• Perchè la terra ai giovani è la strada giusta

    (Lettera pubblicata su il Corriere della Sera del 16.10.2017)

    Caro direttore,
    le interessanti riflessioni che Susanna Tamaro e Andrea Segrè hanno affidato al Corriere della Sera meritano un approfondimento, tanto più oggi che celebriamo la giornata internazionale dell’Alimentazione e a seguito del G7 Agricoltura di Bergamo che si è chiuso ieri. Appuntamenti che rilanciano gli impegni per azzerare la fame entro il 2030 e proteggere 5oo milioni di famiglie nel mondo che vivono di agricoltura: sono loro i protagonisti rurali a tutte le latitudini del pianeta.
    Lavorare sempre di più per tenere insieme difesa dei loro redditi e rispetto dell’ambiente e della biodiversità è la nostra priorità.
    Produrre meglio, sprecando meno è l’imperativo e proprio in questo contesto offriamo al confronto con gli altri Paesi le distintività e l’esperienza unica dell’Italia. Ecologica e tecnologica, così immaginiamo la nostra agricoltura davanti alla sfida dell’adattamento climatico.

    In questa prospettiva lavoriamo con impegni concreti. Lo facciamo affiancando migliaia di aziende agricole del nostro Paese, promuovendo la sostenibilità a partire dal biologico, favorendo la diffusione delle nuove tecnologie per ridurre gli sprechi e rendere più efficienti le imprese. Non c’è dubbio che ci sia ancora molto da fare. Susanna Tamaro e Andrea Segrè pongono all’attenzione di tutti il tema centrale del sostegno ai redditi per chi vive di agricoltura, a partire dai giovani che si vogliono spendere con passione in questa esperienza. Li ringrazio per questa attenzione perché credo essenziale che il Paese ne discuta, ben oltre gli addetti ai lavori. Perché il rinnovamento generazionale è decisivo per garantire una prospettiva di sviluppo all’agricoltura italiana.

    Anche la formazione permanente resta una frontiera centrale di questa sfida. Sono interessato a capire come possiamo fare meglio su ambo i fronti. In particolare sulla questione formativa abbiamo aperto da tempo un confronto assai positivo con il ministro Fedeli per sviluppare nuovi impegni. Sul fronte della tutela del reddito, invece, la ragione che ci ha spinto a eliminare in questi anni le principali tasse agricole è stata proprio quella di sostenere, anche così, chi vive di agricoltura. E l’impegno che abbiamo promosso per sperimentare maggiore tracciabilità e trasparenza in etichetta è coerente con questo sforzo.

    Tutto ciò ha trovato proprio nei giovani agricoltori italiani un punto di forza essenziale. Accanto a formazione e sostegno al reddito credo non vadano mai dimenticati altri due nodi per favorire il loro protagonismo effettivo: l’accesso alla terra e al credito. Noi stiamo provando a lavorare anche su tutto questo. Abbiamo compiuto alcune scelte, ad esempio destinando terre pubbliche, per anni incolte, proprio ai giovani attivando mutui a tasso zero dedicati a loro o azzerando per tre anni i contributi previdenziali a carico degli under 4o che aprono nuove aziende agricole.

    Tutto questo ha mosso la situazione in modo positivo tanto che vogliamo andare avanti con nuove misure coerenti con questa impostazione. C’è un dato che ci dice che la strada è giusta: dal 2014 le imprese di giovani agricoltori sono cresciute da 55 mila a 7o mila. Storie di chi ha scelto non di«tornare» alla terra, ma di guardare al futuro. C’è un pensiero di uno di loro che mi ha colpito molto. Sul suo sito Carlo Maria ha scritto «Non avevo terra, non avevo un soldo ma avevo un sogno, fare l’agricoltore». È nostra responsabilità quotidiana contribuire con passione alla realizzazione di questo sogno.
    Per questo bene facciamo a riflettere pubblicamente su come aiutare di più una nuova generazione a coltivare il proprio futuro.

  • Il Cibo, una questione di cittadinanza

    (Intervista a cura di Franco Cattaneo pubblicata su L’Eco di Bergamo del 16.10.2017)

    Terminato sotto il sole nel verde diAstino il G7 sull’agricoltura, il ministro Maurizio Martina è partito per Roma dove oggi i ministri partecipano, alla Fao, alla Giornata internazionale dell’alimentazione per ascoltare le parole di Papa Francesco. «C’è un ponte ideale fra il nostro vertice e questa assise», dice, insistendo sul «passo avanti» compiuto a Bergamo, una terra predisposta a recepire e a coltivare concetti chiave del vertice internazionale come cooperazione, dialogo, unità d’intenti e vicinanza alle tragedie dell’Africa.

    Si nota questa soddisfazione fra i 7, che in realtà sono 9 con il commissario europeo e l’inviata dell’Unione africana.
    «Sì, e da parte mia aggiungo il grande orgoglio per la nostra città e per il nostro territorio. Penso che abbiamo svolto un lavoro molto utile ed è impressionante come le delegazioni siano rimaste affascinate dalla bellezza di Bergamo. Un grande ringraziamento alle forze dell’ordine, all’amministrazione comunale e provinciale, a tutte le associazioni che hanno partecipato e ai cittadini. Bergamo ha confermato la possibilità di organizzare al meglio questi appuntamenti in forma molto aperta. Mipermetto di dire che questo è stato il G7 di gran lunga più partecipato dalla società civile e anche di questo vado orgoglioso».

    Sul piano politico l’intesa completa non era scontata, considerando le posizioni dell’America di Trump.
    «Non lo era e per questo la Dichiarazione diBergamo condivisa all’unanimità è un passo avanti decisivo. Se si ragiona in termini generali, per esempio sui cambiamenti climatici, ci sono posizioni diverse e si fatica a trovare una sintesi comune. Ma se si atterra nel concreto, sulla relazione fra eventi atmosferici estremie sviluppo agricolo, allora si trovano le convergenze utili. Ed è quel che è avvenuto».

    In sostanza il ministro americano Sonny Perdue s’è rivelato disponibile.
    «È così. Il rappresentante di Washington è stato governatore della Georgia, uno Stato agricolo, ed è un uomo di notevole esperienza in questo campo. Ha lavorato con disponibilità al comunicato finale e hariconosciuto concretamente il problema che dobbiamo affrontare».

    La gestione dei rischi ambientali resta lo snodo centrale.
    «Quel che sta accadendo inAfrica e in altre parti del mondo rende il governo dell’impatto dei disastri ambientali una questionepurtroppo molto concreta. C’è l’urgenza di avere nuovi strumenti per le piccole e medie imprese familiari che sono il tessuto fondamentale di ogni agricoltura nel mondo. È la grande sfida aperta per tutti. Per questo, come presidenza italiana del G7, daremo mandato alla Fao perché si individuino, attraverso le nuove tecnologie, gli strumenti che consentano di prevenire e contenere l’effetto devastante delle calamità naturali sul mondo agricolo. Dobbiamo insistere sulla prevenzione e sulle informazioni meteorologiche in tempo utile, sulla massima diffusione delle tecnologie per sostenere le esperienze locali: un ambito non scontato nei contesti più deboli. La cooperazione agricola ha il suo focus strategico sull’Africa e ci siamo detti che il problema ci riguarda, coinvolge tutti. Dunque, dobbiamo condividere buone pratiche di uno sviluppo innovativo».

    Avete anche affermatoil principio del cibo come questione democratica.
    «La consapevolezza del nesso inscindibile fra l’accesso al cibo, le disuguaglianze e le migrazioni è stata discussa nella sessione finale. Abbiamo segnato una tappa nuova nel rapporto con l’Africa, perché l’immediatezza di alcune possibilità di coop erazione si possono misurare proprio apartire dalle conoscenze pratiche del mondo rurale dei Paesi del G7. Abbiamo declinato dallato dellanostra agenda agricola l’impegno sottoscritto dai capi di stato e digoverno al vertice dei Sette Grandi a Taormina raggiungere l’obiettivo “fame zero” entro il 2030 stabilito dall’Onu e, in particolare, siamo al lavoro perché nei prossimi anni 500 milioni di persone escano dalla denutrizione. La commissariaJosefa Sacko ci ha descritto le condizioni drammatiche, specie di alcune aree del continente: carestia, siccità, fame. Ci ha spiegato itentativi messi in atto e i nuovi strumenti adottati dall’Unione africana, ci ha chiesto unamano e ha ricevuto la massima attenzione. Dopo il summit le relazioni con quel continente escono rafforzate».

    Sono entrate nel lessico istituzionale parole-chiavecome«empowerment», cioè il conferire autorità, e resilienza, cioè la capacità di recupero. «”Empowerment” è nel titolo della Dichiarazione di Bergamo. Vuol dire riconoscere la centralità dell’investimento che dobbiamo fare sugli agricoltori e sui produttori per uno sviluppo equilibrato e sostenibile, per arginare le ferite della disuguaglianza. In definitiva, per fare dell’alimentazione una grande questione di cittadinanza e di democrazia».

    Dimensione locale e global: il G7 intende adottare politiche concrete per la tracciabilità e lo sviluppo di sistemi produttivi legati al territorio.
    «Abbiamo trovato un linguaggio comune per valorizzare le esperienze agricole locali, consapevoli che riconoscere questo è un fattore importante nello scenario competitivo mondiale. L’Italia, insieme con l’Unione europea, spingemoltoperlapriorità delle indicazioni geografiche e ci siamo ritrovati nel muoverci insieme perché questo avvenga ad ogni latitudine. Non ultimo, c’è anche l’impegno a rafforzare la trasparenza nella formazione dei prezzi: più è alta, maggiore è la tutela dell’anello debole, che spesso èl’universo deiproduttori».

  • Più tutele per gli agricoltori e meno sprechi alimentari. Così lasceremo un segno

    (Intervista a firma di Luca Balzarotti pubblicata su Il Giorno Lombardia del 12.10.2017)

    Giappone, Stati Uniti, Canada. Francia, Germania e Regno Unito. E l’Italia nel ruolo di presidente. Sabato e domenica, i sette Paesi più influenti si riuniranno a Bergamo per il G7 dell’agricoltura. Sessioni e incontri dove i ministri si confronteranno anche con l’Unione Europea, la Fao, l’Unione Africana.

    Ministro Martina, come sta l’agricoltura italiana alla vigilia dei G7?

    «È un settore che in questi anni ha dimostrato una vitalità importante. Lo dice la crescita degli occupati, l’aumento delle aziende giovani che oggi sono 70mila, il 6,6% del totale. Nel 2014 erano il 5%. C’è molto ancora da fare per salvaguardare sempre di più le imprese agricole, soprattutto in annate complesse dal punto di vista climatico come queste».

    Quali sono i temi principali su cui vi confronterete e le prime emergenze da risolvere per produttori e consumatori?

    «Cooperazione agricola come chiave di sviluppo e tutela del reddito degli agricoltori davanti alle crisi, ambientali o economiche. Sono i due assi sui quali abbiamo deciso di concentrare la discussione. E sullo sfondo c’è un tema trasversale che interessa anche i consumatori ed è legato al modello produttivo. Dobbiamo produrre meglio, sprecando meno».

    C’è chi reputa questi appuntamenti poco efficaci. Si aspetta invece delle misure concrete dal G7?

    «In un momento complicato per le relazioni internazionali, appuntamenti come questo possono ridare centralità ad alcuni temi e impegni concreti. Anche di Expo si era detto la stessa cosa, ma abbiamo eredità politiche importanti come le leggi contro gli sprechi alimentari, a tutela della biodiversità, contro il caporalato. Noi lavoriamo per dare seguito agli impegni».

    Quale contributo potrà arrivare nella lotta alla malnutrizione e alla povertà?

    «La sfida Onu per azzerare la fame entro il 2030 riguarda tutti. Da Bergamo vogliamo rilanciare con forza questo obiettivo, anche perché nel 2016 abbiamo fatto un passo indietro con 815 milioni di persone che soffrono di povertà alimentare nel mondo. Al G7 anche per questo abbiamo voluto Fao, Ifad e Wfp oltre all’Unione Africana, Slow food e a One Campaign di Bono».

    Tornando all’Italia, in questi anni si sono rafforzate le iniziative per la difesa ciel made in Italy?

    «E un lavoro quotidiano, legato in particolare alla difesa della nostra distintività. Abbiamo aiutato i produttori ad essere più presenti sui mercati internazionali con le nostre eccellenze. L’export è cresciuto dell’85% dal 2010, lo scorso anno abbiamo toccato la cifra record di 36,8 miliardi di euro. Possiamo fare di più».

    L’incremento dell’e-commerce è un ostacolo in più nella lotta alla contraffazione? Come va affrontato?

    «Vendere su internet è un’opportunità fondamentale, soprattutto per le piccole e medie imprese che possono arrivare direttamente al consumatore. Servono strumenti di protezione contro il falso. Su questo siamo all’avanguardia. Siamo l’unico Paese al mondo ad avere accordi con i grandi del web come Alibaba, Google, eBay per rimuovere i prodotti falsi che imitano le nostre Indicazione geografiche».

    A proposito di marchi geografici, ieri le principali associazioni internazionali dei prodotti a denominazione hanno sottoscritto la “Dichiarazione di Bergamo”, che punta su tutela, sostenibilità, protezione su internet delle Ig. Cosa ne pensa?

    «È un passo in avanti importante. Le indicazioni geografiche sono uno strumento di valorizzazione dell’identità, di territori fatti di paesaggio e migliaia di imprese. La presenza di così tante associazioni, anche da Paesi come gli Stati Uniti, segnala che questo modello si sta affermando oltre i nostri confini. I 4 punti della dichiarazione sono totalmente in linea con le nostre azioni e assumono un’importanza strategica per il G7 a presidenza italiana».

    Perché la Lombardia e Bergamo come sede ciel G7?

    «Bergamo in questi anni è diventata un vero e proprio laboratorio di un nuovo rapporto tra città e produzione agricola. E poi questa è terra di qualità agroalimentari che ancora si conoscono poco, ma da qui passa una delle chiavi del futuro sviluppo anche di una provincia forte come questa».

  • Distretti del cibo per l’Italia

    (Intervista a firma di Luigi Chiarello pubblicata su Italia Oggi dell’11.10.2017)

    “Con la nuova legge di bilancio l’Italia si doterà di Distretti del Cibo: si tratta di un nuovo strumento a disposizione di imprese agricole, cittadini, associazioni ed enti locali, per costruire piani di sviluppo pluriennali e accedere a finanziamenti dedicati. Così da fare di ogni città e ogni territorio dello Stivale un laboratorio originale di food policy”: lo ha svelato a ItaliaOggi il ministro alle politiche agricole, Maurizio Martina, raggiunto nel pieno della settimana che introduce al G7 agricoltura di Bergamo, a pochi giorni dall’evento. Martina non rifiuta di entrare tra le pieghe del mercato alimentare globale, analizzandone le contraddizioni. Si dice contrario al glifosate, ma conferma piena apertura agli accordi di libero scambio. Tracciando anche la rotta per lo sviluppo di una via italiana alle biotecnologie.

    Domanda. Ministro il 14 e 15 ottobre l’Italia ospiterà a Bergamo il G7 agricoltura. Quali sono terni e obiettivi?

    Risposta. Tutela del reddito degli agricoltori dalle crisi e sviluppo della cooperazione agricola internazionale. Sono le due chiavi centrali che abbiamo voluto porre al centro della discussione. Produrre meglio con meno è l’obiettivo che sintetizza il nostro lavoro. Sono questioni di giustizia ed equità che si collegano strettamente alla necessità di garantire il diritto al cibo a tutte le latitudini. Dopo Expo Milano, l’Italia torna protagonista a livello mondiale su questa sfida.

    D. Una importante sessione dell’appuntamento riguarda il piano Fame zero della Fao. A che punto siamo?

    R. Abbiamo fatto un passo indietro, lo dicono i numeri della Fao. Nel 2016 anche a causa di guerre e carestie le persone affamate hanno superato di nuovo gli 815 milioni. Proprio per questo da Bergamo vogliamo rilanciare la necessità di azioni concrete e immediate per sradicare la fame. Per farlo serve anche più agricoltura, soprattutto più tutela per i piccoli agricoltori.

    D. In coerenza con il G7 di Taormina avete deciso di invitare la rappresentante dell’Unione africana. Che spazio può avere la cooperazione agricola anche per la gestione del fenomeno migratorio?

    R. È cruciale. È un pezzo fondamentale di qualsiasi accordo bilaterale con i Paesi africani o asiatici. L’Italia soprattutto. E gli ultimi anni ha rilanciato il proprio impegno nella cooperazione, con programmi anche di condivisione della ricetta e di trasferimento di know how, come il progetto “Prima” – Partnership for Research and Innovation in the Mediterranean Area – che unisce le sponde del Mediterraneo. Abbiamo fortemente voluto con noi Josefa Sacko, commissaria all’agricoltura dell’Unione africana. Così come Carlo Petrini e le organizzazioni Onu come Fao, Ifad, Wfp. Dobbiamo rilanciare l’impegno internazionale per modello agricoli più competitivi e sostenibili a livello economico, ambientale e sociale.

    D. Il G7 agroalimentare arriva nel bel mezzo di uno scontro tra titani. Da un lato l’Europa spinge sull’acceleratore con gli accordi di libero scambio. Dopo il Ceta, il Marocco e il Vietnam, negozia col Giappone e il Messico. Dall’altro, gli Stati Uniti – principale mercato di sbocco per le produzioni italiane – stoppano il Ttip e revocano il TTp con il mercato asiatico. Al di la della forbice ideologica globalisti/sovranisti, quali interessi legge dietro questo scontro?

    R. Sono convinto che regole giuste in mercati aperti siano una necessità per i nostri piccoli produttori. Non sono le multinazionali ad avere bisogno di protezione per affrontare le sfide della globalizzazione. Giusto discutere e approfondire in trasparenza il contenuto degli accordi internazionali, ma chi vuole alzare muri e barriere rischia di condannare a morte il tessuto di piccole e medie imprese italiane vocate alle esportazioni. Dal 2010 le nostre esportazioni sono cresciute dell’85% passando da 20 a 36,8 miliardi di euro. Senza molte aziende non avrebbero superato la crisi. Uno studio Ismea ci dice che il rischio potenziale di dazi in Usa costerebbe oltre 300 milioni di euro, peggio dell’embargo russo. Anche al G7 lavoreremo per il dialogo.

    D. Sul fronte italiano, però, l’opposizione al Ceta si fa sentire. Il parlamento ha preso tempo per la ratifica. La Coldiretti contrasta ferocemente e apertamente l’accordo sostenendo che di fatto sdogana il falso made in Italy. Palazzo Rospigliosi lamenta che l’accordo legittima l”italian sounding fatto attualmente per le produzioni dop. Specie per i formaggi di origine protetta italiani. Come Fontina e Gorgonzola.

    R. Il Ceta è un primo passo utile, che si può e si deve irrobustire. Ma dopo anni di attesa finalmente tanti prodotti, 41, dop e igp italiani potranno avere piena tutela, essendo vietato alle aziende canadesi l’uso del loro nome. Non è poco. Pensate che fino a ieri il Prosciutto di Parma non poteva presentarsi col suo nome perché era registrato da un’azienda privata. Per Fontina e gorgonzola l’accordo prevede che se sono prodotte in Canada ci sia indicata con chiarezza l’origine che sia evidente anche la parola “Like”, tipo. Significa riconoscere il primato italiano e comunicare al consumatore che quelle sono copie.

    D. Negli Stati Uniti, 12 tra le maggiori associazioni agricole ed agro-alimentari hanno inviato, al Presidente Trump, una lettera ufficiale molto dura contro il riconoscimento delle Indicazioni Geografiche europee negli accordi commerciali attualmente in fase di negoziazione. Lo ha fatto sapere la Fondazione Qualivita, che vede nel Consortium for Common Food Names (CCFN) la regia dell’operazione. Le 12 organizzazioni Usa sostengono che le Ig Ue cercano di “confiscare” nomi che in America considerano generici e che da noi corrispondono denominazioni protette. Come ad esempio, il parmesan.

    R. È un confronto, anche duro, tra modelli. Noi porteremo sempre avanti quello che lega origine, territorio e qualità e che si esprime nelle indicazioni geografiche. In questo faremo sempre la nostra parte a tutela del saper fare italiano. L’atteggiamento Usa denota che su questo fronte ci temono. E noi dovremo imparare sempre meglio a comunicare ai consumatori questo valore, per contrastare italian sounding e falso cibo.

    D. Strumenti come l’ecommerce, sul genere degli accordi con Alibaba, sono utili per penetrare il mercato cinese o si sono rivelate un pannicello caldo per via delle alte commissioni degli importatori e distributori?

    R. Alibaba ha 460 milioni di clienti, quasi 8 volte la popolazione italiana, bambini compresi. È evidente, quindi, che è un mercato da presidiare ed è una porta d’accesso alla Cina, dove stiamo cercando di recuperare il tempo perso in passato rispetto ai cugini francesi. Ovvio che si è avviato da poco il percorso; quindi, per avere risultati pieni c’è ancora molto da lavorare. Per questo stiamo lavorando sull’apertura di un Italian pavilion permanente sulla piattaforma, che educhi i consumatori cinesi sulle nostre eccellenze. C’è anche da dire che Alibaba ha voluto fortemente combattere il falso cibo, consentendo ai nostri ispettori di segnalare le produzioni contraffatte. E di rimuoverle in poche ore.

    D. Passiamo alle produzioni: lei ha dichiarato di essere contrario all’utilizzo di glifosate in Italia. Importanti centri europei di ricerca contro il cancro (ed esempio, quello di Lione) si sono detti contrari all’utilizzo perché “cancerogeno”. Le autorità europee per la chimica (Echa) e per la sicurezza alimentare (Efsa) hanno detto che non è così certo, oppure che non è dannoso. A cosa imputa queste enormi differenze di vedute? Conflitti d’interesse di qualche membro?

    R. Confermo la mia contrarietà. È una scelta coerente col modello agricolo sostenibile che vogliamo promuovere in Italia. Il parere reso dall’Ispra al governo è molto severo sull’impatto ambientale del glifosate nelle zone di utilizzo. Dobbiamo tenerne conto.

    D. Un conflitto d’interessi riguarda probabilmente anche la Germania, che per il momento sul glifosate sta alla finestra: Bayer sta per acquisire Monsanto (anche se pende un giudizio negativo dell’antitrust Ue). E i maggiori ricavi per Monsanto arrivano dalla vendita dell’erbicida più diffuso al mondo: il RoundUp a base di glifosate. Visti gli interessi contrastanti in Europa, si andrà verso una nazionalizzazione delle politiche (e delle moratorie) sul glifosate così come si è accaduto con gli ogm?

    R. Troppo spesso l’Europa non decide. Sugli ogm abbiamo ottenuto la possibilità di valutare a livello nazionale adottando decisioni più vicine alle nostre esigenze. Credo che una flessibilità sia utile per tutelare la distintività delle varie agricolture. Per noi è vitale.

    D. A tal proposito ritiene gli ogm uno strumento utile per le coltivazioni in aree difficili o considera il transgenico pericoloso per la salute e – come sostenuto da Carlin Petrini a Terra Madre – per i redditi dei contadini africani, tenuti in ostaggio dai brevetti sulle sementi?

    R. È un tema enorme quello della proprietà dei semi, e più in generale quello della ricerca agricola. In un mondo che va sempre di più verso pochi soggetti, nei quali sono concentrati brevetti su semi e fitofarmaci, noi abbiamo scelto di puntare sul rilancio della ricerca pubblica in agricoltura sulle principali colture italiane. Superando il vecchio transgenico e puntando su biotecnologie sostenibili come genome editing e cisgenesi.

    D. Passiamo al mercato italiano. A ItaliaOggi, nel corso dell’ultimo Vinitaly di Verona, aveva annunciato la predisposizione di un numero elevato di decreti attuativi del Testo Unico della Vite e del Vino. A che punto siamo con la diramazione e la loro pubblicazione in Gazzetta?

    R. Sono dieci i decreti già firmati e pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Stiamo ancora andando avanti in un lavoro di confronto con la filiera su alcuni temi sensibili. Sono pronti i decreti anche su consorzi, tracciabilità e controlli che accorpano circa 7 dei provvedimenti previsti dal Testo unico. Si procede a ritmi serrati.

    D. Questa settimana il Governo presenterà la legge di bilancio. Cosa si prevede per l’agricoltura?

    R. Le nostre priorità sono i giovani e il sostegno alle filiere strategiche. Stiamo lavorando in questa direzione, per completare le scelte fatte in questi anni con un taglio di tasse per 2 miliardi di euro per gli agricoltori attraverso la cancellazione di Imu, Irap e Irpef agricole. E poi pensiamo alla creazione dei distretti del cibo.

    D. Di cosa si tratta?

    R. Sono un nuovo strumento di progettazione territoriale partecipata per aiutare produttori agricoli, cittadini, associazioni ed enti locali a lavorare insieme sulla valorizzazione del patrimonio agricolo, enogastronomico e ambientale di ogni luogo. Con i Distretti del Cibo si potranno costruire piani di sviluppo pluriennali, per accedere anche a finanziamenti dedicati. E rendere, così, ogni città e ogni territorio un laboratorio originale di food policy.

  • Clima e Usa, le sfide del G7. Referendum, io non voterò

    (Intervista a firma di Simone Bianco pubblicata su Corriere della Sera Bergamo del 08.10.2017)

    Il G7 in città è già iniziato. Bancarelle sul Sentierone, eventi sul tema dell’agricoltura declinato al momento in chiave locale. II ministro Maurizio Martina in mattinata è stato in Provincia e ha partecipato a un incontro sul mais antico, tra una settimana sarà impegnato nei summit di Palazzo della Ragione e di Astino con gli altri sei ministri dei Paesi più industrializzati. «II tema è questo, coniugare le ricchezze locali con i grandi cambiamenti globali».

    L’agricoltura oggi attira i giovani e, insieme, sembra puntare tutto sul recupero della tradizione.

    «Secondo me la sfida dei prossimi anni per noi è quella delle tre “A”: agricoltura, ambiente e alimentazione».

    Bergamo sta lavorando bene su questi temi?

    «Il nostro territorio punta sulle diversità, legate al paesaggio: la montagna più concentrata sulle specificità dei prodotti, in Pianura la filiera lattiero-casearia che ha altre logiche. Ma è un territorio centrale. Ad esempio, è tra i più importanti per le Dop dei formaggi».

    Accordi commerciali con gli Usa, il Canada, rapporti con Dopo l’Expo, quali sono i temi del G7?

    «Prima di tutto il tema della gestione del rischio, i danni enormi cui sono esposti i produttori soprattutto nei Paesi poveri a causa dei cambiamenti climatici. Sono stato a Washington due mesi fa, con gli Usa bisogna insistere sulla necessità di maggiore cooperazione. Certo, l’amministrazione Trump ha altri punti di vista sui cambiamenti climatici ma si può collaborare».

    Gli Stati Uniti rappresentano più un problema o un’opportunità per i produttori italiani?

    «Quando mi sono seduto al tavolo col segretario Sonny Perdue, la prima cosa che mi ha detto è che gli Usa vogliono riequilibrare la bilancia commerciale dell’agricoltura, oggi ampiamente favorevole all’Italia. La realtà è che quello è un mercato centrale per il made in Italy, grazie all’alta qualità che possiamo garantire. II consumatore americano vuole i prodotti italiani e, tolte le due coste, c’è ancora un enorme spazio per crescere, ad esempio in uno stato come il Texas. È chiaro che bisogna lavorare per la tutela dei nostri marchi dalla contraffazione. La tappa di Bergamo sarà importante per provare a fare passi avanti, a partire proprio dal tema dei cambiamenti climatici».

    L’Europa continua a essere vissuta in modo conflittuale da coltivatori e allevatori italiani.

    «Sì, ma prendiamo la Gran Bretagna: al G7 ne parleremo, gli agricoltori inglesi sono in difficoltà dopo la Brexit, senza più i contributi dell’Ue. Serve più Europa, anche se alcune cose devono cambiare».

    Come si intreccia l’agricoltura col tema, molto sentito, dell’immigrazione?

    «Sono legati, perché “aiutarli a casa loro” è possibile solo se si parte dal modo in cui sta cambiando questo settore in varie parti del mondo».

    Il G7 è la chiusura di una stagione politica per lei, che nel 2013 è partito da sottosegretario e si è poi trovato è essere ministro durante l’Expo.

    «È una stagione in cui questo Paese ha fatto un salto in avanti. La presenza dell’Italia, ad esempio nella cooperazione internazionale, è diventata centrale, anche grazie al lavoro fatto con Expo 2o15. Abbiamo centrato risultati importanti, come l’aumento del prezzo del latte alla stalla, grazie all’obbligo di indicarne la provenienza».

    È anche un punto di svolta politico. Si va verso le elezioni, tra due settimane c’è il referendum sull’autonomia lombarda. Lei voterà?

    «No, non andrò a votare. Considero il referendum inutile, uno spreco di denaro, mentre spazi di autonomia si sarebbero potuti discutere con il governo senza questo passaggio. Avrei capito di più un referendum doPo, per confermare un accordo tra Stato e Regione. Così, invece, prevalgono le finalità propagandistiche della Lega».

    Ha letto il documento della Curia in cui si dice che dopo questo voto le applicazioni pratiche saranno molto difficili?

    «Sì e sono pienamente d’accordo».

    Quindi Giorgio Gori sbaglia a spendersi per il Sì?

    «No, la prospettiva di Gori, da sindaco, è comprensibile. Ed è giusto, anche in quel modo, provare a smascherare il bluff di Maroni».

  • Produrre meglio sprecando meno

    (Intervista a firma di Franco Cattaneo pubblicata sull’Eco di Bergamo del 05.10.2017)

    Costruire un confronto protezionismi, nuova agenda sui temi dell’agricoltura e dell’alimentazione, in una fase in cui sembra acuirsi la tragedia della fame nel mondo e in un passaggio critico della democrazia internazionale. Sono queste le ambizioni del vertice agricolo e alimentare del G7, il 14 e 15 ottobre a Bergamo, in coerenza con le prospettive aperte dall’Expo di Milano, come ci spiega il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, che sarà al tavolo di regìa.

    Dialogo, apertura, condivisione: termini che ricorrono nei documenti preparatori del summit internazionale.

    «Il vertice si svolge in un momento delicato e particolare delle vicende internazionali ed è evidente che – tra ritorni di protezionismi, nuova agenda europea e nuovi attori in campo – avremo bisogno di costruire una riflessione comune che faccia i conti con queste novità che impongono un cambio di passo. Il nostro obiettivo è costruire un confronto di primo livello che riesca a unire i grandi Paesi del G7 coinvolgendo ovviamene l’Unione europea, le istituzioni mondiali come Ocse, Fao, Ifad, World Food Programme. Siamo , inoltre, contenti di avere il commissario allo sviluppo rurale dell’Unione africana, una voce significativa per lavorare con quel continente: questo dimostra più di tante parole l’impegno dell’Italia, che in questo periodo ha la presidenza del G7, per chiamare al tavolo negoziale nuovi soggetti fondamentali».

    In sostanza l’agricoltura come fattore geopolitico.

    «”Produrre meglio, sprecando meno”: il focus principale riguarda la svolta sostenibile dell’agricoltura e delle produzioni alimentari, con due temi che ne derivano. Il primo è la gestione delle crisi economiche e climatico-ambientali in agricoltura, quindi la tutela dei produttori. Il secondo, che ha una dimensione strategica, s’interroga su come la cooperazione agricola possa essere strumento di governo collaborativo dello sviluppo dei territori, in relazione anche ai fenomeni generati dalle nuove migrazioni. E qui c’è lo snodo forte del rapporto con l’Africa».

    In un periodo in cui questo continente sta riacquistando centralità.

    «Per noi è decisivo approfondire questo versante: G7 e Ue possono assumere un ruolo che segna un prima e un dopo. Del resto siamo già su questa linea: penso, per esempio, all’idea di un Piano Marshall per l’Africa lanciata recentemente dalla signora Merkel, che l’Italia aveva in qualche modo anticipato nel 2015 con il Migration Compact. In sostanza affronteremo due ambiti precisi: la tutela dei piccoli produttori dinanzi alle crisi di mercato e ambientali e la cooperazione agricola come fattore inclusivo di crescita. Questi due fronti si ritrovano insieme in una premessa fondamentale: quella di fare il punto sulla lotta alla denutrizione nel contesto dell’obiettivo Onu “fame zero-2030″».

    Qui, però, siamo al di sotto delle attese.

    «Cercheremo di rispondere a questa domanda: a che punto siamo? La Fao, proprio in questi giorni, ha lanciato l’allarme. Purtroppo, rispetto ai miglioramenti degli ultimi anni, la tendenza più recente s’è invertita, mentre nelle regioni centro orientali del continente nero si sta consumando una delle più gravi carestie degli ultimi decenni, peraltro senza un’adeguata copertura informativa per l’opinione pubblica occidentale. A maggior ragione diventa urgente indicare nuove strategie. Lunedì 16, all’indomani degli incontri a Bergamo, saremo all’assemblea generale della Fao in occasione della Giornata internazionale dell’alimentazione per ascoltare le parole di Papa Francesco: una presenza che ci richiama tutti al dovere dell’impegno e della responsabilità».

    Questi temi stanno nelle corde della sensibilità della Bergamasca.

    «Per me è molto importante che si viva questo appuntamento nel segno della condivisione e dell’apertura. Bergamo è la terra di Papa Giovanni e già questo dice tutto. Con il Comune e la Provincia abbiamo organizzato più di 50 appuntamenti nell’intento di proporre un approccio educativo, un valore aggiunto che accompagni in parallelo i lavori dei ministri, spingendo il più possibile su un confronto dialettico alto. Tanto più che, nella storia del passato e del presente della nostra terra, l’Africa è una realtà che sentiamo vicina e le tragedie collettive di quel continente hanno sempre trovato una pronta risposta dei bergamaschi. L’aspetto educativo e formativo, ripeto, rimane in cima alle nostre istanze. Un vertice riservato alle sole istituzioni e agli addetti ai lavori non può bastare se non dialoga con la comunità e la cittadinanza viva del territorio. L’aver coinvolto le scuole, l’università, BergamoScienza, tanti giovani, vale tanto quanto il summit stesso».

  • Più sostegno fiscale e credito agevolato. Ora 31 milioni per l’innovazione e misure per l’ammortamento dei mezzi

    (Intervista a firma di Mario Barresi pubblicata su La Sicilia dell’11 settembre 2017)

    Il punto, oggi, non è più avere scarpe grosse e cervello fino. Perché, oggi, in campagna – un po’ per quell’istinto darwiniano di sopravvivenza sviluppato con la crisi, ma anche per la naturale vocazione alla genialità – è tempo di manager e innovatori. Una generazione «che ha i piedi per terra e la testa al mondo», la definisce Maurizio Martina. Consapevole del movimento, positivo e contagioso, dei giovani imprenditori agricoli nell’Isola. Il ministro dell’Agricoltura in un’intervista fa il punto sulle misure («sostegno fiscale e più credito per accedere alla terra e far partire le aziende»), messe in pratica con «i mutui a tasso zero, gli incentivi per acquistare i terreni» e l’azzeramento «per tre anni dei contributi previdenziali per le nuove imprese giovanili». Ma c’è dell’altro: un piano ricerca (31 milioni) e un nuovo plafond per l’ammortamento delle macchine agricole nel programma “Industria 4.0”. Con un occhio sempre interessato a problemi e risorse dell’agricoltura siciliana: tipicità e aggregazione, legalità e protezione dai falsi d’autore.

    Ministro Martina, l’agricoltura è tornato a essere un settore per giovani?

    «La risposta è nelle migliaia di esperienze positive di under 40 che stanno ringiovanendo il Made in Italy agroalimentare. Ho avuto la fortuna di conoscere tanti di loro nella mia esperienza da ministro. C’è un’Italia che non si arrende, che ha i piedi per terra e la testa al mondo. Sono loro i protagonisti spesso di nuove forme di cittadinanza attiva, di riattivazione di territori, della nascita di una vera e propria green society. Sono loro il nostro futuro. In questi anni abbiamo provato a dare loro una mano».

    Come?

    «Con un sostegno fiscale e più credito per accedere alla terra e far partire le aziende. Già tre anni fa abbiamo aumentato del 25% gli aiuti europei diretti ai giovani, poi abbiamo messo in legge i mutui a tasso zero, gli incentivi per acquistare i terreni. Abbiamo azzerato per tre anni i contributi previdenziali per le nuove imprese giovanili. C’è tanto da fare, ma i numeri ci dicono che crescono i giovani imprenditori agricoli in Italia. Ora siamo a oltre il 6% del totale delle aziende agricole, partivamo da poco più del 4%».

    In Sicilia sono sbocciate molte nuove esperienze innovative che nei territori convivono spesso anche con pratiche antiche. L’innovazione è davvero per tutti?

    «È il nostro obiettivo. Non c’è vera innovazione se non troviamo il modo di diffonderla anche tra i piccoli produttori. Abbiamo un obiettivo ambizioso: portare dall’uno al 10 per cento le terre lavorate con tecnologie di agricoltura di precisione in Italia da qui al 2021. Per questo abbiamo messo in campo un set di strumenti che guardano anche alle microimprese».

    Dai droni ai satelliti, l’agricoltura si fa sempre più hi-tech. La tecnologia può aiutare il settore ad affrontare le crisi come quella della siccità che ha flagellato l’Italia e la Sicilia in particolare?

    «È una frontiera indispensabile. La lotta al cambiamento climatico passa anche per l’utilizzo di nuove tecnologie più efficienti. Già oggi ci sono sistemi che ottimizzano l’uso dell’acqua, come l’irrigazione di precisione. Ci sono imprese vinicole siciliane all’avanguardia che grazie a questi strumenti hanno aumentato la redditività e abbattuto gli sprechi del 30%. È proprio guardando a queste esperienze che abbiamo deciso di investire in ricerca e innovazione anche nel pubblico».

    Cosa avete previsto?

    «Un piano di ricerca da 31 milioni di euro focalizzato sulle principali colture italiane e sullo sviluppo di sistemi di gestione e analisi dei big data che aiutino gli agricoltori. Accanto a questo ci sono gli incentivi concreti per le aziende con iper-ammortamento e super-ammortamento anche per le macchine agricole nel programma di investimenti di Industria 4.0».

    Che prospettive vede per la Sicilia in questo contesto di innovazione? L’Isola ha un capitale umano di valore. Finalmente può diventare il fattore-traino per la crescita?

    «La Sicilia ha tanti giovani che si stanno mettendo in gioco, aprendo anche spazi nuovi. Non è un caso se abbiamo voluto presentare proprio a Catania il nostro progetto “Agrogeneration”, che va alla scoperta dei nuovi talenti e delle idee più interessanti dell’agricoltura 4.0. Questa è una regione che ha anche fondamentali importanti dal punto di vista produttivo, anche se non del tutto sfruttati».

    Su cosa si dovrebbe investire ancora?

    «Si può valorizzare di più e meglio il prodotto siciliano. Per questo serve più aggregazione, più unione tra i produttori, che siano in grado di affrontare meglio le sfide dei mercati. Troppo spesso la remunerazione dei prodotti non è sufficiente, su questo bisogna migliorare. Non vanno dimenticati anche gli esempi positivi: il vino, l’agrumicoltura e il biologico siciliani sono due punte di diamante del nostro agroalimentare».

    Oltre all’innovazione e all’aggregazione, un altro valore aggiunto può essere la legalità. In Sicilia ci sono molti ragazzi che si spendono in esperienze di agricoltura sociale in terreni confiscati alla mafia. Come aiutarli?

    «Il loro è un esempio per tutti. Penso alle ragazze che ho conosciuto a Portella della Ginestra e che sono state formate, in un’azienda appartenuta a mafiosi, da Libera di Don Ciotti per essere insegnanti negli asili che possono nascere nelle aziende agricole. La loro storia è un seme di speranza che dobbiamo coltivare insieme. Da parte nostra abbiamo avviato un lavoro concreto per il sostegno alle esperienze di agricoltura sociale, ma sicuramente va fatto un salto di qualità nella gestione dei beni confiscati che dia più spazio e strumenti a chi si impegna per riportarli alla legalità».

    Dal Nero d’Avola alle arance, la Sicilia subisce come il resto d’Italia l’assalto dei falsi. Come ci si difende?

    «Lavorando su tutela e promozione. In questi ultimi anni abbiamo sfruttato anche l’innovazione per combattere l’italian sounding. Siamo l’unico Paese al mondo ad aver stretto accordi con grandi player del web come Alibaba, Google e eBay per garantire ai marchi geografici la stessa protezione dal falso che hanno i marchi commerciali».

    Avete protetto anche prodotti siciliani?

    «Grazie al lavoro della nostra task force dell’Ispettorato repressione frodi su ebay, ad esempio, abbiamo bloccato 37 aziende che vendevano falso Pecorino siciliano e scoperto 20 casi di olio extravergine di oliva Sicilia contraffatto. Allo stesso tempo collaboriamo per portare i nostri prodotti sui mercati internazionali. Abbiamo bisogno di accordi giusti che aiutino i piccoli produttori a esportare di più le loro eccellenze. E la Sicilia sarà assoluta protagonista di questo lavoro anche nei prossimi mesi».

  • OCM terzo pilastro della Pac la nostra proposta a Bruxelles

    (Intervento pubblicato sulla Gazzetta di Mantova del 31.08.2017)

    La Fiera Millenaria di Gonzaga è qualcosa di più di un evento. Fa parte della tradizione e dell’identità del territorio, un appuntamento consolidato che mette in risalto l’eccellenza dell’agricoltura mantovana e lombarda. Anche quest’anno sarà un’occasione importante per agricoltori e allevatori per cogliere nuove opportunità commerciali e, allo stesso tempo, promuovere e valorizzare la cultura rurale e i nostri prodotti tipici.

    In questi anni abbiamo lavorato con un obiettivo centrale: tutelare il reddito degli imprenditori agricoli e rafforzare il nostro modello produttivo. Abbiamo affrontato crisi dure, come quelle del latte, del grano e del riso, che ancora non sono completamente risolte. Nonostante le difficoltà il comparto si dimostra vivo, rappresentando un vero e proprio motore dell’economia nazionale. Ce lo confermano i dati “AgrOsserva” di Ismea su occupazione, investimenti ed export.

    Nel primo trimestre 2017 gli occupati in agricoltura sono aumentati dell’1,3% e le imprese giovanili fanno registrare un +9,3%. Questo non vuol dire che tutti i problemi siano stati risolti ma che abbiamo un potenziale enorme da sfruttare grazie a politiche mirate. Come abbiamo fatto fin qui.

    E i risultati cominciano ad arrivare. Penso alle opportunità offerte attraverso la Banca delle terre agricole, all’attivazione del piano giovani da 160 milioni di euro con mutui a tasso zero, all’esenzione totale per tre anni dal versamento dei contributi previdenziali per gli under 40 che abbiamo previsto con la legge di bilancio, oltre agli sgravi fiscali di 1,3 miliardi di tasse agricole in due anni.

    Penso anche alla grande novità dell’obbligo di indicazione in etichetta, dallo scorso 19 aprile, dell’origine per il latte e i suoi derivati. Un traguardo storico per il nostro Paese che ci consente di creare un nuovo rapporto tra produttori e consumatori. I cittadini, infatti, devono essere informati per poter scegliere consapevolmente cosa mettere a tavola. Questo vuol dire tutelare il Made in Italy, il lavoro dei nostri allevatori e far crescere una vera e propria cultura del cibo. Per questo col Ministro Calenda abbiamo deciso di estendere la sperimentazione al grano per la pasta e al riso, anticipando le scelte di Bruxelles.

    C’è molto da fare ancora. Sul piano nazionale e su quello europeo, dove si gioca una partita cruciale: la riforma della Politica agricola comune. Per quanto ci riguarda, abbiamo già chiesto alla Commissione – e continueremo a farlo – maggiore semplificazione, investimenti per l’innovazione, tutela del reddito e salvaguardia delle produzioni per garantire il futuro delle nostre filiere. Per realizzare questi obiettivi abbiamo proposto di valorizzare meglio le Ocm come terzo pilastro della Pac, estendendo il modello ad altri settori come latte, carne o cereali, per migliorarne la competitività, incrementare la capacità di adattamento alle turbative dei mercati e creare nuovi strumenti di gestione del rischio nell’ambito dei pagamenti diretti, tagliando anche la burocrazia dei programmi di sviluppo rurale.

    Proprio la gestione del rischio sarà uno dei temi principali che affronteremo nel corso del G7 dell’Agricoltura a Bergamo il 14 e 15 ottobre. Andiamo quindi avanti rafforzando sempre di più gli strumenti a disposizione e puntando sull’aggregazione dell’offerta. Per affermare il nostro modello distintivo, abbiamo bisogno di lavorare in squadra: istituzioni, operatori, associazioni di categoria, sindacati. Solo così sarà possibile crescere ancora ed essere competitivi sui mercati internazionali. La Fiera Millenaria di Gonzaga aiuterà ancora una volta ad avanzare con proposte concrete e scelte di prospettiva.

  • Sì allo stato di calamità, ora si devono migliorare gli invasi

    (Intervista a firma di Alessia Gallione pubblicata su La Repubblica del 25 luglio 2017)

    Ministro Maurizio Martina, anche se ad agosto pioverà la siccità resterà grave. Anzi, scrosci violenti potrebbero danneggiare le colture. Come si gestisce la situazione?

    «Affrontiamo una delle emergenze più severe degli ultimi dieci anni, con un aumento delle temperature di tre gradi rispetto alla media e livelli di fiumi e laghi ai minimi. Chi per anni ha banalizzato la questione epocale del cambiamento climatico spero che ora apra gli occhi. Nell’immediato, insieme al ministero dell’Ambiente e alle Regioni c’è un impegno quotidiano di monitoraggio e gestione delle acque. Il nostro obiettivo ora è tutelare il più possibile gli agricoltori».

    C’è un piano?

    «Lavoriamo su tre assi. L’attivazione del fondo di solidarietà nazionale per bloccare i pagamenti dei mutui e dei contributi previdenziali e assistenziali delle imprese; l’aumento dell’anticipo dei fondi europei per gli agricoltori; e l’investimento da 700 milioni di euro che stiamo già gestendo per rendere più efficienti le infrastrutture irrigue: entro l’anno contiamo di assegnare queste risorse ai progetti cantierabili».

    Ha detto di essere pronto a collaborare con le Regioni per dichiarare lo stato di calamità. Sono stati fatti passi in avanti e quando potrebbe avvenire?

    «Si, in questi casi si verificano le diverse situazioni, nei prossimi giorni è convocata una riunione tecnica proprio per analizzare esigenze e tempistiche legate alla quantificazione dei danni che viene fatta dalle Regioni».

    In ogni caso, in futuro la situazione non migliorerà come può e dovrà cambiare l’agricoltura?

    «L’imperativo è la sostenibilità. Dovremo trovare soluzioni nuove. Siamo impegnati a costruire una strategia d’ azione per i prossimi dieci anni che punti tutto sull’efficienza. Dobbiamo intervenire sugli invasi, sulle reti di distribuzione e sui metodi di irrigazione. Catturiamo solo il dieci per cento delle precipitazioni annue. Troppo poco».

    Si possono immaginare anche altri modelli alternativi?

    «Dobbiamo usare un mix di strumenti. Da un lato, un progetto di medio periodo per gli invasi e i bacini per immagazzinare acqua quando piove e quando l’eccesso di precipitazioni concentrate in poco tempo provocano danni. Dall’altro serve spingere sull’innovazione per ottimizzarne l’uso con agricoltura e allevamento di precisione. Con Industria 4.0 stiamo incentivando queste soluzioni. Ma non siamo all’anno zero. Nel Chianti Classico, per esempio, con la viticoltura di precisione hanno ridotto il volume d’acqua utilizzata del 30 per cento in tre anni».

    L’Italia sembra vivere un paradosso: è una terra ricca d’acqua ma vive la siccità. Vede responsabilità? C’è chi come il governatore toscano Rossi chiede di investire per evitare le perdite.

    «Bisogna intervenire non solo pensando all’emergenza, ma lavorando su una strategia. Quello che manca in troppi territori è un piano chiaro sulla gestione delle acque. Gli osservatori promossi dal ministero dell’Ambiente a livello di Autorità di bacino svolgono un’azione importante, ma serve un deciso salto di qualità. Abbiamo stanziato 700 milioni, pronti per essere impegnati, destinati a infrastrutture strategiche nel settore dell’irrigazione. Si tratta però solo di un primo passo».

    E nel caso di Roma casa pensa? Condivide la posizione del governatore Zingaretti?

    «È una questione complessa, come ha ribadito anche il ministro Galletti vanno tutelate le giuste esigenze dei cittadini e la salvaguardia di Bracciano. Su questo la scelta di Zingaretti è stata giusta ed era praticamente obbligata. Ora va trovata una soluzione urgente, all’altezza della capitale del Paese, che non può prescindere dell’esigenza di intervenire presto per modernizzare la rete».

  • Etichetta pasta e riso, l’Italia antipa l’Ue sulla massima trasparenza

    (Intervista a firma di Rosaria Amato pubblicata su La Repubblica del 21 luglio 2017)

    L’Italia accelera sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari: l’indicazione del Paese diventa obbligatoria anche per la pasta e per il riso, dopo le norme analoghe in materia di latte e formaggi. Anticipando Bruxelles, che ancora prende tempo sull’attuazione della normativa in materia di etichette trasparenti, ieri il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina e quello dello Sviluppo Economico Carlo Calenda hanno annunciato la firma dei decreti che impongono non solo l’indicazione dei Paesi di produzione delle materie prime per la pasta e il riso, ma anche quelli di molitura per il grano e di lavorazione e confezionamento per il riso.

    Ministro Martina, lei ha parlato di “passaggio storico”. Perché è così importante la firma di questi decreti e perché non si poteva aspettare la normativa europea?

    «Abbiamo scelto di garantire la massima trasparenza ai cittadini, che adesso potranno finalmente leggere nell’etichetta il luogo di coltivazione, il luogo di lavorazione, tutte informazioni fondamentali per i consumatori. Tuteliamo anche i nostri produttori. E infatti non è un caso che l’Europa in questi lunghi anni, dopo l’approvazione del regolamento del 2011, non abbia reso operative quelle scelte di piena trasparenza non è facile. Noi invece non volevamo più aspettare per garantire la tracciabilità e la massima informazione ai cittadini sulle produzioni agroalimentari».

    Ci sono però produttori che obiettano che così l’etichetta non è completa, mancano le indicazioni sui sistemi di coltivazione e di lavorazione.

    «Queste indicazioni sono quelle che ci chiedeva la stragrande maggioranza dei consumatori e dei produttori. Così si irrobustisce la unicità delle produzioni italiane, e questo è una delle leve fondamentali della competitività dell’agroalimentare italiano. A questo punto auspichiamo che questa iniziativa italiana sia da pungolo e da stimolo perché nel più breve tempo possibile il regolamento Ue venga applicato in tutte le sue parti, chiudendo questa lunga fase di incertezza».

    Cosa vi aspettate da Bruxelles?

    «È ora di dare risposte concrete a imprese e cittadini. Serve una normativa europea più forte sull’origine degli alimenti. Col nostro provvedimento, che introduce una sperimentazione di due anni, vogliamo spronare la Commissione a decidere. Fino a quando Bruxelles non darà risposte, però, andremo avanti con determinazione».

    Molte organizzazioni vi chiedono di avere un atteggiamento altrettanto fermo con il Ceta, il trattato di libero scambio con il Canada. Lei ritiene che si sia fatto davvero tutto il possibile per tutelare le produzioni italiane?

    «Il Ceta è un punto di partenza, eppure segna un passo in avanti fondamentale. Io penso che con il lavoro che si è fatto con il Ceta si possa costruire un rafforzamento della protezione della produzione agroalimentare italiana nel mercato canadese. Per la prima volta in assoluto c’è il riconoscimento delle indicazioni geografiche tipiche in alternativa ai marchi, un precedente importantissimo».

    Si è scelto però di tutelare solo 41 delle nostre Dop e Igp.

    «Che rappresentano il 90% di questi prodotti che l’Italia esporta in Canada. Ma accetto la sfida per il futuro, vorrei anch’io andare oltre, tutelarne molte altre».

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