• Famiglie, giovani e lotta alla povertà

    «Pensioni? Parliamone, ma per gettare le basi di cosa accadrà a chi avrà un calcolo esclusivamente contributivo e con carriere professionali discontinue, ovvero ai giovani».

    Maurizio Martina, il segretario PD, rigira tra le mani i fogli della “contromanovra” del Pd. È stata appena messa a punto dal gruppo di esperti capitanati dall’ex ministro e predecessore di Tria, Pier Carlo Padoan. Contiene le “contromisure”, vidimate da Padoan, elaborate con Tommaso Nannicini, Antonio Misiani, Marco Leonardi, Luigi Marattin.

    Il Pd fa circolare il documento, perché ciascuno possa giudicare punto per punto la differenza con la manovra del governo gialloverde. Manovra, attacca Martina, fatta «di condoni per gli evasori e più debito pubblico sulle spalle dei giovani per misure inique. Il vicepremier Luigi Di Maio, poi, pensa di giocare a Monopoli». Due sono le stelle polari della “contromanovra” del Pd: equità e crescita. In concreto. Le priorità sono i giovani, le famiglie con figli, la casa e i poveri.

    Taglio del costo del lavoro

    È la misura a cui i dem danno assoluta priorità con un taglio stabile del costo del lavoro di un punto all’anno per quattro anni per tutti i contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Costo: 350 milioni, primo anno.

    Pensioni di garanzia

    Si tratta di avviare dal 1 gennaio 2019 le pensioni minime a 750 euro al mese. Significa gettare le basi di un pilastro di garanzia per i giovani che andranno in pensione interamente col sistema contributivo e che avranno carriere professionali totalmente discontinue. Obiettivo è l’equità intergenerazionale.

    Sostegno alle famiglie

    Costa un quinto di quello che costerebbe la Flat Tax scritta nel contratto di governo se realizzata. Secondo i Dem questa sarebbe una misura molto più equa e rappresenterebbe, da subito, un aiuto consistente alle famiglie: la “contromisura” dem prevede 240 euro al mese per ogni figlio minore a carico. costo è di 9 miliardi, il più oneroso della contromanovra.

    Detrazioni sugli affitti

    Centrali le misure sulla casa, a partire dalle detrazioni sugli affitti uguali alle detrazioni sui mutui casa. In cifre: il 19% se si spendono un massimo di 4.000 euro all’anno, pari quindi a
    massimo 760 euro all’anno. Ma per i giovani under 30 è prevista una maggiorazione così da raggiungere 1.800 euro all’anno. Per il Pd è indispensabile occuparsi di 4 milioni di famiglie che vivono in affitto, più di un terzo in condizioni di disagio abitativo. 1138% delle giovani coppie sono in affitto. Il costo della misura è di un miliardo. Si pensa poi a rafforzare il piano delle periferie con investimenti nell’edilizia popolare e sociale.

    Reddito di inclusione

    Contro la povertà. Con 3 miliardi in più si arriva a 6 miliardi complessivi, aiutando un milione e mezzo di famiglie in povertà assoluta. Il costo è di 3 miliardi.

    Gli investimenti

    Quelli pubblici vanno riportati entro 3-5 anni dal 2% al 3% Pil, il livello del 2008, con priorità all’ambiente e alla manutenzione soprattutto nel Mezzogiorno. Si deve accelerare la spesa dei 150 miliardi già stanziati dai governi del centrosinistra e dei finanziamenti Ue. Su quelli privati, non smantellare ma potenziare Industria 4.0, ecobonus-sismabonus.

  • Perchè la terra ai giovani è la strada giusta

    (Lettera pubblicata su il Corriere della Sera del 16.10.2017)

    Caro direttore,
    le interessanti riflessioni che Susanna Tamaro e Andrea Segrè hanno affidato al Corriere della Sera meritano un approfondimento, tanto più oggi che celebriamo la giornata internazionale dell’Alimentazione e a seguito del G7 Agricoltura di Bergamo che si è chiuso ieri. Appuntamenti che rilanciano gli impegni per azzerare la fame entro il 2030 e proteggere 5oo milioni di famiglie nel mondo che vivono di agricoltura: sono loro i protagonisti rurali a tutte le latitudini del pianeta.
    Lavorare sempre di più per tenere insieme difesa dei loro redditi e rispetto dell’ambiente e della biodiversità è la nostra priorità.
    Produrre meglio, sprecando meno è l’imperativo e proprio in questo contesto offriamo al confronto con gli altri Paesi le distintività e l’esperienza unica dell’Italia. Ecologica e tecnologica, così immaginiamo la nostra agricoltura davanti alla sfida dell’adattamento climatico.

    In questa prospettiva lavoriamo con impegni concreti. Lo facciamo affiancando migliaia di aziende agricole del nostro Paese, promuovendo la sostenibilità a partire dal biologico, favorendo la diffusione delle nuove tecnologie per ridurre gli sprechi e rendere più efficienti le imprese. Non c’è dubbio che ci sia ancora molto da fare. Susanna Tamaro e Andrea Segrè pongono all’attenzione di tutti il tema centrale del sostegno ai redditi per chi vive di agricoltura, a partire dai giovani che si vogliono spendere con passione in questa esperienza. Li ringrazio per questa attenzione perché credo essenziale che il Paese ne discuta, ben oltre gli addetti ai lavori. Perché il rinnovamento generazionale è decisivo per garantire una prospettiva di sviluppo all’agricoltura italiana.

    Anche la formazione permanente resta una frontiera centrale di questa sfida. Sono interessato a capire come possiamo fare meglio su ambo i fronti. In particolare sulla questione formativa abbiamo aperto da tempo un confronto assai positivo con il ministro Fedeli per sviluppare nuovi impegni. Sul fronte della tutela del reddito, invece, la ragione che ci ha spinto a eliminare in questi anni le principali tasse agricole è stata proprio quella di sostenere, anche così, chi vive di agricoltura. E l’impegno che abbiamo promosso per sperimentare maggiore tracciabilità e trasparenza in etichetta è coerente con questo sforzo.

    Tutto ciò ha trovato proprio nei giovani agricoltori italiani un punto di forza essenziale. Accanto a formazione e sostegno al reddito credo non vadano mai dimenticati altri due nodi per favorire il loro protagonismo effettivo: l’accesso alla terra e al credito. Noi stiamo provando a lavorare anche su tutto questo. Abbiamo compiuto alcune scelte, ad esempio destinando terre pubbliche, per anni incolte, proprio ai giovani attivando mutui a tasso zero dedicati a loro o azzerando per tre anni i contributi previdenziali a carico degli under 4o che aprono nuove aziende agricole.

    Tutto questo ha mosso la situazione in modo positivo tanto che vogliamo andare avanti con nuove misure coerenti con questa impostazione. C’è un dato che ci dice che la strada è giusta: dal 2014 le imprese di giovani agricoltori sono cresciute da 55 mila a 7o mila. Storie di chi ha scelto non di«tornare» alla terra, ma di guardare al futuro. C’è un pensiero di uno di loro che mi ha colpito molto. Sul suo sito Carlo Maria ha scritto «Non avevo terra, non avevo un soldo ma avevo un sogno, fare l’agricoltore». È nostra responsabilità quotidiana contribuire con passione alla realizzazione di questo sogno.
    Per questo bene facciamo a riflettere pubblicamente su come aiutare di più una nuova generazione a coltivare il proprio futuro.

  • Il Cibo, una questione di cittadinanza

    (Intervista a cura di Franco Cattaneo pubblicata su L’Eco di Bergamo del 16.10.2017)

    Terminato sotto il sole nel verde diAstino il G7 sull’agricoltura, il ministro Maurizio Martina è partito per Roma dove oggi i ministri partecipano, alla Fao, alla Giornata internazionale dell’alimentazione per ascoltare le parole di Papa Francesco. «C’è un ponte ideale fra il nostro vertice e questa assise», dice, insistendo sul «passo avanti» compiuto a Bergamo, una terra predisposta a recepire e a coltivare concetti chiave del vertice internazionale come cooperazione, dialogo, unità d’intenti e vicinanza alle tragedie dell’Africa.

    Si nota questa soddisfazione fra i 7, che in realtà sono 9 con il commissario europeo e l’inviata dell’Unione africana.
    «Sì, e da parte mia aggiungo il grande orgoglio per la nostra città e per il nostro territorio. Penso che abbiamo svolto un lavoro molto utile ed è impressionante come le delegazioni siano rimaste affascinate dalla bellezza di Bergamo. Un grande ringraziamento alle forze dell’ordine, all’amministrazione comunale e provinciale, a tutte le associazioni che hanno partecipato e ai cittadini. Bergamo ha confermato la possibilità di organizzare al meglio questi appuntamenti in forma molto aperta. Mipermetto di dire che questo è stato il G7 di gran lunga più partecipato dalla società civile e anche di questo vado orgoglioso».

    Sul piano politico l’intesa completa non era scontata, considerando le posizioni dell’America di Trump.
    «Non lo era e per questo la Dichiarazione diBergamo condivisa all’unanimità è un passo avanti decisivo. Se si ragiona in termini generali, per esempio sui cambiamenti climatici, ci sono posizioni diverse e si fatica a trovare una sintesi comune. Ma se si atterra nel concreto, sulla relazione fra eventi atmosferici estremie sviluppo agricolo, allora si trovano le convergenze utili. Ed è quel che è avvenuto».

    In sostanza il ministro americano Sonny Perdue s’è rivelato disponibile.
    «È così. Il rappresentante di Washington è stato governatore della Georgia, uno Stato agricolo, ed è un uomo di notevole esperienza in questo campo. Ha lavorato con disponibilità al comunicato finale e hariconosciuto concretamente il problema che dobbiamo affrontare».

    La gestione dei rischi ambientali resta lo snodo centrale.
    «Quel che sta accadendo inAfrica e in altre parti del mondo rende il governo dell’impatto dei disastri ambientali una questionepurtroppo molto concreta. C’è l’urgenza di avere nuovi strumenti per le piccole e medie imprese familiari che sono il tessuto fondamentale di ogni agricoltura nel mondo. È la grande sfida aperta per tutti. Per questo, come presidenza italiana del G7, daremo mandato alla Fao perché si individuino, attraverso le nuove tecnologie, gli strumenti che consentano di prevenire e contenere l’effetto devastante delle calamità naturali sul mondo agricolo. Dobbiamo insistere sulla prevenzione e sulle informazioni meteorologiche in tempo utile, sulla massima diffusione delle tecnologie per sostenere le esperienze locali: un ambito non scontato nei contesti più deboli. La cooperazione agricola ha il suo focus strategico sull’Africa e ci siamo detti che il problema ci riguarda, coinvolge tutti. Dunque, dobbiamo condividere buone pratiche di uno sviluppo innovativo».

    Avete anche affermatoil principio del cibo come questione democratica.
    «La consapevolezza del nesso inscindibile fra l’accesso al cibo, le disuguaglianze e le migrazioni è stata discussa nella sessione finale. Abbiamo segnato una tappa nuova nel rapporto con l’Africa, perché l’immediatezza di alcune possibilità di coop erazione si possono misurare proprio apartire dalle conoscenze pratiche del mondo rurale dei Paesi del G7. Abbiamo declinato dallato dellanostra agenda agricola l’impegno sottoscritto dai capi di stato e digoverno al vertice dei Sette Grandi a Taormina raggiungere l’obiettivo “fame zero” entro il 2030 stabilito dall’Onu e, in particolare, siamo al lavoro perché nei prossimi anni 500 milioni di persone escano dalla denutrizione. La commissariaJosefa Sacko ci ha descritto le condizioni drammatiche, specie di alcune aree del continente: carestia, siccità, fame. Ci ha spiegato itentativi messi in atto e i nuovi strumenti adottati dall’Unione africana, ci ha chiesto unamano e ha ricevuto la massima attenzione. Dopo il summit le relazioni con quel continente escono rafforzate».

    Sono entrate nel lessico istituzionale parole-chiavecome«empowerment», cioè il conferire autorità, e resilienza, cioè la capacità di recupero. «”Empowerment” è nel titolo della Dichiarazione di Bergamo. Vuol dire riconoscere la centralità dell’investimento che dobbiamo fare sugli agricoltori e sui produttori per uno sviluppo equilibrato e sostenibile, per arginare le ferite della disuguaglianza. In definitiva, per fare dell’alimentazione una grande questione di cittadinanza e di democrazia».

    Dimensione locale e global: il G7 intende adottare politiche concrete per la tracciabilità e lo sviluppo di sistemi produttivi legati al territorio.
    «Abbiamo trovato un linguaggio comune per valorizzare le esperienze agricole locali, consapevoli che riconoscere questo è un fattore importante nello scenario competitivo mondiale. L’Italia, insieme con l’Unione europea, spingemoltoperlapriorità delle indicazioni geografiche e ci siamo ritrovati nel muoverci insieme perché questo avvenga ad ogni latitudine. Non ultimo, c’è anche l’impegno a rafforzare la trasparenza nella formazione dei prezzi: più è alta, maggiore è la tutela dell’anello debole, che spesso èl’universo deiproduttori».

  • Più sostegno fiscale e credito agevolato. Ora 31 milioni per l’innovazione e misure per l’ammortamento dei mezzi

    (Intervista a firma di Mario Barresi pubblicata su La Sicilia dell’11 settembre 2017)

    Il punto, oggi, non è più avere scarpe grosse e cervello fino. Perché, oggi, in campagna – un po’ per quell’istinto darwiniano di sopravvivenza sviluppato con la crisi, ma anche per la naturale vocazione alla genialità – è tempo di manager e innovatori. Una generazione «che ha i piedi per terra e la testa al mondo», la definisce Maurizio Martina. Consapevole del movimento, positivo e contagioso, dei giovani imprenditori agricoli nell’Isola. Il ministro dell’Agricoltura in un’intervista fa il punto sulle misure («sostegno fiscale e più credito per accedere alla terra e far partire le aziende»), messe in pratica con «i mutui a tasso zero, gli incentivi per acquistare i terreni» e l’azzeramento «per tre anni dei contributi previdenziali per le nuove imprese giovanili». Ma c’è dell’altro: un piano ricerca (31 milioni) e un nuovo plafond per l’ammortamento delle macchine agricole nel programma “Industria 4.0”. Con un occhio sempre interessato a problemi e risorse dell’agricoltura siciliana: tipicità e aggregazione, legalità e protezione dai falsi d’autore.

    Ministro Martina, l’agricoltura è tornato a essere un settore per giovani?

    «La risposta è nelle migliaia di esperienze positive di under 40 che stanno ringiovanendo il Made in Italy agroalimentare. Ho avuto la fortuna di conoscere tanti di loro nella mia esperienza da ministro. C’è un’Italia che non si arrende, che ha i piedi per terra e la testa al mondo. Sono loro i protagonisti spesso di nuove forme di cittadinanza attiva, di riattivazione di territori, della nascita di una vera e propria green society. Sono loro il nostro futuro. In questi anni abbiamo provato a dare loro una mano».

    Come?

    «Con un sostegno fiscale e più credito per accedere alla terra e far partire le aziende. Già tre anni fa abbiamo aumentato del 25% gli aiuti europei diretti ai giovani, poi abbiamo messo in legge i mutui a tasso zero, gli incentivi per acquistare i terreni. Abbiamo azzerato per tre anni i contributi previdenziali per le nuove imprese giovanili. C’è tanto da fare, ma i numeri ci dicono che crescono i giovani imprenditori agricoli in Italia. Ora siamo a oltre il 6% del totale delle aziende agricole, partivamo da poco più del 4%».

    In Sicilia sono sbocciate molte nuove esperienze innovative che nei territori convivono spesso anche con pratiche antiche. L’innovazione è davvero per tutti?

    «È il nostro obiettivo. Non c’è vera innovazione se non troviamo il modo di diffonderla anche tra i piccoli produttori. Abbiamo un obiettivo ambizioso: portare dall’uno al 10 per cento le terre lavorate con tecnologie di agricoltura di precisione in Italia da qui al 2021. Per questo abbiamo messo in campo un set di strumenti che guardano anche alle microimprese».

    Dai droni ai satelliti, l’agricoltura si fa sempre più hi-tech. La tecnologia può aiutare il settore ad affrontare le crisi come quella della siccità che ha flagellato l’Italia e la Sicilia in particolare?

    «È una frontiera indispensabile. La lotta al cambiamento climatico passa anche per l’utilizzo di nuove tecnologie più efficienti. Già oggi ci sono sistemi che ottimizzano l’uso dell’acqua, come l’irrigazione di precisione. Ci sono imprese vinicole siciliane all’avanguardia che grazie a questi strumenti hanno aumentato la redditività e abbattuto gli sprechi del 30%. È proprio guardando a queste esperienze che abbiamo deciso di investire in ricerca e innovazione anche nel pubblico».

    Cosa avete previsto?

    «Un piano di ricerca da 31 milioni di euro focalizzato sulle principali colture italiane e sullo sviluppo di sistemi di gestione e analisi dei big data che aiutino gli agricoltori. Accanto a questo ci sono gli incentivi concreti per le aziende con iper-ammortamento e super-ammortamento anche per le macchine agricole nel programma di investimenti di Industria 4.0».

    Che prospettive vede per la Sicilia in questo contesto di innovazione? L’Isola ha un capitale umano di valore. Finalmente può diventare il fattore-traino per la crescita?

    «La Sicilia ha tanti giovani che si stanno mettendo in gioco, aprendo anche spazi nuovi. Non è un caso se abbiamo voluto presentare proprio a Catania il nostro progetto “Agrogeneration”, che va alla scoperta dei nuovi talenti e delle idee più interessanti dell’agricoltura 4.0. Questa è una regione che ha anche fondamentali importanti dal punto di vista produttivo, anche se non del tutto sfruttati».

    Su cosa si dovrebbe investire ancora?

    «Si può valorizzare di più e meglio il prodotto siciliano. Per questo serve più aggregazione, più unione tra i produttori, che siano in grado di affrontare meglio le sfide dei mercati. Troppo spesso la remunerazione dei prodotti non è sufficiente, su questo bisogna migliorare. Non vanno dimenticati anche gli esempi positivi: il vino, l’agrumicoltura e il biologico siciliani sono due punte di diamante del nostro agroalimentare».

    Oltre all’innovazione e all’aggregazione, un altro valore aggiunto può essere la legalità. In Sicilia ci sono molti ragazzi che si spendono in esperienze di agricoltura sociale in terreni confiscati alla mafia. Come aiutarli?

    «Il loro è un esempio per tutti. Penso alle ragazze che ho conosciuto a Portella della Ginestra e che sono state formate, in un’azienda appartenuta a mafiosi, da Libera di Don Ciotti per essere insegnanti negli asili che possono nascere nelle aziende agricole. La loro storia è un seme di speranza che dobbiamo coltivare insieme. Da parte nostra abbiamo avviato un lavoro concreto per il sostegno alle esperienze di agricoltura sociale, ma sicuramente va fatto un salto di qualità nella gestione dei beni confiscati che dia più spazio e strumenti a chi si impegna per riportarli alla legalità».

    Dal Nero d’Avola alle arance, la Sicilia subisce come il resto d’Italia l’assalto dei falsi. Come ci si difende?

    «Lavorando su tutela e promozione. In questi ultimi anni abbiamo sfruttato anche l’innovazione per combattere l’italian sounding. Siamo l’unico Paese al mondo ad aver stretto accordi con grandi player del web come Alibaba, Google e eBay per garantire ai marchi geografici la stessa protezione dal falso che hanno i marchi commerciali».

    Avete protetto anche prodotti siciliani?

    «Grazie al lavoro della nostra task force dell’Ispettorato repressione frodi su ebay, ad esempio, abbiamo bloccato 37 aziende che vendevano falso Pecorino siciliano e scoperto 20 casi di olio extravergine di oliva Sicilia contraffatto. Allo stesso tempo collaboriamo per portare i nostri prodotti sui mercati internazionali. Abbiamo bisogno di accordi giusti che aiutino i piccoli produttori a esportare di più le loro eccellenze. E la Sicilia sarà assoluta protagonista di questo lavoro anche nei prossimi mesi».

  • Servono misure per dare lavoro ai giovani

    (Intervista a firma di Tommaso Ciriaco pubblicata su La Repubblica del 5 aprile 2017)

    A dare retta al voto dei tesserati, il congresso sembra già finito. È così, Maurizio Martina?

    «Siamo soddisfatti. Ma sa cosa mi rende davvero orgoglioso? Siamo gli unici ad aver mobilitato 266 mila persone in carne ed ossa, quindi l’unica alternativa ai partiti personali. Gli iscritti hanno scelto con nettezza la nostra proposta. Il 30 aprile c’è il secondo tempo, di fronte agli elettori».

    Orlando e Emiliano puntano sul voto dei delusi scissionisti, fuori dal Pd. Un appello che giudica corretto?

    «Lo considero inefficace. La domanda del nostro popolo è di unità».

    Considera l’esito dei gazebo scontato o è passibile un ribaltamento?

    «Il congresso si chiude il 30 aprile. Dobbiamo lavorare per allargare la partecipazione. E per far passare un messaggio: le primarie come primo atto della sfida per battere la destra, Grillo e Salvini, rafforzando il Pd. Anche in chiave europea sarà un passaggio utile, sperando in Schulz in Germania e magari Macròn in Francia».

    Per ora hanno anche denunciato alcuni brogli e numeri taroccati, però.

    «Una polemica che amareggia. Abbiamo strumenti per intervenire su casi singoli. Ma niente può scalfire un dato netto attorno a un candidato e a un progetto».

    Occhio a non mostrarvi troppo trionfalistici, in passato non ha giovato.

    «Massima umiltà. Stiamo usando i toni giusti: zero polemiche con gli altri candidati e attenzione al “noi” e alla squadra».

    Giudica deludente la performance di Emiliano e Orlando?

    «Non giudico. L’importante è il rispetto reciproco. Poi da maggio la squadra sarà composta anche dai candidati alternativi alla nostra mozione, se vinceremo».

    Immagina una segreteria mista?

    «No, non è un tema di gruppi dirigenti futuri».

    L’asticella per parlare di un successo ai gazebo è due milioni?

    «Non metto asticelle».

    Cosa cambia se Renzi prende il 50% o il 70%?

    «Non faccio previsioni sulle percentuali. Ma una vittoria è una vittoria».

    È vero che se vince Renzi continuerà la scissione, come giura Emiliano?

    «Ciascuno utilizza gli argomenti che più gli appartengono, comunque non sarà affatto così. E credo sia sbagliato evocare questo tema. Noi lavoriamo per un Pd migliore, non contro il Pd. Gli elettori sanno che l’avversario sono la destra e il M55».

    Le primarie si giocano anche sulle alleanze. I vostri avversari puntano tutto su un centrosinistra ampio. E voi?

    «Il nostro campo è un centrosinistra rinnovato e riorganizzato».

    Con un veto su Bersani?

    «Non utilizzo la categoria del veto. Dico che serve un Pd forte in grado di costruire alleanze sociali solide. Mi colpisce l’ossessione di chi da Napoli ( Mdp, ndr ) indicava solo la distanza che li separa da noi».

    Per essere conseguenti alle critiche ai ministri tecnici, aumenterete il pressing su Gentiloni dopo il 30 aprile?

    «Lavoriamo al fianco del premier. Siamo nella stessa squadra, ci interessa rafforzare crescita e occupazione. Esempi? L’abbattimento strutturale del costo del lavoro per i giovani, e la conferma che Iva e benzina non verranno toccate».

    Quest’ultima è ancora in campo.

    «Non mi pare proprio».

    Esiste ancora lo scenario di elezioni nell’autunno 2017?

    «Rispondo che al governo abbiamo un solo dovere: lavorare, lavorare, lavorare».

    Magari anche sulla riforma elettorale, che latita? È vero che porterete a maggio il Mattarellum in Aula?

    «Serve una correzione maggioritaria. Ritengo che sia giusto portare al voto il Mattarellum, in modo da verificare in Parlamento i numeri. Le prossime settimane serviranno a mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità. Non conta più il dibattito da Transatlantico, ma quello che si voterà nelle sedi parlamentari».

  • La mozione Renzi – Martina in 20 punti

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  • Con Renzi per un Pd popolare

    (Intervista a firma di Maria Zegarelli pubblicata su l’Unità del 17.03.2017)

    «Non vogliamo riavvolgere il nastro della storia, non ci rassegniamo a un ritorno fuori tempo massimo alle antiche case madri. Vogliamo rafforzare il progetto del Pd con parole nuove e con un lavoro collettivo, fuori dall’idea che il partito sia un rifugio».

    Al Lingotto la platea si è spellata la mani quando il ministro Maurizio Martina ha pronunciato queste parole, sarà anche per questo che Matteo Renzi lo ha voluto in tandem con lui nella corsa alle primarie, per iniziare quel gioco di squadra che finora non è decollato. Figura non divisiva, costruttore di ponti, qualcuno dice.
    Qualcun altro taglia corto e sostiene che l’ex segretario l’abbia voluto perché il ministro, 38 anni, ex Ds, può «coprirlo a sinistra» sottraendo consensi ad Andrea Orlando. In realtà dalla sua ha un’esperienza politica di cui Renzi ha parecchio bisogno in questo momento per ridare slancio al Pd.

    Nel movimento studentesco, poi consigliere comunale con una lista civica, segretario della sinistra giovanile e poi via via una gavetta sempre a salire nei Ds fino ad arrivare al governo, come sottosegretario nel 2013 con il governo Letta.
    Durante questa lunga chiacchierata racconta che come prima iniziativa elettorale, dopo il Lingotto, ha scelto il Museo della Casa Cervi, la casa dei sette fratelli uccisi dai fascisti, perché, spiega che la metafora di questa avventura è ispirata da Aldo Cervi e dal quel mappamondo piazzato sul suo trattore. Aveva colto la direzione il giovane figlio di Alcide. E adesso spetta al Pd cogliere la propria se vuole riaprirsi a pezzi di elettorato che hanno deciso di guardare altrove.

    La mozione presentata con Renzi cita Gramsci. Svolta a sinistra?
    «In realtà credo che stiamo semplicemente interpretando nel modo migliore l’idea di una proposta che si rivolga al Pd e al Paese in modo largo e partecipato. Questa è una mozione che nasce dal basso, dai giorni intensi e molto belli del Lingotto, con il contributo di tanti che hanno voluto partecipare con noi a tre giorni di confronto molto forte. Questo sforzo e questa questa tensione li abbiamo voluti rappresentare nel titolo della mozione, “Avanti, insieme”. Stiamo, cioè, rappresentando un’idea chiara del Pd che vogliamo: un partito in grado di fare squadra, di persone che insieme, a vari livelli, lavorino per la stessa prospettiva. Un partito popolare, alternativo ai populisti».

    Decontribuzione totale per l’assunzione dei giovani per i tre anni: questa è una delle proposte contenute nella mozione. Una misura stabile, considerato il crollo delle assunzioni a tempo indeterminato che si è registrato quando sono finiti gli sgravi per le imprese?
    «Il terna che ci poniamo è quello di un avanzamento radicale di tutte le politiche di sostegno all’occupazione giovanile. Sappiamo che sono stati fatti passi in avanti importanti negli ultimi tre anni con le scelte che abbiamo compiuto attorno ai terni del lavoro, ma dobbiamo fare di più. C’è bisogno di essere ancora più forti sul versante dell’occupazione giovanile concentrando le politiche di defiscalizzazione in particolare sul versante di genere e di generazione. In parte queste scelte sono state impostate in questi anni, ma non ci sfugge la necessità di essere ancora più netti nei prossimi anni perché l’occupazione resta il nostro chiodo fisso, è questa la madre di tutte le battaglie, il cuore della nostra sfida sociale».

    Andrea Orlando critica il ticket, dice che quel trattino Renzi-Martina fa fare un salto indietro.
    «Credo in realtà il trattino ce l’ha una certa visione del Pd che sembra sia interpretata più da altre proposte che non certo dalla nostra. Noi non abbiamo trattini. Dal primo minuto abbiamo lavorato per il superamento di un’idea di partito che torna ad avere il trattino. Nella proposta di fondo c’è una diversità chiara tra la prospettiva che propongono Andrea o Emiliano rispetto alla nostra. Noi non vogliamo tornare indietro, come dimostrano i contenuti della nostra mozione che mirano ad un progetto di un partito compiutamente unitario e pienamente di centrosinistra».

    AI Lingotto ha detto “la sinistra siamo noi”, Dario Franceschini sostiene, invece, che i numeri inducono a fare i conti con il centrodestra. A chi guarda il Pd di Renzi e Martina?
    «Noi prima di tutto dobbiamo avere forti contenuti programmatici e forti proposte per rivolgerci a tutti i cittadini sapendo che le prime alleanze sono quelle sociali, che si costruiscono con i bisogni e gli interessi dei cittadini. Se non partiamo da qui rischiamo di non farci capire. Poi, è chiaro che noi guardiamo al centrosinistra, siamo un soggetto fondamentale di quest’area, a questo abbiamo lavorato in questi anni. Siamo dunque interessati a sviluppare un ragionamento che sul programma costruisca dei punti di sintesi e delle convergenze dopo le primarie, quando toccherà a noi far vivere le esperienze del Pd. Dialogo al centro e a sinistra, con chi ha una visione unitaria e non divide, a partire da un programma forte di cambiamento del Paese».

    Uno dei workshop più partecipati al Lingotto è stato quello sul partito. Quale è il messaggio che vi è stato recapitato dalla base?
    «La proposta che noi facciamo è quella di un partito pensante, in questa parola c’è tanto della sfida che dobbiamo vincere per avere un partito radicato nei territori, capace di essere strumento di relazione con i cittadini, di fare comunità, di essere utile, che riparta dai circoli, dalle competenze e che offra strumenti di analisi. Sono convinto che l’alternativa al populismo si costruisca con un partito popolare. Infine, considero fondamentale la formazione anche con una scuola politica stabile, permanente. È cruciale soprattutto di fronte ai cambiamenti che abbiamo davanti ».

    Pensante ma anche più pesante?
    «Un partito vivo. Dobbiamo superare la discussione tra pesante o leggero che non ci ha portato da nessuna parte. C’è bisogno di un partito attivo e reattivo, capace di rispondere a Federico, quel ragazzo di 17 anni che ha preso un treno ed è venuto a Torino per porci delle domande».

    L’altro giorno al Senato, durante la discussione sulla mozione di sfiducia individuale al ministro Luca Lotti, Michele Gotor è stato ancora più duro del M5s. Se lo aspettava da un suo ex compagno di partito?
    «Penso che purtroppo abbiamo assistito ad una involuzione di merito e nello stile che dice molto della deriva che si sta prendendo dopo la scissione in alcuni ambienti. A me dispiace molto perché credo che sia stato quel modo di ragionare davvero incompreso ai più. La deriva a cui stiamo assistendo fa saltare parecchie coerenze rispetto a posizioni assunte in passato dalle stesse persone che adesso scelgono questa strada».

    Lei è in campagna elettorale ma anche ministro del governo Gentiloni che lavora alla manovra. Per Piero Fassino la priorità in questo momento è abbassare il debito pubblico. Renzi chiede che non si alzi la pressione fiscale. Che direzione prenderà il governo?
    «Le priorità per noi rimangono il lavoro e il sostegno alla crescita. Dobbiamo fare di tutto per irrobustire tutte le misure e gli strumenti a sostegno dell’occupazione degli investimenti. Anche in queste ore stiamo ragionando, ad esempio, di voucher. Io sono per interventi forti, radicali, che ci aiutino a superare anche queste situazioni».

    Eliminerete del tutto i voucher?
    «Vediamo, io sono per un intervento netto da parte del governo su questi temi. In generale, credo che si debbano fare scelte utili a sostenere crescita, investimenti e lavoro. Tutto quello che faremo dovrà essere misurato con questo obiettivo, a partire dalle prossime settimane. La legge di Stabilità sarà un tenia dell’autunno».

    Martina-Renzi, davvero “diversi ma uniti” è possibile?
    «Assolutamente sì. Questo è il compito della nostra generazione. Non dobbiamo ripercorrere la malattia che tanto male ha fatto alla sinistra negli anni. Noi abbiamo anche questo compito, credo che nella diversità di sensibilità, di proposta e nella nostra capacità di sintesi ci sia una delle sfide più grandi per il Pd».

  • «I voucher? Teniamoli per studenti, pensionati e lavoratori cassintegrati»

    (Intervista a firma di Lorenzo Salvia pubblicata sul Corriere della Sera del 28 dicembre 2016)

    «Non voglio alimentare una guerra tra favorevoli e contrari. Preferisco analizzare i numeri». I numeri dicono che, per una volta, parlare di boom non è un’esagerazione: nel 2008 di voucher ne venivano venduti 500 mila, quest’anno si dovrebbe chiudere a 16o milioni. «Gli abusi ci sono stati e ci sono ancora. Sarebbe sbagliato negarlo, per questo bisogna affrontare il tema. Ma più che un dibattito ideologico serve un lavoro di analisi, settore per settore. Ad esempio circoscrivendo meglio i cosiddetti requisiti soggettivi».

    Cosa intende?

    «In agricoltura la stretta c`è già stata: adesso i voucher possono essere utilizzati solo per studenti, pensionati e persone in cassa integrazione. Credo sia una buona scelta, studiando i numeri potrebbe essere estesa ad altri comparti».

    Maurizio Martina non è solo il ministro dell`Agricoltura, sia del governo Renzi sia di quello Gentiloni. È anche l’anello di congiunzione fra Matteo Renzi e un pezzo della minoranza Pd. Una posizione privilegiata per sondare i contenuti di un intervento, la stretta sui buoni lavoro da dieci euro l’ora, che dovrebbe riportare proprio (un po’) a sinistra la linea del governo.

    Il referendum della Cgil chiede la cancellazione totale dei voucher. Lei come voterebbe?

    «Sono contrario all`abrogazione totale. La finalità iniziale dei voucher era positiva: hanno fatto emergere una fetta di lavoro nero. Ma poi, con la progressiva liberalizzazione introdotta ben prima del governo Renzi, hanno rischiato di accentuare in alcuni settori la precarizzazione dei rapporti di lavoro. È su questa distorsione che bisogna intervenire».

    Ritornando alla versione originaria dei voucher, utilizzabili solo per i lavoretti occasionali?

    «Serve un lavoro di analisi settore per settore, che potremo fare solo quando avremo i dati completi della tracciabilità introdotta, voglio ricordarlo, proprio dal governo Renzi. E poi credo che il caso dell’agricoltura possa insegnare qualcosa».

    Che cosa?

    «Oggi i voucher in agricoltura rappresentano meno del 2% rispetto al totale di quelli utilizzati. Prima eravamo su livelli molto più alti, vicini al 15% del turismo, al 14% del commercio, al 12% dei servizi».

    E cosa è cambiato per scendere al 2%?

    «Un anno fa abbiamo circoscritto l’uso dei voucher alle tre categorie di cui parlavamo prima: studenti, pensionati, cassintegrati. E abbiamo introdotto un limite annuale, mila euro, alla somma che il singolo può incassare dallo stesso datore di lavoro sotto forma di voucher. Non è stato facile, il comparto non era d’accordo. Ma credo sia stato giusto e possa essere un modello. Anche se in alcuni settori si può fare di più».

    Quali settori?

    «Nell’edilizia si può pensare a un superamento complessivo dei voucher, forse è il settore a maggior rischio di abusi».

    Non servono anche maggiori controlli e sanzioni più pesanti per chi viola le regole?

    «Giusto discuterne. Sapendo che negli ultimi anni molta strada è stata fatta: in agricoltura, nel 2016, il gettito dei contributi previdenziali è aumentato del 7%, anche grazie ai maggiori controlli».

    Ministro, in ogni caso questi correttivi lascerebbero in piedi il referendum sui voucher che ne chiede la totale cancellazione. Anche con un voucher riveduto e corretto, come crede che voterebbero gli italiani?

    «La stretta sui voucher va fatta a prescindere dal referendum. Come voterebbero gli italiani non lo so. E non credo sia utile ridurre il tutto a un dibattito pre congressuale del Pd».

    E l’altro referendum, quello Sull’articolo 18? D’accordo con il suo ripristino?

    «Non credo nel ritorno al passato. La discussione è stata fatta e sono convinto che il contratto a tutele crescenti sia la strada giusta. La madre di tutte le questioni, compresi i voucher, resta la stessa: rendere il lavoro stabile più vantaggioso di quello precario. Torno a un esempio concreto: con gli sgravi contributivi in agricoltura, nel 2016 abbiamo avuto più di 5 mila contratti a giornata o a tempo determinato trasformati in contratti stabili…».

    Un’ultima cosa, ministro. Ma per le elezioni politiche andremo a votare a giugno?

    «(Ride) Tanto non le rispondo».

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