• “Pronto il piano da 110 milioni Ma la filiera dovrà cambiare”

    (Intervista a Gazzetta di Mantova del 27 dicembre 2014)

    Anno zero: il 2015 per la filiera del latte sarà precisamente questo. Un anno che segnerà la ricostruzione dell’intero settore su basi nuove, visto che non ci sarà più il regime delle quote. Ma la fine della produzione controllata fa tirare un sospiro di sollievo o, piuttosto, lascia presagire un terremoto?

    Per rispondere bisogna riflettere sulla possibilità che, senza quote, le aziende siano spinte a produrre di più con la conseguenza prevedibile di una brusca diminuzione dei prezzi e, dunque, della redditività. Ecco allora che il settore si dovrà riorganizzare, privilegiando la qualità e lavorando sulla promozione all’estero. Per supportare la rivoluzione del 2015, il governo ha varato un piano complessivo che parte da un Fondo latte da 110 milioni in tre anni a sostegno degli allevatori che decideranno di investire. Investire in cosa? Nelle intenzioni del governo le priorità sono l’incremento della longevità, il miglioramento degli aspetti relativi al benessere animale, lo studio della resistenza genetica alle malattie, il rafforzamento della sicurezza alimentare, la riduzione dei trattamenti antibiotici. Il piano prevede l’erogazione di un contributo per gli investimenti (secondo le regole del de minimis: non servono notifiche alla Commissione europea) fino ad un massimo di 15mila euro per le aziende agricole e fino ad un massimo di 200mila euro per le aziende che, oltre alla produzione primaria, operano anche nella trasformazione e nella commercializzazione. A spiegare nel dettaglio i contenuti e le intenzioni del piano è il Ministro dell’agricoltura Maurizio Martina in questa intervista alla Gazzetta.

    Ministro, nel 2015 finisce il regime delle quote. Cosa succederà? «Fra tre mesi finisce un regime iniziato negli anni ’80. Si tratta di un cambiamento profondo, per cui dobbiamo attrezzarci. Soprattutto in quest’ottica, nella legge di stabilità abbiamo inserito il “Fondo latte di qualità”. Abbiamo insistito con tutta la filiera, con le associazioni e con le Regioni perché ci fosse piena comprensione della svolta. Ho incontrato i rappresentanti della filiera anche negli ultimi tempi e ho chiesto a tutti di iniziare concretamente a fare un salto di qualità nell’organizzazione e nel modo di lavorare».

    La filiera si ritroverà ad operare in un quadro di completa liberalizzazione. Le nostre aziende sono pronte? «Questa completa liberalizzazione apre scenari ancora tutti da scrivere. Stiamo lavorando proprio su questo: ho proposto un piano d’azione in cinque mosse concrete. La prima è quella di spingere in alto il livello qualitativo del latte italiano. L’intento è supportato proprio dal piano latte, con 110 milioni per le stalle in regole per accedere al programma dedicato al miglioramento della qualità. Ora dovremo scrivere il decreto applicativo, lavoreremo nei regimi de minimis, da 15mila a 200mila euro. In parallelo ci sarà la possibilità di ristrutturare gli eventuali debiti dell’azienda: in particolare si lavorerà con Ismea, che con il fondo qualità interverrà per ridurre il carico di mutui e debiti».

    Il piano latte è destinato ad incidere nel giro di qualche anno. Però il rischio di sovrapproduzione, con conseguenze sui prezzi, c’è da subito. «Non c’è dubbio che questo scenario nuovo possa far emergere alcuni punti deboli della filiera con ancora più evidenza. Per questo dico che la filiera si deve riorganizzare e dico anche che il rapporto fra produzione e distribuzione ha bisogno di fare un salto di qualità. Sono favorevole a un meccanismo concreto di interprofessione che riesca ad aiutare tutti i pezzi della filiera a lavorare insieme. Poi chiaramente ci metto del mio con questo piano da 110 milioni: soldi che non erano affatto scontati ma sono stati recuperati con un’efficace operazione. Poi, però, non è finita: siamo al primo punto. Il secondo sarà, infatti, lavorare con un piano di internazionalizzazione per un forte di sostegno alle esportazioni. Sul fronte del mercato interno abbiamo l’obiettivo di costruire operazioni di promozione di latte di qualità per favorire consumi consapevoli. Non dobbiamo accettare la dinamica di lento scivolamento dei consumi: sui consumatori bisogna lavorare molto. Poi bisogna rafforzare il fronte export dei formaggi Dop e Igp».

    Ai consumatori bisogna soprattutto offrire chiarezza. È d’accordo? «Certo. Infatti puntiamo sull’etichettatura del latte. Abbiamo chiesto alla Commissione Ue di avanzare rapidamente su questo fronte. Poi non dimentichiamoci delle risorse della Politica agricola comune, con i 70 milioni di aiuti per la zootecnia da latte. Sono fondi importanti».

    Ministro, lei chiede all’intera filiera un grandissimo salto in avanti dal punto di vista imprenditoriale. Che risultati si aspetta? «Faccio appello perché la filiera batta un colpo e presenti al Ministero proposte innovative di organizzazione. Tutti devono capire che questo passaggio dovrà segnare la completa riorganizzazione del rapporto fra produzione, trasformazione e distribuzione. Il nostro è un piano straordinario e servono risposte all’altezza. Ad inizio 2015 ci sarà l’erogazione di una prima tranche di 10 milioni. Poi ci saranno 50 milioni sul 2016 e altri 50 sul 2017. Ma il punto vero, quello della svolta, sarà nel 2016: chi vorrà accedere al contributo dovrà certificare di aver raggiunto gli obiettivi del programma qualità. I tempi sono chiarissimi e chiarissimi sono gli obiettivi».

    Lei chiede una svolta alla filiera. Intanto, però, continuano i problemi sul prezzo del latte. «Premetto che non spetta a me esprimere un giudizio su un rapporto economico. Non posso non rilevare, però, che i problemi sul prezzo sono legati ad una complessiva disorganizzazione del sistema e della filiera. Faccio un appello perché già con le prime settimane del prossimo anno ci sia anche da parte dei protagonisti uno scatto in avanti».

    Finora, Ministro, abbiamo parlato della filiera in chiave nazionale. Ma sappiamo bene quanto il mercato del latte sia una questione internazionale. «Conosciamo bene le dinamiche degli altri Paesi europei. A Nord è già partita una sovrapproduzione che rischia di impattare anche noi. È in corso una discussione fra ministri proprio sul tema della fine delle quote e dovremo tomare nel Consiglio dei ministri a Bruxelles per trovare una strategia per un’uscita morbida dalle quote. In proposito, mi pare che la proposta polacca per il pagamento rateale delle multe per chi splafona nell’ultimo anno sia condivisibile. Ma servono proposte nuove».

    Che filiera ci troveremo nel 2016? Avremo meno aziende? «C’è da aspettarsi una riorganizzazione profonda anche nel numero delle aziende. L’importante è che questo non avvenga a scapito della forza del sistema. Un sistema che sarà chiamato non solo a tenere le quote di mercato ma anche ad una crescita sull’export. Non dimentichiamoci che la produzione nazionale non soddisfa il bisogno di latte e importiamo una parte del nostro fabbisogno. Dico questo per spiegare che il margine di crescita c’è ma la filiera deve ristrutturarsi. Oggi servono più tecnologie e più capacità. Per i prossimi anni il tema è quello di associare le esperienze e fare insieme il salto di qualità».

    Lei intravede un rischio di “industrializzazione”, e dunque, appiattimento, delle produzioni? «Non dovremo normalizzare il prodotto: la diversità italiana è un valore da difendere. Si tratta piuttosto di comprendere uno scenario che impone, da subito, un ragionamento su scala più vasta. L’alternativa è resistere e restare così come siamo ora ma è una strategia che ha il fiato cortissimo».

Comments are closed.