatizzanti provenienti dalla tradizione di sinistra che, ad un certo punto dopo la sconfitta al referendum istituzionale e la traumatica scissione di Bersani e D’Alema, si sono sentiti senza più un riferimento. Martina arriva nel Mantovano nel weekend in cui si concludono i congressi di circolo che stanno dando un larghissimo seguito a Renzi. Il capoluogo si sta rivelando la roccaforte dell’ex premier ed ex segretario: finora il consenso su di lui ha raggiunto l’85% e domani è in programma la convenzione dei circoli 1 e Mantova in salute che contano 155 iscritti dei 393 registrati in città.

    Che cosa significa il ticket Renzi-Martina per il Pd? Forse un modo per bilanciare la tendenza dell’ex segretario a muoversi come l’uomo solo al comando?

    «Significa squadra e vale per tutti. Non riguarderà solo due persone ma tanti che lavoreranno con noi. Vogliamo dimostrare che pluralità di pensieri e unità d’impegno stanno insieme nel Partito democratico».

    Renzi si avvia a vincere nei circoli con una percentuale di consenso molto alta; che cosa dovrebbe proporre di nuovo per convincere i non iscritti al partito a votarlo alle primarie? E quanta gente dovrebbe andare alle urne il 30 aprile per considerare le primarie un successo?

    «Intanto vorrei dire che la partecipazione nei nostri circoli di migliaia di iscritti in questi giorni è un bellissimo segnale di impegno. Il Pd è l’unico partito in grado di organizzare un conforto così largo e partecipato e di questo dobbiamo essere orgogliosi. Le primarie di fine aprile sono un’altra tappa utile per coinvolgere in particolare i nostri elettori. Sono sicuro che andranno in tanti, stupendoci ancora una volta. Noi dobbiamo continuare a presentare il nostro progetto per il Partito Democratico e per l’Italia proponendo idee utili a partire dal lavoro, dai giovani, dalla cura delle persone. Dall’equità e dal rilancio dello sviluppo. Il Pd con Renzi è l’unica alternativa forte possibile alle derive dannose dei Grillo e dei Salvini».

    Cosa risponde a chi accusa il governo Gentiloni di essere troppo appiattito su quello che lo ha preceduto guidato da Renzi?

    «Un governo si giudica per quello che fa. E noi stiamo portando avanti scelte e impegni in coerenza con lo sforzo di cambiamento promosso in questi anni. Dobbiamo stare concentrati su alcuni temi decisivi per l’Italia come il rilancio del lavoro e dello sviluppo sapendo che su questo in particolare verremo valutati».

    Sondaggi riservati del Pd la indicherebbero come l’uomo giusto, in Lombardia, per sfidare Maroni alle elezioni regionali del prossimo anno. Cosa ne pensa?

    «Penso che il Pd e il centrosinistra hanno tante energie utili in Lombardia per vincere le prossime elezioni. Di sicuro io darò una mano. Siamo una squadra oggi e lo saremo anche domani quando presenteremo ai lombardi la nostra proposta per il futuro della Regione».

  • Non cederemo alla Ue, la ripresa va sostenuta

    (Intervista a firma di Marco Conti pubblicata su Il Messaggero del 20.03.2017)

    Ministro Martina, ha visto in Germania! Schulz è stato eletto presidente della Spd con il 100% dei voti. Che significa per un partito andare ad elezioni in maniera così compatta?

    «Significa molto non solo per la Germania ma per l’intera Europa. Schulz è una speranza non solo per il campo socialdemocratico tedesco, ma per le prospettive di tutti i progressisti europei. Soprattutto in vista di una settimana importante come quella che avremo a Roma con l’anniversario dei Trattati. Loro, come noi, possono essere protagonisti di una svolta sociale e politica della Ue di cui abbiano enormemente bisogno».

    Sabato però arriverà a Roma ancora la Merkel. Pensa sia una Cancelliera un po’ diversa anche per la non facile trasferta a Washington?

    «L’appuntamento di Roma è importante per tutte le famiglie europee e per chi crede ad una svolta dal fiscal compact all’Europa sociale. I progressisti hanno una grande questione: come tenere assieme società aperta e identità e continuare a far vivere la Ue come strumento forte di sovranità per proteggere e promuovere i nostri cittadini».

    Quindi Europa come tema centrale anche delle primarie Pd?

    «Certo. Di qui passa una parte importante della nostra identità e della proposta che faremo agli italiani. Siamo per un riscatto democratico dell’Europa e nella mozione depositata con Renzi proponiamo fra l’altro l’elezione diretta del presidente della Commissione per un rapporto forte tra cittadini e massima autorità europea. In più, per il campo progressista, proponiamo le primarie transnazionali per scegliere il candidato».

    Europa sociale che significa?

    «Per noi vuol dire prendersi cura dei più deboli prima di tutto. A partire da un’assicurazione europea contro la disoccupazione, ma poniamo anche il tema di una Schengen per la sicurezza, il ministro del tesoro unico d’Europa e armonizzazione dei sistemi fiscali in modo da decidere a livello europeo politiche di premialità per alcuni contesti. E qui in particolare c’è la proposta legata al Mezzogiorno di istituire delle zone economiche speciali che abbiano tassazioni armonizzate europee semplificate. Non può accadere, come è oggi, che ci sia una fiscalità di vantaggio per l’est Europa e una sofferenza per tutta l’area mediterranea».

    A proposito di Renzi e del ticket fatto per le primarie. La vostra è una coppia destinata a durare o limitata alla fase congressuale?

    «Questa è una proposta che vuole esprimere sino in fondo il carattere plurale ed unitario della nuova stagione del Pd. Va oltre i nostri due nomi. E’ l’idea di una squadra che si fa carico di essere gruppo dirigente plurale».

    Proposta plurale significa anche aggregare altre forze o il Pd andrà per conto suo?

    «Lo vedremo. Per noi è importante presentare agli italiani un programma di cambiamento del Paese che risponda agli interessi e ai bisogni delle famiglie e dei cittadini. Le alleanze si fanno sui programmi e non prima».

    Pensa sia quindi difficile cambiare la legge elettorale?

    «Dobbiamo fare di tutto perché non si scivoli verso un sistema iper-proporzionale. Occorre tenere il più possibile il punto sull’alternanza e sulla possibilità che deve avere il cittadino di potere esprimere direttamente la scelta di governabilità. Per noi il modello migliore è il Mattarellum, vedremo se ci saranno le condizioni per lavorare su questo. Fondamentale è che il 4 dicembre non ci faccia ripiombare in una logica dove la governabilità viene messa in discussione al punto da non salvaguardare i principi minimi che permettano ai cittadini di dire chiaramente chi vogliono al governo».

    Nel frattempo c’è il governo alle prese con la manovra correttiva. Gentiloni sostiene che il quadro è più fragile. Pensa si riferisse anche alla scissione del Pd?

    «Naturalmente il quadro è più fragile perché ciò che è accaduto non ha fatto bene alla maggioranza. Inutile negarlo. Penso però che la determinazione con la quale si stanno affrontando alcuni punti importanti sia quella giusta. Anche nei confronti dell’Europa dobbiamo tenere una linea di condotta che abbia innanzitutto come faro il sostegno a crescita e lavoro. Tutte le scelte devono essere conseguenti a questo e non dobbiamo fare scelte che soffochino quel po’ di ripresa che si è generata».

    Nella mozione avete scritto che il segretario sarà anche candidato premier. Ma ci saranno candidati premier alle prossime elezioni?

    «Noi lo abbiamo ribadito in maniera chiara. Così come accade in tutta Europa anche perché la legittimazione dà forza e peso al governo».

    Non teme l’effetto Bersani? Ovvero che in caso di non vittoria il candidato-premier sia il primo a doversi far da parte?

    «Non credo. Quella era un’altra stagione».

    Per anni la sinistra ha definito Forza Italia come “partito di plastica”. Come definirebbe ora i grillini?

    «Lì c’è un solo uomo al comando esattamente come accadeva per la destra. E’ evidente che l’utilizzo del web è solo un artificio, un’illusione ottica per nascondere questa leva di potere interna stretta su una persona sola».

    Torniamo al governo. Avete cancellato i voucher per paura del referendum o perché non servono?

    «Condivido la scelta fatta con il presidente e tutti i ministri di togliere dal tavolo delle prossime settimane un argomento che rischiava di essere molto divisivo, al di là dei sondaggi e uno strumento che ha generato storture molto complesse. Rimane ora la necessità di lavorare con le parti sociali per individuare strumenti per tutelare il lavoro intermittente, il lavoro saltuario. Il nostro impegno, e quello in particolare del ministro Poletti, è rivolto ad affrontare il tema delle famiglie e delle piccole imprese».

    Altro tema che si affaccia in Parlamento è quello dei magistrati impegnati in politica che poi tornano a fare i giudici. Che ne pensa?

    «Che occorra una riflessione, senza accelerazioni. il Parlamento è la sede giusta. Vedremo».

  • Se non evitiamo la frattura pericoli anche per il governo

    (Intervista pubblicata su La Repubblica del 18 febbraio 2017)

    «Il Paese ha bisogno del Pd. E noi abbiamo bisogno di un congresso per ritrovarci, non certo per separarci. Di un nuovo inizio, da costruire insieme. A Emiliano, Speranza e Rossi dico: fate in modo di esprimere le vostre idee nel percorso comune, è proprio quello che avevate chiesto.

    Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina è molto preoccupato. E manda l’ultimo appello, proprio nel giorno in cui la sinistra dem si ritrova a Roma per ufficializzare la scissione.

    Martina, visto il livello di incomunicabilità non sarà il caso di separarvi consensualmente, come succede nei matrimoni irrecuperabili?

    «Non ci credo, non voglio crederci. Diceva Gramsci che quando tutto sembra perduto, bisogna mettersi all’opera, ricominciando dall’inizio. Io lavoro — insieme a tanti — con determinazione per ritrovare il filo. Fino all’ultimo momento e anche oltre. L’importante è rifondare il nostro stare insieme. Detto in altro modo: dobbiamo imparare che in una comunità politica chi vince non comanda e chi perde non delegittima quotidianamente chi ha vinto».

    Con un’eventuale scissione rischia anche il governo, Martina?

    «Un congresso può aiutare l’esecutivo, una scissione temo proprio di no, anzi. Sono preoccupato da una frattura, anche da questo punto di vista».

    Ma concretamente cosa si può fare? Emiliano ha chiesto a Renzi di spostare a settembre il congresso. Possibile?

    «Abbiamo bisogno di un congresso fatto per bene. Va svolto in tempi ordinati, anche in vista del voto amministrativo. Nel percorso possiamo svolgere anche la conferenza programmatica, ma investiamo sulla partecipazione, anziché ripiegarci».

    La minoranza chiede altro tempo, però. Voi non siete disposti a concederglielo. A proposito, ha sentito Bersani, con il quale ha condiviso un tratto di strada prima di schierarsi con Renzi?

    «Per Bersani ho riconoscenza, stima e amicizia, per questo mi ostino a pensare che ci sia spazio per lavorare insieme, a partire dall’assemblea di domenica. A lui e a tutti vorrei dire: non è vero che il Pd è di uno solo, ma è di tutti noi. Con la scissione, andrebbe in crisi anche la prospettiva del centrosinistra».

    In un audio il suo collega Delrio ha rivelato—senza volerlo — un’idea che convince molti, e cioè che Renzi non stia facendo abbastanza per evitare un trauma.

    «Delrio ha già chiarito. Credo che anche in queste ore Renzi stia lavorando, lanciando i messaggi giusti. Deve continuare perché tutti, e anche lui, sono chiamati a fare la propria parte. Però sia chiara una cosa: non è un problema di tempi o di modalità congressuali. Se si vuole, un accordo si trova. Ma voglio pensare che non sia questo il terreno su cui costruire il tentativo di mediazione».

    La scissione segnerebbe il fallimento definitivo del Pd?

    «Credo che il Pd serva al Paese. E il Pd vivrà anche dopo domenica. Stiamo attenti a non fare regali alla destra».

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