• Noi in linea con Romano Ius soli e tutele del Jobs act, siamo pronti al confronto

    Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata su Il Corriere della Sera del 19.11.2017

    «È stato un incontro positivo. Ci sono le condizioni per andare avanti insieme. Abbiamo detto che il Pd è pronto a lavorare ancora sulla frontiera dei diritti ma anche sui temi della protezione sociale, della politica del lavoro e del contrasto alla precarietà».

    Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole e vicesegretario del Pd, è reduce dal colloquio di ieri mattina con Piero Fassino, super inviato dem sul fronte caldo delle trattative per il centrosinistra, e con Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista. In serata arriva anche la notizia del «lungo e cordiale colloquio» tra Matteo Renzi e Romano Prodi.

    Secondo Prodi allargare il campo di centrosinistra è necessario.
    «Noi condividiamo il messaggio su cui insiste Romano Prodi di unire e allargare il centrosinistra per essere competitivi con i nostri avversari. Renzi per primo ha indicato, lunedì scorso in direzione, íl lavoro che il Pd deve fare per raggiungere questo obiettivo. I passi avanti fatti in questi giorni segnalano concretamente e con coerenza il nostro impegno. Ora si tratta di andare avanti insieme».

    Lei dice con Pisapia un «incontro positivo». Ma fina che punto?
    «Si è avviato un lavoro che dovrà certamente essere approfondito, ma senz’altro segna un cambio di passo in direzione di un centrosinistra largo e unito. Abbiamo bisogno di una coalizione che viva in una pluralità di protagonisti. Siamo interessati ad approfondire sul piano programmatico alcuni temi cruciali: il lavoro, la protezione sociale, l’ambiente, la cura delle persone, il diritto alla salute, la frontiera dei diritti. La principale responsabilità resta costruire insieme un’alternativa forte alla destra e ai 5 Stelle».

    Ius soli e testamento biologico approvati entro fine legislatura?
    «Sono convinto che ci siano le condizioni per arrivare alla meta».

    Secondo Gianni Cuperlo il renzismo ha prodotto successi ma anche riforme «che si sono rivelate fragili e dannose», come il Jobs act, «che ha funzionato solo a metà».
    «Quelle misure sono state decisive per un’Italia che arrivava da un milione di posti di lavoro persi e da un 25 per cento della produzione industriale in meno».

    Però non hanno risolto il problema del precariato.
    «Penso che il Jobs act abbia prodotto avanzamenti utili. Ora siamo interessati ad attivare nuovi strumenti di tutela e a credobbiamo discutere con le forze moderate are occupazione sempre più stabile. È un lavoro già rafforzato con la legge di Stabilità, con la decontribuzione stabile per sostenere l’occupazione giovanile».

    Sinistra italiana, Mdp e Possibile lanciano la lista unitaria.
    «Ognuno si prende le proprie responsabilità. Noi stiamo facendo un percorso aperto per far nascere una coalizione di centrosinistra che batta destra e grillini».

    Pisapia chiede lo stop all’alleanza con Alfano.
    «Non personalizziamo, ma poniamoci piuttosto tutti il tema di confrontarci con forze moderate, civiche e ambientaliste».

    Speranza vuole allargare la platea di chi può andare in pensione prima dei 67 anni.
    «Il governo ha proposto al tavolo sindacale proprio una scelta di allargamento delle platee».

    Vuole anche l’abolizione del superticket e maggiori risorse per la scuola.
    «Segnalo che c’è già un emendamento pd al Senato sul superticket. E il ministro Fedeli sul diritto allo studio sta lavorando in questa direzione. Siamo interessati a lavorare su questi temi, compatibilmente con gli equilibri di bilancio».

  • Non perdiamo questa occasione

    Intervista a cura di Giovanna Casadio pubblicata su La Repubblica del 15.11.2017

    Maurizio Martina, vice segretario del Pd e ministro dell’Agricoltura, rilancia l’appello alla sinistra di Bersani, di Civati e di Fratoianni, e a Giuliano Pisapia per l’unità del centrosinistra.
    Martina, state passandovi di mano il cerino per vedere a chi resta la responsabilità della frattura della sinistra?
    «Non è un gioco, la questione non è a chi resta in mano il cerino. Tutti dobbiamo essere responsabili. Nelle Direzione del partito lunedì, il Pd ha fatto la scelta giusta. Ora noi saremo conseguenti rispetto a quelle indicazioni, già a partire da queste ore».
    In concreto?
    «Ci sono tre questioni essenziali. Costruire unità, e l’abbiamo fatto al nostro interno. Costruire apertura, e abbiamo detto alle altre forze politiche di centro e di sinistra che c’è una pagina bianca da scrivere insieme. La terza questione cruciale è costruire insieme una prospettiva».
    Però da sinistra vi chiedono discontinuità. Renzi su questo non ci sente?
    «Non possiamo fermarci a questa discussione. Noi dem siamo convinti di avere fatto in questi anni un lavoro duro, faticoso e utile per il paese. Molto va fatto e molto dobbiamo migliorare. Le cose fin qui realizzate non sono la nostra meta: siamo disposti a un confronto purché ci sia cooperazione e uno sforzo in avanti che tutti, anche Bersani e gli altri, devono fare. Non poniamo veti, non abbiamo questioni da rivendicare rispetto a ciò che è accaduto».
    Niente rancori con gli scissionisti dem?
    «Ci sono state divisioni e passaggi dolorosi. Ma ora vediamo se siamo d’accordo sul punto fondamentale e cioè che il paese non si può permettere di essere consegnato a una destra egemonizzata da Salvini né una deriva firmata 5Stelle. Loro investono sulla disgregazione, noi su una nuova idea della sovranità italiana dentro la scommessa europea. Il Pd ha fatto un’offerta e sono arrivate diverse disponibilità».
    Da parte di chi?
    «C’è stato un primo incontro serio con i Radicali. Disponibili si mostrano forze moderate e di centro, forze laico-socialiste, ambientaliste, esperienze civiche».
    Pisapia non l’avete ancora convinto?
    «Siamo interessati a un confronto senza preclusioni, a maggior ragione con una esperienza importante come quella di Giuliano. Ma questa nostra discussione non deve essere autoreferenziale. Dobbiamo partire dalle questioni cruciali».
    Cruciali sono il Jobs Act e la buona scuola.
    «Cruciale è unire crescita e uguaglianza a partire dal lavoro, sì. Noi un filo lo troviamo. Ad esempio, nella legge di bilancio che stiamo discutendo abbiamo inserito l’aumento del costo dei licenziamenti. Inoltre stiamo discutendo l’equo compenso per i professionisti e, in particolare, per gli avvocati. Con il sindacato è aperto il confronto su maggiore equità in fatto di pensioni, penso ai lavori gravosi. Siamo sulla stessa frontiera dei diritti dallo Ius soli al biotestamento».
    Quindi se la sinistra non ci sta, è solo ostracismo nei confronti di Renzi?
    «Non mi convincono le dichiarazioni fatte dopo appena un quarto d’ora dall’inizio della Direzione dem».
    Lei come giudica la discesa in campo come leader della sinistra dei due presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso?
    «Vale la regola del massimo rispetto per le due figure istituzionali, a cui chiedo rispetto anche per il Pd. Non voglio alimentare polemiche».

  • Disposti a confrontarci. Invieremo il programma

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera del 30 ottobre 2017)

    «Nei prossimi giorni invieremo a tutte le forze che vogliono confrontarsi con noi, al centro e a sinistra, il documento programmatico uscito da Napoli. Pronti al confronto per una nuova coalizione». Il ministro Maurizio Martina è reduce da Napoli, dove ha organizzato, in qualità di vicesegretario, la Conferenza programmatica del Pd.

    A Napoli Renzi sembra aver cambiato linea, dando retta a Franceschini, Orlando, Prodi e ora a Gentiloni, che chiedevano di riaprire la partita delle alleanze.

    «A Napoli abbiamo lavorato e ascoltato tanto. Siamo gli unici ad aver messo in campo uno sforzo programmatico così forte. Nove piazze tematiche, oltre 2.500 persone intervenute, 40 ospiti. Usciamo da Napoli più forti e con una proposta sul progetto e sul metodo, sui contenuti e sugli strumenti».

    Parliamo di metodo: come costruire la coalizione e con chi?

    «II segretario ha detto parole chiare: vogliamo una coalizione ampia, inclusiva e plurale, con il Pd perno centrale, aperto al contributo di altre forze».

    Dunque si riapre una possibile interlocuzione anche con Mdp. Com’è possibile lavorare con D’Alema e Bersani, dopo tanti scontri?

    «Noi non siamo interessati a porre veti né al centro né a sinistra. Rivendichiamo lo sforzo del Pd in questi anni, senza il quale il Paese non avrebbe fatto i passi avanti di oggi dopo la crisi. Siamo interessati a confrontarci sulla prospettiva».

    Su che basi?

    «Sulla base delle idee elaborate a Napoli, che invieremo a tutte le forze del centro e della sinistra».

    Si aprirà un tavolo?

    «Vedremo il metodo da seguire, intanto consolidiamo l’impegno a costruire una coalizione di centrosinistra».

    Mdp, però, vorrà rimettere in discussione Jobs act, articolo 18, buona scuola.

    «Siamo pronti a confrontarci su tutto, dalle politiche per il lavoro, a quelle per la scuola, dalla protezione sociale al Sud. Di certo non accetteremo abiure del lavoro fatto, che è stato faticosissimo e di cui siamo orgogliosi. Chi vuole lavorare unito al Pd sa che ci siamo».

    La prima risposta di Roberto Speranza è negativa. Dice che Renzi è «un disco rotto» e che serve una svolta radicale sulle politiche.

    «Consiglierei a Speranza di ascoltare e riflettere prima di parlare. La sua mi sembra una dichiarazione fotocopia di tante altre. Dopo di che, ognuno farà le sue scelte. La nostra è quella di avere un atteggiamento aperto, avendo come obiettivo quello di battere la destra e i 5 Stelle e di costruire un’alternativa forte a queste due derive».

    Lei condivide le critiche di Renzi al governatore Visco, che il premier ha scelto di riconfermare?

    «Voltiamo pagina. Quello che ha stabilito il presidente del Consiglio si sostiene. Credo che ora valga la pena di concentrarsi su come avere strumenti più forti di tutela dei risparmiatori e di maggiore controllo e vigilanza. Vorrei, ad esempio, che si riflettesse di più sulle indicazioni date dal procuratore di Milano Francesco Greco».

    È ipotizzabile un passo indietro di Renzi come candidato premier?

    «Il Pd non rinuncia alla leadership del suo segretario scelto dagli elettori. Noi siamo una squadra e, come ha detto Renzi, il problema non è chi governa di noi, ma se governiamo noi o Di Maio e Salvini».

    Se il presidente Grasso, che ha abbandonato il Pd, diventasse leader della sinistra, sarebbe un elemento a favore di un’alleanza o di freno?

    «Noi possiamo solo dire che rispettiamo le scelte del presidente Grasso, anche se ne siamo rammaricati».

    Si riparla di ius soli. È giusto mettere la fiducia?

    «Deciderà il premier. Se matureranno le condizioni e si sceglierà questa via, noi ci saremo».

     

  • Relazione introduttiva alla Conferenza programmatica di Napoli

    27.10.2017

     

    Cari amici, cari compagni e gentili ospiti,

    grazie a tutti per la vostra presenza. Grazie a Napoli, a Portici e alla Campania per l’accoglienza e la l’ospitalità.

    Al presidente De Luca e a tutto il PD napoletano e campano.

    Apriamo con questa conferenza nazionale il lavoro che ci porterà al programma per le prossime elezioni politiche.

    In questi tre giorni ascolteremo e ci confronteremo con fra di noi e con tante esperienze vitali delle società, dell’impresa, dell’associazionismo, della scuola, del sociale.

    Presenteremo le nostre prime proposte fondamentali. Ragioneremo dei grandi temi che stanno già cambiando nel quotidiano la vita degli italiani.

    Lavoreremo avendo come orizzonte di riferimento l’Italia al 2020.

    Dieci anni dopo l’inizio di questa esperienza unica del riformismo democratico e progressista europeo, noi rinnoviamo la nostra responsabilità per dare agli italiani una guida all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte.

    Quest’ultimo decennio ha reso ancora più urgente e necessario questo impegno.

    La globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi anni ha ceduto il passo a un mondo multipolare. Un profondo cambiamento geopolitico sta ridefinendo poteri e alleanze mondiali e gli strumenti di cooperazione, concepiti dopo la Seconda guerra mondiale, stanno affrontano un’evidente crisi di significato.

    Usa, Cina e Russia sono oggi i principali protagonisti di questo scenario, mentre l’Europa fatica ancora a svolgere la funzione politica globale che le spetterebbe.

    La crisi economica e sociale più grave dal dopoguerra che ha attraversato tutti i paesi avanzati e segnato in profondità la vita di milioni di persone, ha divaricato ulteriormente le differenze sociali e colpito tanta parte dei ceti medio-bassi.

    E’ cambiata la Storia. Il modello che per anni ha garantito prosperità e crescita ha esaurito la sua funzione.

    La nuova divisione internazionale del lavoro determinata dalla rivoluzione tecnologica e digitale sta modificando innanzitutto il rapporto tra persone e lavoro. Il cambiamento vorticoso del mondo sta provocando in tanti cittadini la sensazione di aver perso il controllo sul proprio destino.

    Occorrono nuove categorie interpretative della realtà. Avanzano domande di protezione che le forze democratiche e progressiste hanno tardato a comprendere.

    La crisi della sinistra europea nasce da qui. Dalla sua incapacità di offrire risposte convincenti alle fratture emergenti: quelle generate dall’ineguaglianza redistributiva, da sistemi di protezione incapaci di tutelare i più deboli, dal contrasto tra società aperta e le ideologie della chiusura.

    Sono fratture che agitano paure e rancori tra chi si sente tutelato e chi no.

    Tra chi teme di perdere protezione e chi invece la ricerca.

    Noi siamo consapevoli del ruolo che in Italia e in Europa dobbiamo svolgere per rispondere a questa sfida costruendo un’alternativa credibile alla destra.

    L’Europa, attraversata da una crisi di rappresentanza politica, ha offerto risposte timide e inadeguate, rinunciando al coraggio di un cambio di passo che la rendesse prima di tutto più sociale e solidale.

    Il tempo che stiamo vivendo sta facendo emergere, accanto a straordinarie opportunità, anche rischi e bisogni inediti: per la sovranità, la democrazia, la libertà.

    Proprio per questo l’Europa rimane il nostro orizzonte fondamentale e l’unica dimensione possibile di cittadinanza, pace e cooperazione per il futuro.

    Siamo orgogliosamente europei e tenacemente italiani e l’identità nella diversità rimane la nostra sfida.

    Sappiamo che l’interesse nazionale si tutela con il progetto europeo e che questa apertura può esaltare e non negare le radici e l’identità dell’Italia.

    Di fronte a noi si impongono ora scelte strategiche che determineranno le condizioni generali della convivenza e dello sviluppo; e la nostra prima scelta di chiama ancora Europa.

    La minaccia rappresentata dall’estremismo terrorista di matrice islamica richiede azioni e responsabilità più avanzate per sconfiggere chi semina morte e violenza e garantire così pace, libertà e sicurezza.

    La questione migratoria nel cuore del Mediterraneo, spostando la frontiera europea più a sud, segna un cambio di fase storica e pone l’urgenza di comuni politiche di gestione dei confini, della cooperazione e delle regole di cittadinanza.

    I ripiegamenti protezionisti, populisti e nazionalisti, cui stiamo assistendo, rendono evidenti i pericoli che corrono democrazia e politica quando incapaci di rinnovarsi, di rappresentare e di decidere.

    Questi messaggi di chiusura e risentimento non vanno sottovalutati perché di fronte allo smarrimento e all’incertezza di questo tempo rischiano di essere convincenti per tanti cittadini fragili e vulnerabili.

    Commetteremmo un grave errore a liquidare tutto questo con superficialità o peggio ancora, com’è già accaduto tempo fa, manifestando una presunta superiorità antropologica. Nulla di tutto ciò.

    Noi siamo alternativi a elitarismo e populismo.

    Vinceremo questa sfida costruendo, nel concreto, un nuovo progetto di società e una prospettiva in grado di chiudere le fratture sociali, territoriali, generazionali e di genere che ancora la attraversano.

    Il nostro compito è il rinnovamento della democrazia e la costruzione, su basi nuove, di un umanesimo capace di rimettere al centro la persona.

    Per ricostruire un’alleanza tra diritti, libertà e protezioni; tra opportunità e fragilità.

    Per tenere insieme prosperità e democrazia, economia e società.

    Per uno sviluppo sostenibile e inclusivo in grado di ricucire le diseguaglianze.

    Per investire sul capitale umano e sulla comunità, sapendo che Stato e mercato non bastano più.

    Collochiamo il nostro progetto nel quadro degli Obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo sostenibile e in piena coerenza con gli accordi di Parigi per la lotta ai cambiamenti climatici.

    Da questi capisaldi, lavoriamo a una prospettiva fondata su un’idea forte della cittadinanza, sapendo che questa fase di profonda trasformazione apre opportunità e libera energie nuove, a partire dai talenti giovanili e dal protagonismo fondamentale delle donne.

    Un nuovo Patto di cittadinanza è possibile e riconosciamo in queste idee fondamentali il nostro impegno per l’Italia:

    • Il lavoro e l’impresa come dimensioni irrinunciabili della cittadinanza,

    • Conoscenza e cultura come prime leve di opportunità,

    • La cura delle persone e delle comunità per l’equità e l’uguaglianza

    • La sostenibilità ecologica dello sviluppo e della società,

    • Le pari opportunità e l’avanzamento dei diritti civili e di cittadinanza,

    • La lotta senza quartiere a tutte le illegalità,

    • L’efficienza dello Stato e il rinnovamento della politica,

    • Una nuova Europa casa di pace e cooperazione fra i popoli,

    Proponiamo con forza l’affermazione di un’etica pubblica fatta di diritti e di doveri condivisi.

    Proponiamo una sfida educativa per sconfiggere nuove intolleranze emergenti, vecchi rigurgiti razzisti di ritorno e il dramma della violenza sulle donne.

    Investiamo su scelte in grado di affrontare la questione demografica italiana, supportando concretamente la natalità, le famiglie e le generazioni.

    Sosteniamo la scienza, la medicina e il diritto alla salute come abbiamo fatto con l’introduzione dell’obbligo sui vaccini, contro le pericolose derive antiscientifiche emergenti.

    Ci impegniamo da protagonisti nel paese a promuovere una mobilitazione culturale popolare che sostenga i valori dell’apertura, del dialogo, della tolleranza, del rispetto reciproco.

    Noi vogliamo lavorare a una stagione che valorizzi sempre meglio i legami sociali, il civismo diffuso, il mutualismo della società e la partecipazione consapevole dei cittadini nelle scelte pubbliche.

    Rinnoviamo per tutto questo la vocazione del Partito Democratico ad essere il partito del paese.

    L’ambizione cioè di una grande forza di centrosinistra, figlia dell’Ulivo, in grado di pensare sempre sé stessa come comunità in grado di unire il pluralismo della società e l’interesse generale.

    Questa vocazione non ha mai significato per noi isolamento ma consapevolezza che senza le donne e gli uomini del Partito Democratico non potrà esserci un’alternativa possibile ai populismi e alla destra.

    Noi siamo l’argine a queste derive.

    Ed è questo il compito storico di una moderna forza progressista e di centrosinistra come il PD, consapevole anche dei gravi errori commessi nel nostro campo quando a prevalere sono state invece divisioni, veti e personalismi.

    Quando la sinistra si è fatta prigioniera di questi errori è finita nell’angolo della sola testimonianza.

    Noi non seguiremo questa via.

    Siamo interessati a un confronto con le forze alternative alla destra, ai populisti e agli estremisti.

    Noi non abbiamo nemici nel centrosinistra.

    Oggi più di ieri, da qui, siamo pronti a un confronto positivo e di prospettiva.

    Siamo pronti a unire le forze, nella pluralità, per costruire una proposta di coalizione ora che la legge elettorale consente questo lavoro.

    La nuova legge elettorale approvata in queste ore è frutto di un confronto positivo tra forze di maggioranza e di opposizione. E’ un passo avanti utile per ricostruire un rapporto più forte tra eletti ed elettori.

    Oggi c’è uno spazio nuovo. Va usato da tutti per produrre più unità e condivisione.

    Noi crediamo che l’Italia e gli italiani abbiano bisogno ancora di trovare nella comunità del Partito Democratico una guida salda, credibile e responsabile.

    Siamo consapevoli del disorientamento verso la politica e le istituzioni che può portare gli elettori ad allontanarsi dall’esercizio del voto.

    A questi concittadini vogliamo rivolgerci con attenzione, non proponendo loro miracoli e propaganda, ma la forza del nostro impegno quotidiano fatto di serietà e responsabilità: perché solo la tenacia della buona politica può scacciare davvero la cattiva politica.

    In questi anni ci siamo fatti carico di impegni cruciali per portare l’Italia fuori dalla stagione più dura della recessione economica e della crisi sociale.

    Dalla pesante situazione ereditata, abbiamo risalito la strada.

    Passo dopo passo abbiamo aperto una coraggiosa stagione di riforme.

    La nostra politica economica ha migliorato le condizioni del Paese e consentito la ripresa dei consumi e del potere d’acquisto, della produzione industriale e delle esportazioni.

    Questi impegni sono stati sempre accompagnati da cruciali novità, mai raggiunte prima, per l’avanzamento dei diritti civili e di cittadinanza e per la promozione delle pari opportunità.

    Di tutte le scelte fatte, rendiamo conto agli italiani con responsabilità e orgoglio avendo lavorato sempre per un unico obiettivo: ridare futuro e speranza all’Italia, liberarne le energie e sostenere chi è più debole.

    Fatemi qui ringraziare tutte le donne e gli uomini che hanno contributo a questo lavoro faticoso. Fatemi ringraziare il segretario Matteo Renzi.

    Tutti i ministri, i parlamentari e i capigruppo. I sindaci, i presidenti di regione,

    Fatemi salutare e ringraziare per il lavoro prezioso che fa il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

    Siamo una squadra essenziale per il Paese di fronte all’inaffidabilità e ai rischi dei nostri avversari.

    Sappiamo che molta strada va ancora fatta.

    Che ci sono italiani che ancora soffrono e fanno fatica.

    Ora che l’Italia è uscita dalla fase più acuta della crisi, possiamo aprire il nuovo tempo del nostro impegno per lo sviluppo.

    Per spingere sulla crescita intelligente e sostenibile, facendo leva su ricerca, formazione e capitale umano.

    Per dare priorità agli investimenti pubblici sui beni comuni nei territori.

    Per affermare nuovi strumenti di protezione e promozione sociale capaci di tutelare meglio le persone.

    Unire crescita e uguaglianza a partire dal lavoro è ancora il compito di una grande forza come il Partito democratico.

    Il Paese riparte dal lavoro e dall’impresa. Dalle famiglie, dalla cultura, dalla scuola e dall’università. Dal Terzo settore e dai territori.

    Riparte dal Mezzogiorno con il suo inestimabile potenziale ancora inespresso che dobbiamo liberare. Riparte dalle terre colpite dal terremoto, per le quali continueremo a impegnarci con la massima responsabilità. Riparte delle energie e dalle aspirazioni delle forze produttive del nord.

    Ovunque nel Paese, sappiamo che la questione giovanile è la prima sfida da affrontare per liberare energie, creatività e talenti di generazioni essenziali per il futuro dell’Italia.

    Tocca a noi dare centralità e dignità al lavoro, dipendente e autonomo e combattere la disoccupazione partendo da quella giovanile e femminile. La nuova composizione demografica aperta ovunque dalla rivoluzione digitale ci pone il tema di quale nuova rappresentanza dei lavoratori.

    Servono nuovi diritti e tutele. Per valorizzare professionalità, eliminare la precarizzazione e la concorrenza sleale, il lavoro nero, il caporalato e le morti bianche. Dobbiamo continuare a creare occupazione. Dobbiamo investire sulle politiche attive. Il costo del lavoro a tempo indeterminato deve essere tagliato stabilmente, proseguendo anche nella costruzione di ammortizzatori sociali universali legati alla riqualificazione dei lavoratori.

    Noi vogliamo avviare la sperimentazione delle pensione contributiva di garanzia per i giovani.

    E ribadiamo da qui il nostro impegno per rivedere l’automatismo per l’aumento dell’età pensionabile legata all’aspettativa di vita, voluto dai governi Berlusconi e Monti.

    Non discutiamo il principio. Discutiamo le modalità. Serve gradualità. Perché non tutti i lavori sono uguali e non tutti i lavoratori hanno le stessa aspettativa di vita.

    Tocca a noi sostenere la forza delle imprese, dei lavoratori autonomi, degli artigiani, dei commercianti, dei professionisti e di tante esperienze cooperative che vivono il loro impegno con passione, generosità e ingegno. Il rilancio degli investimenti pubblici e privati è la chiave per rafforzare la crescita.

    Davanti a noi abbiamo l’imperativo di affrontare le novità dirompenti che l’innovazione tecnologica e digitale sta portando nel modo di produrre e lavorare: vanno colte le opportunità e compresi i rischi di questa trasformazione.

    Si tratta di trovare il posto dell’Italia nell’economia digitale globale conoscendo il potenziale che possiamo esprimere. Per i lavoratori si tratta di realizzare la più poderosa operazione di riqualificazione formativa permanente degli ultimi decenni; per le imprese di tratta di scommettere su nuovi fattori di competitività e produttività.

    Tocca a noi affermare il principio “pagare meno, pagare tutti” e ridurre ancora la pressione fiscale per chi crea lavoro, per le famiglie e per chi ha di meno, chiedendo di più alle rendite e continuando la lotta all’evasione e all’elusione fiscale che con i nostri governi ha raggiunto cifre di recupero mai toccate. Occorre tassare i profitti dell’economia digitale internazionale. Serve rafforzare la vigilanza sulle banche, le sanzioni contro chi commette illeciti e garantire di più la tutela del risparmio.

    Tocca a noi investire in conoscenza, cultura, ricerca e innovazione. Serve un vero welfare della conoscenza. Occorre un salto di qualità nell’alternanza scuola-lavoro, nuovi strumenti di formazione permanente e competenze lungo tutto l’arco della vita, una strategia di contrasto alla dispersione scolastica e all’analfabetismo rilanciando il patto di corresponsabilità con le famiglie e i territori.

    Servono più laureati e più ricercatori. Occorre insistere con la Strategia per la crescita digitale e la banda Ultra Larga.

    Tocca a noi una nuova via alla cura delle persone. Per un welfare inclusivo, partecipato e promozionale anche grazie alle energie straordinarie del Terzo Settore. Dobbiamo continuare la lotta alla povertà nel solco delle scelte fatte con l’introduzione del Reddito di Inclusione che ora va rafforzato. Nell’arco della prossima legislatura le risorse vanno almeno raddoppiate. Cosi come andrà proseguito il programma sperimentale di contrasto alla povertà educativa.

    Tocca a noi promuovere lo sviluppo ecologico e ambientale e una via italiana all’economia circolare. Per fare della sostenibilità una leva di competitività e investire sulla cura del territorio. Per garantire benessere e sviluppo percorrendo la transizione verso un modello rifondato sul capitale naturale.

    Tocca a noi promuovere pari opportunità, diritti civili e di cittadinanza. Siamo stati in questi anni protagonisti di una nuova stagione dei diritti, dei doveri e delle libertà di cui andare orgogliosi.

    Le Unioni civili sono state un passo storico per l’uguaglianza.

    La legge contro il Caporalato una battaglia di civiltà vinta.

    Ora occorre andare avanti.

    Noi vogliamo costruire nuova cittadinanza con lo Ius Soli temperato, a partire dai bambini nati e cresciuti in Italia e daremo tutto per arrivare a questo obiettivo di civiltà.

    Vogliamo approvare la legge sul fine vita. Dichiariamo guerra alla violenza di genere e ci impegniamo per la diffusione dei piani antiviolenza.

    Tocca a noi battere tutte le illegalità. Combattere le mafie sul piano educativo e culturale e rafforzare tutti gli strumenti per il loro contrasto. La nostra funzione è rilanciare prima di tutto un’antimafia sociale per la legalità e lo sviluppo nelle aree più vulnerabili.

    Sulla giustizia, rivendichiamo con convinzione l’approccio di questi anni per migliorare prima di tutto il servizio ai cittadini, a partire dalla giustizia civile, superando invece lo scontro tra politica e magistratura che per troppo tempo ha bloccato il paese. Per noi cultura della legalità e cultura delle garanzie devono andare di pari passo, più di quanto non sia accaduto in questi anni.

    Tocca a noi liberare le persone dalla paura unendo inclusione, legalità, diritti e sicurezza. L’immigrazione è la sfida del nostro tempo.

    Noi ribadiamo i nostri capisaldi: controllare le frontiere, combattere i trafficanti di persone, salvare vite umane in mare e accogliere chi fugge da guerre e persecuzioni, migliorare il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati, attuare con rigore le leggi che regolano ingresso e soggiorno.

    Va rafforzata la cooperazione con i paesi del mediterraneo per la riammissione dei cittadini espulsi o respinti, per il controllo delle frontiere e l’aperura di canali di ingresso regolare.

    Va garantito il pieno rispetto dei diritti dei richiedenti asilo velocizzando le valutazioni delle domande di protezione internazionale e asilo. Dobbiamo migliorare le misure per il rimpatrio volontario assistito.

    L’accoglienza nelle regole è fattore di sicurezza e vanno comprese tanto le ragioni di chi è ospitato quanto quelle di chi ospita. Vogliamo lavorare a rendere l’accoglienza diffusa un modello sempre più efficiente.

    Promuoviamo l’idea di un Piano nazionale per l’integrazione che aiuti a imparare la lingua italiana, condividere i valori della Costituzione, rispettare le leggi, partecipare alla vita economica, sociale e culturale del territorio.

    Il principio “per ogni euro in sicurezza, un euro in cultura” definisce il nostro orizzonte valoriale e il nostro impegno alternativo alla destra e ai populisti.

    Tocca a noi rilanciare l’efficienza dello Stato. Perché l’urgenza di istituzioni più semplici rimane un punto essenziale. Tra centralismo e localismo, noi scegliamo invece la sussidiarietà.

    I Comuni vanno ora resi più forti, rilanciano il rapporto tra responsabilità e autonomia a partire dalla fiscalità locale e oltre la finanza derivata.

    Siamo pronti a investire su un regionalismo moderno e cooperativo anche attraverso l’investimento nelle possibilità date dal federalismo differenziato indicato della Costituzione.

    Facciamo nostro il monito di un grande autonomista come Riccardo Illy che in questi giorni ha detto parole di verità: “nessuno più può illudersi di essere padrone a casa sua. Se si confonde l’autonomia con l’egoismo, primo quello fiscale, i limiti superano le opportunità”.

    Tocca a noi proporre all’Europa una nuova via tra euro-ottimismo acritico e euro-scetticismo disfattista. Compito dei democratici è ricostruire una doppia fiducia: quella tra cittadini e istituzioni e quella tra paesi. Serve una unione politica con i popoli e gli Stati che la vogliono, senza accettare veti da nessuno. Vogliamo superare il Fiscal Compact e riformare l’eurozona approdando a una vera Unione fiscale.

    Vogliamo tornare con la mente a Ventotene. A un’idea di Europa legata alla cooperazione tra i popoli e a un modello di protezione sociale unico al mondo.

    La Children union perché nessun bambino rimanga senza cibo, educazione e casa, assicurazione europea contro la disoccupazione, armonizzazione fiscale per le imprese e lotta all’erosione internazionale di base imponibile, standard riconoscibili di diritti lungo tutta la catena di creazione del valore sono per noi obiettivi irrinunciabili.

    Per competere nel mondo serve una politica industriale comunitaria che affermi chiari criteri di reciprocità nei modi di produrre e nell’apertura dei mercati.

    Per l’Italia proponiamo un patto di legislatura con l’Europa per tornare ai criteri di Maastricht nel rapporto deficit/Pil con limite del 2,9%, liberando così risorse per ridurre la pressione fiscale su chi crea lavoro e sulle famiglie e investire con la massima forza su crescita, coesione sociale ed equità garantendo nel contempo la riduzione del debito pubblico con ulteriori misure specifiche.

    Sul piano politico rilanciamo con forza l’idea dell’elezione diretta del Presidente della Commissione e la scelta di liste transnazionali per il prossimo Parlamento europeo. Questa Europa, dopo essersi allargata ad est, deve oggi assumere il Mediterraneo e l’Africa come l’area strategica di questo secolo. Sosteniamo le proposte di riforma per una Difesa comune Europea, per il superamento della Convenzione di Dublino e la redistribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo.

    Se l’Europa saprà tornare agli ideali di Maastricht, Lisbona e Ventotene potrà ripartire.

    Partiamo da Napoli nella consapevolezza della centralità di tutto il Mezzogiorno per il futuro del Paese.

    Da queste giornate animeremo per settimane e mesi un percorso di partecipazione aperto e inclusivo.

    Abbiamo bisogno di raccogliere nuove energie fuori di noi.

    Abbiamo bisogno di allargare il nostro orizzonte, aprirci ancora, mobilitare tutte le energie possibili.

    Ascolto, partecipazione, unità sono le nostre parole.

    Quanto abbiamo fatto in questi anni non rappresenta la nostra meta.

    Noi sappiamo che il nostro impegno ora deve migliorare e rafforzarsi: fare di più e stare sempre all’altezza di questo sforzo è il nostro compito.

    Vogliamo portare l’Italia dove deve stare nel mondo e valorizzare i suoi punti di forza: dalla manifattura di qualità delle nostre imprese alla ricerca, dalla cultura, l’arte e il turismo, alla biodiversità dei suoi paesaggi.

    Non possiamo consentire che il paese venga governato da forze estremiste, intenzionate solo a speculare sulla paura, a investire sulla chiusura e sull’isolamento alimentando facili promesse dopo averci portato sull’urlo del baratro negli anni passati.

    Non saranno le battaglie ideologiche per l’uscita dall’Euro o impraticabili proposte neo-assistenzialiste ad aiutare davvero gli italiani.

    Il Paese non può tornare indietro, l’Italia deve andare avanti.

    Noi possiamo aprire una nuova stagione della democrazia rappresentativa.

    Possiamo investire sulla trasformazione sociale come alternativa al rancore e alle paure; per produrre valore e metterlo a disposizione dei cittadini e della comunità.

    Perché il compito della buona politica è proprio quello di aiutare a definire obiettivi comuni, riconoscendo e supportando il contributo dei cittadini, delle associazioni, delle imprese e delle comunità.

    Noi proponiamo al Paese la serietà, il buon senso e la responsabilità delle donne e degli uomini del Partito democratico.

    Proponiamo all’Italia di avere fiducia nelle proprie forze.

    L’Italia ha futuro. E con questa convinzione profonda ci rivolgiamo a tutti gli italiani forti dei nostri valori: uguaglianza, libertà, solidarietà, equità.

    C’è ancora tanto da fare e noi siamo pronti a rimetterci in cammino.

  • Trattativa, ma non sul fisco

    (Intervista a firma di Oriana Liso pubblicata su La Repubblica del 23 ottobre 2017)

    In Veneto è stato superato ampiamente il quorum, in Lombardia si è andati oltre la soglia fissata dal governatore Roberto Maroni. Ministro Maurizio Martina: adesso il governo dovrà trattare con le due regioni.

    «Il dato del Veneto è sicuramente un messaggio chiaro: è un mandato degli elettori, di cui ho grande rispetto, ad aprire una trattativa. Ma per quanto riguarda la Lombardia parlerei, al contrario, di una sconfitta. Nello specifico, di una sconfitta di Maroni».

    Nonostante abbia votato più del 34 per cento degli elettori?

    «Il 22 agosto, in una intervista, diceva testualmente che “l’asticella del successo è fissata al 51 per cento”, poi l’ha abbassata. Resta il fatto che la maggioranza dei lombardi ha ignorato le sue sirene e non ha creduto alla propaganda leghista sul residuo fiscale».

    Eppure ai seggi la maggior parte degli elettori lo ha detto: “Voto sì perché così le nostre tacce restano qui”.

    «Le materie fiscali — e anche altre, come la sicurezza — non sono e non possono essere materia di trattativa né con il Veneto, né con la Lombardia e neanche con l’Emilia Romagna, che ha avviato un’interlocuzione con il governo senza passare da un referendum. Non lo dico io: lo dice la Costituzione, con gli articoli 116 e 117 che indicano chiaramente gli ambiti su cui ci può essere una diversa distribuzione delle competenze».

    Zaia e Maroni, però, sono già pronti a venire a Roma per trattare. Cosa vi direte?

    «Potranno avviare lo stesso percorso di confronto aperto dal presidente emiliano Bonaccini. Partirà una discussione e, in caso di accordo, questo andrà votato dal Parlamento con una legge. Credo sia giusto discutere con alcune regioni su chi deve gestire determinate materie: ma nell’ambito di una idea federalista equilibrata, cooperativa. E con un referendum consultivo da fare magari a valle del percorso, avendo già lavorato a un testo chiaro».

    Crede che il Movimento Cinque stelle abbia avuto un peso nel risultato?

    «Mi pare che, al di là della questione del voto elettronico, non abbiano fatto particolarmente campagna per il voto. Detto questo se in Lombardia, nonostante Lega, Forza Italia e 5 Stelle non si è raggiunto il 50 per cento dei votanti, qualcosa vorrà dire».

    Il Pd si è diviso: Giorgio Gori e Beppe Sala a favore, lei astenuto. Non crede che questo abbia confuso i vostri elettori?

    «Il Pd ha lasciato libertà di voto in Lombardia, ma tutti quanti — anche i sindaci — abbiamo denunciato sin dall’inizio la propaganda leghista, sapendo che la vittoria del sì era scontata, ma cercando di far capire che le promesse di Maroni erano irrealizzabili».

    Quanto incide questo voto sui prossimi appuntamenti elettorali?

    «Il referendum è un passaggio a sé. Noi dobbiamo continuare a lavorare per offrire una alternativa forte alle derive populiste di destra e 5 Stelle».

  • Perchè la terra ai giovani è la strada giusta

    (Lettera pubblicata su il Corriere della Sera del 16.10.2017)

    Caro direttore,
    le interessanti riflessioni che Susanna Tamaro e Andrea Segrè hanno affidato al Corriere della Sera meritano un approfondimento, tanto più oggi che celebriamo la giornata internazionale dell’Alimentazione e a seguito del G7 Agricoltura di Bergamo che si è chiuso ieri. Appuntamenti che rilanciano gli impegni per azzerare la fame entro il 2030 e proteggere 5oo milioni di famiglie nel mondo che vivono di agricoltura: sono loro i protagonisti rurali a tutte le latitudini del pianeta.
    Lavorare sempre di più per tenere insieme difesa dei loro redditi e rispetto dell’ambiente e della biodiversità è la nostra priorità.
    Produrre meglio, sprecando meno è l’imperativo e proprio in questo contesto offriamo al confronto con gli altri Paesi le distintività e l’esperienza unica dell’Italia. Ecologica e tecnologica, così immaginiamo la nostra agricoltura davanti alla sfida dell’adattamento climatico.

    In questa prospettiva lavoriamo con impegni concreti. Lo facciamo affiancando migliaia di aziende agricole del nostro Paese, promuovendo la sostenibilità a partire dal biologico, favorendo la diffusione delle nuove tecnologie per ridurre gli sprechi e rendere più efficienti le imprese. Non c’è dubbio che ci sia ancora molto da fare. Susanna Tamaro e Andrea Segrè pongono all’attenzione di tutti il tema centrale del sostegno ai redditi per chi vive di agricoltura, a partire dai giovani che si vogliono spendere con passione in questa esperienza. Li ringrazio per questa attenzione perché credo essenziale che il Paese ne discuta, ben oltre gli addetti ai lavori. Perché il rinnovamento generazionale è decisivo per garantire una prospettiva di sviluppo all’agricoltura italiana.

    Anche la formazione permanente resta una frontiera centrale di questa sfida. Sono interessato a capire come possiamo fare meglio su ambo i fronti. In particolare sulla questione formativa abbiamo aperto da tempo un confronto assai positivo con il ministro Fedeli per sviluppare nuovi impegni. Sul fronte della tutela del reddito, invece, la ragione che ci ha spinto a eliminare in questi anni le principali tasse agricole è stata proprio quella di sostenere, anche così, chi vive di agricoltura. E l’impegno che abbiamo promosso per sperimentare maggiore tracciabilità e trasparenza in etichetta è coerente con questo sforzo.

    Tutto ciò ha trovato proprio nei giovani agricoltori italiani un punto di forza essenziale. Accanto a formazione e sostegno al reddito credo non vadano mai dimenticati altri due nodi per favorire il loro protagonismo effettivo: l’accesso alla terra e al credito. Noi stiamo provando a lavorare anche su tutto questo. Abbiamo compiuto alcune scelte, ad esempio destinando terre pubbliche, per anni incolte, proprio ai giovani attivando mutui a tasso zero dedicati a loro o azzerando per tre anni i contributi previdenziali a carico degli under 4o che aprono nuove aziende agricole.

    Tutto questo ha mosso la situazione in modo positivo tanto che vogliamo andare avanti con nuove misure coerenti con questa impostazione. C’è un dato che ci dice che la strada è giusta: dal 2014 le imprese di giovani agricoltori sono cresciute da 55 mila a 7o mila. Storie di chi ha scelto non di«tornare» alla terra, ma di guardare al futuro. C’è un pensiero di uno di loro che mi ha colpito molto. Sul suo sito Carlo Maria ha scritto «Non avevo terra, non avevo un soldo ma avevo un sogno, fare l’agricoltore». È nostra responsabilità quotidiana contribuire con passione alla realizzazione di questo sogno.
    Per questo bene facciamo a riflettere pubblicamente su come aiutare di più una nuova generazione a coltivare il proprio futuro.

  • Il Cibo, una questione di cittadinanza

    (Intervista a cura di Franco Cattaneo pubblicata su L’Eco di Bergamo del 16.10.2017)

    Terminato sotto il sole nel verde diAstino il G7 sull’agricoltura, il ministro Maurizio Martina è partito per Roma dove oggi i ministri partecipano, alla Fao, alla Giornata internazionale dell’alimentazione per ascoltare le parole di Papa Francesco. «C’è un ponte ideale fra il nostro vertice e questa assise», dice, insistendo sul «passo avanti» compiuto a Bergamo, una terra predisposta a recepire e a coltivare concetti chiave del vertice internazionale come cooperazione, dialogo, unità d’intenti e vicinanza alle tragedie dell’Africa.

    Si nota questa soddisfazione fra i 7, che in realtà sono 9 con il commissario europeo e l’inviata dell’Unione africana.
    «Sì, e da parte mia aggiungo il grande orgoglio per la nostra città e per il nostro territorio. Penso che abbiamo svolto un lavoro molto utile ed è impressionante come le delegazioni siano rimaste affascinate dalla bellezza di Bergamo. Un grande ringraziamento alle forze dell’ordine, all’amministrazione comunale e provinciale, a tutte le associazioni che hanno partecipato e ai cittadini. Bergamo ha confermato la possibilità di organizzare al meglio questi appuntamenti in forma molto aperta. Mipermetto di dire che questo è stato il G7 di gran lunga più partecipato dalla società civile e anche di questo vado orgoglioso».

    Sul piano politico l’intesa completa non era scontata, considerando le posizioni dell’America di Trump.
    «Non lo era e per questo la Dichiarazione diBergamo condivisa all’unanimità è un passo avanti decisivo. Se si ragiona in termini generali, per esempio sui cambiamenti climatici, ci sono posizioni diverse e si fatica a trovare una sintesi comune. Ma se si atterra nel concreto, sulla relazione fra eventi atmosferici estremie sviluppo agricolo, allora si trovano le convergenze utili. Ed è quel che è avvenuto».

    In sostanza il ministro americano Sonny Perdue s’è rivelato disponibile.
    «È così. Il rappresentante di Washington è stato governatore della Georgia, uno Stato agricolo, ed è un uomo di notevole esperienza in questo campo. Ha lavorato con disponibilità al comunicato finale e hariconosciuto concretamente il problema che dobbiamo affrontare».

    La gestione dei rischi ambientali resta lo snodo centrale.
    «Quel che sta accadendo inAfrica e in altre parti del mondo rende il governo dell’impatto dei disastri ambientali una questionepurtroppo molto concreta. C’è l’urgenza di avere nuovi strumenti per le piccole e medie imprese familiari che sono il tessuto fondamentale di ogni agricoltura nel mondo. È la grande sfida aperta per tutti. Per questo, come presidenza italiana del G7, daremo mandato alla Fao perché si individuino, attraverso le nuove tecnologie, gli strumenti che consentano di prevenire e contenere l’effetto devastante delle calamità naturali sul mondo agricolo. Dobbiamo insistere sulla prevenzione e sulle informazioni meteorologiche in tempo utile, sulla massima diffusione delle tecnologie per sostenere le esperienze locali: un ambito non scontato nei contesti più deboli. La cooperazione agricola ha il suo focus strategico sull’Africa e ci siamo detti che il problema ci riguarda, coinvolge tutti. Dunque, dobbiamo condividere buone pratiche di uno sviluppo innovativo».

    Avete anche affermatoil principio del cibo come questione democratica.
    «La consapevolezza del nesso inscindibile fra l’accesso al cibo, le disuguaglianze e le migrazioni è stata discussa nella sessione finale. Abbiamo segnato una tappa nuova nel rapporto con l’Africa, perché l’immediatezza di alcune possibilità di coop erazione si possono misurare proprio apartire dalle conoscenze pratiche del mondo rurale dei Paesi del G7. Abbiamo declinato dallato dellanostra agenda agricola l’impegno sottoscritto dai capi di stato e digoverno al vertice dei Sette Grandi a Taormina raggiungere l’obiettivo “fame zero” entro il 2030 stabilito dall’Onu e, in particolare, siamo al lavoro perché nei prossimi anni 500 milioni di persone escano dalla denutrizione. La commissariaJosefa Sacko ci ha descritto le condizioni drammatiche, specie di alcune aree del continente: carestia, siccità, fame. Ci ha spiegato itentativi messi in atto e i nuovi strumenti adottati dall’Unione africana, ci ha chiesto unamano e ha ricevuto la massima attenzione. Dopo il summit le relazioni con quel continente escono rafforzate».

    Sono entrate nel lessico istituzionale parole-chiavecome«empowerment», cioè il conferire autorità, e resilienza, cioè la capacità di recupero. «”Empowerment” è nel titolo della Dichiarazione di Bergamo. Vuol dire riconoscere la centralità dell’investimento che dobbiamo fare sugli agricoltori e sui produttori per uno sviluppo equilibrato e sostenibile, per arginare le ferite della disuguaglianza. In definitiva, per fare dell’alimentazione una grande questione di cittadinanza e di democrazia».

    Dimensione locale e global: il G7 intende adottare politiche concrete per la tracciabilità e lo sviluppo di sistemi produttivi legati al territorio.
    «Abbiamo trovato un linguaggio comune per valorizzare le esperienze agricole locali, consapevoli che riconoscere questo è un fattore importante nello scenario competitivo mondiale. L’Italia, insieme con l’Unione europea, spingemoltoperlapriorità delle indicazioni geografiche e ci siamo ritrovati nel muoverci insieme perché questo avvenga ad ogni latitudine. Non ultimo, c’è anche l’impegno a rafforzare la trasparenza nella formazione dei prezzi: più è alta, maggiore è la tutela dell’anello debole, che spesso èl’universo deiproduttori».

  • Più tutele per gli agricoltori e meno sprechi alimentari. Così lasceremo un segno

    (Intervista a firma di Luca Balzarotti pubblicata su Il Giorno Lombardia del 12.10.2017)

    Giappone, Stati Uniti, Canada. Francia, Germania e Regno Unito. E l’Italia nel ruolo di presidente. Sabato e domenica, i sette Paesi più influenti si riuniranno a Bergamo per il G7 dell’agricoltura. Sessioni e incontri dove i ministri si confronteranno anche con l’Unione Europea, la Fao, l’Unione Africana.

    Ministro Martina, come sta l’agricoltura italiana alla vigilia dei G7?

    «È un settore che in questi anni ha dimostrato una vitalità importante. Lo dice la crescita degli occupati, l’aumento delle aziende giovani che oggi sono 70mila, il 6,6% del totale. Nel 2014 erano il 5%. C’è molto ancora da fare per salvaguardare sempre di più le imprese agricole, soprattutto in annate complesse dal punto di vista climatico come queste».

    Quali sono i temi principali su cui vi confronterete e le prime emergenze da risolvere per produttori e consumatori?

    «Cooperazione agricola come chiave di sviluppo e tutela del reddito degli agricoltori davanti alle crisi, ambientali o economiche. Sono i due assi sui quali abbiamo deciso di concentrare la discussione. E sullo sfondo c’è un tema trasversale che interessa anche i consumatori ed è legato al modello produttivo. Dobbiamo produrre meglio, sprecando meno».

    C’è chi reputa questi appuntamenti poco efficaci. Si aspetta invece delle misure concrete dal G7?

    «In un momento complicato per le relazioni internazionali, appuntamenti come questo possono ridare centralità ad alcuni temi e impegni concreti. Anche di Expo si era detto la stessa cosa, ma abbiamo eredità politiche importanti come le leggi contro gli sprechi alimentari, a tutela della biodiversità, contro il caporalato. Noi lavoriamo per dare seguito agli impegni».

    Quale contributo potrà arrivare nella lotta alla malnutrizione e alla povertà?

    «La sfida Onu per azzerare la fame entro il 2030 riguarda tutti. Da Bergamo vogliamo rilanciare con forza questo obiettivo, anche perché nel 2016 abbiamo fatto un passo indietro con 815 milioni di persone che soffrono di povertà alimentare nel mondo. Al G7 anche per questo abbiamo voluto Fao, Ifad e Wfp oltre all’Unione Africana, Slow food e a One Campaign di Bono».

    Tornando all’Italia, in questi anni si sono rafforzate le iniziative per la difesa ciel made in Italy?

    «E un lavoro quotidiano, legato in particolare alla difesa della nostra distintività. Abbiamo aiutato i produttori ad essere più presenti sui mercati internazionali con le nostre eccellenze. L’export è cresciuto dell’85% dal 2010, lo scorso anno abbiamo toccato la cifra record di 36,8 miliardi di euro. Possiamo fare di più».

    L’incremento dell’e-commerce è un ostacolo in più nella lotta alla contraffazione? Come va affrontato?

    «Vendere su internet è un’opportunità fondamentale, soprattutto per le piccole e medie imprese che possono arrivare direttamente al consumatore. Servono strumenti di protezione contro il falso. Su questo siamo all’avanguardia. Siamo l’unico Paese al mondo ad avere accordi con i grandi del web come Alibaba, Google, eBay per rimuovere i prodotti falsi che imitano le nostre Indicazione geografiche».

    A proposito di marchi geografici, ieri le principali associazioni internazionali dei prodotti a denominazione hanno sottoscritto la “Dichiarazione di Bergamo”, che punta su tutela, sostenibilità, protezione su internet delle Ig. Cosa ne pensa?

    «È un passo in avanti importante. Le indicazioni geografiche sono uno strumento di valorizzazione dell’identità, di territori fatti di paesaggio e migliaia di imprese. La presenza di così tante associazioni, anche da Paesi come gli Stati Uniti, segnala che questo modello si sta affermando oltre i nostri confini. I 4 punti della dichiarazione sono totalmente in linea con le nostre azioni e assumono un’importanza strategica per il G7 a presidenza italiana».

    Perché la Lombardia e Bergamo come sede ciel G7?

    «Bergamo in questi anni è diventata un vero e proprio laboratorio di un nuovo rapporto tra città e produzione agricola. E poi questa è terra di qualità agroalimentari che ancora si conoscono poco, ma da qui passa una delle chiavi del futuro sviluppo anche di una provincia forte come questa».

  • Distretti del cibo per l’Italia

    (Intervista a firma di Luigi Chiarello pubblicata su Italia Oggi dell’11.10.2017)

    “Con la nuova legge di bilancio l’Italia si doterà di Distretti del Cibo: si tratta di un nuovo strumento a disposizione di imprese agricole, cittadini, associazioni ed enti locali, per costruire piani di sviluppo pluriennali e accedere a finanziamenti dedicati. Così da fare di ogni città e ogni territorio dello Stivale un laboratorio originale di food policy”: lo ha svelato a ItaliaOggi il ministro alle politiche agricole, Maurizio Martina, raggiunto nel pieno della settimana che introduce al G7 agricoltura di Bergamo, a pochi giorni dall’evento. Martina non rifiuta di entrare tra le pieghe del mercato alimentare globale, analizzandone le contraddizioni. Si dice contrario al glifosate, ma conferma piena apertura agli accordi di libero scambio. Tracciando anche la rotta per lo sviluppo di una via italiana alle biotecnologie.

    Domanda. Ministro il 14 e 15 ottobre l’Italia ospiterà a Bergamo il G7 agricoltura. Quali sono terni e obiettivi?

    Risposta. Tutela del reddito degli agricoltori dalle crisi e sviluppo della cooperazione agricola internazionale. Sono le due chiavi centrali che abbiamo voluto porre al centro della discussione. Produrre meglio con meno è l’obiettivo che sintetizza il nostro lavoro. Sono questioni di giustizia ed equità che si collegano strettamente alla necessità di garantire il diritto al cibo a tutte le latitudini. Dopo Expo Milano, l’Italia torna protagonista a livello mondiale su questa sfida.

    D. Una importante sessione dell’appuntamento riguarda il piano Fame zero della Fao. A che punto siamo?

    R. Abbiamo fatto un passo indietro, lo dicono i numeri della Fao. Nel 2016 anche a causa di guerre e carestie le persone affamate hanno superato di nuovo gli 815 milioni. Proprio per questo da Bergamo vogliamo rilanciare la necessità di azioni concrete e immediate per sradicare la fame. Per farlo serve anche più agricoltura, soprattutto più tutela per i piccoli agricoltori.

    D. In coerenza con il G7 di Taormina avete deciso di invitare la rappresentante dell’Unione africana. Che spazio può avere la cooperazione agricola anche per la gestione del fenomeno migratorio?

    R. È cruciale. È un pezzo fondamentale di qualsiasi accordo bilaterale con i Paesi africani o asiatici. L’Italia soprattutto. E gli ultimi anni ha rilanciato il proprio impegno nella cooperazione, con programmi anche di condivisione della ricetta e di trasferimento di know how, come il progetto “Prima” – Partnership for Research and Innovation in the Mediterranean Area – che unisce le sponde del Mediterraneo. Abbiamo fortemente voluto con noi Josefa Sacko, commissaria all’agricoltura dell’Unione africana. Così come Carlo Petrini e le organizzazioni Onu come Fao, Ifad, Wfp. Dobbiamo rilanciare l’impegno internazionale per modello agricoli più competitivi e sostenibili a livello economico, ambientale e sociale.

    D. Il G7 agroalimentare arriva nel bel mezzo di uno scontro tra titani. Da un lato l’Europa spinge sull’acceleratore con gli accordi di libero scambio. Dopo il Ceta, il Marocco e il Vietnam, negozia col Giappone e il Messico. Dall’altro, gli Stati Uniti – principale mercato di sbocco per le produzioni italiane – stoppano il Ttip e revocano il TTp con il mercato asiatico. Al di la della forbice ideologica globalisti/sovranisti, quali interessi legge dietro questo scontro?

    R. Sono convinto che regole giuste in mercati aperti siano una necessità per i nostri piccoli produttori. Non sono le multinazionali ad avere bisogno di protezione per affrontare le sfide della globalizzazione. Giusto discutere e approfondire in trasparenza il contenuto degli accordi internazionali, ma chi vuole alzare muri e barriere rischia di condannare a morte il tessuto di piccole e medie imprese italiane vocate alle esportazioni. Dal 2010 le nostre esportazioni sono cresciute dell’85% passando da 20 a 36,8 miliardi di euro. Senza molte aziende non avrebbero superato la crisi. Uno studio Ismea ci dice che il rischio potenziale di dazi in Usa costerebbe oltre 300 milioni di euro, peggio dell’embargo russo. Anche al G7 lavoreremo per il dialogo.

    D. Sul fronte italiano, però, l’opposizione al Ceta si fa sentire. Il parlamento ha preso tempo per la ratifica. La Coldiretti contrasta ferocemente e apertamente l’accordo sostenendo che di fatto sdogana il falso made in Italy. Palazzo Rospigliosi lamenta che l’accordo legittima l”italian sounding fatto attualmente per le produzioni dop. Specie per i formaggi di origine protetta italiani. Come Fontina e Gorgonzola.

    R. Il Ceta è un primo passo utile, che si può e si deve irrobustire. Ma dopo anni di attesa finalmente tanti prodotti, 41, dop e igp italiani potranno avere piena tutela, essendo vietato alle aziende canadesi l’uso del loro nome. Non è poco. Pensate che fino a ieri il Prosciutto di Parma non poteva presentarsi col suo nome perché era registrato da un’azienda privata. Per Fontina e gorgonzola l’accordo prevede che se sono prodotte in Canada ci sia indicata con chiarezza l’origine che sia evidente anche la parola “Like”, tipo. Significa riconoscere il primato italiano e comunicare al consumatore che quelle sono copie.

    D. Negli Stati Uniti, 12 tra le maggiori associazioni agricole ed agro-alimentari hanno inviato, al Presidente Trump, una lettera ufficiale molto dura contro il riconoscimento delle Indicazioni Geografiche europee negli accordi commerciali attualmente in fase di negoziazione. Lo ha fatto sapere la Fondazione Qualivita, che vede nel Consortium for Common Food Names (CCFN) la regia dell’operazione. Le 12 organizzazioni Usa sostengono che le Ig Ue cercano di “confiscare” nomi che in America considerano generici e che da noi corrispondono denominazioni protette. Come ad esempio, il parmesan.

    R. È un confronto, anche duro, tra modelli. Noi porteremo sempre avanti quello che lega origine, territorio e qualità e che si esprime nelle indicazioni geografiche. In questo faremo sempre la nostra parte a tutela del saper fare italiano. L’atteggiamento Usa denota che su questo fronte ci temono. E noi dovremo imparare sempre meglio a comunicare ai consumatori questo valore, per contrastare italian sounding e falso cibo.

    D. Strumenti come l’ecommerce, sul genere degli accordi con Alibaba, sono utili per penetrare il mercato cinese o si sono rivelate un pannicello caldo per via delle alte commissioni degli importatori e distributori?

    R. Alibaba ha 460 milioni di clienti, quasi 8 volte la popolazione italiana, bambini compresi. È evidente, quindi, che è un mercato da presidiare ed è una porta d’accesso alla Cina, dove stiamo cercando di recuperare il tempo perso in passato rispetto ai cugini francesi. Ovvio che si è avviato da poco il percorso; quindi, per avere risultati pieni c’è ancora molto da lavorare. Per questo stiamo lavorando sull’apertura di un Italian pavilion permanente sulla piattaforma, che educhi i consumatori cinesi sulle nostre eccellenze. C’è anche da dire che Alibaba ha voluto fortemente combattere il falso cibo, consentendo ai nostri ispettori di segnalare le produzioni contraffatte. E di rimuoverle in poche ore.

    D. Passiamo alle produzioni: lei ha dichiarato di essere contrario all’utilizzo di glifosate in Italia. Importanti centri europei di ricerca contro il cancro (ed esempio, quello di Lione) si sono detti contrari all’utilizzo perché “cancerogeno”. Le autorità europee per la chimica (Echa) e per la sicurezza alimentare (Efsa) hanno detto che non è così certo, oppure che non è dannoso. A cosa imputa queste enormi differenze di vedute? Conflitti d’interesse di qualche membro?

    R. Confermo la mia contrarietà. È una scelta coerente col modello agricolo sostenibile che vogliamo promuovere in Italia. Il parere reso dall’Ispra al governo è molto severo sull’impatto ambientale del glifosate nelle zone di utilizzo. Dobbiamo tenerne conto.

    D. Un conflitto d’interessi riguarda probabilmente anche la Germania, che per il momento sul glifosate sta alla finestra: Bayer sta per acquisire Monsanto (anche se pende un giudizio negativo dell’antitrust Ue). E i maggiori ricavi per Monsanto arrivano dalla vendita dell’erbicida più diffuso al mondo: il RoundUp a base di glifosate. Visti gli interessi contrastanti in Europa, si andrà verso una nazionalizzazione delle politiche (e delle moratorie) sul glifosate così come si è accaduto con gli ogm?

    R. Troppo spesso l’Europa non decide. Sugli ogm abbiamo ottenuto la possibilità di valutare a livello nazionale adottando decisioni più vicine alle nostre esigenze. Credo che una flessibilità sia utile per tutelare la distintività delle varie agricolture. Per noi è vitale.

    D. A tal proposito ritiene gli ogm uno strumento utile per le coltivazioni in aree difficili o considera il transgenico pericoloso per la salute e – come sostenuto da Carlin Petrini a Terra Madre – per i redditi dei contadini africani, tenuti in ostaggio dai brevetti sulle sementi?

    R. È un tema enorme quello della proprietà dei semi, e più in generale quello della ricerca agricola. In un mondo che va sempre di più verso pochi soggetti, nei quali sono concentrati brevetti su semi e fitofarmaci, noi abbiamo scelto di puntare sul rilancio della ricerca pubblica in agricoltura sulle principali colture italiane. Superando il vecchio transgenico e puntando su biotecnologie sostenibili come genome editing e cisgenesi.

    D. Passiamo al mercato italiano. A ItaliaOggi, nel corso dell’ultimo Vinitaly di Verona, aveva annunciato la predisposizione di un numero elevato di decreti attuativi del Testo Unico della Vite e del Vino. A che punto siamo con la diramazione e la loro pubblicazione in Gazzetta?

    R. Sono dieci i decreti già firmati e pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Stiamo ancora andando avanti in un lavoro di confronto con la filiera su alcuni temi sensibili. Sono pronti i decreti anche su consorzi, tracciabilità e controlli che accorpano circa 7 dei provvedimenti previsti dal Testo unico. Si procede a ritmi serrati.

    D. Questa settimana il Governo presenterà la legge di bilancio. Cosa si prevede per l’agricoltura?

    R. Le nostre priorità sono i giovani e il sostegno alle filiere strategiche. Stiamo lavorando in questa direzione, per completare le scelte fatte in questi anni con un taglio di tasse per 2 miliardi di euro per gli agricoltori attraverso la cancellazione di Imu, Irap e Irpef agricole. E poi pensiamo alla creazione dei distretti del cibo.

    D. Di cosa si tratta?

    R. Sono un nuovo strumento di progettazione territoriale partecipata per aiutare produttori agricoli, cittadini, associazioni ed enti locali a lavorare insieme sulla valorizzazione del patrimonio agricolo, enogastronomico e ambientale di ogni luogo. Con i Distretti del Cibo si potranno costruire piani di sviluppo pluriennali, per accedere anche a finanziamenti dedicati. E rendere, così, ogni città e ogni territorio un laboratorio originale di food policy.

  • Ci unisce sapere chi sono gli avversari

    (Intervista a cura di Annalisa Cuzzocrea pubblicata su La Repubblica del 09.10.2017)

    Ministro Martina, il tentativo di non avere nemici a sinistra sembra riuscito a metà. Mdp sbatte la porta, Pisapia invece apre: è così?
    «La direzione di venerdì ha dato un segnale di grande coesione del Pd e ha lanciato un impegno: la costruzione di un progetto largo, capace di rappresentare con forza l’alternativa a destra e 5 stelle. Aver ribadito che gli avversari stanno a destra e nelle politiche rischiose dei grillini, aver messo in campo un’iniziativa aperta alle forze che vogliono lavorare con noi, è un fatto molto importante».

    Una parte di quelle forze vi risponde che sono parole. E che quello che serve è un cambio di politica, criticando Jobs Act, Buona scuola, trivelle.
    «In questi anni abbiamo fatto scelte per portare il Paese fuori dalla crisi e i risultati si iniziano a vedere. Ora serve un progetto che si misuri con le sfide del futuro: dall’Europa che ancora oscilla tra austerity e crescita ai temi dello sviluppo italiano. Al centro della nostra proposta c’è l’ambizione di unire crescita e uguaglianza a partire dal lavoro».

    Cercherete un accordo strutturale con Pisapia?
    «Pisapia sta facendo un percorso autonomo, che rispettiamo e con cui vogliamo confrontarci in modo positivo e dialettico, senza strattonare nessuno. Quando dice che le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono, ha ragione. Conta il merito delle scelte che si propongono».

    Non gli offrite un posto in lista, ma di far parte di una coalizione? È così?
    «Non è mai stato un tema di posti, ma di progetto. Serve il centrosinistra di governo per battere gli estremismi di destra e 5 stelle».

    Con quali altre forze?
    «Ad esempio quelle europeiste che si rendono conto – anche in aree moderate-che la sfida tra nazionalismi e sovranità europea ci riguarda ed è cruciale».

    Pensa a una lista con Emma Bonino e Carlo Calenda?
    «Ancora una volta non strattoniamo nessuno, ma certamente rilanciamo un confronto costruttivo anche con queste personalita. La prospettiva europea sarà centrale nella battaglia elettorale contro destre e populismi. Chi decide di coltivare il proprio piccolo orticello nella logica – che purtroppo a sinistra è storia – del nemico vicino, sceglie una via che non è la nostra. Divide anziché unire».

    Da sinistra vi ribattono che questa voglia d’Europa nasconde invece “i soliti accordi”: con Angelino Alfano, Denis Verdini, Silvio Berlusconi.
    «Questa è propaganda spicciola. Come quando discutono con il governo di alcuni contenuti della manovra di bilancio, di politiche per rilanciare l’occupazione giovanile o di contrasto alla povertà e diritto alla salute, e le risposte sono quelle che abbiamo ascoltato. Mdp sembra avere un solo avversario: il Pd. Condannandosi a una marginalizzazione senza senso».

    Una chiusura definitiva?
    «Ciascuno fa le sue scelte. Per quel che riguarda noi, con la nuova legge elettorale – che spero vada in porto – mi auguro si riesca a costruire un progetto di cui il Pd sia il baricentro fondamentale. I populisti si battono con un progetto popolare, con un polo del buon senso e della ragionevolezza».

    Pisapia potrebbe riproporre il tema di un passo di lato di Renzi. A quel punto che farete?
    «La nostra leadership è stata confermata con un’ampia partecipazione popolare. Ora ci stiamo ponendo il tema di un progetto più ampio del Pd. Se facciamo bene questo lavoro possiamo battere la destra e i 5 stelle. È questo il tema. Per l’Italia».

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