• Trattativa, ma non sul fisco

    (Intervista a firma di Oriana Liso pubblicata su La Repubblica del 23 ottobre 2017)

    In Veneto è stato superato ampiamente il quorum, in Lombardia si è andati oltre la soglia fissata dal governatore Roberto Maroni. Ministro Maurizio Martina: adesso il governo dovrà trattare con le due regioni.

    «Il dato del Veneto è sicuramente un messaggio chiaro: è un mandato degli elettori, di cui ho grande rispetto, ad aprire una trattativa. Ma per quanto riguarda la Lombardia parlerei, al contrario, di una sconfitta. Nello specifico, di una sconfitta di Maroni».

    Nonostante abbia votato più del 34 per cento degli elettori?

    «Il 22 agosto, in una intervista, diceva testualmente che “l’asticella del successo è fissata al 51 per cento”, poi l’ha abbassata. Resta il fatto che la maggioranza dei lombardi ha ignorato le sue sirene e non ha creduto alla propaganda leghista sul residuo fiscale».

    Eppure ai seggi la maggior parte degli elettori lo ha detto: “Voto sì perché così le nostre tacce restano qui”.

    «Le materie fiscali — e anche altre, come la sicurezza — non sono e non possono essere materia di trattativa né con il Veneto, né con la Lombardia e neanche con l’Emilia Romagna, che ha avviato un’interlocuzione con il governo senza passare da un referendum. Non lo dico io: lo dice la Costituzione, con gli articoli 116 e 117 che indicano chiaramente gli ambiti su cui ci può essere una diversa distribuzione delle competenze».

    Zaia e Maroni, però, sono già pronti a venire a Roma per trattare. Cosa vi direte?

    «Potranno avviare lo stesso percorso di confronto aperto dal presidente emiliano Bonaccini. Partirà una discussione e, in caso di accordo, questo andrà votato dal Parlamento con una legge. Credo sia giusto discutere con alcune regioni su chi deve gestire determinate materie: ma nell’ambito di una idea federalista equilibrata, cooperativa. E con un referendum consultivo da fare magari a valle del percorso, avendo già lavorato a un testo chiaro».

    Crede che il Movimento Cinque stelle abbia avuto un peso nel risultato?

    «Mi pare che, al di là della questione del voto elettronico, non abbiano fatto particolarmente campagna per il voto. Detto questo se in Lombardia, nonostante Lega, Forza Italia e 5 Stelle non si è raggiunto il 50 per cento dei votanti, qualcosa vorrà dire».

    Il Pd si è diviso: Giorgio Gori e Beppe Sala a favore, lei astenuto. Non crede che questo abbia confuso i vostri elettori?

    «Il Pd ha lasciato libertà di voto in Lombardia, ma tutti quanti — anche i sindaci — abbiamo denunciato sin dall’inizio la propaganda leghista, sapendo che la vittoria del sì era scontata, ma cercando di far capire che le promesse di Maroni erano irrealizzabili».

    Quanto incide questo voto sui prossimi appuntamenti elettorali?

    «Il referendum è un passaggio a sé. Noi dobbiamo continuare a lavorare per offrire una alternativa forte alle derive populiste di destra e 5 Stelle».

  • Il Cibo, una questione di cittadinanza

    (Intervista a cura di Franco Cattaneo pubblicata su L’Eco di Bergamo del 16.10.2017)

    Terminato sotto il sole nel verde diAstino il G7 sull’agricoltura, il ministro Maurizio Martina è partito per Roma dove oggi i ministri partecipano, alla Fao, alla Giornata internazionale dell’alimentazione per ascoltare le parole di Papa Francesco. «C’è un ponte ideale fra il nostro vertice e questa assise», dice, insistendo sul «passo avanti» compiuto a Bergamo, una terra predisposta a recepire e a coltivare concetti chiave del vertice internazionale come cooperazione, dialogo, unità d’intenti e vicinanza alle tragedie dell’Africa.

    Si nota questa soddisfazione fra i 7, che in realtà sono 9 con il commissario europeo e l’inviata dell’Unione africana.
    «Sì, e da parte mia aggiungo il grande orgoglio per la nostra città e per il nostro territorio. Penso che abbiamo svolto un lavoro molto utile ed è impressionante come le delegazioni siano rimaste affascinate dalla bellezza di Bergamo. Un grande ringraziamento alle forze dell’ordine, all’amministrazione comunale e provinciale, a tutte le associazioni che hanno partecipato e ai cittadini. Bergamo ha confermato la possibilità di organizzare al meglio questi appuntamenti in forma molto aperta. Mipermetto di dire che questo è stato il G7 di gran lunga più partecipato dalla società civile e anche di questo vado orgoglioso».

    Sul piano politico l’intesa completa non era scontata, considerando le posizioni dell’America di Trump.
    «Non lo era e per questo la Dichiarazione diBergamo condivisa all’unanimità è un passo avanti decisivo. Se si ragiona in termini generali, per esempio sui cambiamenti climatici, ci sono posizioni diverse e si fatica a trovare una sintesi comune. Ma se si atterra nel concreto, sulla relazione fra eventi atmosferici estremie sviluppo agricolo, allora si trovano le convergenze utili. Ed è quel che è avvenuto».

    In sostanza il ministro americano Sonny Perdue s’è rivelato disponibile.
    «È così. Il rappresentante di Washington è stato governatore della Georgia, uno Stato agricolo, ed è un uomo di notevole esperienza in questo campo. Ha lavorato con disponibilità al comunicato finale e hariconosciuto concretamente il problema che dobbiamo affrontare».

    La gestione dei rischi ambientali resta lo snodo centrale.
    «Quel che sta accadendo inAfrica e in altre parti del mondo rende il governo dell’impatto dei disastri ambientali una questionepurtroppo molto concreta. C’è l’urgenza di avere nuovi strumenti per le piccole e medie imprese familiari che sono il tessuto fondamentale di ogni agricoltura nel mondo. È la grande sfida aperta per tutti. Per questo, come presidenza italiana del G7, daremo mandato alla Fao perché si individuino, attraverso le nuove tecnologie, gli strumenti che consentano di prevenire e contenere l’effetto devastante delle calamità naturali sul mondo agricolo. Dobbiamo insistere sulla prevenzione e sulle informazioni meteorologiche in tempo utile, sulla massima diffusione delle tecnologie per sostenere le esperienze locali: un ambito non scontato nei contesti più deboli. La cooperazione agricola ha il suo focus strategico sull’Africa e ci siamo detti che il problema ci riguarda, coinvolge tutti. Dunque, dobbiamo condividere buone pratiche di uno sviluppo innovativo».

    Avete anche affermatoil principio del cibo come questione democratica.
    «La consapevolezza del nesso inscindibile fra l’accesso al cibo, le disuguaglianze e le migrazioni è stata discussa nella sessione finale. Abbiamo segnato una tappa nuova nel rapporto con l’Africa, perché l’immediatezza di alcune possibilità di coop erazione si possono misurare proprio apartire dalle conoscenze pratiche del mondo rurale dei Paesi del G7. Abbiamo declinato dallato dellanostra agenda agricola l’impegno sottoscritto dai capi di stato e digoverno al vertice dei Sette Grandi a Taormina raggiungere l’obiettivo “fame zero” entro il 2030 stabilito dall’Onu e, in particolare, siamo al lavoro perché nei prossimi anni 500 milioni di persone escano dalla denutrizione. La commissariaJosefa Sacko ci ha descritto le condizioni drammatiche, specie di alcune aree del continente: carestia, siccità, fame. Ci ha spiegato itentativi messi in atto e i nuovi strumenti adottati dall’Unione africana, ci ha chiesto unamano e ha ricevuto la massima attenzione. Dopo il summit le relazioni con quel continente escono rafforzate».

    Sono entrate nel lessico istituzionale parole-chiavecome«empowerment», cioè il conferire autorità, e resilienza, cioè la capacità di recupero. «”Empowerment” è nel titolo della Dichiarazione di Bergamo. Vuol dire riconoscere la centralità dell’investimento che dobbiamo fare sugli agricoltori e sui produttori per uno sviluppo equilibrato e sostenibile, per arginare le ferite della disuguaglianza. In definitiva, per fare dell’alimentazione una grande questione di cittadinanza e di democrazia».

    Dimensione locale e global: il G7 intende adottare politiche concrete per la tracciabilità e lo sviluppo di sistemi produttivi legati al territorio.
    «Abbiamo trovato un linguaggio comune per valorizzare le esperienze agricole locali, consapevoli che riconoscere questo è un fattore importante nello scenario competitivo mondiale. L’Italia, insieme con l’Unione europea, spingemoltoperlapriorità delle indicazioni geografiche e ci siamo ritrovati nel muoverci insieme perché questo avvenga ad ogni latitudine. Non ultimo, c’è anche l’impegno a rafforzare la trasparenza nella formazione dei prezzi: più è alta, maggiore è la tutela dell’anello debole, che spesso èl’universo deiproduttori».

  • Più tutele per gli agricoltori e meno sprechi alimentari. Così lasceremo un segno

    (Intervista a firma di Luca Balzarotti pubblicata su Il Giorno Lombardia del 12.10.2017)

    Giappone, Stati Uniti, Canada. Francia, Germania e Regno Unito. E l’Italia nel ruolo di presidente. Sabato e domenica, i sette Paesi più influenti si riuniranno a Bergamo per il G7 dell’agricoltura. Sessioni e incontri dove i ministri si confronteranno anche con l’Unione Europea, la Fao, l’Unione Africana.

    Ministro Martina, come sta l’agricoltura italiana alla vigilia dei G7?

    «È un settore che in questi anni ha dimostrato una vitalità importante. Lo dice la crescita degli occupati, l’aumento delle aziende giovani che oggi sono 70mila, il 6,6% del totale. Nel 2014 erano il 5%. C’è molto ancora da fare per salvaguardare sempre di più le imprese agricole, soprattutto in annate complesse dal punto di vista climatico come queste».

    Quali sono i temi principali su cui vi confronterete e le prime emergenze da risolvere per produttori e consumatori?

    «Cooperazione agricola come chiave di sviluppo e tutela del reddito degli agricoltori davanti alle crisi, ambientali o economiche. Sono i due assi sui quali abbiamo deciso di concentrare la discussione. E sullo sfondo c’è un tema trasversale che interessa anche i consumatori ed è legato al modello produttivo. Dobbiamo produrre meglio, sprecando meno».

    C’è chi reputa questi appuntamenti poco efficaci. Si aspetta invece delle misure concrete dal G7?

    «In un momento complicato per le relazioni internazionali, appuntamenti come questo possono ridare centralità ad alcuni temi e impegni concreti. Anche di Expo si era detto la stessa cosa, ma abbiamo eredità politiche importanti come le leggi contro gli sprechi alimentari, a tutela della biodiversità, contro il caporalato. Noi lavoriamo per dare seguito agli impegni».

    Quale contributo potrà arrivare nella lotta alla malnutrizione e alla povertà?

    «La sfida Onu per azzerare la fame entro il 2030 riguarda tutti. Da Bergamo vogliamo rilanciare con forza questo obiettivo, anche perché nel 2016 abbiamo fatto un passo indietro con 815 milioni di persone che soffrono di povertà alimentare nel mondo. Al G7 anche per questo abbiamo voluto Fao, Ifad e Wfp oltre all’Unione Africana, Slow food e a One Campaign di Bono».

    Tornando all’Italia, in questi anni si sono rafforzate le iniziative per la difesa ciel made in Italy?

    «E un lavoro quotidiano, legato in particolare alla difesa della nostra distintività. Abbiamo aiutato i produttori ad essere più presenti sui mercati internazionali con le nostre eccellenze. L’export è cresciuto dell’85% dal 2010, lo scorso anno abbiamo toccato la cifra record di 36,8 miliardi di euro. Possiamo fare di più».

    L’incremento dell’e-commerce è un ostacolo in più nella lotta alla contraffazione? Come va affrontato?

    «Vendere su internet è un’opportunità fondamentale, soprattutto per le piccole e medie imprese che possono arrivare direttamente al consumatore. Servono strumenti di protezione contro il falso. Su questo siamo all’avanguardia. Siamo l’unico Paese al mondo ad avere accordi con i grandi del web come Alibaba, Google, eBay per rimuovere i prodotti falsi che imitano le nostre Indicazione geografiche».

    A proposito di marchi geografici, ieri le principali associazioni internazionali dei prodotti a denominazione hanno sottoscritto la “Dichiarazione di Bergamo”, che punta su tutela, sostenibilità, protezione su internet delle Ig. Cosa ne pensa?

    «È un passo in avanti importante. Le indicazioni geografiche sono uno strumento di valorizzazione dell’identità, di territori fatti di paesaggio e migliaia di imprese. La presenza di così tante associazioni, anche da Paesi come gli Stati Uniti, segnala che questo modello si sta affermando oltre i nostri confini. I 4 punti della dichiarazione sono totalmente in linea con le nostre azioni e assumono un’importanza strategica per il G7 a presidenza italiana».

    Perché la Lombardia e Bergamo come sede ciel G7?

    «Bergamo in questi anni è diventata un vero e proprio laboratorio di un nuovo rapporto tra città e produzione agricola. E poi questa è terra di qualità agroalimentari che ancora si conoscono poco, ma da qui passa una delle chiavi del futuro sviluppo anche di una provincia forte come questa».

  • Distretti del cibo per l’Italia

    (Intervista a firma di Luigi Chiarello pubblicata su Italia Oggi dell’11.10.2017)

    “Con la nuova legge di bilancio l’Italia si doterà di Distretti del Cibo: si tratta di un nuovo strumento a disposizione di imprese agricole, cittadini, associazioni ed enti locali, per costruire piani di sviluppo pluriennali e accedere a finanziamenti dedicati. Così da fare di ogni città e ogni territorio dello Stivale un laboratorio originale di food policy”: lo ha svelato a ItaliaOggi il ministro alle politiche agricole, Maurizio Martina, raggiunto nel pieno della settimana che introduce al G7 agricoltura di Bergamo, a pochi giorni dall’evento. Martina non rifiuta di entrare tra le pieghe del mercato alimentare globale, analizzandone le contraddizioni. Si dice contrario al glifosate, ma conferma piena apertura agli accordi di libero scambio. Tracciando anche la rotta per lo sviluppo di una via italiana alle biotecnologie.

    Domanda. Ministro il 14 e 15 ottobre l’Italia ospiterà a Bergamo il G7 agricoltura. Quali sono terni e obiettivi?

    Risposta. Tutela del reddito degli agricoltori dalle crisi e sviluppo della cooperazione agricola internazionale. Sono le due chiavi centrali che abbiamo voluto porre al centro della discussione. Produrre meglio con meno è l’obiettivo che sintetizza il nostro lavoro. Sono questioni di giustizia ed equità che si collegano strettamente alla necessità di garantire il diritto al cibo a tutte le latitudini. Dopo Expo Milano, l’Italia torna protagonista a livello mondiale su questa sfida.

    D. Una importante sessione dell’appuntamento riguarda il piano Fame zero della Fao. A che punto siamo?

    R. Abbiamo fatto un passo indietro, lo dicono i numeri della Fao. Nel 2016 anche a causa di guerre e carestie le persone affamate hanno superato di nuovo gli 815 milioni. Proprio per questo da Bergamo vogliamo rilanciare la necessità di azioni concrete e immediate per sradicare la fame. Per farlo serve anche più agricoltura, soprattutto più tutela per i piccoli agricoltori.

    D. In coerenza con il G7 di Taormina avete deciso di invitare la rappresentante dell’Unione africana. Che spazio può avere la cooperazione agricola anche per la gestione del fenomeno migratorio?

    R. È cruciale. È un pezzo fondamentale di qualsiasi accordo bilaterale con i Paesi africani o asiatici. L’Italia soprattutto. E gli ultimi anni ha rilanciato il proprio impegno nella cooperazione, con programmi anche di condivisione della ricetta e di trasferimento di know how, come il progetto “Prima” – Partnership for Research and Innovation in the Mediterranean Area – che unisce le sponde del Mediterraneo. Abbiamo fortemente voluto con noi Josefa Sacko, commissaria all’agricoltura dell’Unione africana. Così come Carlo Petrini e le organizzazioni Onu come Fao, Ifad, Wfp. Dobbiamo rilanciare l’impegno internazionale per modello agricoli più competitivi e sostenibili a livello economico, ambientale e sociale.

    D. Il G7 agroalimentare arriva nel bel mezzo di uno scontro tra titani. Da un lato l’Europa spinge sull’acceleratore con gli accordi di libero scambio. Dopo il Ceta, il Marocco e il Vietnam, negozia col Giappone e il Messico. Dall’altro, gli Stati Uniti – principale mercato di sbocco per le produzioni italiane – stoppano il Ttip e revocano il TTp con il mercato asiatico. Al di la della forbice ideologica globalisti/sovranisti, quali interessi legge dietro questo scontro?

    R. Sono convinto che regole giuste in mercati aperti siano una necessità per i nostri piccoli produttori. Non sono le multinazionali ad avere bisogno di protezione per affrontare le sfide della globalizzazione. Giusto discutere e approfondire in trasparenza il contenuto degli accordi internazionali, ma chi vuole alzare muri e barriere rischia di condannare a morte il tessuto di piccole e medie imprese italiane vocate alle esportazioni. Dal 2010 le nostre esportazioni sono cresciute dell’85% passando da 20 a 36,8 miliardi di euro. Senza molte aziende non avrebbero superato la crisi. Uno studio Ismea ci dice che il rischio potenziale di dazi in Usa costerebbe oltre 300 milioni di euro, peggio dell’embargo russo. Anche al G7 lavoreremo per il dialogo.

    D. Sul fronte italiano, però, l’opposizione al Ceta si fa sentire. Il parlamento ha preso tempo per la ratifica. La Coldiretti contrasta ferocemente e apertamente l’accordo sostenendo che di fatto sdogana il falso made in Italy. Palazzo Rospigliosi lamenta che l’accordo legittima l”italian sounding fatto attualmente per le produzioni dop. Specie per i formaggi di origine protetta italiani. Come Fontina e Gorgonzola.

    R. Il Ceta è un primo passo utile, che si può e si deve irrobustire. Ma dopo anni di attesa finalmente tanti prodotti, 41, dop e igp italiani potranno avere piena tutela, essendo vietato alle aziende canadesi l’uso del loro nome. Non è poco. Pensate che fino a ieri il Prosciutto di Parma non poteva presentarsi col suo nome perché era registrato da un’azienda privata. Per Fontina e gorgonzola l’accordo prevede che se sono prodotte in Canada ci sia indicata con chiarezza l’origine che sia evidente anche la parola “Like”, tipo. Significa riconoscere il primato italiano e comunicare al consumatore che quelle sono copie.

    D. Negli Stati Uniti, 12 tra le maggiori associazioni agricole ed agro-alimentari hanno inviato, al Presidente Trump, una lettera ufficiale molto dura contro il riconoscimento delle Indicazioni Geografiche europee negli accordi commerciali attualmente in fase di negoziazione. Lo ha fatto sapere la Fondazione Qualivita, che vede nel Consortium for Common Food Names (CCFN) la regia dell’operazione. Le 12 organizzazioni Usa sostengono che le Ig Ue cercano di “confiscare” nomi che in America considerano generici e che da noi corrispondono denominazioni protette. Come ad esempio, il parmesan.

    R. È un confronto, anche duro, tra modelli. Noi porteremo sempre avanti quello che lega origine, territorio e qualità e che si esprime nelle indicazioni geografiche. In questo faremo sempre la nostra parte a tutela del saper fare italiano. L’atteggiamento Usa denota che su questo fronte ci temono. E noi dovremo imparare sempre meglio a comunicare ai consumatori questo valore, per contrastare italian sounding e falso cibo.

    D. Strumenti come l’ecommerce, sul genere degli accordi con Alibaba, sono utili per penetrare il mercato cinese o si sono rivelate un pannicello caldo per via delle alte commissioni degli importatori e distributori?

    R. Alibaba ha 460 milioni di clienti, quasi 8 volte la popolazione italiana, bambini compresi. È evidente, quindi, che è un mercato da presidiare ed è una porta d’accesso alla Cina, dove stiamo cercando di recuperare il tempo perso in passato rispetto ai cugini francesi. Ovvio che si è avviato da poco il percorso; quindi, per avere risultati pieni c’è ancora molto da lavorare. Per questo stiamo lavorando sull’apertura di un Italian pavilion permanente sulla piattaforma, che educhi i consumatori cinesi sulle nostre eccellenze. C’è anche da dire che Alibaba ha voluto fortemente combattere il falso cibo, consentendo ai nostri ispettori di segnalare le produzioni contraffatte. E di rimuoverle in poche ore.

    D. Passiamo alle produzioni: lei ha dichiarato di essere contrario all’utilizzo di glifosate in Italia. Importanti centri europei di ricerca contro il cancro (ed esempio, quello di Lione) si sono detti contrari all’utilizzo perché “cancerogeno”. Le autorità europee per la chimica (Echa) e per la sicurezza alimentare (Efsa) hanno detto che non è così certo, oppure che non è dannoso. A cosa imputa queste enormi differenze di vedute? Conflitti d’interesse di qualche membro?

    R. Confermo la mia contrarietà. È una scelta coerente col modello agricolo sostenibile che vogliamo promuovere in Italia. Il parere reso dall’Ispra al governo è molto severo sull’impatto ambientale del glifosate nelle zone di utilizzo. Dobbiamo tenerne conto.

    D. Un conflitto d’interessi riguarda probabilmente anche la Germania, che per il momento sul glifosate sta alla finestra: Bayer sta per acquisire Monsanto (anche se pende un giudizio negativo dell’antitrust Ue). E i maggiori ricavi per Monsanto arrivano dalla vendita dell’erbicida più diffuso al mondo: il RoundUp a base di glifosate. Visti gli interessi contrastanti in Europa, si andrà verso una nazionalizzazione delle politiche (e delle moratorie) sul glifosate così come si è accaduto con gli ogm?

    R. Troppo spesso l’Europa non decide. Sugli ogm abbiamo ottenuto la possibilità di valutare a livello nazionale adottando decisioni più vicine alle nostre esigenze. Credo che una flessibilità sia utile per tutelare la distintività delle varie agricolture. Per noi è vitale.

    D. A tal proposito ritiene gli ogm uno strumento utile per le coltivazioni in aree difficili o considera il transgenico pericoloso per la salute e – come sostenuto da Carlin Petrini a Terra Madre – per i redditi dei contadini africani, tenuti in ostaggio dai brevetti sulle sementi?

    R. È un tema enorme quello della proprietà dei semi, e più in generale quello della ricerca agricola. In un mondo che va sempre di più verso pochi soggetti, nei quali sono concentrati brevetti su semi e fitofarmaci, noi abbiamo scelto di puntare sul rilancio della ricerca pubblica in agricoltura sulle principali colture italiane. Superando il vecchio transgenico e puntando su biotecnologie sostenibili come genome editing e cisgenesi.

    D. Passiamo al mercato italiano. A ItaliaOggi, nel corso dell’ultimo Vinitaly di Verona, aveva annunciato la predisposizione di un numero elevato di decreti attuativi del Testo Unico della Vite e del Vino. A che punto siamo con la diramazione e la loro pubblicazione in Gazzetta?

    R. Sono dieci i decreti già firmati e pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Stiamo ancora andando avanti in un lavoro di confronto con la filiera su alcuni temi sensibili. Sono pronti i decreti anche su consorzi, tracciabilità e controlli che accorpano circa 7 dei provvedimenti previsti dal Testo unico. Si procede a ritmi serrati.

    D. Questa settimana il Governo presenterà la legge di bilancio. Cosa si prevede per l’agricoltura?

    R. Le nostre priorità sono i giovani e il sostegno alle filiere strategiche. Stiamo lavorando in questa direzione, per completare le scelte fatte in questi anni con un taglio di tasse per 2 miliardi di euro per gli agricoltori attraverso la cancellazione di Imu, Irap e Irpef agricole. E poi pensiamo alla creazione dei distretti del cibo.

    D. Di cosa si tratta?

    R. Sono un nuovo strumento di progettazione territoriale partecipata per aiutare produttori agricoli, cittadini, associazioni ed enti locali a lavorare insieme sulla valorizzazione del patrimonio agricolo, enogastronomico e ambientale di ogni luogo. Con i Distretti del Cibo si potranno costruire piani di sviluppo pluriennali, per accedere anche a finanziamenti dedicati. E rendere, così, ogni città e ogni territorio un laboratorio originale di food policy.

  • Ci unisce sapere chi sono gli avversari

    (Intervista a cura di Annalisa Cuzzocrea pubblicata su La Repubblica del 09.10.2017)

    Ministro Martina, il tentativo di non avere nemici a sinistra sembra riuscito a metà. Mdp sbatte la porta, Pisapia invece apre: è così?
    «La direzione di venerdì ha dato un segnale di grande coesione del Pd e ha lanciato un impegno: la costruzione di un progetto largo, capace di rappresentare con forza l’alternativa a destra e 5 stelle. Aver ribadito che gli avversari stanno a destra e nelle politiche rischiose dei grillini, aver messo in campo un’iniziativa aperta alle forze che vogliono lavorare con noi, è un fatto molto importante».

    Una parte di quelle forze vi risponde che sono parole. E che quello che serve è un cambio di politica, criticando Jobs Act, Buona scuola, trivelle.
    «In questi anni abbiamo fatto scelte per portare il Paese fuori dalla crisi e i risultati si iniziano a vedere. Ora serve un progetto che si misuri con le sfide del futuro: dall’Europa che ancora oscilla tra austerity e crescita ai temi dello sviluppo italiano. Al centro della nostra proposta c’è l’ambizione di unire crescita e uguaglianza a partire dal lavoro».

    Cercherete un accordo strutturale con Pisapia?
    «Pisapia sta facendo un percorso autonomo, che rispettiamo e con cui vogliamo confrontarci in modo positivo e dialettico, senza strattonare nessuno. Quando dice che le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono, ha ragione. Conta il merito delle scelte che si propongono».

    Non gli offrite un posto in lista, ma di far parte di una coalizione? È così?
    «Non è mai stato un tema di posti, ma di progetto. Serve il centrosinistra di governo per battere gli estremismi di destra e 5 stelle».

    Con quali altre forze?
    «Ad esempio quelle europeiste che si rendono conto – anche in aree moderate-che la sfida tra nazionalismi e sovranità europea ci riguarda ed è cruciale».

    Pensa a una lista con Emma Bonino e Carlo Calenda?
    «Ancora una volta non strattoniamo nessuno, ma certamente rilanciamo un confronto costruttivo anche con queste personalita. La prospettiva europea sarà centrale nella battaglia elettorale contro destre e populismi. Chi decide di coltivare il proprio piccolo orticello nella logica – che purtroppo a sinistra è storia – del nemico vicino, sceglie una via che non è la nostra. Divide anziché unire».

    Da sinistra vi ribattono che questa voglia d’Europa nasconde invece “i soliti accordi”: con Angelino Alfano, Denis Verdini, Silvio Berlusconi.
    «Questa è propaganda spicciola. Come quando discutono con il governo di alcuni contenuti della manovra di bilancio, di politiche per rilanciare l’occupazione giovanile o di contrasto alla povertà e diritto alla salute, e le risposte sono quelle che abbiamo ascoltato. Mdp sembra avere un solo avversario: il Pd. Condannandosi a una marginalizzazione senza senso».

    Una chiusura definitiva?
    «Ciascuno fa le sue scelte. Per quel che riguarda noi, con la nuova legge elettorale – che spero vada in porto – mi auguro si riesca a costruire un progetto di cui il Pd sia il baricentro fondamentale. I populisti si battono con un progetto popolare, con un polo del buon senso e della ragionevolezza».

    Pisapia potrebbe riproporre il tema di un passo di lato di Renzi. A quel punto che farete?
    «La nostra leadership è stata confermata con un’ampia partecipazione popolare. Ora ci stiamo ponendo il tema di un progetto più ampio del Pd. Se facciamo bene questo lavoro possiamo battere la destra e i 5 stelle. È questo il tema. Per l’Italia».

  • Clima e Usa, le sfide del G7. Referendum, io non voterò

    (Intervista a firma di Simone Bianco pubblicata su Corriere della Sera Bergamo del 08.10.2017)

    Il G7 in città è già iniziato. Bancarelle sul Sentierone, eventi sul tema dell’agricoltura declinato al momento in chiave locale. II ministro Maurizio Martina in mattinata è stato in Provincia e ha partecipato a un incontro sul mais antico, tra una settimana sarà impegnato nei summit di Palazzo della Ragione e di Astino con gli altri sei ministri dei Paesi più industrializzati. «II tema è questo, coniugare le ricchezze locali con i grandi cambiamenti globali».

    L’agricoltura oggi attira i giovani e, insieme, sembra puntare tutto sul recupero della tradizione.

    «Secondo me la sfida dei prossimi anni per noi è quella delle tre “A”: agricoltura, ambiente e alimentazione».

    Bergamo sta lavorando bene su questi temi?

    «Il nostro territorio punta sulle diversità, legate al paesaggio: la montagna più concentrata sulle specificità dei prodotti, in Pianura la filiera lattiero-casearia che ha altre logiche. Ma è un territorio centrale. Ad esempio, è tra i più importanti per le Dop dei formaggi».

    Accordi commerciali con gli Usa, il Canada, rapporti con Dopo l’Expo, quali sono i temi del G7?

    «Prima di tutto il tema della gestione del rischio, i danni enormi cui sono esposti i produttori soprattutto nei Paesi poveri a causa dei cambiamenti climatici. Sono stato a Washington due mesi fa, con gli Usa bisogna insistere sulla necessità di maggiore cooperazione. Certo, l’amministrazione Trump ha altri punti di vista sui cambiamenti climatici ma si può collaborare».

    Gli Stati Uniti rappresentano più un problema o un’opportunità per i produttori italiani?

    «Quando mi sono seduto al tavolo col segretario Sonny Perdue, la prima cosa che mi ha detto è che gli Usa vogliono riequilibrare la bilancia commerciale dell’agricoltura, oggi ampiamente favorevole all’Italia. La realtà è che quello è un mercato centrale per il made in Italy, grazie all’alta qualità che possiamo garantire. II consumatore americano vuole i prodotti italiani e, tolte le due coste, c’è ancora un enorme spazio per crescere, ad esempio in uno stato come il Texas. È chiaro che bisogna lavorare per la tutela dei nostri marchi dalla contraffazione. La tappa di Bergamo sarà importante per provare a fare passi avanti, a partire proprio dal tema dei cambiamenti climatici».

    L’Europa continua a essere vissuta in modo conflittuale da coltivatori e allevatori italiani.

    «Sì, ma prendiamo la Gran Bretagna: al G7 ne parleremo, gli agricoltori inglesi sono in difficoltà dopo la Brexit, senza più i contributi dell’Ue. Serve più Europa, anche se alcune cose devono cambiare».

    Come si intreccia l’agricoltura col tema, molto sentito, dell’immigrazione?

    «Sono legati, perché “aiutarli a casa loro” è possibile solo se si parte dal modo in cui sta cambiando questo settore in varie parti del mondo».

    Il G7 è la chiusura di una stagione politica per lei, che nel 2013 è partito da sottosegretario e si è poi trovato è essere ministro durante l’Expo.

    «È una stagione in cui questo Paese ha fatto un salto in avanti. La presenza dell’Italia, ad esempio nella cooperazione internazionale, è diventata centrale, anche grazie al lavoro fatto con Expo 2o15. Abbiamo centrato risultati importanti, come l’aumento del prezzo del latte alla stalla, grazie all’obbligo di indicarne la provenienza».

    È anche un punto di svolta politico. Si va verso le elezioni, tra due settimane c’è il referendum sull’autonomia lombarda. Lei voterà?

    «No, non andrò a votare. Considero il referendum inutile, uno spreco di denaro, mentre spazi di autonomia si sarebbero potuti discutere con il governo senza questo passaggio. Avrei capito di più un referendum doPo, per confermare un accordo tra Stato e Regione. Così, invece, prevalgono le finalità propagandistiche della Lega».

    Ha letto il documento della Curia in cui si dice che dopo questo voto le applicazioni pratiche saranno molto difficili?

    «Sì e sono pienamente d’accordo».

    Quindi Giorgio Gori sbaglia a spendersi per il Sì?

    «No, la prospettiva di Gori, da sindaco, è comprensibile. Ed è giusto, anche in quel modo, provare a smascherare il bluff di Maroni».

  • Produrre meglio sprecando meno

    (Intervista a firma di Franco Cattaneo pubblicata sull’Eco di Bergamo del 05.10.2017)

    Costruire un confronto protezionismi, nuova agenda sui temi dell’agricoltura e dell’alimentazione, in una fase in cui sembra acuirsi la tragedia della fame nel mondo e in un passaggio critico della democrazia internazionale. Sono queste le ambizioni del vertice agricolo e alimentare del G7, il 14 e 15 ottobre a Bergamo, in coerenza con le prospettive aperte dall’Expo di Milano, come ci spiega il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, che sarà al tavolo di regìa.

    Dialogo, apertura, condivisione: termini che ricorrono nei documenti preparatori del summit internazionale.

    «Il vertice si svolge in un momento delicato e particolare delle vicende internazionali ed è evidente che – tra ritorni di protezionismi, nuova agenda europea e nuovi attori in campo – avremo bisogno di costruire una riflessione comune che faccia i conti con queste novità che impongono un cambio di passo. Il nostro obiettivo è costruire un confronto di primo livello che riesca a unire i grandi Paesi del G7 coinvolgendo ovviamene l’Unione europea, le istituzioni mondiali come Ocse, Fao, Ifad, World Food Programme. Siamo , inoltre, contenti di avere il commissario allo sviluppo rurale dell’Unione africana, una voce significativa per lavorare con quel continente: questo dimostra più di tante parole l’impegno dell’Italia, che in questo periodo ha la presidenza del G7, per chiamare al tavolo negoziale nuovi soggetti fondamentali».

    In sostanza l’agricoltura come fattore geopolitico.

    «”Produrre meglio, sprecando meno”: il focus principale riguarda la svolta sostenibile dell’agricoltura e delle produzioni alimentari, con due temi che ne derivano. Il primo è la gestione delle crisi economiche e climatico-ambientali in agricoltura, quindi la tutela dei produttori. Il secondo, che ha una dimensione strategica, s’interroga su come la cooperazione agricola possa essere strumento di governo collaborativo dello sviluppo dei territori, in relazione anche ai fenomeni generati dalle nuove migrazioni. E qui c’è lo snodo forte del rapporto con l’Africa».

    In un periodo in cui questo continente sta riacquistando centralità.

    «Per noi è decisivo approfondire questo versante: G7 e Ue possono assumere un ruolo che segna un prima e un dopo. Del resto siamo già su questa linea: penso, per esempio, all’idea di un Piano Marshall per l’Africa lanciata recentemente dalla signora Merkel, che l’Italia aveva in qualche modo anticipato nel 2015 con il Migration Compact. In sostanza affronteremo due ambiti precisi: la tutela dei piccoli produttori dinanzi alle crisi di mercato e ambientali e la cooperazione agricola come fattore inclusivo di crescita. Questi due fronti si ritrovano insieme in una premessa fondamentale: quella di fare il punto sulla lotta alla denutrizione nel contesto dell’obiettivo Onu “fame zero-2030″».

    Qui, però, siamo al di sotto delle attese.

    «Cercheremo di rispondere a questa domanda: a che punto siamo? La Fao, proprio in questi giorni, ha lanciato l’allarme. Purtroppo, rispetto ai miglioramenti degli ultimi anni, la tendenza più recente s’è invertita, mentre nelle regioni centro orientali del continente nero si sta consumando una delle più gravi carestie degli ultimi decenni, peraltro senza un’adeguata copertura informativa per l’opinione pubblica occidentale. A maggior ragione diventa urgente indicare nuove strategie. Lunedì 16, all’indomani degli incontri a Bergamo, saremo all’assemblea generale della Fao in occasione della Giornata internazionale dell’alimentazione per ascoltare le parole di Papa Francesco: una presenza che ci richiama tutti al dovere dell’impegno e della responsabilità».

    Questi temi stanno nelle corde della sensibilità della Bergamasca.

    «Per me è molto importante che si viva questo appuntamento nel segno della condivisione e dell’apertura. Bergamo è la terra di Papa Giovanni e già questo dice tutto. Con il Comune e la Provincia abbiamo organizzato più di 50 appuntamenti nell’intento di proporre un approccio educativo, un valore aggiunto che accompagni in parallelo i lavori dei ministri, spingendo il più possibile su un confronto dialettico alto. Tanto più che, nella storia del passato e del presente della nostra terra, l’Africa è una realtà che sentiamo vicina e le tragedie collettive di quel continente hanno sempre trovato una pronta risposta dei bergamaschi. L’aspetto educativo e formativo, ripeto, rimane in cima alle nostre istanze. Un vertice riservato alle sole istituzioni e agli addetti ai lavori non può bastare se non dialoga con la comunità e la cittadinanza viva del territorio. L’aver coinvolto le scuole, l’università, BergamoScienza, tanti giovani, vale tanto quanto il summit stesso».

  • Col Rosatellum possibile un centrosinistra unito con Pisapia

    (intervista a firma di Francesca Schianchi pubblicata su La Stampa del 20.09.2017)

    Questa sera, il vicesegretario del Pd e ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, si confronterà alla Festa nazionale dell’Unità con Giuliano Pisapia: «Senza polemica, gli dirò che noi non sfidiamo il centrosinistra: il nostro avversario è il populismo delle destre e del M5S».

    Secondo lui, nel Pd coltivate l’illusione di autosufficienza…

    «No, nel Pd non c’è nessuna esasperazione dell’autosufficienza: il tema non è mai stato né mai sarà questo. Più semplicemente siamo consapevoli che senza il Pd non c’è alternativa ai nostri avversari. Il tema è costruire un progetto che unisca e non divida, a partire dai risultati ottenuti in questi anni duri».

    Pisapia e Mdp hanno parlato di «politiche sbagliate del Pd».

    «Se ci si vuole sedere per un confronto migliorativo su alcune scelte, ci stiamo. Se si vuole solo demolire il lavoro fatto, allora no. Non siamo disponibili ad abiure: abbiamo preso un Paese in recessione e costruito le condizioni per passi avanti concreti. Ora l’Italia non può tornare indietro».

    Come risponde alla critica di essere ambigui sulle alleanze?

    «Rispondo tranquillamente dicendo che guardiamo alle forze moderate e di centrosinistra che vogliono cooperare e non rendere quest’area politica un campo di battaglia».

    Alle regionali siciliane però avete scelto Alfano, no?

    «In Sicilia abbiamo lavorato sul solco dell’esperienza fatta a Palermo qualche mese fa. Poi qualcuno, secondo me facendo un errore, si è sfilato».

    Per le politiche lei proponeva un listone da Pisapia a Calenda…

    «No, aspetti, io non ho mai parlato di listone: ho posto il tema di un progetto aperto, da Pisapia a Calenda. E confermo questo approccio, a prescindere dalla legge elettorale. Il sistema di voto non risolve il tema politico di fondo. La vera domanda è: riusciamo a condividere una prospettiva?».

    Con Pisapia lei ci spera ancora?

    «È importante un confronto propositivo e non conflittuale. La prova della nostra volontà è anche nello sforzo che stiamo mettendo sulla legge elettorale. Non è un caso se in queste ore, per iniziativa del Pd, riprende la discussione sul Rosatellum, che conserva una parte maggioritaria e costruisce un equilibrio utile tra rappresentanza e governabilità».

    Vuole dire che questa legge favorisce un centrosinistra unito?

    «Segnalo che la quota di impianto maggioritario con collegi porta a riflessi di questo tipo. Il Pd si spende: ora ciascuno si prenda le proprie responsabilità».

    Per Mdp il Rosatellum è una farsa per non fare la legge.

    «Non capisco quale sia la loro proposta, visto che si limitano a commentare quelle degli altri, in particolare del Pd».

    La prima reazione dell’M5S è stata critica: sareste disposti ad approvarla anche senza di loro?

    «Noi dobbiamo e vogliamo cercare la massima convergenza possibile, dopodiché che il M5S reagisse così me lo aspettavo: da tempo hanno scelto la propaganda al posto della proposta».

    Per Prodi anche voi avete rinviato lo ius soli per i sondaggi…

    «Io vivo da mesi questo lavoro serio che stiamo facendo. Ma tutti dovremmo contribuire a sviluppare una riflessione culturale e sociale nel Paese sulla necessità che questi bimbi nati in Italia si sentano italiani quanto i nostri figli: una battaglia da fare tutti insieme. Non vorrei che qualcuno pensasse invece di usare lo ius soli per fare campagna elettorale».

    Riuscirete ad approvarla?

    «Una legge non basta calendarizzarla: servono i numeri per votarla. È evidente che c’è un problema al Senato, ma ci lavoreremo fino in fondo e spero che ce la faremo».

  • Più sostegno fiscale e credito agevolato. Ora 31 milioni per l’innovazione e misure per l’ammortamento dei mezzi

    (Intervista a firma di Mario Barresi pubblicata su La Sicilia dell’11 settembre 2017)

    Il punto, oggi, non è più avere scarpe grosse e cervello fino. Perché, oggi, in campagna – un po’ per quell’istinto darwiniano di sopravvivenza sviluppato con la crisi, ma anche per la naturale vocazione alla genialità – è tempo di manager e innovatori. Una generazione «che ha i piedi per terra e la testa al mondo», la definisce Maurizio Martina. Consapevole del movimento, positivo e contagioso, dei giovani imprenditori agricoli nell’Isola. Il ministro dell’Agricoltura in un’intervista fa il punto sulle misure («sostegno fiscale e più credito per accedere alla terra e far partire le aziende»), messe in pratica con «i mutui a tasso zero, gli incentivi per acquistare i terreni» e l’azzeramento «per tre anni dei contributi previdenziali per le nuove imprese giovanili». Ma c’è dell’altro: un piano ricerca (31 milioni) e un nuovo plafond per l’ammortamento delle macchine agricole nel programma “Industria 4.0”. Con un occhio sempre interessato a problemi e risorse dell’agricoltura siciliana: tipicità e aggregazione, legalità e protezione dai falsi d’autore.

    Ministro Martina, l’agricoltura è tornato a essere un settore per giovani?

    «La risposta è nelle migliaia di esperienze positive di under 40 che stanno ringiovanendo il Made in Italy agroalimentare. Ho avuto la fortuna di conoscere tanti di loro nella mia esperienza da ministro. C’è un’Italia che non si arrende, che ha i piedi per terra e la testa al mondo. Sono loro i protagonisti spesso di nuove forme di cittadinanza attiva, di riattivazione di territori, della nascita di una vera e propria green society. Sono loro il nostro futuro. In questi anni abbiamo provato a dare loro una mano».

    Come?

    «Con un sostegno fiscale e più credito per accedere alla terra e far partire le aziende. Già tre anni fa abbiamo aumentato del 25% gli aiuti europei diretti ai giovani, poi abbiamo messo in legge i mutui a tasso zero, gli incentivi per acquistare i terreni. Abbiamo azzerato per tre anni i contributi previdenziali per le nuove imprese giovanili. C’è tanto da fare, ma i numeri ci dicono che crescono i giovani imprenditori agricoli in Italia. Ora siamo a oltre il 6% del totale delle aziende agricole, partivamo da poco più del 4%».

    In Sicilia sono sbocciate molte nuove esperienze innovative che nei territori convivono spesso anche con pratiche antiche. L’innovazione è davvero per tutti?

    «È il nostro obiettivo. Non c’è vera innovazione se non troviamo il modo di diffonderla anche tra i piccoli produttori. Abbiamo un obiettivo ambizioso: portare dall’uno al 10 per cento le terre lavorate con tecnologie di agricoltura di precisione in Italia da qui al 2021. Per questo abbiamo messo in campo un set di strumenti che guardano anche alle microimprese».

    Dai droni ai satelliti, l’agricoltura si fa sempre più hi-tech. La tecnologia può aiutare il settore ad affrontare le crisi come quella della siccità che ha flagellato l’Italia e la Sicilia in particolare?

    «È una frontiera indispensabile. La lotta al cambiamento climatico passa anche per l’utilizzo di nuove tecnologie più efficienti. Già oggi ci sono sistemi che ottimizzano l’uso dell’acqua, come l’irrigazione di precisione. Ci sono imprese vinicole siciliane all’avanguardia che grazie a questi strumenti hanno aumentato la redditività e abbattuto gli sprechi del 30%. È proprio guardando a queste esperienze che abbiamo deciso di investire in ricerca e innovazione anche nel pubblico».

    Cosa avete previsto?

    «Un piano di ricerca da 31 milioni di euro focalizzato sulle principali colture italiane e sullo sviluppo di sistemi di gestione e analisi dei big data che aiutino gli agricoltori. Accanto a questo ci sono gli incentivi concreti per le aziende con iper-ammortamento e super-ammortamento anche per le macchine agricole nel programma di investimenti di Industria 4.0».

    Che prospettive vede per la Sicilia in questo contesto di innovazione? L’Isola ha un capitale umano di valore. Finalmente può diventare il fattore-traino per la crescita?

    «La Sicilia ha tanti giovani che si stanno mettendo in gioco, aprendo anche spazi nuovi. Non è un caso se abbiamo voluto presentare proprio a Catania il nostro progetto “Agrogeneration”, che va alla scoperta dei nuovi talenti e delle idee più interessanti dell’agricoltura 4.0. Questa è una regione che ha anche fondamentali importanti dal punto di vista produttivo, anche se non del tutto sfruttati».

    Su cosa si dovrebbe investire ancora?

    «Si può valorizzare di più e meglio il prodotto siciliano. Per questo serve più aggregazione, più unione tra i produttori, che siano in grado di affrontare meglio le sfide dei mercati. Troppo spesso la remunerazione dei prodotti non è sufficiente, su questo bisogna migliorare. Non vanno dimenticati anche gli esempi positivi: il vino, l’agrumicoltura e il biologico siciliani sono due punte di diamante del nostro agroalimentare».

    Oltre all’innovazione e all’aggregazione, un altro valore aggiunto può essere la legalità. In Sicilia ci sono molti ragazzi che si spendono in esperienze di agricoltura sociale in terreni confiscati alla mafia. Come aiutarli?

    «Il loro è un esempio per tutti. Penso alle ragazze che ho conosciuto a Portella della Ginestra e che sono state formate, in un’azienda appartenuta a mafiosi, da Libera di Don Ciotti per essere insegnanti negli asili che possono nascere nelle aziende agricole. La loro storia è un seme di speranza che dobbiamo coltivare insieme. Da parte nostra abbiamo avviato un lavoro concreto per il sostegno alle esperienze di agricoltura sociale, ma sicuramente va fatto un salto di qualità nella gestione dei beni confiscati che dia più spazio e strumenti a chi si impegna per riportarli alla legalità».

    Dal Nero d’Avola alle arance, la Sicilia subisce come il resto d’Italia l’assalto dei falsi. Come ci si difende?

    «Lavorando su tutela e promozione. In questi ultimi anni abbiamo sfruttato anche l’innovazione per combattere l’italian sounding. Siamo l’unico Paese al mondo ad aver stretto accordi con grandi player del web come Alibaba, Google e eBay per garantire ai marchi geografici la stessa protezione dal falso che hanno i marchi commerciali».

    Avete protetto anche prodotti siciliani?

    «Grazie al lavoro della nostra task force dell’Ispettorato repressione frodi su ebay, ad esempio, abbiamo bloccato 37 aziende che vendevano falso Pecorino siciliano e scoperto 20 casi di olio extravergine di oliva Sicilia contraffatto. Allo stesso tempo collaboriamo per portare i nostri prodotti sui mercati internazionali. Abbiamo bisogno di accordi giusti che aiutino i piccoli produttori a esportare di più le loro eccellenze. E la Sicilia sarà assoluta protagonista di questo lavoro anche nei prossimi mesi».

  • Unire legalità e diritti. Sì alla nuova cittadinanza contro chi specula sulla paura

    (intervista a firma di Giovanna Casadio pubblicata su La Repubblica del 28.08.2017)

     

    «Noi batteremo gli “imprenditori della paura” unendo legalità e diritti, sicurezza e integrazione». Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura e vice segretario del Pd, lancia un appello ai sindaci: «La chiave per governare un fenomeno così complesso sta nell’accoglienza diffusa, allarghiamo insieme la rete della gestione». E alla sindaca di Roma, Virginia Raggi dice: «La smetta con lo scaricabarile. Del problema migranti finora se n’è lavata le mani».

     

    Martina, partiamo dallo ius soli, la cittadinanza ai bambini nati da immigrati residenti in Italia: riuscirete ad approvarla prima della fine della legislatura?

    «Io mi auguro proprio di sì. Faremo tutto quello che sta nelle nostre forze perché diventi legge e passi l’idea di un paese più sicuro perché più inclusivo. Non smetto mai di pensare ai tantissimi italiani di fatto nati e cresciuti qui che devono potere avere come i miei figli una cittadinanza piena».

    Giusto intanto sospendere gli sgomberi delle case occupate dai profughi dopo i fatti di Roma?

    «Penso che i fatti che abbiamo visto a Roma in questi giorni non si devono più ripetere. Questo passaggio deve servire a tutti per maturare una maggiore consapevolezza così da affrontare in modo più responsabile un tema tanto complesso. E comunque ci sono funzioni e responsabilità differenti anche nella catena istituzionale: è improprio lo scaricabarile dell’amministrazione di Virginia Raggi sulla vicenda sgomberi».

    Al contrario la Raggi accusa il governo di latitanza.

    «I post della sindaca Raggi dopo la vicenda degli sgomberi sono la dimostrazione più evidente della incapacità di governo della Capitale della sua amministrazione. Per noi parlano le scelte, a dimostrare che questo e gli ultimi governi stanno gestendo un fenomeno di migrazione di portata storica. Il ministro Minniti, il presidente Gentiloni stanno facendo un lavoro dentro i nostri confini e fuori, che sta producendo fatti positivi ».

    Si riferisce alla tregua negli sbarchi?

    «Non solo. È cambiato l’atteggiamento degli Stati europei. Vedremo come andrà il vertice di Parigi di queste ore. Ma l’impegno che l’Italia sta mettendo per corresponsabilizzare Bruxelles e gli Stati membri è cruciale. Rivendico la proposta, figlia del governo Renzi, sulla redistribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo tra gli Stati. Aggiungerei che si dovrebbe intervenire con la riduzione dei finanziamenti europei per quegli Stati che la disattendono».

    Bene dare ai migranti i beni confiscati alla mafia? La destra lo considera un premio a chi ha compiuto una violazione.

    «La destra traduce tutto purtroppo solo in propaganda. Ma battiamo gli imprenditori della paura, per dirla con Emma Bonino, con la legalità e con i diritti. Diversamente dalla destra non scegliamo la via ideologica, di chi immagina di risolvere i problemi con un tweet, ma costruiamo soluzioni realistiche e praticabili. Dobbiamo lavorare sempre meglio con gli enti locali e le associazioni».

    Eppure circola insofferenza anche tra i sindaci dem?

    «Lavoriamo insieme. Se 3.200 Comuni su 8 mila accolgono, si può fare ancora molto. La chiave è proprio l’accoglienza diffusa, gestibile e sicura che già tanti amministratori fanno con grande dedizione e impegno. La rete della solidarietà va allargata. Inoltre dobbiamo coinvolgere i migranti in attività di volontariato nei lavori di pubblica utilità, ad esempio. Ci sono tante esperienze ed esempi. A Bergamo è partito un progetto che impegna i rifugiati a sistemare le panchine della città con volontari italiani. Ad Alessandria i rifugiati sono stati coinvolti persino nel settore dell’apicoltura. La differenza tra noi dem e la destra e i 5Stelle sta nel fatto che sull’ immigrazione loro hanno semplicemente l’obiettivo della speculazione politica e elettorale»

    Ma anche voi dem temete di perdere consensi?

    «Non sono da sottovalutare i sentimenti e le preoccupazioni dei cittadini. Noi batteremo gli imprenditori della paura unendo legalità e diritti. Questa è la via della sicurezza e della integrazione».

     

     

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