• No ai dazi che fanno male al Made in Italy, sì all’etichettatura di origine su tutto e per tutti

    Intervista pubblicata su Italia Oggi del 31 gennaio 2018 a firma di Luigi Chiarello

    Avete presentato i distretti del cibo. Perché dovrebbero garantire qualcosa in più sull’agroalimentare rispetto ai territori vocati dai disciplinare di produzione?

    I distretti del cibo sono uno strumento innovativo per lo sviluppo di tutto il territorio, sulla base di programmi di investimento e progettazione partecipata. Saranno utili anche nelle aree dove ci sono prodotti a indicazione geografica, perché saranno in grado di potenziare meglio tutte le filiere distrettuali. Basta guardare all’esempio della Maremma.

    Cosa è successo lì?

    Grazie al distretto si è passati da 70 a 800 agriturismi, la superficie vitata è aumentata di 3 mila ettari così come quella olivetata. Sono arrivati anche investitori da fuori regione. Un impatto sul territorio frutto delle scelte di comunità intere, che lavorano insieme sulla base di un progetto.

    La totale detassazione del settore è stata confermata anche con la legge di Bilancio 2018. Le imprese ne sono felici, ma resta un dubbio: tutto questo non rischia di generare un tessuto imprenditoriale che non compete su competitività e fatturato, ma si basa sull’assistenzialismo statale?

    Credo si debba smettere di pensare agli investimenti in agricoltura come assistenzialismo. Se non dedicassimo risorse alla tutela del reddito dei nostri agricoltori, il Made in Italy agroalimentare semplicemente non esisterebbe. La nostra scelta di taglio fiscale è a supporto della competitività delle aziende. Se c’è ancora un fronte sul quale bisogna lavorare molto è quello dell’organizzazione e dell’aggregazione.

    La legge di Bilancio 2018 consente anche alle aziende agricole di vendere alimenti trasformati: i commercianti si sono risentiti?

    Se parliamo di competitività delle imprese agricole, dobbiamo favorire la multifunzionalità, l’integrazione al reddito attraverso attività che valorizzino il prodotto agricolo. Su questo lavoriamo e mi auguro che sui territori ci sia voglia di fare squadra, di integrare le esperienze di impresa. In particolare nelle filiere agroalimentari.

    Altra misura rilevante è la tassazione a forfait per lva (50% sull’Iva sui corrispettivi) e redditi (imponibile al 25% dei corrispettivi) per l’attività enoturistica, che acquisisce una definizione tutta sua. Che ricaduta vi attendete?

    C’era bisogno di una regolamentazione chiara per l’enoturismo, uno straordinario settore in crescita. Finalmente ci sono regole e opportunità. Credo che assieme al Testo unico del vino sia stato un intervento utile per un sistema che vale più di 14 miliardi di euro.

    C’è poi il bonus verde; per la prima volta si sostiene l’attività fiorovivaistica con un credito per la tutela del verde condominiale. La misura sarà stabilizzata?

    È un obiettivo sul quale puntiamo. Curare il verde privato e pubblico è una scelta non solo economica, ma culturale. Non si tratta solo di sostenere una filiera da 100 mila addetti in Italia, ma di migliorare gli spazi urbani. La sostenibilità ambientale integrale passa anche da città con più verde. Come Partito democratico abbiamo aperto una strada nella quale crediamo molto. Mi auguro che i cittadini utilizzino la misura come è successo con gli incentivi per la ristrutturazione edilizia.

    Di recente ha lanciato l’idea del ministero dell’alimentazione. Di cosa si tratta?

    Serve una scommessa culturale, un approccio più largo rispetto alle politiche del cibo. Il ministero dell’alimentazione sarà un riferimento unitario per tutto questo mondo che va dall’agricoltore al trasformatore, dai commercianti ai ristoratori fino al consumatore. Con tutte le competenze che oggi sono separate in varie istituzioni, un passo verso il futuro.

    A proposito di futuro c’è chi pensa agli Ogm come una risposta alle esigenze di sicurezza alimentare da qui al 2050 e critica la sua posizione in materia. Come risponde?

    Il modello agricolo italiano ha sempre fatto della distintività il suo punto di riconoscibilità. I prodotti transgenici non fanno parte di questo orizzonte, e non sono economicamente competitivi per le nostre caratteristiche morfologiche e climatiche. Abbiamo bisogno invece di lavorare seriamente sulla tutela del nostro patrimonio culturale, anche attraverso la ricerca sulle moderne biotecnologie sostenibili. Non è un caso che abbiamo avviato il piano pubblico da 31 milioni di euro su questo fronte. E le recenti indicazioni della giustizia europea ci stanno confermando che la strada avviata è quella giusta.

    Cambiamo scenario. L’approccio di rottura dell’Italia sull’etichettatura d’origine della materia prima degli alimenti (pomodoro, grano, latte) sembra aver finalmente fatto breccia a Bruxelles, dove la commissione, direzione generale Salute, ha avviato una consultazione sulla proposta di regolamento di esecuzione. La proposta apre anche alle origini locali e territoriali. Che ne pensa? Che impatto avrà?

    È il segno che le nostre scelte hanno scosso una situazione ferma da anni. Lo diciamo chiaramente: per noi prevale l’interesse pubblico dei cittadini alla massima informazione sull’origine degli alimenti in etichetta. La proposta di regolamento segna qualche avanzamento, ma deve essere secondo me più coraggiosa.

    La proposta non affronta però il nodo dei marchi commerciali, per cui l’obbligo di trasparenza sull’origine viene derogato. E d’accordo?

    Noi vogliamo lavorare per un’etichetta trasparente su tutto e per tutti. Quindi anche su questo fronte servono risposte più forti.

    A che punto è la consultazione?

    Si chiude a febbraio, credo sia importante che dagli operatori italiani arrivi un segnale in linea con quanto espresso dai cittadini alla nostra consultazione pubblica. Nove su dieci hanno chiesto di conoscere l’origine degli alimenti.

    Ministro, di recente ha detto che “servono nuove idee per incrociare politiche della salute e welfare con la multifunzionalità agricola”. Si riferisce alla mera agricoltura sociale o alla nutraceutica? Può spiegare meglio a quali evoluzioni fa riferimento?

    Nei prossimi anni diventerà sempre più urgente offrire servizi per una popolazione con un’età media più elevata che in passato. L’agricoltura è un pezzo della risposta. Come produzione di cibi sani che aiutino a prevenire malattie. Come servizi di welfare, anche attraverso le attività sociali e di inclusione, che possono mettere l’azienda agricola al centro di un sistema di assistenza.

    Ultima domanda: l’Italia cresce in export agroalimentare, anche se non ha ancora raggiunto i 50 mld di euro. Resta però decima al mondo per capacità di esportazione. E in Cina siamo solo quinti per esportazioni vinicole. Come spiega questo gap?

    Stiamo recuperando terreno. Chiudiamo il 2017 con 41 miliardi di export. Nel 2013 erano 33. Un bel risultato, che dà la concreta possibilità di arrivare ai 50 miliardi entro il 2020 come avevamo prefissato. Serve ancora investire per portare il vero Made in Italy dove ora trionfa l’italian sounding. Per farlo servono regole giuste in mercati aperti. Accordi internazionali di tutela, prima di tutto delle identità alimentari e contro il falso cibo. Altro che dazi e barriere come sostiene qualcuno. Sarebbero una condanna al fallimento per le nostre piccole e medie imprese, soprattutto agroalimentari.

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