• “L’Europa cambi registro”

    (Intervista di Luigi Chiarello per “Italia Oggi” del 04.06.15)

    «L’Europa deve fare un salto di qualità: 26 mila cittadini ci hanno detto che vogliono leggere in etichetta l’origine della materia prima degli alimenti»: il ministro alle politiche agricole, Maurizio Martina, non arretra di un millimetro nella battaglia per l’origine in etichetta, che vede il governo italiano contrapposto alla Commissione europea. E dalle colonne di ItaliaOggi, in apertura del Forum mondiale dell’agricoltura in Expo, rilancia: lo shopping di marchi made in Italy «conferma la forza dei nostri prodotti, dobbiamo investire direttamente nelle filiere produttive. Lo abbiamo fatto con l’olio, stiamo lavorando sul latte».

    Oggi, presso l’Auditorium dell’Expo Center, inizia la due giorni del Forum mondiale dell’agricoltura. Presenti oltre 50 ministri e 370 delegati in rappresentanza di 115 Paesi e organizzazioni internazionali, da tutti i continenti. E ci sono anche delegati da 27 Paesi che non partecipano a Expo 2015. La fame nel mondo è il tema al centro del dibattito.

    “Si tratta di una delle tappe più rilevanti del lavoro sui contenuti di Expo. Ci confronteremo in per condividere nuovi impegni per la lotta alla fame e ai cambiamenti climatici e azioni concrea te per ridurre lo spreco e sostenere meglio innanzitutto i piccoli agricoltori, che ovunque sono la spina dorsale delle esperienze agricole e dei territori. Siamo onorati che l’Italia con Expo ospiti questo grande appuntamento prima dell’assemblea Fao, dei vertici G7 e G20 e in vista della definizione dei prossimi obiettivi del Millennio alle Nazioni Unite a settembre. Proprio per questo presenteremo a tutte le delegazioni la Carta di Milano, il nostro contributo alle decisioni strategiche globali che dovranno essere assunte”.

    La sfida di sfamare nel futuro prossimo 9 mld di persone chiama in causa il progresso tecnologico. L’Europa che ripudia gli ogm e l’America che li sostiene.

    “Soluzioni tecnologiche e scientifiche sono fondamentali per vincere la sfida su come garantire cibo sano sicuro e sufficiente a questi 9 mld di persone. In molti padiglioni di Expo i Paesi presentano i loro progressi sulla gestione dell’acqua, sulla crescita delle quantità prodotte con minor impiego di risorse. All’agricoltura di precisione e su nuove pratiche agronomiche. Penso poi a come si possa stimolare il trasferimento di innovazione a milioni di piccoli agricoltori, una chiave decisiva per aumentare la produttività. L’84% delle aziende agricole nel mondo ha meno di due ettari di terreno. Questo discorso va oltre il dibattito ogm sì, ogm no, che comunque trova la sua rappresentazione aperta in Expo”.

    L’Europa continua a essere ostile all’obbligo di etichettatura di origine. E ci chiede di eliminare le leggi in tal senso. Non sembra una buona idea per tutelare i territori e la biodiversità.

    “Siamo stati molto delusi dal report della Commissione, ma faremo la nostra parte in Consiglio dei ministri Ue. Dare un’informazione chiara e trasparente al consumatore sull’origine degli alimenti è per noi fondamentale. Più di 26 mila cittadini, rispondendo alla nostra consultazione pubblica, ci hanno detto chiaramente che vogliono leggere sulla confezione da dove arrivano le materie prime. Su questo punto vogliamo che l’Unione europea faccia un ulteriore salto di qualità”.

    Le multinazionali della pizza sono tutte straniere. Un paradosso. Per non parlare di altri comparti in cui anche ciò che era made in Italy è divenuto terreno di conquista di capitali stranieri, come l’extravergine. Ma questo è un bene o un male?

    “L’interesse da parte di gruppi stranieri sui marchi del made in Italy agroalimentare è il segno evidente della forza dei nostri prodotti. Non dobbiamo temere il confronto o gli investimenti, sapendo però bene che l’obiettivo numero uno deve essere quello di tutelare le filiere, a partire dalla parte produttiva. Negli ultimi mesi abbiamo messo in campo investimenti diretti proprio a sostenere le aziende italiane anche sul fronte del credito e del supporto finanziario, investendo attraverso Isa su progetti competitivi proprio nella filiera dell’olio e stiamo lavorando sul latte. Su alcuni prodotti poi dobbiamo riflettere non tanto sulle occasioni perse perché non abbiamo saputo fare squadra, ma su come recuperare terreno e passare all’attacco dei mercati”.

    Passiamo all’Italia e alle sue specificità. Esporta agroalimentare per 35 mld di euro. Vi ponete l’obiettivo di arrivare a 50 mld sull’onda lunga dell’Expo. Eppure i falsi made in Italy impazzano. E resta molto difficile bloccarli.

    “È proprio questa la grande occasione da non sprecare. Il Governo è impegnato con un Piano straordinario di internazionalizzazione del Made in Italy che prevede un sostegno senza precedenti su azioni concrete e concentrate per far crescere le nostre esportazioni. Penso agli accordi con piattaforme logistico distributive, piuttosto che alle campagne mirate contro l’Italian sounding. Proprio a Expo abbiamo lanciato «The Extraordinary Italian Taste», il segno unico distintivo per l’agroalimentare italiano che servirà a coordinare le iniziative di promozione all’estero. Un altro strumento che fa parte di questa operazione di sistema. Nei primi mesi del 2015 l’export ha toccato quota 8,7 miliardi di euro, con una crescita del 6,5%. Con Expo possiamo fare un ulteriore salto di qualità, presentando le nostre filiere ai buyer internazionali. L’obiettivo di 50 miliardi entro il 2020 è alla nostra portata”.

  • «Si può stare in minoranza nel partito senza essere antagonisti su ogni cosa»

    (Intervista di Mario Ajello per Il Messaggero – 03.06.15)

    Maurizio Martina, ministro delle Politiche Agricole, dopo questi dati elettorali il Pd – a cominciare dal segretario quale tipo di riflessione dovrebbe fare?

    «Gli elettori ci chiedono più Pd e non meno Pd. Ci chiedono più cambiamento e non meno cambiamento. Se guardo il 5 a 2 dentro lo scenario europeo, questa è una vittoria importante. Il Pd si conferma uno dei soggetti politici più forti nel Continente. E lo dico pensando alle ultime elezioni spagnole, ma anche a tutti i passaggi di medio termine dalla Germania all’Inghilterra, dove i partiti di governo hanno sofferto moltissimo».

    Ma il Pd non ha perso due milioni di voti?

    «I flussi elettorali vanno analizzati bene. Non sottovalutiamo nulla. Per me, da questo passaggio emerge la convinzione di accelerare sul cambiamento. Bisogna alzare la posta del nostro riformismo».

    Va coinvolta di più la sinistra del Pd, da parte di Renzi?

    «Il Pd deve interpretare fino in fondo la sua sfida unitaria e plurale. Questa leadership è la più forte che abbiamo. E se siamo arrivati a questi risultati, prima alle elezioni europee e ora in questa consultazione nelle regioni e in migliaia di comuni, è anche perchè nel Pd c’è una leadership che è patrimonio di tutto un partito. E non appartiene soltanto al destino personale di uno di noi. E’ chiaro che, al Pd, non serve certo un pensiero unico. Ma non serve neanche un partito tafazziano, che si divide su tutto».

    Non avete vinto come ci si aspettava, perchè avete litigato troppo?

    «In Liguria, non ha vinto Toti. Ha perso il Pd che si è diviso. Quando tu partecipi alle primarie, le perdi e poi esci, è chiaro che salta il banco».

    Non dovrebbe essere più inclusivo Renzi?

    «Si deve riflettere su come l’unità e la pluralità debbano stare insieme. Ma questa è una domanda che interroga tutti. Non soltanto il segretario. Io sono della minoranza Pd, non ho votato Renzi al congresso, ma dico: si può essere minoranza nel nostro partito, senza essere antagonisti in ogni passaggio».

    La riforma della scuola, ora che arriva in Senato, scatenerà altre guerre intestine?

    «Mi auguro proprio di no. E sono convinto che questa riforma possa fare passi avanti, nel solco del lavoro che il governo ha proposto. Dobbiamo tutti renderci conto che si tratta di un cambiamento di grande portata storica, nel mondo della scuola, quello che stiamo costruendo e che in questa sfida si misura molto della nostra capacità di innovazione politica e culturale».

    E quanto a Rosy Bindi, è tra chi non capisce la forza di innovazione del Pd e l’ha voluto penalizzare tramite la baraonda della black list pre-elettorale?

    «Non voglio personalizzare. Ho trovato sbagliato nel merito e nel metodo quel passaggio della scorsa settimana».

    Lunedì che cosa si aspetta dalla direzione del Pd?

    «Mi aspetto un incontro franco. Che definisca un’agenda d’impegni e che faccia capire che abbiamo un’enorme responsabilità di cambiamento. E quando dico che abbiamo un di più di responsabilità, penso per esempio al Sud. Dove oggi noi governiamo tutte le regioni e quella è la parte di Paese che maggiormente deve essere rilanciata e particolarmente domanda un progetto che la aiuti a crescere».

    Ma Vincenzo De Luca è un’espressione del nuovo Mezzogiorno, secondo lei?

    «E’ l’espressione del voto dei campani. Così come lo sono Emiliano in Puglia o Oliverio in Calabria».

    Lei, che è un uomo del Nord, come spiega l’insuccesso in Veneto?

    «Noi dobbiamo comprendere che, quando diciamo Pd forza di cambiamento, ci sono partite aperte e cruciali, a cui corrispondere. Penso a due in particolare: la riforma fiscale e il nuovo regionalismo. Sono temi su cui dobbiamo rilanciare in maniera forte, rispondendo a domande di cambiamento che vengono dai cittadini. E’ venuto il momento ad esempio di discutere su un regionalismo avanzato, che assegni funzioni chiare e riduca però il numero delle regioni».

    Per tornare alle battaglie interne al suo partito, non crede che come nuovo capogruppo alla Camera – dopo le turbolente dimissioni di Roberto Speranza, della sinistra Pd – servirebbe anche adesso un personaggio non strettamente renziano, per svelenire il clima? 

    «Tocca al segretario fare una proposta. E ci sono tutte le condizioni perchè sia una proposta unitaria e aperta. Dobbiamo essere consapevoli – e lo ripeto per l’ennesima volta – che unità e pluralità possono stare insieme».

  • “Non mi allineo ma le mie scelte ora sono diverse da quelle dei big”

    (Intervista di Ciriaco Tommaso per La Repubblica – 13.05.15)

    È uno dei quarantenni con il dna diessino che a differenza di Bersani si è schierato con il ‘suo” governo in occasione dell’ultima fiducia. Uno di quelli che “c’è sinistra oltre D’Alema”, per dirla con Renzi. Inutile negarlo – sostiene il ministro Maurizio Martina – abbiamo sostenuto scelte diverse.

    Nella lista di Renzi da una parte c’è lei, Mogherini e Orlando. Dall’altra i “cattivi”, Bersani e D’Alema
    “Siamo tutti nello stesso partito e preferirei non personalizzare. Ho grande rispetto per queste personalità. Ma la nostra sfida, ora, deve concentrarsi sulla responsabilità che abbiamo in carico”.

    E però Renzi vi indica come quelli a cui affidare l’ultimo atto di rottamazione dei ‘padri’. A partire proprio da D’Alema e Bersani
    “Io rivendico le battaglie di merito e le scelte fatte. Se in quel passaggio stretto e complicato decidi di sostenere il governo, hai prodotto una scelta politica che ti investe anche di una responsabilità. Cosa sarebbe successo senza questo impegno?Ci avrebberimessouna leadershipotuttoil Pd? Dopo il congresso, la minoranza indicò due parole d’ordine: responsabilità e autonomia. Noi siamo stati coerenti con questa impostazione”

    Irresponsabili Bersani e gli altri, dunque?
    “No, non lo penso. Dico che per me ha fatto bene chi ha contribuito a chiudere il capitolo della riforma elettorale”.

    Net partito tira una brutta aria Tensioni e defezioni C’è chi ipotizza una scissione a sinistra. Plausibile?
    “Le battaglie si fanno nel Pd. Uscire dal progetto è un grave errore. Io rivendico il diritto di non farmi omologare. Di battagliare e pensarla diversamentedal segretario. Ma il progetto collettivo del Pd è più grande delle nostre divisioni. La sinistra non si rafforza se si divide, come dimostra la storia”.

    Battagliare, dice. Su quali punti combatterete?
    “C’è un’agenda sociale che il Pd e il governo devono sviluppare ancora di più. Dobbiamo contribuire ad alzare l’asticella degli interventi. Sulla scuola e sull’occupazione, ad esempio. E sulla riforma costituzionale: c’è spazio per avanzare proposte che migliorino la riforma”.

    Il premier se la prende con la sinistra masochista. Quella di Civati, che in Liguria fa perdere il Pd
    “Io in Liguria voterei senza dubbio Paita Uscire dal Pd è un grave errore. E’ la casa di noi tutti e c’è diritto di cittadinanza per chi non la pensa come Renzi. Il Pd non è, né sarà mai un progetto schiacciato sul pensiero di una persona sola”.

    Intanto anche Fassina prepara l’addio.
    “Non banalizzo le uscite, né banalizzo le parole di Fassina. Alcuni di questi compagni, però, in un anno e mezzo non hanno speso una singola buona parola per quanto fatto dal Pd e dal governo. E i toni spesso sono stati profondamente sbagliati”.

    E la Cgil? E l’intera galassia della scuola?
    “Dobbiamo continuare il confronto con chi critica. Certo, senza accettare veti”.

    Un dibattito tiene banco Renzi è di sinistra? Le giro il quesito.
    “Guardi, oggi c’è una leadership nata nel popolo della sinistra, prima che nelle sue classi dirigenti. Renzi ci ha caricato sulle spalleuna sfida colossale, da far tremare ipolsi. Non voglio quindi partecipare a una discussione un po’ salottiera. La sua sfida è la nostra sfida. E lo dice chi non si sente renziano, ma non si alza ogni mattina per trovare un’altra via”

    Rischiate davvero di trasformarvi nel partita della nazione?
    “Non ho mai creduto a un partito contenitore. Io lavoro per un Pd ancorato saldamente al centrosinistra”.

  • “Addio quote latte costate 75 euro a italiano E basta multe europee ora deciderà il mercato”

    (Intervista di Rosaria Amato per La Repubblica del 30 marzo 2015)

    Stop alle quote latte: dal primo aprile via al libero mercato. Un momento atteso ma anche temuto dagli allevatori italiani: la concorrenza è agguerrita, e alcuni Paesi sono particolarmente competitivi soprattutto sul fronte dei prezzi. È una sfida che le nostre imprese possono affrontare con successo, assicura il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina. E, con l’Expo alle porte, per tutte l’obiettivo è quello di “fare squadra”, potenziando l’organizzazione e la filiera, senza trascurare alleanze strategiche e le partnership internazionali. La vicenda Pirelli non deve fare paura: le aziende italiane devono essere in grado di stabilire «relazioni forti», mantenendo però «altissima l’attenzione sul presidio di italianità».

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  • Quote latte, multa in arrivo per l’Italia. Martina: “Salvini chieda scusa”

    (Intervista di Giuliano Balestrieri per Repubblica.it del 26.02.15)

    La stagione delle quote latte si chiuderà per sempre il 31 marzo, ma l’Italia rischia una coda pesante, con il nuovo deferimento da parte della Commissione Ue alla Corte di giustizia europea e successiva probabile sanzione per la mancata riscossione di 1,7 miliardi di multe. Una beffa che rischia di costare alle casse dello Stato centinaia di milioni di euro oltre ai 4,5 miliardi già pagati negli anni. Peggio, la notizia del deferimento arriva proprio mentreil governo ha iniziato a inviare le 1.455 cartelle esattoriali per recuperare i 422 milioni di euro di multe agli allevatori già anticiapte dallo Stato.

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  • Il diritto al cibo va inserito nella Costituzione L’Italia sia prima in Europa

    (Dall’intervista per il Corriere della Sera del 7 febbraio 2015, di Elisabetta Soglio)

    «Portiamo nelle Costituzioni, a partire dalla nostra, il diritto al cibo». II ministro alle Politiche agricole e delegato all’Expo, Maurizio Martina, lancerà la richiesta durante la giornata di lavori che si svolge oggi all’Hangar Bicocca, prova generale dell’esposizione e momento di riflessione sui contenuti della futura Carta di Milano.

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  • “Firmeremo all’Expo il protocollo di Kyoto sul cibo”

    (di Elisabetta Soglio, dal “Corriere Della Sera” del 4 gennaio 2015)

    Sarà la «prova generale» di Expo. E sarà, soprattutto, la «chiamata a raccolta» per cercare di dare spessore e contenuto all’evento dedicato al tema «Nutrire il Pianeta Energia per la Vita», che aprirà i cancelli il primo maggio. II 7 febbraio il presidente del Consiglio Matteo Renzi aprirà a Milano la giornata di lavori che dovrebbe dare un primo scheletro alla Carta di Milano, eredità dell’Expo dedicato all’alimentazione. Leggi di più

  • “Gioco di squadra per far vincere la qualità”

    (Intervista al “Corriere della Sera Milano” del 30 dicembre 2014)

    «Siamo già campioni di qualità, ma continuiamo a giocare individualmente. Dobbiamo imparare a muoverci meglio in squadra». Leggi di più

  • “Pronto il piano da 110 milioni Ma la filiera dovrà cambiare”

    (Intervista a Gazzetta di Mantova del 27 dicembre 2014)

    Anno zero: il 2015 per la filiera del latte sarà precisamente questo. Un anno che segnerà la ricostruzione dell’intero settore su basi nuove, visto che non ci sarà più il regime delle quote. Ma la fine della produzione controllata fa tirare un sospiro di sollievo o, piuttosto, lascia presagire un terremoto?

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  • Più che a Blair, Renzi dovrebbe ispirarsi a Schroder della Germania anni ’90

    (Intervista a Sette – Corriere della Sera del 8 agosto 2014)

    Giovanissimo, ma con un Dna politico di cui va fiero: Pds-Ds. Identitario senza esagerare: «L’Italicum può decisamente migliorare, ma conosco la fatica della mediazione politica». Maurizio Martina, 36 anni, atalantino sfegatato, è il ministro dell’Area riformista, la minoranza Pd lealista. Nell’estate delle tagliole e dei canguri senatoriali, ha l’ambizione di cambiar pelle al dicastero dell’Agricoltura per farlo tornare ai fasti cavouriani. Dice: «Qui ci sono grandi professionalità, ma i tempi di reazione sono spesso da burocrazia pachidermica». L’intervista si svolge nella sua enorme stanza ministeriale. Sul tavolo ha un libretto che parla di eco-mafie e dei rischi di investimenti malavitosi nell’agroalimentare. Il Tg annuncia difficoltà nel trovare un accordo sulla riforma del Senato. Martina non ha dubbi: «Il bicameralismo va cambiato. Lo capisce anche chi non si occupa di politica». Obietto: «È sicuro che i piccoli imprenditori agricoli siano interessati alla riforma di Palazzo Madama?». Replica secca: «Sì, certo. Capiscono che le Istituzioni devono cambiare».

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