• Ritroviamo il coraggio per cambiare il Paese

    Intervento su La Repubblica del 4 aprile 2018

    Nessuno a sinistra, nel campo democratico e progressista, può sottovalutare e liquidare la portata del cambiamento prodotto dai cittadini il 4 marzo. Penso che dobbiamo fare i conti fino in fondo con la cesura radicale che si è realizzata tra le culture fondative della nostra Repubblica e il Paese. Siamo a un cambio di scenario anche in Italia e il destino del Partito Democratico è legato alla sua capacità di proporre un’analisi profonda e una reazione conseguente all’altezza del tempo che abbiamo davanti a noi. Ovunque nel mondo la destra ha cambiato pelle nella seconda stagione della globalizzazione. Da ultra liberista è diventata paladina dell’ideologia della chiusura, dando così l’impressione di rispondere in particolare alle domande di protezione di larga parte dei cittadini più fragili. Al cambiamento del capitalismo globale ha fatto seguire una nuova proposta ideologica e politica. E la sinistra? È rimasta ferma. Ha continuato ovunque a professare la società aperta faticando sempre di più a porsi il problema degli ultimi. Faticando a riconoscere le frontiere dei bisogni generati da cambiamenti che ovunque hanno fatto emergere paure e solitudini. Il presente imprigiona, il futuro spaventa. E dentro questa perdita d’orizzonte si consuma la crisi di senso della sinistra.

    L’allargamento della forbice delle diseguaglianze, in Italia come in occidente, ha prodotto smottamenti che hanno messo in discussione interi territori e figure sociali di riferimento un tempo pilastri essenziali del Paese. A ciò si aggiunga la fatica della responsabilità di governo anche quando si sono compiute importanti scelte di avanzamento dei diritti e riforme economiche e sociali necessarie. E limiti ed errori compiuti in primo luogo al sud, dove i cittadini hanno prevalentemente votato “contro” di noi per esprimere una domanda radicale di rinnovamento della politica. Penso che per ripartire serva una nuova prospettiva democratica in grado prima di tutto di rimettere al centro del nostro impegno l’urgenza di un valore antico ma quanto mai attuale: la giustizia. Ci sono battaglie da condurre e sono sfide di giustizia. Che si tratti delle donne ancora sottopagate nei loro lavori e nella loro fatica di conciliazione coi tempi di vita, che si ascoltino le voci di tanti giovani del mezzogiorno senza prospettive e certezze, che si pensi a lavoratori e disoccupati a cui garantire concretamente protezione e reddito con strumenti realmente universalistici o che si affronti il futuro delle periferie urbane dove è più evidente il bisogno di costruire integrazione e sicurezza nella piena cittadinanza.

    Credo, come altri, che abbiamo bisogno di organizzare una nuova risposta ai bisogni di protezione dei cittadini. L’alternativa all’individualismo e alla chiusura torna ad essere la comunità. E dunque un nuovo contratto sociale capace di proteggere e promuovere. In grado di riconoscere il “valore condiviso”, il mutualismo e i cittadini come protagonisti attivi e non solo come consumatori (anche delle istituzioni e della politica). Si tratta di realizzare un vero cambio di prospettiva prendendo certamente anche il buono che abbiamo seminato in questi anni che c’è e va riconosciuto. Rimettere al centro la giustizia sociale, rispondere ai bisogni con una idea forte di comunità, dare forma a nuovi diritti ma anche a nuovi doveri e responsabilità. Affrontare la questione ineludibile della sostenibilità integrale dello sviluppo a partire dalla sua svolta ecologica. E riproporsi come il soggetto capace di sostenere con coraggio il rinnovamento della democrazia rappresentativa, la riforma delle sue istituzioni per garantirne un corretto funzionamento verso persone, famiglie e imprese e nuove pratiche di partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche. Dunque, un’idea di società, più che un menù di promesse. Una prospettiva e una speranza possibile per il futuro, più che un semplice programma. Un impegno da collocare dentro una chiara scelta di campo europeista, perché proprio l’Europa dovrà essere lo spazio di cittadinanza fondamentale per questa svolta, pena la sua definitiva decadenza. Anche per questo le prossime elezioni europee 2019 saranno un banco di prova essenziale per l’alternativa progressista ai ripiegamenti nazionalisti e ai populismi autoritari.

    Lavoro perché il Partito Democratico sia capace di offrire a tanti questa proposta d’impegno. Siamo nati come il partito del cambiamento del Paese; dobbiamo ritrovare le nostre ragioni ripartendo esattamente da questa missione. Ed è giusto, anzi necessario, che questo sforzo attraversi il PD ma vada anche oltre. C’è da allargare il campo e da superare vecchi e nuovi conflitti. C’è da chiedere un passo avanti a tante energie pronte a dare una mano e figlie di esperienze forti in campo sociale, culturale, associativo. “Il mare calmo non ha mai fatto buoni marinai” mi ha detto un caro amico e compagno. Ha ragione. Ora il mare non è certo calmo ma proprio per questo vale la pena di navigare insieme. E solo insieme prendere la rotta giusta.

     

     

  • Accordandosi con Berlusconi i 5 Stelle hanno perso l’innocenza

    Intervista a firma di Monica Guerzoni su Il Corriere della sera il 25 marzo 2018

    «Scioccato? No…».

    Qual è il suo stato d’animo di fronte alla svolta, segretario Maurizio Martina?
    «Abbiamo assistito a un fatto politico che prefigura potenzialmente una maggioranza. Nei prossimi passi capiremo se si tradurrà in una sfida di governo».

    Elezioni anticipate, o governo Di Maio-Salvini?
    «Ora dovranno spiegare su quali basi programmatiche pensano eventualmente di fare un governo. Per anni i 5 Stelle hanno armato una propaganda frontale contro il centrodestra, il quale invece ha provato a raccontare una distanza dai grillini che, con Salvini, è stata superata. Ora finiscono alibi e ambiguità. Gli antichi simboli sono caduti, l’antiberlusconismo del M5S e la rappresentazione che Forza Italia dava di loro».

    Il patto di potere reggerà?
    «C’è molta incoerenza. Spesso queste forze si sono anche insultate, predicando l’assoluta distanza. Adesso si sono divise gli incarichi istituzionali con trattative nottetempo, secondo un modello da Prima Repubblica. Per i 5 Stelle è la perdita dell’innocenza, perché hanno siglato un’intesa con Berlusconi».

    Eppure avete applaudito con insistenza Roberto Fico. Per il Pd è il male minore?
    «Quando si elegge un presidente è doveroso il rispetto istituzionale. E se cita un tema valoriale fondamentale come l’antifascismo, è normale che scatti un applauso corale».

    Invece la presidente Casellati è la nemica delle unioni civili, che ha lavorato per le leggi ad personam?
    «E giusto segnalare le contraddizioni avute su temi importanti. Ora l’auspicio è che possano assolvere pienamente ai ruoli di garanzia che competono alle loro cariche. Ho rispetto per la seconda carica dello Stato e per il nuovo presidente della Camera, auguro loro buon lavoro».

    Non temete un governo tutto spostato a destra?
    «Certo, per le politiche e per le scelte che potrebbe fare in Italia e in Europa».

    Farete opposizione tuonando contro «grillusconi»?
    «I rapporti di forza sono quelli determinati dal voto. Noi vogliamo rimanere coerenti con i nostri impegni, siamo minoranza parlamentare e ci prepariamo a ripartire uniti. La vera sfida è preparare bene l’alternativa di centrosinistra e incalzare sulle loro grandi contraddizioni».

    Quali?
    «Come stanno insieme il reddito di cittadinanza e la fiat tax, l’europeismo di un pezzo di FI e le barricate di Salvini? Sono programmi da oltre cento miliardi, chi paga? Questa potenziale maggioranza ambigua la dobbiamo sfidare sul terreno della concretezza».

    Hanno provato a trattare con voi per il governo, o no?
    «No, non tocca a noi. E sulle Camere abbiamo cercato di porre la sfida della massima collegialità, ma loro hanno preferito piegare sui rapporti di forza numerici».

    Rosato e Rossomanno hanno chance per le vicepresidenze delle Camere?
    «I nomi li vedremo, quel che è certo è che il Pd proporrà personalità di rilievo».

    Renzi vuole Lotti al Copasir e Boschi in Vigilanza?
    «Faremo un lavoro collegiale e toccherà ai gruppi indicare i candidati per alcuni ruoli. Ma ricordo che non siamo ancora in presenza di una maggioranza di governo».

    I capigruppo saranno Guerini e Marcucci, o accoglierà l’appello di Zanda a non eleggere due renziani?
    «Usciamo da queste categorie, io non ragiono così. Dobbiamo dare ai gruppi lo spazio di una discussione che ci porterà a buone soluzioni».

    Teme il «correntone» di Renzi al Senato?
    «Certe caricature sono distanti dai processi reali che vogliamo animare insieme».

    Gentiloni si è dimesso. E ora, per lui?
    «Gli siamo grati per il lavoro serio e autorevole che ha fatto. Sarà ancora una risorsa preziosa, per il Pd e per l’Italia».

    Ad aprile lei si candiderà alla segreteria?
    «Adesso il mio compito è portare il Pd fino all’assemblea, poi ragioneremo. Di certo, se verrà fatta, non sarà una scelta individuale, ma un ragionamento di squadra».

  • Ripartiamo con un’idea forte di comunità

    Intervista su La Repubblica a firma di Stefano Cappellini del 16 marzo 2018

     

    Maurizio Martina, partiamo dalle basi: bisogna chiamarla segretario o reggente?

    «Segretario non lo sono, su questo deciderà l’assemblea nazionale. Io darò una mano al Pd indipendentemente dal mio incarico».

    Sa cosa dicono molti? Chi gliel’ha fatto fare a Martina di prendersi questa grana?

    «Sì, me l’hanno detto in tanti. Ma io credo davvero che dopo questa sconfitta storica il Pd possa ripartire. Servirà un grande cambio di fase e nuove idee, anzi un vero rovesciamento delle idee guida che ci hanno condotto fin qui. Serviranno umiltà e audacia. Ma soprattuto questo è il tempo dell’orgoglio».

    Per orgoglio dite no all’ipotesi di sostenere un esecutivo guidato dal M55?

    «In passato i 5 Stelle ci hanno detto di tutto. Ma la politica non si fa mai con il risentimento. Il punto è che noi dobbiamo sfidarli sul terreno su cui hanno preso i voti: la domanda di cambiamento. A loro il pallino di trovare una soluzione per il governo, a noi quello di dimostrare da subito che siamo più attrezzati per dare risposta alla domanda».

    In tanti politici, artisti, intellettuali dicono: il Pd ha l’obbligo di sostenere un esecutivo a guida M55.

    «Si rivolgano piuttosto a chi hanno votato e gli chiedano cosa intende fare. Quando Di Maio si stupisce che nessuno lo abbia chiamato, gli dico: sei il leader che ha vinto, chiama tu. Ci sfidiamo su un confronto di merito e, per come la penso io, vediamo perché no. Il 4 marzo ci ha consegnato a una funzione chiara: stare all’opposizione. Il punto è che i 5 Stelle sono entrati nella dimensione dell’ipertattica».

    M55 e Lega minacciano di cambiare la legge elettorale.

    «Bene, spiegheranno ai cittadini che li hanno votati che la loro grande rivoluzione è il cambio del Rosatellum».

    Lo cambierebbero per tornare al voto e ottenere una maggioranza piena.

    «Salvini sa più dei 5 Stelle che tornare al voto dopo aver fallito l’onere di dare un governo al Paese può essere rischioso. Di Maio sembra crederci davvero, di potere prendere ancora più voti. Ma la storia della politica è piena di calcoli a tavolino giusti in teoria e sballati alla prova dei fatti».

    Potete ancora entrare in un gioco di alleanze, magari con il centrodestra, se lo stallo prosegue?

    «Il voto degli italiani ha stabilito la nostra posizione. Lavoreremo dall’opposizione. Non saremo indifferenti a ciò che dirà Mattarella, ma il nostro compito è prepararci a essere minoranza parlamentare e da lì dare un contributo al Paese».

    Franceschini propone di puntare su una legislatura costituente con un governo condiviso da tutti.

    «L’onere di trovare una soluzione non spetta a noi».

    Quindi starete fuori anche dalla partita delle presidenze della Camera.

    «Chiediamo figure autorevoli, non è poco. I rappresentanti M5S che io e Guerini abbiamo incontrato oggi non facevano che ripetere “i cittadini chiedono, i cittadini dicono…”. Però mi pare che il gioco di palazzo, per ora, sia tutto loro».

    Ma è il Pd che gli elettori hanno considerato il partito del Palazzo.

    «Vero, purtroppo. Alle volte il confine tra responsabilità ed establishment può essere labile. Siamo stati percepiti troppo come coloro che difendono il benessere di chi già ce l’ha. L’analisi del voto lo conferma: facciamo fatica nelle periferie, negli strati più deboli. Non si può che ripartire da lì».

    E come?

    «Servono occhiali nuovi per leggere la realtà. Non basta la crescita per ridurre le disuguaglianze. Deve venire prima il capitale sociale e poi quello economico. Siamo cresciuti in una sinistra che riteneva automatico che pil e dati macroeconomici portassero con sé il miglioramento delle condizioni di vita delle persone. I governi di centrosinistra hanno portato dati reali positivi, eppure siamo stati bocciati. Il voto ci ha sbattuto in faccia questo cambio di paradigma».

    Calenda dice che, a spiegare al tornitore che la globalizzazione è un’opportunità, lo si regala alla destra.

    «Ha ragione. Non basta più alzare la bandiera della società aperta. Il mito cosmopolita non è più sufficiente a spiegare il cambiamento che la gente vive. Abbiamo regalato alla destra il bisogno di protezione. Una destra che ha cambiato pelle in ragione della nuova stagione, passando dal postliberismo all’identitarismo, e ha fatto della chiusura la sua parola d’ordine. La sinistra, invece, non ha la sua nuova bandiera».

    Vuole spostare il Pd più a sinistra?

    «Quelli che spiegavano che il problema era semplicemente spostarsi a sinistra cos’hanno raccolto? Niente. Per me è vecchio anche il blairisimo, così come non basta più la socialdemocrazia. Ci serve un po’ di radicalità nelle idee. Ora dobbiamo ripartire con una idea forte di comunità. Interpretare l’articolo 3 della Costituzione, sulla rimozione degli ostacoli all’uguaglianza. Serviranno energie esterne al Pd, ma soprattutto un partito che torni a essere utile».

    Utile?

    «Serve un Pd che fa progetti di comunità, che mobilita su obiettivi che cambiano la vita quotidiana delle persone. Davvero crediamo che i 5 Stelle abbiano preso un voto su due al Mezzogiorno solo per il reddito di cittadinanza? Per me la risposta continua a essere il lavoro di cittadinanza, ma non mi basta dirlo nei convegni. C’è bisogno di un partito che sul territorio sappia essere soggetto attivo dei legami sociali, del valore condiviso, non un corpo estraneo».

    ll congresso slitta al 2019?

    «Anche su questo deciderà l’assemblea. Il congresso ci sarà, però dobbiamo dirci che non basterà una domenica ai gazebo per risolvere i problemi. Ha ragione Chiamparino, servono anche strumenti di democrazia diretta».

    Volete copiare il M5S?

    «Quello mi sembra un modello con grandi lacune. Penso piuttosto alla Spd, che ha costruito alcuni passaggi chiave con la partecipazione diretta degli iscritti».

    Tutto bello, ma lei fin qui è stato vicesegretario di Renzi. Nulla da rimproverarsi?

    «Abbiamo commesso sicuramente più dì un errore, da Renzi in giù, tutti. Ma attenzione a cercare capri espiatori, senza Renzi l’argine del Pd sarebbe crollato con quattro anni di anticipo».

    Renzi ha costruito un partito basato sul consenso personale al leader. Sarà dura rimodellarlo.

    «Ci sto a una riflessiona nuova su come interpretare il rapporto tra leadership e comunità. Ma oggi più di ieri non basta un nuovo leader per voltare pagina».

    Si candiderà alle primarie?

    «Non lo so. Io ci sarò con qualunque ruolo. Voglio solo dare una mano. Chiedo unità, offro unità. La collegialità deve tornare a essere un valore».

    Sa cosa si dice di lei? Bravo, ma un po’ noioso.

    «Noioso? Spero di poter smentire. Anche perché non mi pare che ci si possa annoiare di questi tempi».

  • Il coraggio di ripartire, insieme

    Credo non sfugga a nessuno di noi la delicatezza di questa Direzione e della fase nuova e dura che si è aperta dopo l’esito del voto del 4 marzo.

    Sento innanzitutto il bisogno di riconoscere la scelta che il Segretario ha compiuto dopo il voto, con le sue dimissioni, e voglio ringraziarlo per questo atto forte e difficile ma soprattutto per il lavoro e l’impegno enorme di questi anni.

    Sento anche il bisogno, insieme a voi, di non cercare a partire dalla Direzione di oggi scorciatoie o capri espiatori a una sconfitta netta e inequivocabile che ci riguarda tutti, ciascuno per la propria responsabilità, e da cui tutti dobbiamo imparare molto.

    Sarebbe folle banalizzare quello che è avvenuto, dividendoci come fossimo tifoserie.

    Sarebbe sbagliato liquidare sbrigativamente il voto e per questa ragione propongo a breve la riconvocazione della Direzione Nazionale anche con tutti i parlamentari eletti per andare in profondità nell’analisi e nel confronto fra noi per capire quello che è successo.

    Il voto ci consegna un cambio di fase talmente radicale nella sua portata da non poter lasciare alibi a nessuno nel PD, così come in tutte le forze progressiste, europeiste e di centrosinistra.

    Non è stata sconfitta solo una forza, la nostra. È stato sconfitto un intero campo politico e culturale.

    Non ho timore a dire che si è realizzata una cesura storica tra le culture fondative della Repubblica e il Paese.

    Penso che per quantità e qualità degli spostamenti elettorali avvenuti, dobbiamo fare i conti fino in fondo con un quadro che ha cambiato la prospettiva repubblicana.

    E vorrei innanzitutto provare a collocare quello che è successo dentro il contesto internazionale e nel momento storico che stiamo vivendo.

    ***

    Nella trasformazione che si è messa in moto con la crisi del 2008 le destre si sono andate riposizionando ovunque nel mondo in modo molto più forte e aggressivo del campo progressista.

    Quando Trump dice “American first” afferma una visione molto diversa da quella che proponevano Reagan e la Thatcher.

    Se nella prima fase della globalizzazione espansiva tutto si slegava, e in qualche modo si liberava, ora la domanda forte e crescente è tornare a legare, in particolare economia e società.

    Tornare ad avere un senso del limite, rileggere in forme nuove concetti considerati fino a pochi anni fa superati come frontiera, come identità, riconoscendo in sostanza i limiti del mito cosmopolita di fine secolo scorso.

    In questo contesto, sul piano sociale, l’immigrazione è diventata il crocevia dei sentimenti più profondi di rabbia, di disorientamento e di ricerca di un freno e di un argine ai processi di cambiamento che investono la vita quotidiana delle persone in carne ed ossa.

    Così le destre si sono mosse alla ricerca di un nuovo punto di esistenza e di attacco, molto diverso da quello neo-liberista, e lo hanno fatto principalmente attorno all’idea-ideologia di chiusura.

    Trump, la Brexit, i populismi europei. Ma anche la Russia di Putin e persino alcune scelte della Cina di Xi interpretano questa dinamica con varianti differenti.

    In Italia il sorpasso della Lega di Salvini su Berlusconi certifica a suo modo questa trasformazione.

    E la sinistra? È chiaro cosa non è più, ma non è ancora chiaro quello che può essere.

    Non c’è più la Terza Via di Blair. Non c’è più la socialdemocrazia del novecento. La sinistra europea vive una crisi senza precedenti e persino l’audacia della speranza di Obama si è dovuta fermare.

    Manca ancora una risposta globale di sinistra, progressista e democratica, a questo radicale mutamento dove globalizzazione e rivoluzione tecnologica espongono le persone a nuovi rischi.

    Non basta più alzare la bandiera della società aperta. È uno slogan che rischia di essere vuoto. Perché mentre noi raccontavamo il sogno globale, i cittadini più fragili domandavano protezione.

    Michele Nicoletti ha scritto parole di grande significato su questo.

    Sulla paura, sul bisogno di protezione e sul fenomeno che lui definisce dello “spossessamento di sé” e sull’incapacità dei progressisti di rilanciare reali politiche emancipatorie per queste persone.

    In particolare in occidente, tali mutamenti allargano la forbice delle diseguaglianze interne, mandano in difficoltà interi territori e quelle figure di riferimento del ceto medio un tempo pilastri essenziali della tenuta delle comunità nazionali.

    In particolare in Europa si minano anche le basi fondamentali del progetto comune, dimenticandosi che esso rimane l’unica vera prospettiva in grado di moderare le conseguenze negative della globalizzazione senza freni garantendo una nuova sovranità al passo coi tempi.

    La stessa idea di democrazia cambia di segno mandando in crisi verticale quella rappresentativa a tutto vantaggio di istanze di democrazia diretta distorte molto spesso dall’utilizzo irrazionale della rete con le sue bolle.

    ***

    Io credo che dobbiamo collocare quanto successo domenica dentro questo quadro generale.

    E penso che dovremmo compiere uno sforzo di analisi profonda e non limitarci a stare in superficie.

    Non per cercare altrove responsabilità ed errori che abbiamo certo commesso e vanno riconosciuti.

    Ma perché nessuno sforzo di prospettiva potrà essere utile se non si colgono queste dinamiche di fondo.

    Il punto è che quanto abbiamo fatto fino a qui non ha risposto a sufficienza a queste novità dirompenti.

    Noi dobbiamo continuare ad essere fieri del lavoro fatto.

    Il Partito Democratico ha contribuito in questi anni ad alzare l’argine per contenere queste pulsioni. Ma non è stato sufficiente.

    Mi ricordo bene il passaggio difficile ma necessario che compimmo, proprio qui, nel 2014.

    Quando capimmo che senza uno scatto in avanti del PD nella sua responsabilità di governo e cambiamento, il Paese si sarebbe affidato, nostro malgrado, ad altre forze.

    Abbiamo realizzato dal 2013 una stagione di riforme sociali, civili, economiche che rimane e rimarrà anche per il futuro una pagina preziosa del nostro impegno per l’Italia.

    Le conquiste e i risultati rimarranno, oltre i limiti e gli errori.

    Ma questo voto ci dice che la sfida è ben più radicale e complessa e anche la nostra iniziativa è mancata su fronti essenziali.

    Questo voto ci dice che dobbiamo rimetterci a studiare, a capire, ad ascoltare.

    Rabbia e solitudine sono più di ieri sentimenti individuali che producono comportamenti collettivi che non siamo riusciti ad arginare come sarebbe stato necessario.

    Rabbia e solitudine emergono da questioni sociali, generazionali e territoriali irrisolte e hanno trovato sbocco principalmente con il voto a Lega e Cinque Stelle, tanto che per la prima volta persino il partito del non voto e delle astensioni viene sconfitto.

    Rabbia e solitudine non hanno trovato risposte convincenti nei dati economici e sociali della ripresa – seppure reale e in atto – e quasi per paradosso più comunicavamo questi fatti, più la distanza con i tanti ancora in difficoltà aumentava radicalizzandosi.

    Disuguaglianze, precarizzazione e insicurezza hanno prevalso sui nostri sforzi.

    La Lega ha dato casa a queste domande di protezione sbandierando concetti come razza e nazione (prima gli italiani), i Cinque Stelle lo hanno fatto spingendo al massimo la retorica di una class action dei cittadini contro la politica.

    Guai a noi se non ci sforzassimo di capire meglio cosa è successo in particolare nello spostamento di consenso avvenuto ai nostri danni a vantaggio del movimento Cinque Stelle.

    Guardiamo l’età, i luoghi di nascita e i livelli di istruzione di chi li ha votati per comprenderne la trasversalità e l’ampiezza.

    Guardiamo al segnale netto arrivato dalle giovani generazioni di questo Paese tanto al nord quanto al sud.

    Penso che sarebbe un grave errore non interrogarsi su tutto questo liquidando in modo semplicistico ciò che è avvenuto.

    Perché a quelle domande di protezione e di giustizia dovevamo e dobbiamo ancora rispondere noi.

    La nuova polarizzazione emersa il 4 marzo ci pone urgenze drammatiche come quelle del mezzogiorno.

    Non mi convincono analisi sbrigative legate solo a una sedicente richiesta di una nuova politica assistenzialista.

    Gli effetti della crisi sulle fasce più deboli della popolazione, in primo luogo giovani e famiglie a basso reddito, hanno fatto emergere dal sud in particolare un grido di dolore ben più complesso.

    Perché la paura di essere esclusi dai processi di modernizzazione può generare, in particolare nelle aree più fragili, un senso di isolamento e ribellione.

    Non siamo riusciti a interpretare la domanda di emancipazione e cambiamento che veniva da tanti cittadini e siamo apparsi troppo attenti solo a conservare il benessere di chi già ce la fa.

    E i nostri strappi, le nostre lacerazioni e le nostre divisioni di questi anni hanno fatto male anche perché hanno sedimentato un rumore di fondo costante che ha allontanato sempre di più i cittadini dal nostro impegno.

    In questo quadro duro e difficile, nel Lazio, la vittoria di Nicola Zingaretti e del PD con la coalizione di centrosinistra è certamente un risultato molto significativo.

    Vanno riconosciuti poi risultati in diverse città. Penso a Milano, Firenze, Roma, a Torino e Bologna, anche se ovunque nelle aree urbane non possiamo nasconderci la nostra crescente difficoltà di consenso e radicamento nelle periferie.

    Voglio poi ringraziare per la passione e l’impegno Giorgio Gori che ha combattuto una battaglia assai difficile in Lombardia.

    E con lui voglio salutare tutte le candidate e i candidati eletti e non eletti che hanno lavorato con generosità e impegno in questi mesi così come chiedo un applauso di questa direzione a tutti i nostri militanti, iscritti e volontari per la passione e la straordinaria dedizione di questi mesi.

    Fatemi ringraziare anche i circoli, i candidati e i nostri della rete internazionale per il lavoro fatto che ci ha consentito di confermare il PD come primo partito nella circoscrizione estero.

    E un grazie va al Presidente del consiglio Paolo Gentiloni, a tutti i Ministri e al Governo per l’impegno costante garantito in tutto questo tempo.

    ***

    Tocca a noi ora ricostruire e rilanciare il progetto democratico e proporre una prospettiva alle forze del centrosinistra.

    Dovremo trovare la forza di nuotare in mare aperto e di compiere anche cambiamenti radicali, se necessario.

    Con la consapevolezza che non bastano accordi di vertice ma che solo un lavoro aperto, partecipato e popolare può aiutarci davvero.

    Continuo a pensare, come altri, che a noi spetti il compito di costruire la nuova stagione dell’impegno democratico ripartendo dall’uguaglianza come stella polare e come unica alternativa possibile alle nuove guerre tra poveri.

    PierLuigi Battista qualche giorno fa scriveva lucidamente della solitudine di massa, dell’impoverimento della disintermediazione, dell’emancipazione dalle appartenenze che hanno sempre fatto da cuscinetto tra le persone e lo Stato.

    Ci siamo ritrovati senza appartenenze, senza luoghi in cui trovarsi, senza vincoli.

    Spesso le persone rimangono sole con una tastiera, escluse da tutto.

    E invece emerge una domanda di legami sociali che sale in particolare da chi continua a pagare sulla propria pelle i costi di un cambiamento infinito che dobbiamo saper interpretare se non vogliamo che prenda vie regressive.

    Penso innanzitutto al lavoro. Alla sfida della rappresentanza del lavoro in questo tempo, di fronte alla quarta rivoluzione industriale e all’era digitale.

    In questo senso, fatemi dire che il recente accordo unitario firmato tra le parti sociali sul nuovo modello contrattuale e di relazioni industriali è un passo utile che va nella giusta direzione.

    La grande sfida è riconnettere economia e società come condizione essenziale per un modello di sviluppo nuovo, centrato sulla sostenibilità integrale e la contribuzione di ogni cittadino a quello che Micheal Porter chiama “valore condiviso”.

    Se la sinistra non fa questo mestiere cosa deve fare? Quale può essere il suo compito?

    Io penso che questo sia il cuore della sfida: nessuno si salva da solo.

    E non partiamo da zero. Perché il nostro impegno di questi anni nel Pd e dal governo ha seminato scelte utili per questa battaglia.

    Perché in questo paese ci sono energie civiche, intellettuali e sociali che possono condividere con noi questo sforzo.

    Forse il tema davvero non è più denunciare ancora il riformismo senza popolo, ma ritrovare un popolo riformista con cui condividere la sfida per la nuova Europa, la giustizia sociale, l’equità e la solidarietà.

    +++

    Sono convinto che la prossima Assemblea Nazionale dovrebbe avere la forza di aprire una fase costituente del Partito Democratico in grado di potarci nei tempi giusti al Congresso.

    Perché il nostro progetto ha bisogno ora più che mai di nuove idee non solo di nuove persone.

    Ha bisogno di una partecipazione consapevole superiore a quella che possiamo offrire una sola domenica ai gazebo.

    Abbiamo bisogno di una lettura politica e culturale all’altezza del tempo che stiamo vivendo.

    Di una profonda riorganizzazione, in grado di investire davvero sui territori e sulla partecipazione diretta della nostra comunità alle principali scelte politiche da compiere.

    Questo lavoro potrebbe iniziare proprio con la prossima Assemblea dando vita a una Commissione di progetto incaricata di elaborare ipotesi concrete per il percorso. È una battaglia che non riguarda solo la politica, servono teste, energie, pensieri di chi voglia dare una mano. Lo sforzo deve essere di aprire a contributi nuovi, plurali.

    ***

    Con la Direzione di oggi si apre una fase straordinaria che ci porterà innanzitutto all’Assemblea di aprile come prevede il nostro Statuto.

    La Segreteria si presenta dimissionaria a questo appuntamento.

    Io tuttavia propongo che si continui a lavorare insieme in queste settimane che ci separano dall’Assemblea.

    Con il contributo di tutti cercherò di guidare il partito nei delicati passaggi interni e istituzionali a cui sarà chiamato.

    Lo farò con il massimo della collegialità e con il pieno coinvolgimento di tutti, maggioranza e minoranze, chiedendovi unità.

    Consapevoli che fuori di qui c’è un’intera comunità che ci guarda, ci ascolta e ci chiede di essere all’altezza della situazione.

    So bene che dobbiamo realizzare i passi di un nuovo impegno unitario e intendo muovermi in coerenza con questo obiettivo già dalle prossime ore.

    Vi chiedo una mano.

    La chiedo a tutte le ragazze e ai ragazzi democratici che si sono impegnati con generosità e passione e sono una risorsa formidabile di questo partito.

    Domani vedremo subito i segretari regionali e metropolitani per fare un punto doveroso sui territori e condividere i prossimi passi.

    Dovremo fare altrettanto nei prossimi giorni con i nostri eletti di Camera e Senato.

    Propongo da subito l’apertura di una iniziativa straordinaria di presenza nei territori, a partire proprio dai nostri circoli, rilanciando il tesseramento 2018, aprendo a tutti quelli che vogliono darci una mano e partecipare. Uno strumento non burocratico per fare questo lavoro.

    Abbiamo seimila circoli, realizziamo seimila assemblee aperte.

    Io inizierò dal circolo PD di Fuorigrotta a Napoli. E poi seguiranno altri incontri.

    Chiedo a tutti di essere parte di questo lavoro.

    Apriamo subito le nostre sezioni, ascoltiamo iscritti ed elettori, chiamiamoli a raccolta, riflettiamo con loro. Ripartiamo dal basso e dal nostro popolo.

    Proviamo tutti a fare qualche intervista in meno e qualche assemblea in più.

    La nostra sconfitta è stata netta. Intendiamo rispettare profondamente il voto di tutti gli italiani e saremo coerenti con gli esiti del 4 marzo.

    Ora tocca a chi ha ricevuto maggior consenso l’onore e l’onere del governo del paese.

    Noi continueremo a servire i cittadini, dall’opposizione, dal ruolo di minoranza parlamentare.

    Non smarriremo certo la nostra vocazione alla responsabilità – quando è toccato a noi l’abbiamo sempre esercitata – e proprio per questo oggi è doveroso essere coerenti e rispettosi dell’esito elettorale.

    Da qui, oggi, rinnoviamo anche i nostri sentimenti di stima e piena fiducia nell’operato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

    Sappiamo che la sua guida sarà ancora una volta il punto di riferimento saldo per tutto il Paese.

    Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi.

    Ora il tempo della propaganda è finito.

    Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: i cittadini vi hanno votato, ora fate.

    Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità.

    Misureremo insieme ai cittadini le vostre coerenze, giorno per giorno, rispetto a quello che avete promesso facilmente e raccontato in mesi e mesi di propaganda senza limiti.

    Quanto alle presidenze delle Camere, noi richiamiamo le forze politiche, e prima di tutto chi ha vinto, al dovere di garantire che questi ruoli siano affidati a figure autorevoli ed equilibrate in grado di rappresentare pienamente gli interessi collettivi secondo la Costituzione.

    ***

    Per tutti noi inizia un nuovo impegno.

    Per rilanciare il progetto, il nostro lavoro nella società.

    Per un’idea di cambiamento utile.

    So che possiamo farcela.

    So che il lavoro sarà duro ma c’è ancora bisogno di questa comunità di donne e uomini.

    Ritroviamoci nella pluralità. Ripartiamo con umiltà e unità.

    Solo noi possiamo essere l’alternativa popolare ai populisti.

    In ballo non ci sono i destini personali, ma la prospettiva e il futuro della sinistra italiana ed europea.

    So che possiamo farcela. So che possiamo lavorare alla nostra riscossa.

    “Il successo non è mai definitivo, la sconfitta non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta” diceva Winston Churchill.

    Ecco, vi chiedo di continuare con coraggio, insieme.

    Dobbiamo farlo per l’Italia prima ancora che per noi.

  • “I dem saranno in strada con i partigiani. I neofascisti vanno isolati”

    (Intervista pubblicata su La Repubblica del 23.02.2018 a firma di Giovanna Casadio)

    «Non sottovaluto la questione posta dall’Anpi sullo scioglimento di gruppi di estrema destra. Sulla discussione se dovessero essere in lizza o meno alle elezioni, le leggi vigenti dello Stato già indicano cosa fare. Alcuni movimenti come Ordine Nuovo sono già stati sciolti dalla magistratura. Certo, se la legge Fiano fosse in vigore avremmo qualche strumento in più oggi. A noi tutti poi spetta il compito di muovere le coscienze e di battere culturalmente e socialmente razzismi e neo fascismi». Maurizio Martina, il vice segretario del Pd, sarà alla manifestazione antifascista di domani a Roma. I dem del resto hanno mobilitato sindaci e militanti e anche Matteo Renzi sarà in piazza.

    Martina, è preoccupato per la manifestazione in questo clima di violenza politica?

    «Abbiamo aderito dal primo minuto all’appello dell’Anpi “Mai più fascismi, mai più razzismi”. Stiamo in queste ore componendo la squadra delle presenze in piazza, ci siamo mobilitati nel modo più capillare possibile. Dobbiamo lavorare perché la giornata di sabato sia di impegno democratico ecivico».

    Come se l’aspetta la mobilitazione?

    «Una grande partecipazione popolare, consapevole, pacifica, bela e all’insegna di parole chiare contro ogni violenza, razzismo, neofascismo. Sono le parole con cui è partitala mobilitazione della piazza unitaria e democratica».

    Gli episodi di teppismo politico stanno avvelenando questa fine di campagna elettorale.

    «Il Pd ha immediatamente manifestato il rifiuto di ogni violenza da qualsiasi parte provenga, in qualsiasi direzione vada. Non dobbiamo dare spazio alle degenerazioni violente. Sarebbe bene che chi sta nello spazio pubblico pesi le parole che usa. Ritengo che tutte le forze politiche debbano evitare un linguaggio violento».

    La destra dice che il fascismo è morto e sepolto. É un fatto storico.

    «No. Ci sono fenomeni inquietanti che non vanno sottovalutati e noi dem rilanciamo il filo di un impegno che ci ha portato a organizzare la marcia antifascista di dicembre a Como, a non sottovalutare il grave episodio di Macerata e ora a Roma per dare un segno nazionale di consapevolezza e di impegno. Dovremmo riflettere tutti e discuterne oltre gli schieramenti, oltre gli steccati”.

    L’Anpi chiede che siano sciolti gruppi come CasaPound e Forza Nuova.

    «Segui: mo le leggi, ci sono riferimenti chiari. Abbiamo dal punto di vista normativo tutti gli strumenti per agire».

    C’è il rischio che la manifestazione di sabato aumenti le tensioni?

    «In un paese grande e forte come l’Italia una partecipazione diffusa e popolare è la migliore risposta»

    Andrebbero vietate le manifestazione dell’estrema destra?

    «Lo Stato ha regole e strumenti per distinguere ció che si può manifestare da ciò che non si può manifestare. Di certo chi si richiama al fascismo va fermato».

  • «Con il premier in squadra possiamo fare la differenza Prodi? Conta essere uniti»

    (Intervista pubblicata su Il Corriere della Sera del 22.02.18 a firma di Cesare Zapperi)

    Dopo Romano Prodi, anche Giorgio Napolitano è sceso in campo perché Paolo Gentiloni sia il presidente del Consiglio dopo il 4 marzo. E il Pd che fa?

    «Noi offriamo al Paese una squadra — risponde Maurizio Martina, vicesegretario dem — e personalità di spicco come quella del premier. Paolo è un protagonista assoluto del Pd».

    Ma Renzi finora non si è spinto a dire: è il nostro candidato premier.

    «Riconosciamo tutti la centralità dell’esperienza di governo di Gentiloni. Come altri, penso che abbiamo la possibilità di schierare una squadra che, anche grazie a Paolo, può fare la differenza».

    Perché non investirlo direttamente del ruolo come fanno Prodi e Napolitano, allora?

    «Gentiloni è e sarà fondamentale in questa partita».

    E quindi…

    «C’è il rispetto della Costituzione e dei ruoli. Del premier del futuro si discuterà dopo il 4 marzo. Per questo, è fondamentale arrivare a quel giorno con un Pd più forte perché siamo l’unico partito che può garantire un Paese stabile».

    I sondaggi, però, non promettono bene.

    «Giro l’Italia e dovunque raccolgo l’interesse di molti a dare una mano al Pd. I nostri programmi sono altra cosa rispetto alle risposte pericolose e sbagliate degli avversari».

    Su cosa puntate per far leva sugli elettori?

    «Sulla serietà e concretezza delle nostre proposte rispetto alle illusioni degli altri. Vogliamo parlare della flat tax, per esempio? Al di là che ognuno nella destra stabilisce un’aliquota diversa, è un meccanismo profondamente iniquo. Per contro, noi proponiamo una riforma fiscale che sostenga le famiglie e le imprese. Nel solco delle scelte utili di questi anni».

    Altri temi, così a spot.

    «Ci battiamo per la centralità assoluta del lavoro e della sua qualità, puntando sulla stabilizzazione dei contratti. E poi proponiamo il salario minimo universale e per l’estensione del reddito di inclusione».

    Perché non riuscite a trovare un’intesa con Leu?

    «Ho visto che sono andati da Corbyn. Vorrei ricordare loro che lui non ha mai lasciato i laburisti nonostante le profonde differenze con la leadership fin dai tempi di Blair. Credo che gli elettori sanzioneranno le loro scelte divisive».

    Anche Prodi non capisce.

    «Condivido la posizione di Romano e il suo sostegno ad una coalizione plurale per una vittoria comune».

    Però nemmeno lui vota Pd.

    «Il padre dell’Ulivo ci richiama tutti all’unità, questo è ciò che conta».

    Per il centrodestra il Pd ha perso centralità.

    «A me pare solo un’armata brancaleone in cui si è divisi sia sui programmi che sulla leadership. Oltretutto, con uno sbilanciamento netto verso l’ala populista che già genera instabilità».

    E se, in assenza di una maggioranza, foste costretti alle larghe intese?

    «Non è questa la nostra prospettiva. Ribadisco: più forte sarà il Pd il 4 marzo e più sarà in grado di determinare le condizioni di avvio della nuova legislatura».

    Senza maggioranza autonoma dovrete aprirvi: meglio Forza Italia o il Movimento 5 Stelle?

    «Queste ipotesi non sono sul tavolo. Noi ci impegniamo allo spasimo perché il Pd si confermi il perno centrale del Paese».

    Volete essere voi a dare le carte?

    «Rispondo così: più forte sarà il Pd, più stabile sarà l’Italia».

  • I dazi? Una follia per le imprese. Il lavoro è la priorità

    Intervista pubblicata su Eco di Bergamo del 4 febbraio 2018 a firma di Franco Cattaneo

    La proposta di Salvini di rimettere i dazi è un danno per il Paese e soprattutto per il Nord. Parte da qui l’analisi di Maurizio Martina, ministro delle Politiche e agricole e vice segretario Pd.

    Un danno in che termini?
    L’Italia, che ha una bilancia commerciale in surplus, cioè in positivo di 50 miliardi, non può permettersi questa follia. Per fortuna in Europa nessun Paese può decidere da solo. Avremmo conseguenze devastanti specie per la piccola e media impresa del Nord la cui forza sta proprio nell’export. Questo tessuto sarebbe il primo ad essere colpito dalla reazione dei Paesi terzi, perché a quel punto anche loro alzerebbero le barriere protettive a nostro danno.

    Agricoltura compresa.
    Certo, un danno aggiuntivo dopo che in questa legislatura la prospettiva agroalimentare è tornata al centro delle scelte pubbliche, anche perché quando siamo partiti, nel 2013, avevamo alle spalle 7 titolari dell’Agricoltura in 7 anni. Cito tre dati di cui sono orgoglioso. Nel 2017 l’Italia ha stabilito il record dell’export in questo settore, passando dai 33 miliardi di euro del 2013 agli attuali 41. La redditività media per impresa è aumentata da 30 mila euro a 35 mila. Sottolineo poi l’aspetto più importante: solo l’anno scorso ci sono stati 10 mila nuovi giovani imprenditori agricoli, confermando la leadership italiana in Europa. Abbiamo fatto scelte concrete, come la cancellazione di Imu, Irap e Irpef agricole che valevano un miliardo di euro all’anno e introdotto l’origine obbligatoria in etichetta per latte, formaggi, pasta, riso. Resta ancora molto da fare, ma il nostro impegno ha prodotto frutti importanti: una semina che ha bisogno di continuità.

    Tutti puntano alla riduzione della pressione fiscale: la flat tax, la tassa piatta, sembra allettante.
    Salvini e Berlusconi dimenticano di dire che in questo caso il 50% del beneficio fiscale andrebbe al 5% dei contribuenti, cioè ai super ricchi: è inaccettabile per un’evidente questione di equità. Noi proponiamo serietà e responsabilità, mentre I nostri avversari che promettono tutto a tutti, costretti ad inventarsi un nemico e a spararla grossa. In questi anni abbiamo lavorato molto e i risultati ci sono stati. Non possiamo disperdere un patrimonio di serietà e competenze. E’ necessario affrontare la nuova fase con un governo di centrosinistra, capace di giocare il proprio ruolo nello scenario nuovo che s’è aperto in Europa con Macron e con la ridefinizione della Grande coalizione in Germania.

    In testa al vostro programma c’è il lavoro.
    Priorità assoluta all’occupazione e al rilancio economico-sociale per consolidare la ripresa, redistribuendone i dividendi al ceto medio, alle famiglie e a chi fa più fatica. Scelte possibili e realistiche, non fantasie, di cui indichiamo le coperture finanziarie nel quadro della sostenibilità del risanamento dei conti pubblici. Il complesso delle risorse che mettiamo in campo è pari a quelle impegnate in questi anni. Proponiamo il taglio del costo del lavoro a tempo indeterminato: un punto percentuale in meno di cuneo fiscale ogni anno per 4 anni in modo da scendere dal 33% al 29% dei contributi. Per le imprese, ulteriore riduzione di Ires e Iri per portarla dal 24% al 22%. Quanto alle famiglie, pensiamo ad un assegno universale per i figli, con un beneficio tra i mille e i 3 mila euro in base all’età e alla composizione dei nuclei.

    Nella vostra gerarchia qual è il principale avversario?
    Gli estremisti della destra e i 5 Stelle. Nel nuovo corso che si va prospettando in Europa, l’Italia sarebbe a rischio con le avventure alla Salvini e alla Di Maio. Il centrodestra è, nei fatti e nel linguaggio, la destra egemonizzata dalle parole d’ordine di questa Lega. Di Maio non è credibile: un giorno parla delle larghe intese, il giorno dopo smentisce se stesso. Vogliamo contrastare scelte al buio che farebbero male al Paese e ai nostri territori, in una fase in cui abbiamo la possibilità di collocarci alla testa della nuova stagione europea.

  • Alle elezioni del 4 marzo prossimo sono candidato capolista per il Partito Democratico nella lista plurinominale della provincia di Bergamo. Chi volesse aiutarmi e contribuire al supporto della mia campagna elettorale lo può fare tramite le coordinate qui sotto. Grazie per l’aiuto.

    Intestazione:
    mandatario elettorale candidato Martina

    Conto corrente presso
    UBI Banca – filiale 5971- piazza Pontida, Bergamo.

    IBAN: IT02F0311111108000000000798

    Causale:
    contributo elettorale

  • No ai dazi che fanno male al Made in Italy, sì all’etichettatura di origine su tutto e per tutti

    Intervista pubblicata su Italia Oggi del 31 gennaio 2018 a firma di Luigi Chiarello

    Avete presentato i distretti del cibo. Perché dovrebbero garantire qualcosa in più sull’agroalimentare rispetto ai territori vocati dai disciplinare di produzione?

    I distretti del cibo sono uno strumento innovativo per lo sviluppo di tutto il territorio, sulla base di programmi di investimento e progettazione partecipata. Saranno utili anche nelle aree dove ci sono prodotti a indicazione geografica, perché saranno in grado di potenziare meglio tutte le filiere distrettuali. Basta guardare all’esempio della Maremma.

    Cosa è successo lì?

    Grazie al distretto si è passati da 70 a 800 agriturismi, la superficie vitata è aumentata di 3 mila ettari così come quella olivetata. Sono arrivati anche investitori da fuori regione. Un impatto sul territorio frutto delle scelte di comunità intere, che lavorano insieme sulla base di un progetto.

    La totale detassazione del settore è stata confermata anche con la legge di Bilancio 2018. Le imprese ne sono felici, ma resta un dubbio: tutto questo non rischia di generare un tessuto imprenditoriale che non compete su competitività e fatturato, ma si basa sull’assistenzialismo statale?

    Credo si debba smettere di pensare agli investimenti in agricoltura come assistenzialismo. Se non dedicassimo risorse alla tutela del reddito dei nostri agricoltori, il Made in Italy agroalimentare semplicemente non esisterebbe. La nostra scelta di taglio fiscale è a supporto della competitività delle aziende. Se c’è ancora un fronte sul quale bisogna lavorare molto è quello dell’organizzazione e dell’aggregazione.

    La legge di Bilancio 2018 consente anche alle aziende agricole di vendere alimenti trasformati: i commercianti si sono risentiti?

    Se parliamo di competitività delle imprese agricole, dobbiamo favorire la multifunzionalità, l’integrazione al reddito attraverso attività che valorizzino il prodotto agricolo. Su questo lavoriamo e mi auguro che sui territori ci sia voglia di fare squadra, di integrare le esperienze di impresa. In particolare nelle filiere agroalimentari.

    Altra misura rilevante è la tassazione a forfait per lva (50% sull’Iva sui corrispettivi) e redditi (imponibile al 25% dei corrispettivi) per l’attività enoturistica, che acquisisce una definizione tutta sua. Che ricaduta vi attendete?

    C’era bisogno di una regolamentazione chiara per l’enoturismo, uno straordinario settore in crescita. Finalmente ci sono regole e opportunità. Credo che assieme al Testo unico del vino sia stato un intervento utile per un sistema che vale più di 14 miliardi di euro.

    C’è poi il bonus verde; per la prima volta si sostiene l’attività fiorovivaistica con un credito per la tutela del verde condominiale. La misura sarà stabilizzata?

    È un obiettivo sul quale puntiamo. Curare il verde privato e pubblico è una scelta non solo economica, ma culturale. Non si tratta solo di sostenere una filiera da 100 mila addetti in Italia, ma di migliorare gli spazi urbani. La sostenibilità ambientale integrale passa anche da città con più verde. Come Partito democratico abbiamo aperto una strada nella quale crediamo molto. Mi auguro che i cittadini utilizzino la misura come è successo con gli incentivi per la ristrutturazione edilizia.

    Di recente ha lanciato l’idea del ministero dell’alimentazione. Di cosa si tratta?

    Serve una scommessa culturale, un approccio più largo rispetto alle politiche del cibo. Il ministero dell’alimentazione sarà un riferimento unitario per tutto questo mondo che va dall’agricoltore al trasformatore, dai commercianti ai ristoratori fino al consumatore. Con tutte le competenze che oggi sono separate in varie istituzioni, un passo verso il futuro.

    A proposito di futuro c’è chi pensa agli Ogm come una risposta alle esigenze di sicurezza alimentare da qui al 2050 e critica la sua posizione in materia. Come risponde?

    Il modello agricolo italiano ha sempre fatto della distintività il suo punto di riconoscibilità. I prodotti transgenici non fanno parte di questo orizzonte, e non sono economicamente competitivi per le nostre caratteristiche morfologiche e climatiche. Abbiamo bisogno invece di lavorare seriamente sulla tutela del nostro patrimonio culturale, anche attraverso la ricerca sulle moderne biotecnologie sostenibili. Non è un caso che abbiamo avviato il piano pubblico da 31 milioni di euro su questo fronte. E le recenti indicazioni della giustizia europea ci stanno confermando che la strada avviata è quella giusta.

    Cambiamo scenario. L’approccio di rottura dell’Italia sull’etichettatura d’origine della materia prima degli alimenti (pomodoro, grano, latte) sembra aver finalmente fatto breccia a Bruxelles, dove la commissione, direzione generale Salute, ha avviato una consultazione sulla proposta di regolamento di esecuzione. La proposta apre anche alle origini locali e territoriali. Che ne pensa? Che impatto avrà?

    È il segno che le nostre scelte hanno scosso una situazione ferma da anni. Lo diciamo chiaramente: per noi prevale l’interesse pubblico dei cittadini alla massima informazione sull’origine degli alimenti in etichetta. La proposta di regolamento segna qualche avanzamento, ma deve essere secondo me più coraggiosa.

    La proposta non affronta però il nodo dei marchi commerciali, per cui l’obbligo di trasparenza sull’origine viene derogato. E d’accordo?

    Noi vogliamo lavorare per un’etichetta trasparente su tutto e per tutti. Quindi anche su questo fronte servono risposte più forti.

    A che punto è la consultazione?

    Si chiude a febbraio, credo sia importante che dagli operatori italiani arrivi un segnale in linea con quanto espresso dai cittadini alla nostra consultazione pubblica. Nove su dieci hanno chiesto di conoscere l’origine degli alimenti.

    Ministro, di recente ha detto che “servono nuove idee per incrociare politiche della salute e welfare con la multifunzionalità agricola”. Si riferisce alla mera agricoltura sociale o alla nutraceutica? Può spiegare meglio a quali evoluzioni fa riferimento?

    Nei prossimi anni diventerà sempre più urgente offrire servizi per una popolazione con un’età media più elevata che in passato. L’agricoltura è un pezzo della risposta. Come produzione di cibi sani che aiutino a prevenire malattie. Come servizi di welfare, anche attraverso le attività sociali e di inclusione, che possono mettere l’azienda agricola al centro di un sistema di assistenza.

    Ultima domanda: l’Italia cresce in export agroalimentare, anche se non ha ancora raggiunto i 50 mld di euro. Resta però decima al mondo per capacità di esportazione. E in Cina siamo solo quinti per esportazioni vinicole. Come spiega questo gap?

    Stiamo recuperando terreno. Chiudiamo il 2017 con 41 miliardi di export. Nel 2013 erano 33. Un bel risultato, che dà la concreta possibilità di arrivare ai 50 miliardi entro il 2020 come avevamo prefissato. Serve ancora investire per portare il vero Made in Italy dove ora trionfa l’italian sounding. Per farlo servono regole giuste in mercati aperti. Accordi internazionali di tutela, prima di tutto delle identità alimentari e contro il falso cibo. Altro che dazi e barriere come sostiene qualcuno. Sarebbero una condanna al fallimento per le nostre piccole e medie imprese, soprattutto agroalimentari.

  • «I ministri si presentino, gli elettori giudicheranno»

    (Intervista pubblicata sul Corriere della Sera del 22 gennaio 2018 a firma di Darla Gorodisky)

    Ministro Maurizio Martina, per il Pd lei fa parte del gruppo che lavora alle candidature…

    «Come gli altri, stiamo componendo il quadro. Noi siamo l’alternativa vera agli estremisti e agli avventurieri, a chi promette tutto a tutti e a chi fa proposte pericolose per il Paese. In ogni territorio daremo un segnale di serietà, impegno e competenza».

    Per i ministri, sembra già tutto pronto.

    «Stiamo ragionando per mettere in campo con il massimo della forza tutta la nostra squadra. È giusto che chi ha governato si presenti al giudizio dei cittadini».

    Lei correrà a Milano nell’uninominale. Niente paracadute nel proporzionale?

    «II lavoro è ancora in corso. Certo, la Lombardia è la mia terra e darò il mio contributo a partire da qui».

    Paolo Gentiloni però ha preceduto tutti ufficializzando la propria candidatura nell’uninominale a Roma 1: un collegio che, per esperienze elettorali passate, viene giudicato «facile».

    «Tutti i territori sono sfide aperte, il confronto sarà serrato. Gentiloni a Roma è il primo punto fermo importantissimo, è la sua città, sono i suoi quartieri. Per noi è un segnale preziosissimo, indica un filo conduttore».

    Se toccasse a voi indicare il nuovo inquilino di Palazzo Chigi, fareste il suo nome?

    «Lavoriamo per vincere e, quindi, perché sia il Pd a poter esprimere un nome. Abbiamo la fortuna di avere personalità che possono ricoprire quel ruolo, che hanno dimostrato di saperlo fare. Ma oggi questo non è il tema, la nuova legge elettorale imporrà di trovare equilibri tra le forze parlamentari».

    E con chi potreste allearvi dopo le elezioni?

    «Spero che avremo i numeri per governare. Comunque, siamo alternativi alla destra e al M5S».

    In Germania, anche la Spd aveva giurato mai più Grosse Koalition: invece l’hanno appena siglata.

    «Lì ci sono condizioni completamente diverse, la Merkel non è alleata con i populisti, come invece qui lo è Berlusconi».

    Dialoghereste con Leu?

    «Hanno fatto le loro scelte: per me sbagliate. Però in queste settimane non abbiamo mai alimentato la polemica con la sinistra. Ma adesso è inutile parlare di questo, contano i programmo .

    Quali proposte avete messo a punto?

    «Facciamo proposte serie, non come chi parla di una flat tax che costerebbe almeno 6o miliardi e che, per il 40%, avvantaggerebbe soltanto quel 5% di contribuenti ricchi. Per noi si parte da famiglie, ceto medio e da chi sta peggio».

    In concreto?

    «Proponiamo un assegno universale per i figli a chi ha un reddito inferiore ai centomila euro all’anno e che copra anche gli incapienti. Una cifra dai mille ai tremila euro all’anno, da modulare anche in base all’età dei figli».

    Costo e copertura?

    «Circa 8 miliardi. Le coperture sono sostenibili nella riorganizzazione fiscale che attueremo: siamo credibili, come abbiamo dimostrato in questi anni».

    Altri punti qualificanti di programma?

    «Salario minimo legale per chi non ha un contratto nazionale. La cifra verrà stabilita da una commissione formata anche da rappresentanze sindacali e datoriali. Poi avanti con il taglio permanente del costo del lavoro stabile per l’intera legislatura: almeno un punto all’anno per 4 anni».

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