• Clima e Usa, le sfide del G7. Referendum, io non voterò

    (Intervista a firma di Simone Bianco pubblicata su Corriere della Sera Bergamo del 08.10.2017)

    Il G7 in città è già iniziato. Bancarelle sul Sentierone, eventi sul tema dell’agricoltura declinato al momento in chiave locale. II ministro Maurizio Martina in mattinata è stato in Provincia e ha partecipato a un incontro sul mais antico, tra una settimana sarà impegnato nei summit di Palazzo della Ragione e di Astino con gli altri sei ministri dei Paesi più industrializzati. «II tema è questo, coniugare le ricchezze locali con i grandi cambiamenti globali».

    L’agricoltura oggi attira i giovani e, insieme, sembra puntare tutto sul recupero della tradizione.

    «Secondo me la sfida dei prossimi anni per noi è quella delle tre “A”: agricoltura, ambiente e alimentazione».

    Bergamo sta lavorando bene su questi temi?

    «Il nostro territorio punta sulle diversità, legate al paesaggio: la montagna più concentrata sulle specificità dei prodotti, in Pianura la filiera lattiero-casearia che ha altre logiche. Ma è un territorio centrale. Ad esempio, è tra i più importanti per le Dop dei formaggi».

    Accordi commerciali con gli Usa, il Canada, rapporti con Dopo l’Expo, quali sono i temi del G7?

    «Prima di tutto il tema della gestione del rischio, i danni enormi cui sono esposti i produttori soprattutto nei Paesi poveri a causa dei cambiamenti climatici. Sono stato a Washington due mesi fa, con gli Usa bisogna insistere sulla necessità di maggiore cooperazione. Certo, l’amministrazione Trump ha altri punti di vista sui cambiamenti climatici ma si può collaborare».

    Gli Stati Uniti rappresentano più un problema o un’opportunità per i produttori italiani?

    «Quando mi sono seduto al tavolo col segretario Sonny Perdue, la prima cosa che mi ha detto è che gli Usa vogliono riequilibrare la bilancia commerciale dell’agricoltura, oggi ampiamente favorevole all’Italia. La realtà è che quello è un mercato centrale per il made in Italy, grazie all’alta qualità che possiamo garantire. II consumatore americano vuole i prodotti italiani e, tolte le due coste, c’è ancora un enorme spazio per crescere, ad esempio in uno stato come il Texas. È chiaro che bisogna lavorare per la tutela dei nostri marchi dalla contraffazione. La tappa di Bergamo sarà importante per provare a fare passi avanti, a partire proprio dal tema dei cambiamenti climatici».

    L’Europa continua a essere vissuta in modo conflittuale da coltivatori e allevatori italiani.

    «Sì, ma prendiamo la Gran Bretagna: al G7 ne parleremo, gli agricoltori inglesi sono in difficoltà dopo la Brexit, senza più i contributi dell’Ue. Serve più Europa, anche se alcune cose devono cambiare».

    Come si intreccia l’agricoltura col tema, molto sentito, dell’immigrazione?

    «Sono legati, perché “aiutarli a casa loro” è possibile solo se si parte dal modo in cui sta cambiando questo settore in varie parti del mondo».

    Il G7 è la chiusura di una stagione politica per lei, che nel 2013 è partito da sottosegretario e si è poi trovato è essere ministro durante l’Expo.

    «È una stagione in cui questo Paese ha fatto un salto in avanti. La presenza dell’Italia, ad esempio nella cooperazione internazionale, è diventata centrale, anche grazie al lavoro fatto con Expo 2o15. Abbiamo centrato risultati importanti, come l’aumento del prezzo del latte alla stalla, grazie all’obbligo di indicarne la provenienza».

    È anche un punto di svolta politico. Si va verso le elezioni, tra due settimane c’è il referendum sull’autonomia lombarda. Lei voterà?

    «No, non andrò a votare. Considero il referendum inutile, uno spreco di denaro, mentre spazi di autonomia si sarebbero potuti discutere con il governo senza questo passaggio. Avrei capito di più un referendum doPo, per confermare un accordo tra Stato e Regione. Così, invece, prevalgono le finalità propagandistiche della Lega».

    Ha letto il documento della Curia in cui si dice che dopo questo voto le applicazioni pratiche saranno molto difficili?

    «Sì e sono pienamente d’accordo».

    Quindi Giorgio Gori sbaglia a spendersi per il Sì?

    «No, la prospettiva di Gori, da sindaco, è comprensibile. Ed è giusto, anche in quel modo, provare a smascherare il bluff di Maroni».

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