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    Con Renzi per un Pd popolare

    (Intervista a firma di Maria Zegarelli pubblicata su l’Unità del 17.03.2017)

    «Non vogliamo riavvolgere il nastro della storia, non ci rassegniamo a un ritorno fuori tempo massimo alle antiche case madri. Vogliamo rafforzare il progetto del Pd con parole nuove e con un lavoro collettivo, fuori dall’idea che il partito sia un rifugio».

    Al Lingotto la platea si è spellata la mani quando il ministro Maurizio Martina ha pronunciato queste parole, sarà anche per questo che Matteo Renzi lo ha voluto in tandem con lui nella corsa alle primarie, per iniziare quel gioco di squadra che finora non è decollato. Figura non divisiva, costruttore di ponti, qualcuno dice.
    Qualcun altro taglia corto e sostiene che l’ex segretario l’abbia voluto perché il ministro, 38 anni, ex Ds, può «coprirlo a sinistra» sottraendo consensi ad Andrea Orlando. In realtà dalla sua ha un’esperienza politica di cui Renzi ha parecchio bisogno in questo momento per ridare slancio al Pd.

    Nel movimento studentesco, poi consigliere comunale con una lista civica, segretario della sinistra giovanile e poi via via una gavetta sempre a salire nei Ds fino ad arrivare al governo, come sottosegretario nel 2013 con il governo Letta.
    Durante questa lunga chiacchierata racconta che come prima iniziativa elettorale, dopo il Lingotto, ha scelto il Museo della Casa Cervi, la casa dei sette fratelli uccisi dai fascisti, perché, spiega che la metafora di questa avventura è ispirata da Aldo Cervi e dal quel mappamondo piazzato sul suo trattore. Aveva colto la direzione il giovane figlio di Alcide. E adesso spetta al Pd cogliere la propria se vuole riaprirsi a pezzi di elettorato che hanno deciso di guardare altrove.

    La mozione presentata con Renzi cita Gramsci. Svolta a sinistra?
    «In realtà credo che stiamo semplicemente interpretando nel modo migliore l’idea di una proposta che si rivolga al Pd e al Paese in modo largo e partecipato. Questa è una mozione che nasce dal basso, dai giorni intensi e molto belli del Lingotto, con il contributo di tanti che hanno voluto partecipare con noi a tre giorni di confronto molto forte. Questo sforzo e questa questa tensione li abbiamo voluti rappresentare nel titolo della mozione, “Avanti, insieme”. Stiamo, cioè, rappresentando un’idea chiara del Pd che vogliamo: un partito in grado di fare squadra, di persone che insieme, a vari livelli, lavorino per la stessa prospettiva. Un partito popolare, alternativo ai populisti».

    Decontribuzione totale per l’assunzione dei giovani per i tre anni: questa è una delle proposte contenute nella mozione. Una misura stabile, considerato il crollo delle assunzioni a tempo indeterminato che si è registrato quando sono finiti gli sgravi per le imprese?
    «Il terna che ci poniamo è quello di un avanzamento radicale di tutte le politiche di sostegno all’occupazione giovanile. Sappiamo che sono stati fatti passi in avanti importanti negli ultimi tre anni con le scelte che abbiamo compiuto attorno ai terni del lavoro, ma dobbiamo fare di più. C’è bisogno di essere ancora più forti sul versante dell’occupazione giovanile concentrando le politiche di defiscalizzazione in particolare sul versante di genere e di generazione. In parte queste scelte sono state impostate in questi anni, ma non ci sfugge la necessità di essere ancora più netti nei prossimi anni perché l’occupazione resta il nostro chiodo fisso, è questa la madre di tutte le battaglie, il cuore della nostra sfida sociale».

    Andrea Orlando critica il ticket, dice che quel trattino Renzi-Martina fa fare un salto indietro.
    «Credo in realtà il trattino ce l’ha una certa visione del Pd che sembra sia interpretata più da altre proposte che non certo dalla nostra. Noi non abbiamo trattini. Dal primo minuto abbiamo lavorato per il superamento di un’idea di partito che torna ad avere il trattino. Nella proposta di fondo c’è una diversità chiara tra la prospettiva che propongono Andrea o Emiliano rispetto alla nostra. Noi non vogliamo tornare indietro, come dimostrano i contenuti della nostra mozione che mirano ad un progetto di un partito compiutamente unitario e pienamente di centrosinistra».

    AI Lingotto ha detto “la sinistra siamo noi”, Dario Franceschini sostiene, invece, che i numeri inducono a fare i conti con il centrodestra. A chi guarda il Pd di Renzi e Martina?
    «Noi prima di tutto dobbiamo avere forti contenuti programmatici e forti proposte per rivolgerci a tutti i cittadini sapendo che le prime alleanze sono quelle sociali, che si costruiscono con i bisogni e gli interessi dei cittadini. Se non partiamo da qui rischiamo di non farci capire. Poi, è chiaro che noi guardiamo al centrosinistra, siamo un soggetto fondamentale di quest’area, a questo abbiamo lavorato in questi anni. Siamo dunque interessati a sviluppare un ragionamento che sul programma costruisca dei punti di sintesi e delle convergenze dopo le primarie, quando toccherà a noi far vivere le esperienze del Pd. Dialogo al centro e a sinistra, con chi ha una visione unitaria e non divide, a partire da un programma forte di cambiamento del Paese».

    Uno dei workshop più partecipati al Lingotto è stato quello sul partito. Quale è il messaggio che vi è stato recapitato dalla base?
    «La proposta che noi facciamo è quella di un partito pensante, in questa parola c’è tanto della sfida che dobbiamo vincere per avere un partito radicato nei territori, capace di essere strumento di relazione con i cittadini, di fare comunità, di essere utile, che riparta dai circoli, dalle competenze e che offra strumenti di analisi. Sono convinto che l’alternativa al populismo si costruisca con un partito popolare. Infine, considero fondamentale la formazione anche con una scuola politica stabile, permanente. È cruciale soprattutto di fronte ai cambiamenti che abbiamo davanti ».

    Pensante ma anche più pesante?
    «Un partito vivo. Dobbiamo superare la discussione tra pesante o leggero che non ci ha portato da nessuna parte. C’è bisogno di un partito attivo e reattivo, capace di rispondere a Federico, quel ragazzo di 17 anni che ha preso un treno ed è venuto a Torino per porci delle domande».

    L’altro giorno al Senato, durante la discussione sulla mozione di sfiducia individuale al ministro Luca Lotti, Michele Gotor è stato ancora più duro del M5s. Se lo aspettava da un suo ex compagno di partito?
    «Penso che purtroppo abbiamo assistito ad una involuzione di merito e nello stile che dice molto della deriva che si sta prendendo dopo la scissione in alcuni ambienti. A me dispiace molto perché credo che sia stato quel modo di ragionare davvero incompreso ai più. La deriva a cui stiamo assistendo fa saltare parecchie coerenze rispetto a posizioni assunte in passato dalle stesse persone che adesso scelgono questa strada».

    Lei è in campagna elettorale ma anche ministro del governo Gentiloni che lavora alla manovra. Per Piero Fassino la priorità in questo momento è abbassare il debito pubblico. Renzi chiede che non si alzi la pressione fiscale. Che direzione prenderà il governo?
    «Le priorità per noi rimangono il lavoro e il sostegno alla crescita. Dobbiamo fare di tutto per irrobustire tutte le misure e gli strumenti a sostegno dell’occupazione degli investimenti. Anche in queste ore stiamo ragionando, ad esempio, di voucher. Io sono per interventi forti, radicali, che ci aiutino a superare anche queste situazioni».

    Eliminerete del tutto i voucher?
    «Vediamo, io sono per un intervento netto da parte del governo su questi temi. In generale, credo che si debbano fare scelte utili a sostenere crescita, investimenti e lavoro. Tutto quello che faremo dovrà essere misurato con questo obiettivo, a partire dalle prossime settimane. La legge di Stabilità sarà un tenia dell’autunno».

    Martina-Renzi, davvero “diversi ma uniti” è possibile?
    «Assolutamente sì. Questo è il compito della nostra generazione. Non dobbiamo ripercorrere la malattia che tanto male ha fatto alla sinistra negli anni. Noi abbiamo anche questo compito, credo che nella diversità di sensibilità, di proposta e nella nostra capacità di sintesi ci sia una delle sfide più grandi per il Pd».

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