• Dividerci sarebbe una follia. Non faremo accordi a tavolino

    Intervista pubblica sul Corriere delle sera il 7 dicembre a firma di Monica Guerzoni

    C’è chi spara fiamme su quel che resta del Pd e chi getta acqua per placare l’incendio, scandendo parole come rispetto, unità, responsabilità. E se molti paventano la fine del partito, l’ex segretario Maurizio Martina lavora per scongiurare una devastante scissione.

    Marco Minniti si è ritirato perché non poteva vincere, o perché non aveva il sostegno di Renzi?

    «voglio esprimere massimo rispetto per questa scelta e per come Minniti, che io ritengo una energia fondamentale per il Pd, ha deciso di compiere questo passo. Il congresso serve a ripensare il rapporto del Pd con il Paese e dobbiamo essere tutti all’altezza della responsabilità che abbiamo in questo passaggio. Tanto più di fronte a un governo come questo, che sta facendo scelte pericolose per gli italiani».

    Chiederà a Minniti di sostenere la sua candidatura?

    «Non dobbiamo affrontare il percorso congressuale col pallottoliere, nella logica stretta di chi sostiene chi. Io ho sempre chiesto di poter fare un congresso sulle idee, prima ancora che sui posizionamenti, sulle percentuali e sui nomi. Abbiamo bisogno di chiarezza e di unità».

    L’unica donna in corsa, Maria Saladino, invita i «galantuomini» suoi avversari a ritirarsi. Lei ha mai pensato di lasciare il campo a Zingaretti?

    «Ma no! Pregherei tutti di non complicare una situazione già complicata. Non saranno accordi a tavolino a rilanciare il Pd. Si è mai visto un congresso con una sola ipotesi in campo? È giusto che alle primarie si esprimano, nella chiarezza, posizioni diverse. Dobbiamo dare tutti una mano a questo lavoro, che può essere straordinario se si abbandonano tatticismi».

    Qualcuno gioca al massacro, come ha denunciato Zingaretti?

    «Mi auguro che nessuno voglia giocare al ribasso. Per quel che mi riguarda ho sempre lavorato per tenere assieme pluralità e unità. Dobbiamo discutere di come stiamo dentro per rilanciare il progetto e non di come si esce».

    Renzi lancerà la «cosa nuova» alle europee?

    «Mi auguro assolutamente che non accada. Se ci fosse nel nostro campo un’altra scissione sarebbe una follia. Chi divide il fronte rischia di fare un grande piacere a 5stelle e destra».

    Per Minniti sarebbe un regalo ai populisti.

    «L’ho sempre pensato. Davanti ad altre divisioni a sinistra il giudizio di tutti noi è stato molto severo. La storia si è incaricata di dimostrare che quel passaggio è stato un errore e io non voglio che quel film si ripeta».

    Dice che Renzi rischia di fermarsi al 3%, come Leu?

    «Dico che il fronte va unito e allargato, non diviso».

    L’ex premier è solo contro tutti e rimprovera voi ex Ds di pensare solo alla «ditta», mentre lui pensa al Paese.

    «Io faccio la mia parte per il Pd e per il Paese. Ho girato in lungo e in largo in questi mesi per riportare la nostra voce in luoghi cruciali: da Taranto a Genova, alla nostra grande manifestazione di Piazza del popolo. Da quando ci siamo candidati abbiamo proposto di legare le primarie alla raccolta di firme per un referendum abrogativo del decreto Salvini, pericoloso per il Paese. Ieri abbiamo lanciato l’idea di far nascere dopo le primarie un governo ombra per l’alternativa. dobbiamo allargare, aprire porte e finestre».

    Se vince lei, richiamerá nel Pd Bersani e D’alema?

    «No, si fermi. Non è una questione di gruppi dirigenti, ma di elettori che il 4 marzo non ci hanno votato, hanno dato il consenso a qualche forza della maggioranza e ora sono arrabbiati e disillusi. L’alternativa si costruisce nel Paese, non con qualche riunione tra big».

    È pronto ad allearsi con il M5s per fermare la destra?

    «I 5stelle si sono dimostrati succubi, ostaggi dell’egemonia della Lega e purtroppo non vedo segnali di autonomia. A me interessa il lavoro di raccordo con i tanti che hanno votato per loro e speravano qualcosa di diverso».

    Delrio resterà e voterà per lei. Il capogruppo potrebbe essere la calamita che fa restare nel Pd i pezzi grossi del renzismo, come Lotti, Boschi, Rosato, Guerini?

    «Io penso che nessuno uscirà. E nel paese ci sono tanti democratici che non vogliono altro che dare una mano a cambiare il Pd e renderlo più forte. A loro vogliamo parlare, altro che dividersi».

     

  • Ora basta polemiche. Senza Pd non c’è alternativa

    Intervista a firma di Monica Guerzoni su Il Corriere della sera del 20 settembre 2018

    «Stop».

    Dobbiamo ancora cominciare, segretario Maurizio Martina.

    «Ma io voglio dirlo subito: basta».

    È ancora arrabbiato per il mancato invito alla cena di Carlo Calenda, poi saltata?

    «Non scherziamo. Il problema non sono i nomi, i presenti o gli assenti».

    Però l’ex ministro aveva chiamato Renzi, Gentiloni, Minniti e non lei. Non le riconoscono la leadership?

    «Fermiamo questo dibattito e ripartiamo dalle cose che contano. Dobbiamo avere un grande rispetto per i nostri elettori, per i militanti, per i tanti che ci credono. Giro l’Italia e le persone ci chiedono di stoppare questo dibattito autoreferenziale».

    Fatelo presto. Altrimenti ha ragione Calenda, quando dice che il segretario giusto è uno psichiatra.

    «Smettiamola con queste caricature e cerchiamo di usare parole differenti. Io voglio andare oltre e faccio appello a tutti quelli che hanno voglia di dare una mano. Usciamo da certe logiche astratte e politiciste che ci hanno fatto male. Senza il Pd non c’è l’alternativa a questa destra che fa paura. Voglio che ogni azione sia all’altezza della sfida e chiedo a tutti di fare questo sforzo».

    Perché il 60% degli italiani sta col governo, non con voi?

    «Nel Paese lo spazio dell’alternativa è più grande di quanto non sembri. Questo governo porta l’Italia all’isolamento ed è diventato lo strumento per far saltare il progetto europeo. Di fronte a un rischio epocale, il Pd non può ridursi alle scene di questi giorni. Deve cambiare passo, migliorare, rilanciarsi».

    Per Orfini si deve sciogliere, per Calenda si deve autoestinguere.

    «Non ci estinguiamo e non ci sciogliamo. Dobbiamo aprirci e costruire un nuovo progetto. Quando si pensa al Pd bisogna pensare alle migliaia di persone che tutti i giorni fanno buona politica, si organizzano nei territori, aprono i circoli e amministrano i comuni».

    Perché la voce del Pd in Parlamento non si sente?

    «Noi dobbiamo assolutamente, anche nelle aule parlamentari, rendere sempre più chiaro il nostro profilo di alternativa».

    Occupare l’aula contro una fiducia qualsiasi non è scimmiottare il populismo?

    «No, dovevamo dare battaglia su due sfide fondamentali, vaccini e periferie. Ma ha detto bene Antonio Polito nel suo editoriale sul Corriere. A dieci anni dalla nascita del Pd il mondo è cambiato, è ora di rimettere a fuoco la sfida democratica ripartendo dai più deboli. Anche per questo presenteremo una controproposta di legge di bilancio».

    Cosa ci sarà dentro?

    «Proposte concrete, partendo da giovani, famiglie e investimenti. Un esempio? L’assegno universale per le famiglie, che costa meno di un quinto della flat tax ed è molto più equo. Le poche risorse che ci sono vanno concentrate sui fondamentali dell’equità e della crescita».

    Con quale assetto andrete alle Europee?

    «Orbàn, Salvini e Le Pen propongono la disgregazione dell’Europa. Noi dobbiamo lavorare per una grande alleanza della nuova Europa, anche dopo il voto, dal Pse, a Tsipras e Macron».

    Salvini intercetta le paure degli italiani, voi chiamate in piazza I’«Italia che non ha paura». Cioè, le élite?

    «Per nulla. Dal palco parleranno cittadini con le loro storie d’impegno. La manifestazione del 30 settembre è fondamentale. Faccio appello a tutti perché ci aiutino ad avere una piazza bella, partecipata, popolare, aperta, che sia il segnale della riscossa. Quello slogan segnala la consapevolezza di dover portare il Paese fuori dalla rabbia e dalla paura, sentimenti veri che io non sottovaluto, ma che voglio sconfiggere».

    Invece di dividervi su cene e commensali, perché non fate il congresso?

    «A gennaio, dopo il forum di progetto di ottobre e l’avvio del percorso congressuale, faremo le primarie. Sceglieranno iscritti ed elettori qual è il nostro comune destino, non le interviste di Martina o di altri dirigenti».

    Il 1 ottobre lei si dimetterà? E sfiderà Zingaretti?

    «Come ho sempre detto, il tema non è cosa fa Martina. Proprio perché sono il segretario non ho alcuna intenzione di parlare di me prima di parlare del Pd».

    Renzi parla molto di sé e prepara la sua Leopolda.

    «Siamo un unico partito, dobbiamo smetterla di evocare rappresentazioni che ci dividono e ci fanno sembrare soggetti differenti. Ci si confronta, ma quando si decidere una linea va rispettata da tutti. Una scorciatoia non c’è».

     

  • La direzione presa è giusta

    (intervista pubblicata su l’Adige del 12.04.2017)

    Maurizio Martina, giovane ministro per le Politiche agricole, si sta dividendo in queste settimane tra gli impegni istituzionali – lunedì era a Vinitaly a Verona – e quelli politici, nella campagna per le primarie del Pd del 30 aprile, avendo scelto di scendere in campo al fianco di Matteo Renzi.

    Ministro Martina, l’impressione è che questa volta il popolo delle primarie sarà molto ridimensionato, soprattutto i giovani sembrano aver abbandonato il PD. Orlando sostiene che se parteciperanno meno di due milioni di persone si dovrà parlare di flop. Lei cosa si aspetta?
    Trovo questa polemica preventiva surreale. Il popolo del PD ha sempre saputo sorprenderci. Lo ha fatto anche nei circoli dove più di 260 mila persone hanno già partecipato a un confronto largo sulle idee e sulle proposte per l’Italia. Non sono numeri scontati; sono persone in carne e ossa che dicono la loro. Ora dopo gli iscritti chiediamo agli elettori di darci una mano. Con le primarie del 30 aprile non si sceglie solo il futuro del PD, ma si può dare un messaggio forte di fiducia al Paese.

    E come pensa che il PD possa riuscire a riavvicinarsi a chi si sente deluso o tradito?
    Col massimo impegno per proseguire la sfida di cambiamento dell’Italia. Partiamo dall’ascolto e dalla condivisione delle nostre proposte sul lavoro, sui giovani, per rilanciare uno sviluppo più giusto, più equo, attento al bisogni delle persone, senza lasciare indietro chi è più in difficoltà.

    Lei proviene dai DS, quindi da quella sinistra del PD da cui sono venute le critiche più forti al segretario Renzi, fino all’addio di esponenti importanti come Bersani e D’Alema. Perché ha scelto di sostenere la candidatura di Renzi, presentandosi in ticket con lui, invece di appoggiare Orlando? Qual è il senso di questo ticket?
    Il nostro è un lavoro collettivo che nasce dal basso. Abbiamo un’idea chiara del Partito democratico che vogliamo costruire; un partito popolare, in grado di fare squadra, una comunità fatta di persone che insieme contribuiscano a realizzare scelte utili per il paese. La mozione che abbiamo presentato al Congresso si intitola “Avanti Insieme” perché vogliamo dimostrare che pluralità di idee e unità d’impegno si tengono. Chi pensa ancora al trattino tra centro e sinistra guarda al passato, noi siamo interessati al futuro invece.

    Renzi aveva suscitato grandi speranze di cambiamento per il PD e per il Paese, ma alla fine è stato bocciato sulla riforma che lui stesso aveva caricato di un’importanza decisiva, si è reso antipatico, almeno a giudicare dagli indici di gradimento, e viene accusato di aver spaccato il Partito. Perché gli Italiani dovrebbero credere ancora in lui come candidato alla presidenza del consiglio vista che la sua chance l’ha avuta e non ha funzionato?
    Io credo che l’esperienza del Governo Renzi sia stata molto positiva per uscire dalla palude in cui era l’Italia. E rivendico le scelte fatte in questi anni, a partire da quelle economiche, con il Pil che è tornato a crescere e con 700 mila posti di lavoro in più, fino ai passi avanti fatti nel campo del sociale: la legge sul dopo di noi, la legge sullo spreco alimentare, quella contro il caporalato, gli investimenti nelle periferie, le unioni civili. Un reale avanzamento nel terreno dei diritti e delle tutele. Certo, non sono mancati errori. Quando si lavora si può anche sbagliare. Ma la direzione che abbiamo preso è quella giusta. Dobbiamo proseguire perché c’è tanto da fare. E cambiare il Paese non è affatto semplice. Il Pd con Renzi è l’unica alternativa forte alle derive pericolose di Grillo e Salvini.

    Pensa che i risultati delle primarie del PD avranno delle conseguenze sulla tenuta del governo Gentiloni? Esiste ancora l’ipotesi di elezioni anticipate o ritiene che si arriverà alla scadenza naturale?
    Il Governo è concentrato sulle cose da fare, non certo sulle scadenze. Ci sono priorità urgenti: il rilancio del lavoro, il tema delle nuove generazioni, la cura della persona, il rapporto con l’Europa. Questioni più importanti rispetto al dibattito su quando andremo a votare.

    Molti osservatori temono un effetto negativo dalle Brexit sulle risorse della Pac: i fondi UE per l’agricoltura e in particolare quella di montagna saranno ridotti in futuro? Altro motivo di preoccupazione sono i dazi annunciati dal presidente americano Trump che rischiano di colpire pesantemente anche l’agro-alimentare. Quale risposta possono dare l’Italia e l’Europa?
    Serve un’Europa forte, unita, capace di rilanciare accordi internazionali che aprano i mercati. Servono regole chiare per mercati giusti. Solo i grandi possono affrontare una globalizzazione senza leggi, i piccoli no. L’Italia farà la sua parte per tutelare le piccole e medie imprese che sarebbero le prime vittime della nuova stagione di protezionismi. Lo abbiamo visto con l’embargo russo.

    Il progetto di Human Technopole a Milano vede coinvolta anche la Fondazione Mach di S. Michele all’Adige per la parte che riguarda la genomica e l’agri-food. Il Governo ha stanziato 21 milioni di euro sulle biotecnologie in agricoltura. Queste risorse sono già state messe a disposizione dei centri di ricerca impegnati in questo settore?
    Abbiamo avviato il piano di ricerca che è coordinato dal nostro ente Crea. Finalmente siamo tornati a investire con forza sulla ricerca pubblica in agricoltura per dare futuro alle nostre principali culture. Allo stesso tempo siamo impegnati per fare di Human Technopole un punto di riferimento mondiale per le scienze per la vita, che devono vedere l’Italia sempre più protagonista.

  • Falsi indizi, ora la verità

    (Intervista a firma di Paola Mainiero pubblicata su “Il Mattino” del 12.04.2017)

    Non ha dubbi, Maurizio Martina. Le notizie che emergono dall’inchiesta su Consip sono «inquietanti» e «assai gravi», dice il ministro dell’Agricoltura. Martina oggi è a Napoli in vista delle primarie del Pd del 30 aprile. Alle 17,30, all’hotel Ramada, partecipa a una iniziativa promossa dalla deputata Annamaria Carloni. Il ministro compone con Matteo Renzi il ticket che si candida alla guida del partito. Lavoro, giovani, equità sociale, nuovo sviluppo e rilancio del progetto europeo sono le priorità «essenziali» sulle quali il Pd dovrà concentrarsi per riconquistare gli elettori persi negli ultimi anni. Per Napoli, dove il partito attraversa una lunga crisi, Martina ritiene necessario «un investimento nazionale forte del Pd».

    Ministro, la Procura di Roma indaga su una presunta manipolazione delle intercettazioni nell’inchiesta Consip. Questi nuovi sviluppi cosa le suggeriscono? Non c’è il rischio che siano le indagini giudiziarie a dettare i tempi e i temi della politica?
    «Abbiamo sempre detto con chiarezza della nostra fiducia nella magistratura. Lo dicevamo settimane fa e lo ribadiamo oggi. Le notizie di queste ore relative a manipolazioni e falsi indizi nell’inchiesta sono inquietanti e assai gravi. Bisogna che sia fatta presto piena luce».

    Renzi ha attaccato con toni molto duri il M5s. Sono i cinque stelle il vero avversario del Pd?
    «I cinquestelle hanno una vocazione distruttiva, mentre noi vogliamo costruire. La loro vena antidemocratica si vede anche nelle scelte interne prese solo dal capo così come nelle iniziative che propongono per l’Italia. Basti pensare alla loro posizione pericolosa suivaccini. Anche per questo il Pd ha oggi il compito di costruire una alternativa forte, popolare e credibile alle derive di Grillo e Salvini».

    Come pensate di riconquistare i tanti elettori che votavano Pd e ora votano il M5s?
    «Ascoltando i bisogni, aprendoci, impegnando forze nuove e presentando il nostro progetto a partire da alcune priorità essenziali: lavoro, giovani, equità sociale, nuovo sviluppo e rilancio del progetto europeo. Dobbiamo sfidare ancora vecchi e nuovi conservatorismi e proporre risposte nuove per vincere ancora la partita dei meriti e dei bisogni in questo paese.»

    Tra poco meno di venti giorni il Pd sceglierà con le primarie il nuovo segretario. Orlando ha fissato in due milioni la quota minima di elettori. Teme una scarsa affluenza?
    «Io mi fido del popolo del Pd, che in ogni appuntamento ha sempre risposto con grande partecipazione. In questi giorni nei congressi di circolo più di 260mila hanno partecipato a un confronto unico nel paese: un successo di coinvolgimento che nessun altro partito o movimenti può vantare. Io chiedo a tutti gli elettori democratici di partecipare, di darci una mano e di darci forza andando a votare domenica 30 aprile».

    E favorevole al doppio ruolo premier-segretario?
    «Sì. Come accade in tutta Europa per noi il segretario è anche il candidato alla guida del governo. Si tratta di una scelta di chiarezza verso gli elettori e muove dalla consapevolezza che per governare efficacemente serve avere la massima investitura politica possibile».

    Il dibattito sulla legge elettorale non decolla. Prevale la tattica. Ieri Renzi ha aperto sulla eliminazione dei capilista bloccati. Accertato che il Mattarellum non trova consensi, da dove si parte?
    «Noi faremo di tutto per contrastare questa deriva iper-proporzionale presente oggi. Lavoreremo per introdurre correzioni maggioritarie all’attuale sistema elettorale. Dobbiamo impegnarci al massimo per rilanciare democrazia dell’alternanza e governabilità, perché una democrazia non decidente rischia di fare ancora danni al Paese».

    È favorevole alle coalizioni o difende la vocazione maggioritaria del Pd?
    «Io so che non c’è futuro per il centrosinistra senza un Pd forte e aperto in grado di costruire nuove alleanze sociali. Su questo dobbiamo lavorare. Vogliamo confrontarci per unire e allargare il campo ma contano prima di tutto i programmi e le scelte che si propongono ai cittadini».

    Si voterà in autunno o nel 2018 alla scadenza naturale della legislatura?
    «Chi come me è al governo deve rimanere concentrato ogni giorno sulle scelte da fare non sulla scadenza della legislatura».

    Ieri in consiglio dei ministri sono arrivate alcune scelte importanti anche per le popolazioni colpite dal terremoto.
    «Abbiamo dato il via libera alle Zone franche urbane nei comuni del terremoto. Zero tasse e contributi per due anni per le attività d’impresa che daranno futuro alle aree colpite dal sisma. Un aiuto concreto a chi vuole continuare a vivere e lavorare in questi territori straordinari. In particolare per le nostre esperienze agricole e agroalimentari potrà essere una spinta ad andare avanti più forti».

    Domani (oggi, ndr) sarà a Napoli, città dove il Pd vive da anni una lunga crisi. Serve il lanciafiamme, come disse Renzi, o servono idee, come sostiene Orlando?
    «Serve una nuova stagione del nostro progetto per la città. A partire da un investimento nazionale forte del Pd su Napoli. E una città cruciale per le sorti del Paese, per questo occorre chiamare a raccolta tutte le persone che intendono dare una mano alla nostra sfida. A maggio bisogna iniziare insieme e con il massimo impegno questo lavoro, superando le difficoltà di questi anni».

  • Servono misure per dare lavoro ai giovani

    (Intervista a firma di Tommaso Ciriaco pubblicata su La Repubblica del 5 aprile 2017)

    A dare retta al voto dei tesserati, il congresso sembra già finito. È così, Maurizio Martina?

    «Siamo soddisfatti. Ma sa cosa mi rende davvero orgoglioso? Siamo gli unici ad aver mobilitato 266 mila persone in carne ed ossa, quindi l’unica alternativa ai partiti personali. Gli iscritti hanno scelto con nettezza la nostra proposta. Il 30 aprile c’è il secondo tempo, di fronte agli elettori».

    Orlando e Emiliano puntano sul voto dei delusi scissionisti, fuori dal Pd. Un appello che giudica corretto?

    «Lo considero inefficace. La domanda del nostro popolo è di unità».

    Considera l’esito dei gazebo scontato o è passibile un ribaltamento?

    «Il congresso si chiude il 30 aprile. Dobbiamo lavorare per allargare la partecipazione. E per far passare un messaggio: le primarie come primo atto della sfida per battere la destra, Grillo e Salvini, rafforzando il Pd. Anche in chiave europea sarà un passaggio utile, sperando in Schulz in Germania e magari Macròn in Francia».

    Per ora hanno anche denunciato alcuni brogli e numeri taroccati, però.

    «Una polemica che amareggia. Abbiamo strumenti per intervenire su casi singoli. Ma niente può scalfire un dato netto attorno a un candidato e a un progetto».

    Occhio a non mostrarvi troppo trionfalistici, in passato non ha giovato.

    «Massima umiltà. Stiamo usando i toni giusti: zero polemiche con gli altri candidati e attenzione al “noi” e alla squadra».

    Giudica deludente la performance di Emiliano e Orlando?

    «Non giudico. L’importante è il rispetto reciproco. Poi da maggio la squadra sarà composta anche dai candidati alternativi alla nostra mozione, se vinceremo».

    Immagina una segreteria mista?

    «No, non è un tema di gruppi dirigenti futuri».

    L’asticella per parlare di un successo ai gazebo è due milioni?

    «Non metto asticelle».

    Cosa cambia se Renzi prende il 50% o il 70%?

    «Non faccio previsioni sulle percentuali. Ma una vittoria è una vittoria».

    È vero che se vince Renzi continuerà la scissione, come giura Emiliano?

    «Ciascuno utilizza gli argomenti che più gli appartengono, comunque non sarà affatto così. E credo sia sbagliato evocare questo tema. Noi lavoriamo per un Pd migliore, non contro il Pd. Gli elettori sanno che l’avversario sono la destra e il M55».

    Le primarie si giocano anche sulle alleanze. I vostri avversari puntano tutto su un centrosinistra ampio. E voi?

    «Il nostro campo è un centrosinistra rinnovato e riorganizzato».

    Con un veto su Bersani?

    «Non utilizzo la categoria del veto. Dico che serve un Pd forte in grado di costruire alleanze sociali solide. Mi colpisce l’ossessione di chi da Napoli ( Mdp, ndr ) indicava solo la distanza che li separa da noi».

    Per essere conseguenti alle critiche ai ministri tecnici, aumenterete il pressing su Gentiloni dopo il 30 aprile?

    «Lavoriamo al fianco del premier. Siamo nella stessa squadra, ci interessa rafforzare crescita e occupazione. Esempi? L’abbattimento strutturale del costo del lavoro per i giovani, e la conferma che Iva e benzina non verranno toccate».

    Quest’ultima è ancora in campo.

    «Non mi pare proprio».

    Esiste ancora lo scenario di elezioni nell’autunno 2017?

    «Rispondo che al governo abbiamo un solo dovere: lavorare, lavorare, lavorare».

    Magari anche sulla riforma elettorale, che latita? È vero che porterete a maggio il Mattarellum in Aula?

    «Serve una correzione maggioritaria. Ritengo che sia giusto portare al voto il Mattarellum, in modo da verificare in Parlamento i numeri. Le prossime settimane serviranno a mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità. Non conta più il dibattito da Transatlantico, ma quello che si voterà nelle sedi parlamentari».

  • Renzi unica chance anti-Grillo e Salvini

    (Intervista pubblicata su Gazzetta di Mantova il 1 aprile 2017)

    «Il Pd con Renzi è l’unica alternativa ai populismi di Grillo e Salvini». Così il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina si presenta ai mantovani. Oggi pomeriggio alle 15.30 sarà a Moglia per sostenere il sindaco Simona Maretti impegnata nella campagna elettorale per il secondo mandato. L’appuntamento è nella nuova sede di «CambiaMoglia», la lista che l’appoggia. Martina sveste, per un attimo, i panni del ministro e si cala in quello di braccio destro di Renzi nella corsa alla segreteria nazionale del Pd, suo equilibratore e procacciatore di voti tra quegli iscritti e quei simpatizzanti provenienti dalla tradizione di sinistra che, ad un certo punto dopo la sconfitta al referendum istituzionale e la traumatica scissione di Bersani e D’Alema, si sono sentiti senza più un riferimento. Martina arriva nel Mantovano nel weekend in cui si concludono i congressi di circolo che stanno dando un larghissimo seguito a Renzi. Il capoluogo si sta rivelando la roccaforte dell’ex premier ed ex segretario: finora il consenso su di lui ha raggiunto l’85% e domani è in programma la convenzione dei circoli 1 e Mantova in salute che contano 155 iscritti dei 393 registrati in città.

    Che cosa significa il ticket Renzi-Martina per il Pd? Forse un modo per bilanciare la tendenza dell’ex segretario a muoversi come l’uomo solo al comando?

    «Significa squadra e vale per tutti. Non riguarderà solo due persone ma tanti che lavoreranno con noi. Vogliamo dimostrare che pluralità di pensieri e unità d’impegno stanno insieme nel Partito democratico».

    Renzi si avvia a vincere nei circoli con una percentuale di consenso molto alta; che cosa dovrebbe proporre di nuovo per convincere i non iscritti al partito a votarlo alle primarie? E quanta gente dovrebbe andare alle urne il 30 aprile per considerare le primarie un successo?

    «Intanto vorrei dire che la partecipazione nei nostri circoli di migliaia di iscritti in questi giorni è un bellissimo segnale di impegno. Il Pd è l’unico partito in grado di organizzare un conforto così largo e partecipato e di questo dobbiamo essere orgogliosi. Le primarie di fine aprile sono un’altra tappa utile per coinvolgere in particolare i nostri elettori. Sono sicuro che andranno in tanti, stupendoci ancora una volta. Noi dobbiamo continuare a presentare il nostro progetto per il Partito Democratico e per l’Italia proponendo idee utili a partire dal lavoro, dai giovani, dalla cura delle persone. Dall’equità e dal rilancio dello sviluppo. Il Pd con Renzi è l’unica alternativa forte possibile alle derive dannose dei Grillo e dei Salvini».

    Cosa risponde a chi accusa il governo Gentiloni di essere troppo appiattito su quello che lo ha preceduto guidato da Renzi?

    «Un governo si giudica per quello che fa. E noi stiamo portando avanti scelte e impegni in coerenza con lo sforzo di cambiamento promosso in questi anni. Dobbiamo stare concentrati su alcuni temi decisivi per l’Italia come il rilancio del lavoro e dello sviluppo sapendo che su questo in particolare verremo valutati».

    Sondaggi riservati del Pd la indicherebbero come l’uomo giusto, in Lombardia, per sfidare Maroni alle elezioni regionali del prossimo anno. Cosa ne pensa?

    «Penso che il Pd e il centrosinistra hanno tante energie utili in Lombardia per vincere le prossime elezioni. Di sicuro io darò una mano. Siamo una squadra oggi e lo saremo anche domani quando presenteremo ai lombardi la nostra proposta per il futuro della Regione».

  • Bisogna evitare lo stallo. No al dialogo con gli scissionisti

    (Intervista a firma di Ettore Maria Colombo pubblicata su Nazione – Carlino – Giorno del 24.03.2017)

    Parla Maurizio Martina (nella foto, classe 1978, bergamasco, dal 2013 ministro all’Agricoltura), uomo mite quanto di sinistra. Forse è per questo che Renzi lo ha scelto per fare il ticket in vista delle primarie.

    La legge elettorale è ferma. Finiremo nella palude come teme Prodi o addirittura a Weimar, come dice Veltroni?

    «Siamo in una condizione di fragilità politica determinata, purtroppo, anche dall’esito negativo del referendum. Questo lento scivolamento verso il proporzionalismo è da bloccare e fermare. Bisogna prendere un’iniziativa in Parlamento. Agli altri partiti dico: non basta dire no al Mattarellum. Lavoriamo subito, già dalle prossime settimane, per una soluzione, senza tergiversare, anche prima delle primarie. Sarebbe prezioso riprendere i collegi uninominali, base del Mattarellum. Poi c’è anche l’ipotesi di portare l’Italicum al Senato. In via generale dobbiamo garantire la governabilità e fare di tutto per garantire una democrazia dell’alternanza in grado di offrire un rapporto forte tra cittadini ed eletto.

    Alleanze coi centristi di Alfano o i Progressisti di Pisapia?

    «Noi partiamo dal centrosinistra. Sono interessato a sviluppare un dialogo, prima di tutto, con Pisapia. Penso anche che sia importante la nascita di Alternativa popolare in un’area centrista con un giudizio molto severo verso Salvini e il centrodestra La premessa fondamentale è allearsi con chi vuole unire e allargare il campo del centrosinistra, come è successo a Milano, e non dividere».

    Lei in ticket con Renzi: una spruzzatina di sinistra e basta?

    «No, affatto. È l’idea di una squadra plurale che neppure le nostre due esperienze bastano a rappresentare, una proposta di cambiamento e rilancio del Pd che deve tornare a sentirsi protagonista di una fase nuova. Per noi il segretario è anche il candidato premier, ma chi legge il nostro ticket nell’ottica del trattino è fermo a dieci anni fa. Gli altri candidati hanno scelto un solo uomo per rappresentarsi. Noi abbiamo scelto una via corale».

    Come sta andando il confronto: teme che volino gli stracci?

    «Noi siamo costruttivi, non facciamo polemiche interne».

    Se nessuno supera il 50% c’è il ballottaggio in Assemblea. Teme ribaltoni?

    «Sono convinto che le primarie avranno un vincitore netto, Renzi, e che, da maggio, un Pd plurale e forte, dopo una sfida che avrà coinvolto migliaia di persone, saprà parlare meglio al Paese».

    Bersani vuol dialogare con i 5 Stelle. Voi dialogate con Mdp?

    «Io penso che il Pd deve dialogare con gli italiani, tutti, anche quelli che votano i 5 Stelle, ma penso agli elettori, non ai dirigenti. II confronto tra gruppi dirigenti a Roma non coglie affatto il punto anche perché i loro comportamenti sono inaccettabili. Con Mdp non vedo dialogo possibile. Nelle città decideranno i Pd dei territori».

    Il rapporto tra il Pd e il governo è sempre più faticoso…

    «No, stiamo facendo un lavoro comune, sapendo che abbiamo le stesse responsabilità. Spetta a noi fare bene e al Pd arricchire di contenuti la proposta del governo. Obiettivo di tutti è sostenere una ripresa ancora faticosa, ma che c’è e che va irrobustita sostenendo la crescita e l’occupazione».

    Avete tolto i voucher per paura della Cgil?

    «Abbiamo fitto una scelta forte e chiara, eliminando uno strumento che si prestava a storture di ogni tipo per sviluppare strumenti alternativi che tutelino meglio i lavori accessori e intermittenti».

    La Ue celebra i suoi primi 60 anni. Quale Europa domani?

    «Dobbiamo passare dal Fiscal Compact all’Europa sociale e fare un salto di qualità su due fronti: più Europa politica, eleggendo anche il presidente della Commissione in via diretta, e più strumenti a tutela dei cittadini sui fronti del lavoro e dell’occupazione. Il compito del Pd dentro il Pse è anche questo».

  • La mozione Renzi – Martina in 20 punti

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  • Non cederemo alla Ue, la ripresa va sostenuta

    (Intervista a firma di Marco Conti pubblicata su Il Messaggero del 20.03.2017)

    Ministro Martina, ha visto in Germania! Schulz è stato eletto presidente della Spd con il 100% dei voti. Che significa per un partito andare ad elezioni in maniera così compatta?

    «Significa molto non solo per la Germania ma per l’intera Europa. Schulz è una speranza non solo per il campo socialdemocratico tedesco, ma per le prospettive di tutti i progressisti europei. Soprattutto in vista di una settimana importante come quella che avremo a Roma con l’anniversario dei Trattati. Loro, come noi, possono essere protagonisti di una svolta sociale e politica della Ue di cui abbiano enormemente bisogno».

    Sabato però arriverà a Roma ancora la Merkel. Pensa sia una Cancelliera un po’ diversa anche per la non facile trasferta a Washington?

    «L’appuntamento di Roma è importante per tutte le famiglie europee e per chi crede ad una svolta dal fiscal compact all’Europa sociale. I progressisti hanno una grande questione: come tenere assieme società aperta e identità e continuare a far vivere la Ue come strumento forte di sovranità per proteggere e promuovere i nostri cittadini».

    Quindi Europa come tema centrale anche delle primarie Pd?

    «Certo. Di qui passa una parte importante della nostra identità e della proposta che faremo agli italiani. Siamo per un riscatto democratico dell’Europa e nella mozione depositata con Renzi proponiamo fra l’altro l’elezione diretta del presidente della Commissione per un rapporto forte tra cittadini e massima autorità europea. In più, per il campo progressista, proponiamo le primarie transnazionali per scegliere il candidato».

    Europa sociale che significa?

    «Per noi vuol dire prendersi cura dei più deboli prima di tutto. A partire da un’assicurazione europea contro la disoccupazione, ma poniamo anche il tema di una Schengen per la sicurezza, il ministro del tesoro unico d’Europa e armonizzazione dei sistemi fiscali in modo da decidere a livello europeo politiche di premialità per alcuni contesti. E qui in particolare c’è la proposta legata al Mezzogiorno di istituire delle zone economiche speciali che abbiano tassazioni armonizzate europee semplificate. Non può accadere, come è oggi, che ci sia una fiscalità di vantaggio per l’est Europa e una sofferenza per tutta l’area mediterranea».

    A proposito di Renzi e del ticket fatto per le primarie. La vostra è una coppia destinata a durare o limitata alla fase congressuale?

    «Questa è una proposta che vuole esprimere sino in fondo il carattere plurale ed unitario della nuova stagione del Pd. Va oltre i nostri due nomi. E’ l’idea di una squadra che si fa carico di essere gruppo dirigente plurale».

    Proposta plurale significa anche aggregare altre forze o il Pd andrà per conto suo?

    «Lo vedremo. Per noi è importante presentare agli italiani un programma di cambiamento del Paese che risponda agli interessi e ai bisogni delle famiglie e dei cittadini. Le alleanze si fanno sui programmi e non prima».

    Pensa sia quindi difficile cambiare la legge elettorale?

    «Dobbiamo fare di tutto perché non si scivoli verso un sistema iper-proporzionale. Occorre tenere il più possibile il punto sull’alternanza e sulla possibilità che deve avere il cittadino di potere esprimere direttamente la scelta di governabilità. Per noi il modello migliore è il Mattarellum, vedremo se ci saranno le condizioni per lavorare su questo. Fondamentale è che il 4 dicembre non ci faccia ripiombare in una logica dove la governabilità viene messa in discussione al punto da non salvaguardare i principi minimi che permettano ai cittadini di dire chiaramente chi vogliono al governo».

    Nel frattempo c’è il governo alle prese con la manovra correttiva. Gentiloni sostiene che il quadro è più fragile. Pensa si riferisse anche alla scissione del Pd?

    «Naturalmente il quadro è più fragile perché ciò che è accaduto non ha fatto bene alla maggioranza. Inutile negarlo. Penso però che la determinazione con la quale si stanno affrontando alcuni punti importanti sia quella giusta. Anche nei confronti dell’Europa dobbiamo tenere una linea di condotta che abbia innanzitutto come faro il sostegno a crescita e lavoro. Tutte le scelte devono essere conseguenti a questo e non dobbiamo fare scelte che soffochino quel po’ di ripresa che si è generata».

    Nella mozione avete scritto che il segretario sarà anche candidato premier. Ma ci saranno candidati premier alle prossime elezioni?

    «Noi lo abbiamo ribadito in maniera chiara. Così come accade in tutta Europa anche perché la legittimazione dà forza e peso al governo».

    Non teme l’effetto Bersani? Ovvero che in caso di non vittoria il candidato-premier sia il primo a doversi far da parte?

    «Non credo. Quella era un’altra stagione».

    Per anni la sinistra ha definito Forza Italia come “partito di plastica”. Come definirebbe ora i grillini?

    «Lì c’è un solo uomo al comando esattamente come accadeva per la destra. E’ evidente che l’utilizzo del web è solo un artificio, un’illusione ottica per nascondere questa leva di potere interna stretta su una persona sola».

    Torniamo al governo. Avete cancellato i voucher per paura del referendum o perché non servono?

    «Condivido la scelta fatta con il presidente e tutti i ministri di togliere dal tavolo delle prossime settimane un argomento che rischiava di essere molto divisivo, al di là dei sondaggi e uno strumento che ha generato storture molto complesse. Rimane ora la necessità di lavorare con le parti sociali per individuare strumenti per tutelare il lavoro intermittente, il lavoro saltuario. Il nostro impegno, e quello in particolare del ministro Poletti, è rivolto ad affrontare il tema delle famiglie e delle piccole imprese».

    Altro tema che si affaccia in Parlamento è quello dei magistrati impegnati in politica che poi tornano a fare i giudici. Che ne pensa?

    «Che occorra una riflessione, senza accelerazioni. il Parlamento è la sede giusta. Vedremo».

  • Con Renzi per un Pd popolare

    (Intervista a firma di Maria Zegarelli pubblicata su l’Unità del 17.03.2017)

    «Non vogliamo riavvolgere il nastro della storia, non ci rassegniamo a un ritorno fuori tempo massimo alle antiche case madri. Vogliamo rafforzare il progetto del Pd con parole nuove e con un lavoro collettivo, fuori dall’idea che il partito sia un rifugio».

    Al Lingotto la platea si è spellata la mani quando il ministro Maurizio Martina ha pronunciato queste parole, sarà anche per questo che Matteo Renzi lo ha voluto in tandem con lui nella corsa alle primarie, per iniziare quel gioco di squadra che finora non è decollato. Figura non divisiva, costruttore di ponti, qualcuno dice.
    Qualcun altro taglia corto e sostiene che l’ex segretario l’abbia voluto perché il ministro, 38 anni, ex Ds, può «coprirlo a sinistra» sottraendo consensi ad Andrea Orlando. In realtà dalla sua ha un’esperienza politica di cui Renzi ha parecchio bisogno in questo momento per ridare slancio al Pd.

    Nel movimento studentesco, poi consigliere comunale con una lista civica, segretario della sinistra giovanile e poi via via una gavetta sempre a salire nei Ds fino ad arrivare al governo, come sottosegretario nel 2013 con il governo Letta.
    Durante questa lunga chiacchierata racconta che come prima iniziativa elettorale, dopo il Lingotto, ha scelto il Museo della Casa Cervi, la casa dei sette fratelli uccisi dai fascisti, perché, spiega che la metafora di questa avventura è ispirata da Aldo Cervi e dal quel mappamondo piazzato sul suo trattore. Aveva colto la direzione il giovane figlio di Alcide. E adesso spetta al Pd cogliere la propria se vuole riaprirsi a pezzi di elettorato che hanno deciso di guardare altrove.

    La mozione presentata con Renzi cita Gramsci. Svolta a sinistra?
    «In realtà credo che stiamo semplicemente interpretando nel modo migliore l’idea di una proposta che si rivolga al Pd e al Paese in modo largo e partecipato. Questa è una mozione che nasce dal basso, dai giorni intensi e molto belli del Lingotto, con il contributo di tanti che hanno voluto partecipare con noi a tre giorni di confronto molto forte. Questo sforzo e questa questa tensione li abbiamo voluti rappresentare nel titolo della mozione, “Avanti, insieme”. Stiamo, cioè, rappresentando un’idea chiara del Pd che vogliamo: un partito in grado di fare squadra, di persone che insieme, a vari livelli, lavorino per la stessa prospettiva. Un partito popolare, alternativo ai populisti».

    Decontribuzione totale per l’assunzione dei giovani per i tre anni: questa è una delle proposte contenute nella mozione. Una misura stabile, considerato il crollo delle assunzioni a tempo indeterminato che si è registrato quando sono finiti gli sgravi per le imprese?
    «Il terna che ci poniamo è quello di un avanzamento radicale di tutte le politiche di sostegno all’occupazione giovanile. Sappiamo che sono stati fatti passi in avanti importanti negli ultimi tre anni con le scelte che abbiamo compiuto attorno ai terni del lavoro, ma dobbiamo fare di più. C’è bisogno di essere ancora più forti sul versante dell’occupazione giovanile concentrando le politiche di defiscalizzazione in particolare sul versante di genere e di generazione. In parte queste scelte sono state impostate in questi anni, ma non ci sfugge la necessità di essere ancora più netti nei prossimi anni perché l’occupazione resta il nostro chiodo fisso, è questa la madre di tutte le battaglie, il cuore della nostra sfida sociale».

    Andrea Orlando critica il ticket, dice che quel trattino Renzi-Martina fa fare un salto indietro.
    «Credo in realtà il trattino ce l’ha una certa visione del Pd che sembra sia interpretata più da altre proposte che non certo dalla nostra. Noi non abbiamo trattini. Dal primo minuto abbiamo lavorato per il superamento di un’idea di partito che torna ad avere il trattino. Nella proposta di fondo c’è una diversità chiara tra la prospettiva che propongono Andrea o Emiliano rispetto alla nostra. Noi non vogliamo tornare indietro, come dimostrano i contenuti della nostra mozione che mirano ad un progetto di un partito compiutamente unitario e pienamente di centrosinistra».

    AI Lingotto ha detto “la sinistra siamo noi”, Dario Franceschini sostiene, invece, che i numeri inducono a fare i conti con il centrodestra. A chi guarda il Pd di Renzi e Martina?
    «Noi prima di tutto dobbiamo avere forti contenuti programmatici e forti proposte per rivolgerci a tutti i cittadini sapendo che le prime alleanze sono quelle sociali, che si costruiscono con i bisogni e gli interessi dei cittadini. Se non partiamo da qui rischiamo di non farci capire. Poi, è chiaro che noi guardiamo al centrosinistra, siamo un soggetto fondamentale di quest’area, a questo abbiamo lavorato in questi anni. Siamo dunque interessati a sviluppare un ragionamento che sul programma costruisca dei punti di sintesi e delle convergenze dopo le primarie, quando toccherà a noi far vivere le esperienze del Pd. Dialogo al centro e a sinistra, con chi ha una visione unitaria e non divide, a partire da un programma forte di cambiamento del Paese».

    Uno dei workshop più partecipati al Lingotto è stato quello sul partito. Quale è il messaggio che vi è stato recapitato dalla base?
    «La proposta che noi facciamo è quella di un partito pensante, in questa parola c’è tanto della sfida che dobbiamo vincere per avere un partito radicato nei territori, capace di essere strumento di relazione con i cittadini, di fare comunità, di essere utile, che riparta dai circoli, dalle competenze e che offra strumenti di analisi. Sono convinto che l’alternativa al populismo si costruisca con un partito popolare. Infine, considero fondamentale la formazione anche con una scuola politica stabile, permanente. È cruciale soprattutto di fronte ai cambiamenti che abbiamo davanti ».

    Pensante ma anche più pesante?
    «Un partito vivo. Dobbiamo superare la discussione tra pesante o leggero che non ci ha portato da nessuna parte. C’è bisogno di un partito attivo e reattivo, capace di rispondere a Federico, quel ragazzo di 17 anni che ha preso un treno ed è venuto a Torino per porci delle domande».

    L’altro giorno al Senato, durante la discussione sulla mozione di sfiducia individuale al ministro Luca Lotti, Michele Gotor è stato ancora più duro del M5s. Se lo aspettava da un suo ex compagno di partito?
    «Penso che purtroppo abbiamo assistito ad una involuzione di merito e nello stile che dice molto della deriva che si sta prendendo dopo la scissione in alcuni ambienti. A me dispiace molto perché credo che sia stato quel modo di ragionare davvero incompreso ai più. La deriva a cui stiamo assistendo fa saltare parecchie coerenze rispetto a posizioni assunte in passato dalle stesse persone che adesso scelgono questa strada».

    Lei è in campagna elettorale ma anche ministro del governo Gentiloni che lavora alla manovra. Per Piero Fassino la priorità in questo momento è abbassare il debito pubblico. Renzi chiede che non si alzi la pressione fiscale. Che direzione prenderà il governo?
    «Le priorità per noi rimangono il lavoro e il sostegno alla crescita. Dobbiamo fare di tutto per irrobustire tutte le misure e gli strumenti a sostegno dell’occupazione degli investimenti. Anche in queste ore stiamo ragionando, ad esempio, di voucher. Io sono per interventi forti, radicali, che ci aiutino a superare anche queste situazioni».

    Eliminerete del tutto i voucher?
    «Vediamo, io sono per un intervento netto da parte del governo su questi temi. In generale, credo che si debbano fare scelte utili a sostenere crescita, investimenti e lavoro. Tutto quello che faremo dovrà essere misurato con questo obiettivo, a partire dalle prossime settimane. La legge di Stabilità sarà un tenia dell’autunno».

    Martina-Renzi, davvero “diversi ma uniti” è possibile?
    «Assolutamente sì. Questo è il compito della nostra generazione. Non dobbiamo ripercorrere la malattia che tanto male ha fatto alla sinistra negli anni. Noi abbiamo anche questo compito, credo che nella diversità di sensibilità, di proposta e nella nostra capacità di sintesi ci sia una delle sfide più grandi per il Pd».

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