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    Per un Pd popolare alternativo ai populisti

    (L’intervento al Lingotto di Torino)

    Grazie per i contributi di questa giornata e per il lavoro appassionato di queste ore.  E’ proprio il caso di dire che “noi siamo partito democratico e non torniamo indietro”.

    Noi non vogliamo tornare indietro, noi vogliamo guardare avanti.

    Proprio qui, dieci anni fa, si realizzò uno dei momenti più alti e significativi della storia del centrosinistra. Se siamo qui ora è innanzitutto perché vogliamo essere ancora all’altezza di quella prospettiva. Perché sentiamo ancora tutta l’inquietudine di chi sa che deve cercare, ascoltare e comprendere ciò che ci accade intorno. Perché non ci rassegniamo ad un ritorno fuori tempo alle antiche case madri. Perché non vogliamo riavvolgere il nastro della storia.

    Se siamo qui è perché sentiamo tutta l’urgenza di portare a compimento il progetto democratico, rafforzandolo e vivendolo con parole e impegni nuovi.

    Oggi più di ieri c’è bisogno di questo. Noi ci proponiamo di dare un senso di marcia e una prospettiva a questo lavoro collettivo, fuori dall’idea che il nostro partito divenga un rifugio. Vogliamo fare crescere dal basso una proposta larga e partecipata. Che riscatti la buona politica di fronte al dilagare dell’antipolitica. Che aiuti il rinnovamento della democrazia di fronte al pericolo dei populismi.

    Ecco perché il nostro tema non sono le vecchie provenienze di ciascuno ma la nuova appartenenza comune. Ecco perché noi siamo oltre la fusione fredda e l’idea di un partito che torni al trattino.

    Io ringrazio Matteo per la sfida che mi ha proposto e per il percorso che abbiamo fatto fino a qui. Diversi e uniti è possibile. Sento che c’è una responsabilità in più per la nostra generazione. Quella di non percorrere più a sinistra le vie della divisione e del vicino-nemico. Perché troppo spesso abbiamo regalato alla destra praterie insperate così facendo. E’ una malattia antica questa, da cui il centrosinistra può guarire solo con un cambio di mentalità.

    Noi proponiamo un progetto collettivo, non solo una leadership.

    Sappiamo che fare un partito oggi è una sfida difficile ma necessaria. Farlo democratico, plurale, contenibile, radicato e moderno lo è ancora di più. Un “partito pensante” come abbiamo detto ieri.

    A me pare una sfida straordinariamente bella e incredibilmente urgente.

    Un partito popolare, alternativo ai populisti.

    Un partito comunità, capace di formare e ascoltare, di prendersi cura e di essere utile. Un partito presente.

    Diceva Aldo Moro che “il potere si legittima solo per il continuo contatto con la sua radice umana”. Non credo ci sia pensiero migliore per spiegare quanto urgente è il nostro lavoro. Come ponte essenziale del rapporto tre le nostre responsabilità e i cittadini. Come argine alla deriva anti politica e qualunquista che dobbiamo combattere.

    Oggi questa comunità si ritrova a discutere e a confrontarsi. Da fuori alcuni sono sempre pronti a minimizzare e demolire la fatica di fare partito. Io rivendico invece questo spettacolo della democrazia. Mi inchino alla militanza politica, all’impegno di migliaia di donne e uomini che ovunque fanno il partito democratico con passione, gratuita’, disinteresse e amore per il proprio paese. E penso, senza arroganza, che il PD oggi non sia solo nostro, dei nostri iscritti e dei nostri elettori: il Partito Democratico grazie a queste persone è un patrimonio dal paese.

    Ecco perché provare a indebolirlo è un grave errore. A chi pensa di dare una prospettiva al centrosinistra senza il PD, io dico che senza questa comunità non c’è futuro. Senza il PD non si battono le destre. Vorrei dire che noi non abbiamo l’ansia dell’autosufficienza, ma quella dell’apertura e del rinnovamento. Sappiamo come si fa questo lavoro, lo abbiamo praticato: da Firenze a Varese, da Bari a Milano.

    Ma per stare all’altezza di questa sfida dobbiamo cambiare ancora. Troppo spesso ancora sembriamo l’ultimo lembo sopravvissuto di partiti del novecento che non ci sono più, piuttosto che l’esperienza più avanzata dei progressisti europei come vogliamo essere e in larga parte già siamo.

    C’è ancora tanto impegno civico che può entrare nei nostri circoli e nelle nostre sedi: spalanchiamo porte e finestre.

    Dobbiamo metterci in cammino e percorrere via nuove. Di radicamento territoriale e organizzativo così come di partecipazione consapevole con le nuove tecnologie. Tutto questo ha molto a che vedere con la nostra idea di democrazia. Con il rinnovamento delle istituzioni.

    Io capisco che l’esito del referendum rischia di farci fare un enorme passo indietro. Ma proprio per questo penso che dobbiamo tenere alta l’iniziativa perché si eviti uno scivolamento iper proporzionale dannoso per l’Italia. Per questo dobbiamo difendere ancora una certa idea della democrazia dell’alternanza, salvaguardando il più possibile una logica maggioritaria per governare e non certo solo per testimoniare.

    E se l’Europa è l’epicentro della sfida ai populisti noi non possiamo essere da un altra parte. All’antieuropeismo oggi di maniera dobbiamo contrapporre una nuova visione. E dobbiamo dare battaglia senza timidezze.

    Nessun Trattato sostituirà la necessità di una svolta nell’anima europea costruita con la consapevolezza dei popoli. Nessuna burocrazia potrà sostituire la forza della partecipazione dei cittadini. Questo è quello che ancora manca.

    Un giovane italiano in uno dei suoi ultimi interventi richiamava “alla riscoperta del patto sociale tra i cittadini e le istituzioni per una maggiore partecipazione democratica in Europa”. Era Giulio Regeni. E noi non ci stancheremo mai di chiedere verità. Questa è la principale responsabilità dei democratici e dei socialisti come ha detto ieri con forza Matteo avanzando proposte che condivido. Occorre dire chiaro che la sovranità europea è la sovranità italiana.

    Fuori da questo scelta forte non c’è nessuna possibilità di proteggere e promuovere nel tempo della globalizzazione. E la sfida indicata ieri, di tenere insieme società aperta e identità, è il terreno principale del confronto.

    Occorre che l’Europa batta colpi chiari. Io penso ad esempio che sia venuto il tempo di approvare definitivamente la proposta avanzata da molti di un prelievo europeo sulle transazioni finanziarie speculative.

    È stato stimato che per l’Italia si tratterebbe di una dote dai 3 ai 6 miliardi di euro.  Potremmo raddoppiare ad esempio lo sforzo che abbiamo promosso per il Reddito di Inclusione contro la povertà. Certo è ancora il lavoro il cuore della nostra sfida. Soprattutto quando incrocia la questione generazionale. La frontiera tra inclusi ed esclusi.

    Con il Jobs Act e le scelte di questi anni abbiamo invertito la rotta ma non abbiamo ancora vinto la sfida. Alle tutele formali, spesso inefficaci, abbiamo scelto tutele sostanziali, allargando le platee coinvolte dalle protezioni. È questa l’unica risposta che il PD offre al cittadini? Certamente no. Forse abbiamo sbagliato a dare spesso l’idea che fosse così. Anche per questo credo nella possibilità che si arrivi presto a una modifica delle regole sui voucher, che noi abbiamo ereditato e non certo promosso.  Una modifica utile a eliminare qualsiasi forma di abuso inaccettabile. Il tema della difesa e della promozione del lavoro ci riguarda ancora perché esiste ancora.

    Io penso ci sia bisogno davvero di una nuova stagione dei diritti. E in questo senso, sento il bisogno anche di dire che dobbiamo stare molto attenti spesso a non confondere l’innovazione con la creazione di nuovi monopoli e nuove rendite. Perché l’incrocio tra rivoluzione digitale e mondo dei lavori appare ancora inedito. E una forza progressista che vuole pensare il futuro deve farsi alcune domande su questa frontiera prima che sia troppo tardi. Con la consapevolezza che destra e sinistra sono oggi e saranno domani ancora diverse e la loro diversità si misurerà concretamente sulle risposte che daranno o non daranno a queste sfide. Sono sfide di equità. Anche quando giustamente ci poniamo da sinistra la questione fiscale per “pagare meno e pagare tutti”. Abbiamo fatto passi avanti mai raggiunti nella lotta all’evasione fiscale e non dobbiamo fermarci.

    Io penso che il nostro riformismo radicale, oggi, si debba porre però anche il problema delle basi imponibili, per affrontare gli squilibri e le anomalie che ancora esistono e che scaricano ingiustamente troppo la tassazione sui redditi da lavoro. Così come credo sia venuto il tempo di riprendere un concetto semplice: le tasse vanno pagate dove si producono i profitti. Che tu sia una grande azienda globale o un piccolo imprenditore.

    Come tanti non posso dimenticare il grafico dell’elefante, con la proboscide in alto a indicare l’esplosione dei redditi di pochi ricchissimi, a spiegare più di tante parole il tema delle diseguaglianze di questi ultimi vent’anni.

    Ho concluso.

    Per dire della sinistra e della sua missione ho sempre pensato a un simbolo.

    E’ la storia di un uomo e della sua famiglia contadina.

    Un uomo semplice ma visionario che nel lontano 1939 viaggiava verso Campegine, da Reggio Emilia, “e torna trionfante al volante di una macchina nuova……un trattore. Il primo trattore della zona, che gli serviva per dissodare la terra, comprato per la sua famiglia ma sopratutto per dare una mano agli altri contadini della zona. Con quella macchina compra anche un mappamondo. E lo issa come una bandiera sul trattore. Per ricordare agli altri e a se stesso che, al di là della sua terra, c’erano “altre terre e altri uomini”

    Quel visionario si chiamava Aldo Cervi, eroe partigiano d’Italia con i suoi fratelli. Aldo Cervi voleva essere cittadino del mondo e cambiare lo stato delle cose nella sua terra insieme agli altri. Io vorrei immaginare anche noi come se fossimo in viaggio. Possiamo prendere strade più lunghe o dissestate. Possiamo anche sbagliarla a volte, la strada, e poi rientrare in carreggiata. Ma non dobbiamo tornare indietro. Non dobbiamo rinnegare il cammino. E soprattutto, non dobbiamo mai perdere l’entusiasmo e l’inquietudine che ci ha spinti a partire.

    Buon lavoro a tutti noi. Buon viaggio.

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