• Distretti del cibo per l’Italia

    (Intervista a firma di Luigi Chiarello pubblicata su Italia Oggi dell’11.10.2017)

    “Con la nuova legge di bilancio l’Italia si doterà di Distretti del Cibo: si tratta di un nuovo strumento a disposizione di imprese agricole, cittadini, associazioni ed enti locali, per costruire piani di sviluppo pluriennali e accedere a finanziamenti dedicati. Così da fare di ogni città e ogni territorio dello Stivale un laboratorio originale di food policy”: lo ha svelato a ItaliaOggi il ministro alle politiche agricole, Maurizio Martina, raggiunto nel pieno della settimana che introduce al G7 agricoltura di Bergamo, a pochi giorni dall’evento. Martina non rifiuta di entrare tra le pieghe del mercato alimentare globale, analizzandone le contraddizioni. Si dice contrario al glifosate, ma conferma piena apertura agli accordi di libero scambio. Tracciando anche la rotta per lo sviluppo di una via italiana alle biotecnologie.

    Domanda. Ministro il 14 e 15 ottobre l’Italia ospiterà a Bergamo il G7 agricoltura. Quali sono terni e obiettivi?

    Risposta. Tutela del reddito degli agricoltori dalle crisi e sviluppo della cooperazione agricola internazionale. Sono le due chiavi centrali che abbiamo voluto porre al centro della discussione. Produrre meglio con meno è l’obiettivo che sintetizza il nostro lavoro. Sono questioni di giustizia ed equità che si collegano strettamente alla necessità di garantire il diritto al cibo a tutte le latitudini. Dopo Expo Milano, l’Italia torna protagonista a livello mondiale su questa sfida.

    D. Una importante sessione dell’appuntamento riguarda il piano Fame zero della Fao. A che punto siamo?

    R. Abbiamo fatto un passo indietro, lo dicono i numeri della Fao. Nel 2016 anche a causa di guerre e carestie le persone affamate hanno superato di nuovo gli 815 milioni. Proprio per questo da Bergamo vogliamo rilanciare la necessità di azioni concrete e immediate per sradicare la fame. Per farlo serve anche più agricoltura, soprattutto più tutela per i piccoli agricoltori.

    D. In coerenza con il G7 di Taormina avete deciso di invitare la rappresentante dell’Unione africana. Che spazio può avere la cooperazione agricola anche per la gestione del fenomeno migratorio?

    R. È cruciale. È un pezzo fondamentale di qualsiasi accordo bilaterale con i Paesi africani o asiatici. L’Italia soprattutto. E gli ultimi anni ha rilanciato il proprio impegno nella cooperazione, con programmi anche di condivisione della ricetta e di trasferimento di know how, come il progetto “Prima” – Partnership for Research and Innovation in the Mediterranean Area – che unisce le sponde del Mediterraneo. Abbiamo fortemente voluto con noi Josefa Sacko, commissaria all’agricoltura dell’Unione africana. Così come Carlo Petrini e le organizzazioni Onu come Fao, Ifad, Wfp. Dobbiamo rilanciare l’impegno internazionale per modello agricoli più competitivi e sostenibili a livello economico, ambientale e sociale.

    D. Il G7 agroalimentare arriva nel bel mezzo di uno scontro tra titani. Da un lato l’Europa spinge sull’acceleratore con gli accordi di libero scambio. Dopo il Ceta, il Marocco e il Vietnam, negozia col Giappone e il Messico. Dall’altro, gli Stati Uniti – principale mercato di sbocco per le produzioni italiane – stoppano il Ttip e revocano il TTp con il mercato asiatico. Al di la della forbice ideologica globalisti/sovranisti, quali interessi legge dietro questo scontro?

    R. Sono convinto che regole giuste in mercati aperti siano una necessità per i nostri piccoli produttori. Non sono le multinazionali ad avere bisogno di protezione per affrontare le sfide della globalizzazione. Giusto discutere e approfondire in trasparenza il contenuto degli accordi internazionali, ma chi vuole alzare muri e barriere rischia di condannare a morte il tessuto di piccole e medie imprese italiane vocate alle esportazioni. Dal 2010 le nostre esportazioni sono cresciute dell’85% passando da 20 a 36,8 miliardi di euro. Senza molte aziende non avrebbero superato la crisi. Uno studio Ismea ci dice che il rischio potenziale di dazi in Usa costerebbe oltre 300 milioni di euro, peggio dell’embargo russo. Anche al G7 lavoreremo per il dialogo.

    D. Sul fronte italiano, però, l’opposizione al Ceta si fa sentire. Il parlamento ha preso tempo per la ratifica. La Coldiretti contrasta ferocemente e apertamente l’accordo sostenendo che di fatto sdogana il falso made in Italy. Palazzo Rospigliosi lamenta che l’accordo legittima l”italian sounding fatto attualmente per le produzioni dop. Specie per i formaggi di origine protetta italiani. Come Fontina e Gorgonzola.

    R. Il Ceta è un primo passo utile, che si può e si deve irrobustire. Ma dopo anni di attesa finalmente tanti prodotti, 41, dop e igp italiani potranno avere piena tutela, essendo vietato alle aziende canadesi l’uso del loro nome. Non è poco. Pensate che fino a ieri il Prosciutto di Parma non poteva presentarsi col suo nome perché era registrato da un’azienda privata. Per Fontina e gorgonzola l’accordo prevede che se sono prodotte in Canada ci sia indicata con chiarezza l’origine che sia evidente anche la parola “Like”, tipo. Significa riconoscere il primato italiano e comunicare al consumatore che quelle sono copie.

    D. Negli Stati Uniti, 12 tra le maggiori associazioni agricole ed agro-alimentari hanno inviato, al Presidente Trump, una lettera ufficiale molto dura contro il riconoscimento delle Indicazioni Geografiche europee negli accordi commerciali attualmente in fase di negoziazione. Lo ha fatto sapere la Fondazione Qualivita, che vede nel Consortium for Common Food Names (CCFN) la regia dell’operazione. Le 12 organizzazioni Usa sostengono che le Ig Ue cercano di “confiscare” nomi che in America considerano generici e che da noi corrispondono denominazioni protette. Come ad esempio, il parmesan.

    R. È un confronto, anche duro, tra modelli. Noi porteremo sempre avanti quello che lega origine, territorio e qualità e che si esprime nelle indicazioni geografiche. In questo faremo sempre la nostra parte a tutela del saper fare italiano. L’atteggiamento Usa denota che su questo fronte ci temono. E noi dovremo imparare sempre meglio a comunicare ai consumatori questo valore, per contrastare italian sounding e falso cibo.

    D. Strumenti come l’ecommerce, sul genere degli accordi con Alibaba, sono utili per penetrare il mercato cinese o si sono rivelate un pannicello caldo per via delle alte commissioni degli importatori e distributori?

    R. Alibaba ha 460 milioni di clienti, quasi 8 volte la popolazione italiana, bambini compresi. È evidente, quindi, che è un mercato da presidiare ed è una porta d’accesso alla Cina, dove stiamo cercando di recuperare il tempo perso in passato rispetto ai cugini francesi. Ovvio che si è avviato da poco il percorso; quindi, per avere risultati pieni c’è ancora molto da lavorare. Per questo stiamo lavorando sull’apertura di un Italian pavilion permanente sulla piattaforma, che educhi i consumatori cinesi sulle nostre eccellenze. C’è anche da dire che Alibaba ha voluto fortemente combattere il falso cibo, consentendo ai nostri ispettori di segnalare le produzioni contraffatte. E di rimuoverle in poche ore.

    D. Passiamo alle produzioni: lei ha dichiarato di essere contrario all’utilizzo di glifosate in Italia. Importanti centri europei di ricerca contro il cancro (ed esempio, quello di Lione) si sono detti contrari all’utilizzo perché “cancerogeno”. Le autorità europee per la chimica (Echa) e per la sicurezza alimentare (Efsa) hanno detto che non è così certo, oppure che non è dannoso. A cosa imputa queste enormi differenze di vedute? Conflitti d’interesse di qualche membro?

    R. Confermo la mia contrarietà. È una scelta coerente col modello agricolo sostenibile che vogliamo promuovere in Italia. Il parere reso dall’Ispra al governo è molto severo sull’impatto ambientale del glifosate nelle zone di utilizzo. Dobbiamo tenerne conto.

    D. Un conflitto d’interessi riguarda probabilmente anche la Germania, che per il momento sul glifosate sta alla finestra: Bayer sta per acquisire Monsanto (anche se pende un giudizio negativo dell’antitrust Ue). E i maggiori ricavi per Monsanto arrivano dalla vendita dell’erbicida più diffuso al mondo: il RoundUp a base di glifosate. Visti gli interessi contrastanti in Europa, si andrà verso una nazionalizzazione delle politiche (e delle moratorie) sul glifosate così come si è accaduto con gli ogm?

    R. Troppo spesso l’Europa non decide. Sugli ogm abbiamo ottenuto la possibilità di valutare a livello nazionale adottando decisioni più vicine alle nostre esigenze. Credo che una flessibilità sia utile per tutelare la distintività delle varie agricolture. Per noi è vitale.

    D. A tal proposito ritiene gli ogm uno strumento utile per le coltivazioni in aree difficili o considera il transgenico pericoloso per la salute e – come sostenuto da Carlin Petrini a Terra Madre – per i redditi dei contadini africani, tenuti in ostaggio dai brevetti sulle sementi?

    R. È un tema enorme quello della proprietà dei semi, e più in generale quello della ricerca agricola. In un mondo che va sempre di più verso pochi soggetti, nei quali sono concentrati brevetti su semi e fitofarmaci, noi abbiamo scelto di puntare sul rilancio della ricerca pubblica in agricoltura sulle principali colture italiane. Superando il vecchio transgenico e puntando su biotecnologie sostenibili come genome editing e cisgenesi.

    D. Passiamo al mercato italiano. A ItaliaOggi, nel corso dell’ultimo Vinitaly di Verona, aveva annunciato la predisposizione di un numero elevato di decreti attuativi del Testo Unico della Vite e del Vino. A che punto siamo con la diramazione e la loro pubblicazione in Gazzetta?

    R. Sono dieci i decreti già firmati e pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Stiamo ancora andando avanti in un lavoro di confronto con la filiera su alcuni temi sensibili. Sono pronti i decreti anche su consorzi, tracciabilità e controlli che accorpano circa 7 dei provvedimenti previsti dal Testo unico. Si procede a ritmi serrati.

    D. Questa settimana il Governo presenterà la legge di bilancio. Cosa si prevede per l’agricoltura?

    R. Le nostre priorità sono i giovani e il sostegno alle filiere strategiche. Stiamo lavorando in questa direzione, per completare le scelte fatte in questi anni con un taglio di tasse per 2 miliardi di euro per gli agricoltori attraverso la cancellazione di Imu, Irap e Irpef agricole. E poi pensiamo alla creazione dei distretti del cibo.

    D. Di cosa si tratta?

    R. Sono un nuovo strumento di progettazione territoriale partecipata per aiutare produttori agricoli, cittadini, associazioni ed enti locali a lavorare insieme sulla valorizzazione del patrimonio agricolo, enogastronomico e ambientale di ogni luogo. Con i Distretti del Cibo si potranno costruire piani di sviluppo pluriennali, per accedere anche a finanziamenti dedicati. E rendere, così, ogni città e ogni territorio un laboratorio originale di food policy.

  • Ci unisce sapere chi sono gli avversari

    (Intervista a cura di Annalisa Cuzzocrea pubblicata su La Repubblica del 09.10.2017)

    Ministro Martina, il tentativo di non avere nemici a sinistra sembra riuscito a metà. Mdp sbatte la porta, Pisapia invece apre: è così?
    «La direzione di venerdì ha dato un segnale di grande coesione del Pd e ha lanciato un impegno: la costruzione di un progetto largo, capace di rappresentare con forza l’alternativa a destra e 5 stelle. Aver ribadito che gli avversari stanno a destra e nelle politiche rischiose dei grillini, aver messo in campo un’iniziativa aperta alle forze che vogliono lavorare con noi, è un fatto molto importante».

    Una parte di quelle forze vi risponde che sono parole. E che quello che serve è un cambio di politica, criticando Jobs Act, Buona scuola, trivelle.
    «In questi anni abbiamo fatto scelte per portare il Paese fuori dalla crisi e i risultati si iniziano a vedere. Ora serve un progetto che si misuri con le sfide del futuro: dall’Europa che ancora oscilla tra austerity e crescita ai temi dello sviluppo italiano. Al centro della nostra proposta c’è l’ambizione di unire crescita e uguaglianza a partire dal lavoro».

    Cercherete un accordo strutturale con Pisapia?
    «Pisapia sta facendo un percorso autonomo, che rispettiamo e con cui vogliamo confrontarci in modo positivo e dialettico, senza strattonare nessuno. Quando dice che le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono, ha ragione. Conta il merito delle scelte che si propongono».

    Non gli offrite un posto in lista, ma di far parte di una coalizione? È così?
    «Non è mai stato un tema di posti, ma di progetto. Serve il centrosinistra di governo per battere gli estremismi di destra e 5 stelle».

    Con quali altre forze?
    «Ad esempio quelle europeiste che si rendono conto – anche in aree moderate-che la sfida tra nazionalismi e sovranità europea ci riguarda ed è cruciale».

    Pensa a una lista con Emma Bonino e Carlo Calenda?
    «Ancora una volta non strattoniamo nessuno, ma certamente rilanciamo un confronto costruttivo anche con queste personalita. La prospettiva europea sarà centrale nella battaglia elettorale contro destre e populismi. Chi decide di coltivare il proprio piccolo orticello nella logica – che purtroppo a sinistra è storia – del nemico vicino, sceglie una via che non è la nostra. Divide anziché unire».

    Da sinistra vi ribattono che questa voglia d’Europa nasconde invece “i soliti accordi”: con Angelino Alfano, Denis Verdini, Silvio Berlusconi.
    «Questa è propaganda spicciola. Come quando discutono con il governo di alcuni contenuti della manovra di bilancio, di politiche per rilanciare l’occupazione giovanile o di contrasto alla povertà e diritto alla salute, e le risposte sono quelle che abbiamo ascoltato. Mdp sembra avere un solo avversario: il Pd. Condannandosi a una marginalizzazione senza senso».

    Una chiusura definitiva?
    «Ciascuno fa le sue scelte. Per quel che riguarda noi, con la nuova legge elettorale – che spero vada in porto – mi auguro si riesca a costruire un progetto di cui il Pd sia il baricentro fondamentale. I populisti si battono con un progetto popolare, con un polo del buon senso e della ragionevolezza».

    Pisapia potrebbe riproporre il tema di un passo di lato di Renzi. A quel punto che farete?
    «La nostra leadership è stata confermata con un’ampia partecipazione popolare. Ora ci stiamo ponendo il tema di un progetto più ampio del Pd. Se facciamo bene questo lavoro possiamo battere la destra e i 5 stelle. È questo il tema. Per l’Italia».

  • Clima e Usa, le sfide del G7. Referendum, io non voterò

    (Intervista a firma di Simone Bianco pubblicata su Corriere della Sera Bergamo del 08.10.2017)

    Il G7 in città è già iniziato. Bancarelle sul Sentierone, eventi sul tema dell’agricoltura declinato al momento in chiave locale. II ministro Maurizio Martina in mattinata è stato in Provincia e ha partecipato a un incontro sul mais antico, tra una settimana sarà impegnato nei summit di Palazzo della Ragione e di Astino con gli altri sei ministri dei Paesi più industrializzati. «II tema è questo, coniugare le ricchezze locali con i grandi cambiamenti globali».

    L’agricoltura oggi attira i giovani e, insieme, sembra puntare tutto sul recupero della tradizione.

    «Secondo me la sfida dei prossimi anni per noi è quella delle tre “A”: agricoltura, ambiente e alimentazione».

    Bergamo sta lavorando bene su questi temi?

    «Il nostro territorio punta sulle diversità, legate al paesaggio: la montagna più concentrata sulle specificità dei prodotti, in Pianura la filiera lattiero-casearia che ha altre logiche. Ma è un territorio centrale. Ad esempio, è tra i più importanti per le Dop dei formaggi».

    Accordi commerciali con gli Usa, il Canada, rapporti con Dopo l’Expo, quali sono i temi del G7?

    «Prima di tutto il tema della gestione del rischio, i danni enormi cui sono esposti i produttori soprattutto nei Paesi poveri a causa dei cambiamenti climatici. Sono stato a Washington due mesi fa, con gli Usa bisogna insistere sulla necessità di maggiore cooperazione. Certo, l’amministrazione Trump ha altri punti di vista sui cambiamenti climatici ma si può collaborare».

    Gli Stati Uniti rappresentano più un problema o un’opportunità per i produttori italiani?

    «Quando mi sono seduto al tavolo col segretario Sonny Perdue, la prima cosa che mi ha detto è che gli Usa vogliono riequilibrare la bilancia commerciale dell’agricoltura, oggi ampiamente favorevole all’Italia. La realtà è che quello è un mercato centrale per il made in Italy, grazie all’alta qualità che possiamo garantire. II consumatore americano vuole i prodotti italiani e, tolte le due coste, c’è ancora un enorme spazio per crescere, ad esempio in uno stato come il Texas. È chiaro che bisogna lavorare per la tutela dei nostri marchi dalla contraffazione. La tappa di Bergamo sarà importante per provare a fare passi avanti, a partire proprio dal tema dei cambiamenti climatici».

    L’Europa continua a essere vissuta in modo conflittuale da coltivatori e allevatori italiani.

    «Sì, ma prendiamo la Gran Bretagna: al G7 ne parleremo, gli agricoltori inglesi sono in difficoltà dopo la Brexit, senza più i contributi dell’Ue. Serve più Europa, anche se alcune cose devono cambiare».

    Come si intreccia l’agricoltura col tema, molto sentito, dell’immigrazione?

    «Sono legati, perché “aiutarli a casa loro” è possibile solo se si parte dal modo in cui sta cambiando questo settore in varie parti del mondo».

    Il G7 è la chiusura di una stagione politica per lei, che nel 2013 è partito da sottosegretario e si è poi trovato è essere ministro durante l’Expo.

    «È una stagione in cui questo Paese ha fatto un salto in avanti. La presenza dell’Italia, ad esempio nella cooperazione internazionale, è diventata centrale, anche grazie al lavoro fatto con Expo 2o15. Abbiamo centrato risultati importanti, come l’aumento del prezzo del latte alla stalla, grazie all’obbligo di indicarne la provenienza».

    È anche un punto di svolta politico. Si va verso le elezioni, tra due settimane c’è il referendum sull’autonomia lombarda. Lei voterà?

    «No, non andrò a votare. Considero il referendum inutile, uno spreco di denaro, mentre spazi di autonomia si sarebbero potuti discutere con il governo senza questo passaggio. Avrei capito di più un referendum doPo, per confermare un accordo tra Stato e Regione. Così, invece, prevalgono le finalità propagandistiche della Lega».

    Ha letto il documento della Curia in cui si dice che dopo questo voto le applicazioni pratiche saranno molto difficili?

    «Sì e sono pienamente d’accordo».

    Quindi Giorgio Gori sbaglia a spendersi per il Sì?

    «No, la prospettiva di Gori, da sindaco, è comprensibile. Ed è giusto, anche in quel modo, provare a smascherare il bluff di Maroni».

  • Produrre meglio sprecando meno

    (Intervista a firma di Franco Cattaneo pubblicata sull’Eco di Bergamo del 05.10.2017)

    Costruire un confronto protezionismi, nuova agenda sui temi dell’agricoltura e dell’alimentazione, in una fase in cui sembra acuirsi la tragedia della fame nel mondo e in un passaggio critico della democrazia internazionale. Sono queste le ambizioni del vertice agricolo e alimentare del G7, il 14 e 15 ottobre a Bergamo, in coerenza con le prospettive aperte dall’Expo di Milano, come ci spiega il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, che sarà al tavolo di regìa.

    Dialogo, apertura, condivisione: termini che ricorrono nei documenti preparatori del summit internazionale.

    «Il vertice si svolge in un momento delicato e particolare delle vicende internazionali ed è evidente che – tra ritorni di protezionismi, nuova agenda europea e nuovi attori in campo – avremo bisogno di costruire una riflessione comune che faccia i conti con queste novità che impongono un cambio di passo. Il nostro obiettivo è costruire un confronto di primo livello che riesca a unire i grandi Paesi del G7 coinvolgendo ovviamene l’Unione europea, le istituzioni mondiali come Ocse, Fao, Ifad, World Food Programme. Siamo , inoltre, contenti di avere il commissario allo sviluppo rurale dell’Unione africana, una voce significativa per lavorare con quel continente: questo dimostra più di tante parole l’impegno dell’Italia, che in questo periodo ha la presidenza del G7, per chiamare al tavolo negoziale nuovi soggetti fondamentali».

    In sostanza l’agricoltura come fattore geopolitico.

    «”Produrre meglio, sprecando meno”: il focus principale riguarda la svolta sostenibile dell’agricoltura e delle produzioni alimentari, con due temi che ne derivano. Il primo è la gestione delle crisi economiche e climatico-ambientali in agricoltura, quindi la tutela dei produttori. Il secondo, che ha una dimensione strategica, s’interroga su come la cooperazione agricola possa essere strumento di governo collaborativo dello sviluppo dei territori, in relazione anche ai fenomeni generati dalle nuove migrazioni. E qui c’è lo snodo forte del rapporto con l’Africa».

    In un periodo in cui questo continente sta riacquistando centralità.

    «Per noi è decisivo approfondire questo versante: G7 e Ue possono assumere un ruolo che segna un prima e un dopo. Del resto siamo già su questa linea: penso, per esempio, all’idea di un Piano Marshall per l’Africa lanciata recentemente dalla signora Merkel, che l’Italia aveva in qualche modo anticipato nel 2015 con il Migration Compact. In sostanza affronteremo due ambiti precisi: la tutela dei piccoli produttori dinanzi alle crisi di mercato e ambientali e la cooperazione agricola come fattore inclusivo di crescita. Questi due fronti si ritrovano insieme in una premessa fondamentale: quella di fare il punto sulla lotta alla denutrizione nel contesto dell’obiettivo Onu “fame zero-2030″».

    Qui, però, siamo al di sotto delle attese.

    «Cercheremo di rispondere a questa domanda: a che punto siamo? La Fao, proprio in questi giorni, ha lanciato l’allarme. Purtroppo, rispetto ai miglioramenti degli ultimi anni, la tendenza più recente s’è invertita, mentre nelle regioni centro orientali del continente nero si sta consumando una delle più gravi carestie degli ultimi decenni, peraltro senza un’adeguata copertura informativa per l’opinione pubblica occidentale. A maggior ragione diventa urgente indicare nuove strategie. Lunedì 16, all’indomani degli incontri a Bergamo, saremo all’assemblea generale della Fao in occasione della Giornata internazionale dell’alimentazione per ascoltare le parole di Papa Francesco: una presenza che ci richiama tutti al dovere dell’impegno e della responsabilità».

    Questi temi stanno nelle corde della sensibilità della Bergamasca.

    «Per me è molto importante che si viva questo appuntamento nel segno della condivisione e dell’apertura. Bergamo è la terra di Papa Giovanni e già questo dice tutto. Con il Comune e la Provincia abbiamo organizzato più di 50 appuntamenti nell’intento di proporre un approccio educativo, un valore aggiunto che accompagni in parallelo i lavori dei ministri, spingendo il più possibile su un confronto dialettico alto. Tanto più che, nella storia del passato e del presente della nostra terra, l’Africa è una realtà che sentiamo vicina e le tragedie collettive di quel continente hanno sempre trovato una pronta risposta dei bergamaschi. L’aspetto educativo e formativo, ripeto, rimane in cima alle nostre istanze. Un vertice riservato alle sole istituzioni e agli addetti ai lavori non può bastare se non dialoga con la comunità e la cittadinanza viva del territorio. L’aver coinvolto le scuole, l’università, BergamoScienza, tanti giovani, vale tanto quanto il summit stesso».

  • Verso la Conferenza programmatica, all’Europa diciamo…

    (Editoriale pubblicato su Democratica del 20.09.2017)

    Oggi il PD chiama a raccolta docenti, esperti della materia e rappresentanti delle parti sociali per discutere delle prospettive di riforma della governance economica europea. Lo faremo con un seminario, in preparazione della Conferenza programmatica nazionale di ottobre a Napoli, in cui esporremo le nostre idee e ascolteremo opinioni, suggerimenti e possibili percorsi di sviluppo per affrontare questo nodo cruciale dei prossimi anni. Il lavoro fatto sino a qui in Europa dai nostri governi ha portato buoni frutti.

    Se oggi possiamo poggiare finalmente la ripresa sui dati positivi dell’economia reale italiana (dal Pil all’export, dalla produzione industriale all’occupazione) è anche grazie alle scelte compiute in questi anni, per acquisire più flessibilità di bilancio rispetto all’ortodossia dell’austerità, incapace di creare le condizioni per la ripresa. I nostri governi su questo hanno dato battaglia e hanno vinto con la forza delle buone ragioni di chi ha sempre lavorato nel rispetto dei parametri europei. Tutto ciò però ora non basta. Tocca ancora a noi indicare con serietà e credibilità la via d’impegno più forte per i prossimi anni, per sostenere occupazione e crescita riducendo in primo luogo la pressione fiscale su chi crea lavoro, sulle famiglie e su chi è più debole. “Tornare a Maastricht” come ha detto il nostro segretario, significa in primo luogo adoperarsi per regole europee più semplici e più utili. Significa superare le rigidità del Fiscal compact a partire dai metodi di calcolo del deficit strutturale che rischiano di portare a scelte che frenano solamente la ripresa. Significa liberare risorse per lo sviluppo e gli investimenti, mantenendo la rotta rigorosa del controllo dei conti pubblici. Significa affrontare il tema del debito pubblico con misure straordinarie.

    Inchiodare le politiche fiscali al rispetto di vincoli contabili dal calcolo incerto dopo la più grave recessione del dopoguerra non ha aiutato. Una politica economia virtuosa deve invece unire rispetto delle regole finanziarie fondamentali e cura della crescita, sostegno all’innovazione e alla valorizzazione del capitale umano. Il PD è la sola forza di questo paese in grado di proporre all’Europa e agli italiani un progetto realistico di sviluppo di queste scelte per i prossimi cinque anni. Altri vagheggiano ancora fantomatiche e disastrose uscite dall’Euro.

    Il nostro compito fondamentale invece è quello di unire sempre meglio crescita e uguaglianza a partire dal lavoro.

  • Col Rosatellum possibile un centrosinistra unito con Pisapia

    (intervista a firma di Francesca Schianchi pubblicata su La Stampa del 20.09.2017)

    Questa sera, il vicesegretario del Pd e ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, si confronterà alla Festa nazionale dell’Unità con Giuliano Pisapia: «Senza polemica, gli dirò che noi non sfidiamo il centrosinistra: il nostro avversario è il populismo delle destre e del M5S».

    Secondo lui, nel Pd coltivate l’illusione di autosufficienza…

    «No, nel Pd non c’è nessuna esasperazione dell’autosufficienza: il tema non è mai stato né mai sarà questo. Più semplicemente siamo consapevoli che senza il Pd non c’è alternativa ai nostri avversari. Il tema è costruire un progetto che unisca e non divida, a partire dai risultati ottenuti in questi anni duri».

    Pisapia e Mdp hanno parlato di «politiche sbagliate del Pd».

    «Se ci si vuole sedere per un confronto migliorativo su alcune scelte, ci stiamo. Se si vuole solo demolire il lavoro fatto, allora no. Non siamo disponibili ad abiure: abbiamo preso un Paese in recessione e costruito le condizioni per passi avanti concreti. Ora l’Italia non può tornare indietro».

    Come risponde alla critica di essere ambigui sulle alleanze?

    «Rispondo tranquillamente dicendo che guardiamo alle forze moderate e di centrosinistra che vogliono cooperare e non rendere quest’area politica un campo di battaglia».

    Alle regionali siciliane però avete scelto Alfano, no?

    «In Sicilia abbiamo lavorato sul solco dell’esperienza fatta a Palermo qualche mese fa. Poi qualcuno, secondo me facendo un errore, si è sfilato».

    Per le politiche lei proponeva un listone da Pisapia a Calenda…

    «No, aspetti, io non ho mai parlato di listone: ho posto il tema di un progetto aperto, da Pisapia a Calenda. E confermo questo approccio, a prescindere dalla legge elettorale. Il sistema di voto non risolve il tema politico di fondo. La vera domanda è: riusciamo a condividere una prospettiva?».

    Con Pisapia lei ci spera ancora?

    «È importante un confronto propositivo e non conflittuale. La prova della nostra volontà è anche nello sforzo che stiamo mettendo sulla legge elettorale. Non è un caso se in queste ore, per iniziativa del Pd, riprende la discussione sul Rosatellum, che conserva una parte maggioritaria e costruisce un equilibrio utile tra rappresentanza e governabilità».

    Vuole dire che questa legge favorisce un centrosinistra unito?

    «Segnalo che la quota di impianto maggioritario con collegi porta a riflessi di questo tipo. Il Pd si spende: ora ciascuno si prenda le proprie responsabilità».

    Per Mdp il Rosatellum è una farsa per non fare la legge.

    «Non capisco quale sia la loro proposta, visto che si limitano a commentare quelle degli altri, in particolare del Pd».

    La prima reazione dell’M5S è stata critica: sareste disposti ad approvarla anche senza di loro?

    «Noi dobbiamo e vogliamo cercare la massima convergenza possibile, dopodiché che il M5S reagisse così me lo aspettavo: da tempo hanno scelto la propaganda al posto della proposta».

    Per Prodi anche voi avete rinviato lo ius soli per i sondaggi…

    «Io vivo da mesi questo lavoro serio che stiamo facendo. Ma tutti dovremmo contribuire a sviluppare una riflessione culturale e sociale nel Paese sulla necessità che questi bimbi nati in Italia si sentano italiani quanto i nostri figli: una battaglia da fare tutti insieme. Non vorrei che qualcuno pensasse invece di usare lo ius soli per fare campagna elettorale».

    Riuscirete ad approvarla?

    «Una legge non basta calendarizzarla: servono i numeri per votarla. È evidente che c’è un problema al Senato, ma ci lavoreremo fino in fondo e spero che ce la faremo».

  • Il Pd è in campo per una green society

    (Editoriale pubblicato su Democratica del 12.09.2017)

    Siccità. Alluvioni. Queste due parole stanno entrando con forza devastante nell’uso quotidiano anche da noi in Italia. Il cambiamento climatico non è un affare d’altri, ma una minaccia per tutti. Una grande questione del nostro tempo. Anche per questo le riflessioni su questo tema meritano di essere sviluppate e approfondite sempre. Tanto più oggi che nel mondo si fanno largo approcci come quello degli Usa di Trump che pensano di cancellare con un tratto di penna le conseguenze di modelli di sviluppo che hanno un impatto fortemente negativo sul clima. Non c’è dubbio che a noi tocca un salto di qualità, qui ed ora, rispetto ai temi della svolta ecologica dello sviluppo. Ma se l’Italia oggi non è all’anno zero su questo fronte è anche grazie alle tante battaglie che le donne e gli uomini del Partito democratico hanno portato avanti con convinzione in questi anni. C’è tanto ancora da fare, lo sappiamo. Ma come dimenticare lo sforzo finanziario fatto dai nostri governi per la sicurezza dei territori, con cantieri partiti finalmente dopo anni di stallo. Come dimenticare la legge sugli ecoreati, quella contro lo spreco alimentare, la prima legge per la biodiversità per proteggere il nostro patrimonio paesaggistico e ambientale unico.

    E ancora, Expo e la Carta di Milano con cui abbiamo dato un contributo significativo allo sviluppo di scelte internazionali rilevanti come i nuovi Obiettivi sostenibili dell’Onu e Cop21 a Parigi. Proprio con Expo a quei tavoli abbiamo portato la forza di 21 milioni di visitatori e la consapevolezza di oltre 2 milioni di studenti coinvolti nella più grande operazione di educazione alimentare e ambientale realizzata a livello europeo.

    Questione ecologica e questione agricola si tengono strettamente. Con il PD lavoriamo ogni giorno perché nel nostro modello agricolo, e non solo, la sostenibilità sia sempre più chiave di competitività. E le storie di successo che vengono dai territori ci dicono che la strada intrapresa è giusta. Rivendico ad esempio con orgoglio la leadership che l’Italia ha nel settore del biologico, con tassi di crescita che superano il 20% nelle superfici coltivate, 1,8 milioni di ettari, negli operatori, 72mila, e nei consumi. Nell’ultimo anno sono stati convertiti a biologico 300mila ettari, una superficie grande come la provincia di Bologna, case e uffici compresi. Ecologia e tecnologia sono i due assi fondamentali per proiettare nel futuro il nostro agroalimentare e proprio per questo nel piano Industria 4.0 abbiamo inserito un capitolo specifico per l’innovazione nell’agrofood. Anche se spesso ce ne dimentichiamo, siamo uno dei Paesi con il maggior tasso di crescita dell’energia prodotta da fonti rinnovabili.

    Sono pezzi fondamentali del mosaico che dobbiamo continuare a costruire insieme per realizzare sul serio la green society. Non sono solo fatti economici, seppur importanti. Sono scelte culturali e sociali prima di tutto. Tenere insieme la sostenibilità integrale con l’equità e l’inclusione sociale è un faro della nostra azione. E di questa sfida il Pd deve continuare ad essere protagonista. Perché richiede una svolta di modello e ripropone prima di tutto un’idea forte della democrazia e della cittadinanza. Perché è il terreno giusto per tornare a investire sulle comunità. E’ un tema tutto politico. Per questo nella Conferenza programmatica di ottobre declineremo con ancora più forza le nostre proposte per continuare a cambiare l’Italia anche da qui.

  • OCM terzo pilastro della Pac la nostra proposta a Bruxelles

    (Intervento pubblicato sulla Gazzetta di Mantova del 31.08.2017)

    La Fiera Millenaria di Gonzaga è qualcosa di più di un evento. Fa parte della tradizione e dell’identità del territorio, un appuntamento consolidato che mette in risalto l’eccellenza dell’agricoltura mantovana e lombarda. Anche quest’anno sarà un’occasione importante per agricoltori e allevatori per cogliere nuove opportunità commerciali e, allo stesso tempo, promuovere e valorizzare la cultura rurale e i nostri prodotti tipici.

    In questi anni abbiamo lavorato con un obiettivo centrale: tutelare il reddito degli imprenditori agricoli e rafforzare il nostro modello produttivo. Abbiamo affrontato crisi dure, come quelle del latte, del grano e del riso, che ancora non sono completamente risolte. Nonostante le difficoltà il comparto si dimostra vivo, rappresentando un vero e proprio motore dell’economia nazionale. Ce lo confermano i dati “AgrOsserva” di Ismea su occupazione, investimenti ed export.

    Nel primo trimestre 2017 gli occupati in agricoltura sono aumentati dell’1,3% e le imprese giovanili fanno registrare un +9,3%. Questo non vuol dire che tutti i problemi siano stati risolti ma che abbiamo un potenziale enorme da sfruttare grazie a politiche mirate. Come abbiamo fatto fin qui.

    E i risultati cominciano ad arrivare. Penso alle opportunità offerte attraverso la Banca delle terre agricole, all’attivazione del piano giovani da 160 milioni di euro con mutui a tasso zero, all’esenzione totale per tre anni dal versamento dei contributi previdenziali per gli under 40 che abbiamo previsto con la legge di bilancio, oltre agli sgravi fiscali di 1,3 miliardi di tasse agricole in due anni.

    Penso anche alla grande novità dell’obbligo di indicazione in etichetta, dallo scorso 19 aprile, dell’origine per il latte e i suoi derivati. Un traguardo storico per il nostro Paese che ci consente di creare un nuovo rapporto tra produttori e consumatori. I cittadini, infatti, devono essere informati per poter scegliere consapevolmente cosa mettere a tavola. Questo vuol dire tutelare il Made in Italy, il lavoro dei nostri allevatori e far crescere una vera e propria cultura del cibo. Per questo col Ministro Calenda abbiamo deciso di estendere la sperimentazione al grano per la pasta e al riso, anticipando le scelte di Bruxelles.

    C’è molto da fare ancora. Sul piano nazionale e su quello europeo, dove si gioca una partita cruciale: la riforma della Politica agricola comune. Per quanto ci riguarda, abbiamo già chiesto alla Commissione – e continueremo a farlo – maggiore semplificazione, investimenti per l’innovazione, tutela del reddito e salvaguardia delle produzioni per garantire il futuro delle nostre filiere. Per realizzare questi obiettivi abbiamo proposto di valorizzare meglio le Ocm come terzo pilastro della Pac, estendendo il modello ad altri settori come latte, carne o cereali, per migliorarne la competitività, incrementare la capacità di adattamento alle turbative dei mercati e creare nuovi strumenti di gestione del rischio nell’ambito dei pagamenti diretti, tagliando anche la burocrazia dei programmi di sviluppo rurale.

    Proprio la gestione del rischio sarà uno dei temi principali che affronteremo nel corso del G7 dell’Agricoltura a Bergamo il 14 e 15 ottobre. Andiamo quindi avanti rafforzando sempre di più gli strumenti a disposizione e puntando sull’aggregazione dell’offerta. Per affermare il nostro modello distintivo, abbiamo bisogno di lavorare in squadra: istituzioni, operatori, associazioni di categoria, sindacati. Solo così sarà possibile crescere ancora ed essere competitivi sui mercati internazionali. La Fiera Millenaria di Gonzaga aiuterà ancora una volta ad avanzare con proposte concrete e scelte di prospettiva.

  • Unire legalità e diritti. Sì alla nuova cittadinanza contro chi specula sulla paura

    (intervista a firma di Giovanna Casadio pubblicata su La Repubblica del 28.08.2017)

     

    «Noi batteremo gli “imprenditori della paura” unendo legalità e diritti, sicurezza e integrazione». Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura e vice segretario del Pd, lancia un appello ai sindaci: «La chiave per governare un fenomeno così complesso sta nell’accoglienza diffusa, allarghiamo insieme la rete della gestione». E alla sindaca di Roma, Virginia Raggi dice: «La smetta con lo scaricabarile. Del problema migranti finora se n’è lavata le mani».

     

    Martina, partiamo dallo ius soli, la cittadinanza ai bambini nati da immigrati residenti in Italia: riuscirete ad approvarla prima della fine della legislatura?

    «Io mi auguro proprio di sì. Faremo tutto quello che sta nelle nostre forze perché diventi legge e passi l’idea di un paese più sicuro perché più inclusivo. Non smetto mai di pensare ai tantissimi italiani di fatto nati e cresciuti qui che devono potere avere come i miei figli una cittadinanza piena».

    Giusto intanto sospendere gli sgomberi delle case occupate dai profughi dopo i fatti di Roma?

    «Penso che i fatti che abbiamo visto a Roma in questi giorni non si devono più ripetere. Questo passaggio deve servire a tutti per maturare una maggiore consapevolezza così da affrontare in modo più responsabile un tema tanto complesso. E comunque ci sono funzioni e responsabilità differenti anche nella catena istituzionale: è improprio lo scaricabarile dell’amministrazione di Virginia Raggi sulla vicenda sgomberi».

    Al contrario la Raggi accusa il governo di latitanza.

    «I post della sindaca Raggi dopo la vicenda degli sgomberi sono la dimostrazione più evidente della incapacità di governo della Capitale della sua amministrazione. Per noi parlano le scelte, a dimostrare che questo e gli ultimi governi stanno gestendo un fenomeno di migrazione di portata storica. Il ministro Minniti, il presidente Gentiloni stanno facendo un lavoro dentro i nostri confini e fuori, che sta producendo fatti positivi ».

    Si riferisce alla tregua negli sbarchi?

    «Non solo. È cambiato l’atteggiamento degli Stati europei. Vedremo come andrà il vertice di Parigi di queste ore. Ma l’impegno che l’Italia sta mettendo per corresponsabilizzare Bruxelles e gli Stati membri è cruciale. Rivendico la proposta, figlia del governo Renzi, sulla redistribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo tra gli Stati. Aggiungerei che si dovrebbe intervenire con la riduzione dei finanziamenti europei per quegli Stati che la disattendono».

    Bene dare ai migranti i beni confiscati alla mafia? La destra lo considera un premio a chi ha compiuto una violazione.

    «La destra traduce tutto purtroppo solo in propaganda. Ma battiamo gli imprenditori della paura, per dirla con Emma Bonino, con la legalità e con i diritti. Diversamente dalla destra non scegliamo la via ideologica, di chi immagina di risolvere i problemi con un tweet, ma costruiamo soluzioni realistiche e praticabili. Dobbiamo lavorare sempre meglio con gli enti locali e le associazioni».

    Eppure circola insofferenza anche tra i sindaci dem?

    «Lavoriamo insieme. Se 3.200 Comuni su 8 mila accolgono, si può fare ancora molto. La chiave è proprio l’accoglienza diffusa, gestibile e sicura che già tanti amministratori fanno con grande dedizione e impegno. La rete della solidarietà va allargata. Inoltre dobbiamo coinvolgere i migranti in attività di volontariato nei lavori di pubblica utilità, ad esempio. Ci sono tante esperienze ed esempi. A Bergamo è partito un progetto che impegna i rifugiati a sistemare le panchine della città con volontari italiani. Ad Alessandria i rifugiati sono stati coinvolti persino nel settore dell’apicoltura. La differenza tra noi dem e la destra e i 5Stelle sta nel fatto che sull’ immigrazione loro hanno semplicemente l’obiettivo della speculazione politica e elettorale»

    Ma anche voi dem temete di perdere consensi?

    «Non sono da sottovalutare i sentimenti e le preoccupazioni dei cittadini. Noi batteremo gli imprenditori della paura unendo legalità e diritti. Questa è la via della sicurezza e della integrazione».

     

     

  • Serve un fronte che vada da Pisapia a Calenda per battere gli estremismi di Cinque Stelle e Lega

    (intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera del 22.08.2017)

    «Siamo pronti per costruire un progetto aperto, alternativo agli estremismi di Salvini e di Grillo, che coinvolga personalità come Pisapia e Calenda ed energie oltre il Pd». Maurizio Martina, vicesegretario del Pd e ministro alle Politiche agricole, si prepara alla ripresa politica.

    II centrodestra accelera il processo unitario. E voi?

    «Abbiamo davanti settimane fondamentali per costruire un’alternativa forte agli estremisti. Non possiamo consentire che l’Italia venga governata da Grillo e Salvini».

    E dunque?

    «Dunque senza il Pd non si sconfiggono questi avversari. Lo sforzo deve essere quello di costruire una proposta forte, larga, aperta, per scongiurare questa deriva estremista. Unire, attorno al Pd, un fronte che va dalla sinistra dei diritti di Giuliano Pisapia al riformismo di Carlo Calenda, fino a un’area moderata alternativa al centrodestra».

    Non ha citato né Bersani né Vendola.

    «Non metto veti sulle persone, mi interessa la sostanza del lavoro comune. Ma ho citato chi in queste settimane ha cercato di interpretare un confronto con il Pd cooperativo e non divisivo. Non c’è bisogno di competizione ma di collaborazione».

    Non ha citato neanche Alfano. Eppure in Sicilia lavorate per andare al governo insieme.

    «Anche sul versante siciliano è giusto lavorare con spirito aperto. A Palermo, come in altre realtà, ci sono state esperienze amministrative vincenti di centrosinistra con mondi civici e moderati».

    Questa collaborazione potrà avere riflessi nazionali?

    «Intanto è importante per la Sicilia, per non consegnare quella regione a una deriva a 5 Stelle o alla vecchia destra».

    Ma non è esclusa un’interlocuzione con Alfano per la prossima legislatura?

    «Quando penso a un progetto aperto, capace di raccogliere intorno al Pd il riformismo moderato alternativo alla destra, oltre alla sinistra dei diritti, penso a tutte le forze che possono condividere il programma di governo. Sarà fondamentale anche il passaggio della legge di Stabilità».

    Che legge di Bilancio sarà?

    «Innanzitutto dobbiamo rivendicare i risultati di questi anni che hanno portato l’Italia fuori dalla crisi, pur sapendo che c’è ancora tanto da fare. Dobbiamo lavorare a una legge di Bilancio fortemente sociale. Dare priorità all’occupazione giovanile, anche con il taglio permanente del costo del lavoro per i neo assunti. Bisogna rafforzare il reddito di inclusione, mettere mano ai centri per l’impiego, consolidare l’Ape sociale e far partire quella volontaria. Conterà anche la capacità di condividere queste scelte».

    E la legge elettorale? Siete fermi al palo.

    «A settembre vedremo se ci sono le condizioni per intervenire, insieme ai partiti più importanti. Ma il tema del progetto per me rimane centrale con qualsiasi legge elettorale, anche con questa. Se diciamo che c’è il rischio di una deriva estremista, dobbiamo muoverci di conseguenza».

    Merkel ha chiesto a Berlusconi rassicurazioni contro la deriva populista.

    «C’è un’ambiguità evidente di Berlusconi. Un giorno rassicura la Merkel e l’Europa che fermerà i populisti, il giorno dopo ci si allea. Le due cose non stanno insieme. La verità è che Berlusconi tiene un piede in due scarpe ed è ostaggio di Salvini e della sua leadership oggettiva».

    Lo lus soli resta l’incognita di fine legislatura: sarà abbandonato o insisterete?

    «Il nostro obiettivo è quello di arrivare presto a una legge per la cittadinanza dei bambini nati e cresciuti qui. È un obiettivo da riconfermare».

    Sarà messa la fiducia?

    «Vedremo, non tocca a me dirlo. Io dico con convinzione che questa è una legge giusta».

    C’è chi dice che con il terrorismo alle porte non è il momento.

    «Non sono d’accordo. L’avanzamento delle regole di cittadinanza, dei diritti e dei doveri, sono una risposta forte anche contro le paure e le insicurezze di questo tempo».

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