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    Crivello sarà un sindaco coi piedi per terra

    (Intervista a firma di Matteo Pucciarelli pubblicata su “La Repubblica – Genova” il 19.05.2017)

    Maurizio Martina, vicesegretario del Pd, lo ribattezza così: “Il sindaco del popolo”. O meglio, sindaco del popolo è ciò che potrebbe diventare Gianni Crivello, candidato del centrosinistra, il mese prossimo. Il ministro dell’Agricoltura è in visita in città per lo Slow Fish.

    Il ministro dell’Agricoltura ieri in città per lo Slow Fish e per appoggiare la candidatura a sindaco dell’assessore della giunta Doria.
    «Crivello ha lo stile giusto, una grande conoscenza del territorio e consapevolezza. Lo definirei il sindaco del popolo, ha la capacità di conoscere i problemi. Io penso che la sua figura rappresenti una bellissima occasione per rilanciare la prospettiva della città e rimettere al centro le nostre ragioni»

    Il prossimo 8 giugno il vicesegretario del Pd tornerà a Genova insieme a Giuliano Pisapia.
    «Vogliamo entrambi dare una mano per continuare l’esperienza di governo del centrosinistra. E per dimostrare che lo spazio per lavorare insieme tra forze diverse della sinistra c’è».

    Ieri nella sala della Camera di commercio è stata firmata la “carta di Genova”, un documento sulle politiche della pesca e dell’acquacoltura, scaturito dalla commissione politiche agricole e condiviso da tutte le regioni che sarà sottoposto ai governatori nel corso della prossima conferenza delle regioni. Ma c’è anche da sostenere la candidatura di Crivello e il centrosinistra nella città più importante al voto in questa tornata di amministrative. Dopo l’incontro con le istituzioni, Martina con Crivello visita un’azienda che coltiva basilico a Prà, poi un altro incontro in sezione del Pd e l’idea condivisa con il candidato di progettare una “scuola del saper fare” della pesca artigianale. Martina è renziano, si sa, ma viene dalla vecchia ditta diessina. Una città rossa, quella dei moti del ’60 contro il congresso dell’Msi, antifascista e operaia. Fin qui siamo all’immaginario collettivo per chi viene da fuori.
    Per la sinistra, a livello nazionale, l’importanza rivestita da Genova è ancora questa oppure si è sbiadita?
    «Rappresenta ancora moltissimo, certo; ha un potenziale straordinario per tutto il Paese e può dire tanto allo sforzo progressista che facciamo ogni giorno. Su questo non c’è dubbio».

    Però stavolta la sfida sembra apertissima, la sinistra non è cosi sicura di vincere, anzi. Paradossalmente chi ha tutto da perdere è il Pd. Se il centrosinistra vince, è la normalità, la tradizione. Se perde, è una sconfitta storica.
    «Ma io penso che il centrosinistra abbia fatto un grande lavoro in passato e in questi ultimi tempo. Crivello ha lo stile giusto, una grande conoscenza del territorio. Lo definirei il sindaco del popolo, ha la capacità di conoscere i problemi. Io penso che la sua figura rappresenti una bellissima occasione per rilanciare la prospettiva della città e rimettere al centro le nostre ragioni».

    A proposito di Gianni Crivello, il suo stile e anche la sua posizione politica è molto diversa da quello delle nuove leve renziane. Poco appariscente, legato al ricordo di Enrico Berlinguer ad esempio. Rappresenta il ritorno ad un passato, magari confortevole e riconoscibile, ma passato.
    «Ciascuno ha il suo stile, ciò che conta è lavorare per un obiettivo comune. Crivello ha i piedi ben piantati per terra, respira la città come pochi. Il suo lavoro può arrivare e dire molto anche a quelli fuori dai nostri confini classici. Lo considero il sindaco delle strade e dei quartieri, della realtà di Genova di ogni giorno e per me questo è un valore per la città».

    Il segretario del Pd Matteo Renzi ha intenzione di venire a dargli una mano nelle prossime settimane?
    «Vedremo, l’agenda è aperta, ma credo di sì. Di sicuro l’8 giugno io tornerò qui insieme a Giuliano Pisapia, vogliamo entrambi dare una mano per continuare l’esperienza di governo del centrosinistra. E per dimostrare che lo spazio per lavorare insieme tra forze diverse della sinistra c’è».

    Un segnale per le future scelte del Pd a livello nazionale?
    «Sì, un segnale che può sicuramente andare oltre. Noi comunque possiamo dare una mano per quello che ci compete, per le responsabilità che abbiamo, possiamo lavorare per contribuire a questa proposta ma il cuore pulsante nasce e cresce dentro i quartieri di Genova. Credo che questa sia la cosa più bella e più utile».

    Senta, spesso si tende a rimuovere il recente passato. Marco Doria si sta tenendo abbastanza in disparte in questa campagna elettorale, lei come valuta il suo operato di sindaco?
    «Sono convinto che in questi anni si sia fatto un lavoro duro e importante. Ciò che fai in una grande città non basta mai e quindi a volte occorre uno sguardo in avanti. Ho frequentato Genova negli ultimi tempi, posso dire che ad esempio sul turismo ricettivo ci sono stati dei grandi miglioramenti. L’evoluzione c’è stata e lo dicono i numeri. E poi sulla cura del territorio, anche lì, un impegno costante che porterà benefici sul lungo e medio periodo. Grazie anche all’impegno del governo, aggiungo. Però insomma sono queste le politiche che garantiscono futuro. E la sfida dei riformisti è come fare meglio ancora, adesso».

    E Crivello rappresenta la continuità…
    «Direi che rappresenta la consapevolezza e apertura».

    Tornando al Pd: il vostro candidato sindaco lo avete dovuto pescare fuori. Crivello viene sì dal Pci-Pds-Pd, ma non ha mai avuto la tessera dei democratici. Sintomo di una debolezza?
    «Non penso sia stata una nostra mancanza. Anzi. Siamo stati i protagonisti della ricerca di un candidato che andasse oltre il Pd, abbiamo ricoperto una funzione di apertura consapevoli che così si vince. Occorreva un allargamento, contava una figura capace di unire, riconosciuta in città e che conoscesse a sua volta la città».

    Un comunista come quelli di una volta.
    «Un sindaco, futuro sindaco spero, militante. Ripeto: del popolo, nella migliore accezione che possiamo dare al termine in sé».

    Se invece per voi dovesse andar male, se il centrosinistra dovesse perdere le elezioni, cosa sarebbe peggio dal suo punto di vista? Una vittoria della destra o una dei Cinque Stelle?
    «Le considero due prospettive entrambe negative. Genova finirebbe ostaggio di Matteo Salvini, oppure di Beppe Grillo. Mentre credo che Crivello possa garantire la giusta autonomia alle città. Gli altri candidati rispondono a logiche esterne rispetto a quelle del governo locale. Crivello invece è per Genova».

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    Il sistema di voto è la novità

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera del 19.05.2017)

    «Il Pd ha fatto una prima mossa importante per il centrosinistra. E sono contento che Prodi e Pisapia l’abbiano riconosciuto».

    Maurizio Martina, ministro e vice di Matteo Renzi, risponde all’apertura dell’ex sindaco di Milano. Romano Prodi chiama, Giuliano Pisapia risponde e sollecita il Pd. C’è alle porte un nuovo centrosinistra?
    «Per mesi si è chiesto al Pd di sviluppare un’iniziativa sul versante della coalizione. Ora, con la nostra proposta di legge, che prevede il 5o per cento di collegi uninominali, si configura la possibilità di lavorare su questo fronte. Questa proposta, che è includente, non era scontata. Dunque la disponibilità a lavorare con Pisapia non solo la confermiamo, ma ne diamo dimostrazione concreta».

    Pisapia però vede due prospettive di centrosinistra: una con il Pd e una senza. Lavora alla prima, ma trova più ipLa parola probabile la seconda.
    «Non credo che esista una prospettiva di centrosinistra senza il Pd. Per mesi ci si è detto: dateci la dimostrazione di volere aprire. La proposta di legge elettorale è un segno concreto».

    Pisapia dice no ai capilista bloccati nella parte proporzionale.
    «Non c’è più quella logica dei capilista. Sono listini corti di quattro nomi. L’elemento su cui si criticava l’Italicum è stato superato dall’impianto della legge. È una proposta equilibrata, anche se, naturalmente, non risolve tutti i problemi».

    Un centrosinistra con chi?
    «Noi lavoriamo a un progetto aperto, con chi ha voglia di cooperare con noi».

    Bersani ha definito un pasticcio la vostra proposta di legge elettorale e Speranza ha già annunciato il no. E già finito il dialogo con Mdp?
    «Decideranno loro come posizionarsi su questa proposta. Se la bocciassero sarebbe un errore».

    A oggi pare difficile immaginare un centrosinistra con Pd e Mdp.
    «Le possibilità sono oggettivamente fragili. Se un movimento nasce nella scissione e cerca di aprirsi spazi nella logica della diversità dal soggetto da cui proviene, è chiaro che il terreno su cui costruire l’unità è molto difficile».

    E con la sinistra di Fratoianni?
    «Mi pare ancora più dura».

    Dà per scontato che passi la legge elettorale? Se Mdp vota no, è difficile.
    «Non lo do per scontato. Mi auguro che si guardi alle novita inclusive della proposta».

    Se nascesse il centrosinistra, servirebbero primarie di coalizione? O il candidato premier sarebbe Renzi?
    «La base di riferimento è il progetto da condividere. La responsabilità della guida credo sia fondamentale affidarla a chi rappresenta la principale forza, come avviene in tutte le democrazie avanzate».

    Prodi ha il dubbio che Renzi non voglia federare la sinistra.
    «Ha apprezzato il passo fatto sulla legge elettorale. Lavoreremo per unire e aprire il progetto a tutte le energie disponibili».

    Ancora secondo Prodi, se Renzi va al governo serve qualcuno che vada al partito.
    «Certamente. Abbiamo vinto il congresso con una proposta di rilancio del Pd che fa i conti anche con questa necessità».

    Che cosa pensa dello scontro sulle intercettazioni tra Giorgio Napolitano e Matteo Orfini?
    «Superiamo questo passaggio. Nel Pd tutti nutriamo da sempre massimo rispetto per le parole del presidente emerito»

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    Pd umile e utile le nostre parole d’ordine. Lavoriamo per costruire l’alleanza della fiducia

    (Intervista a firma di Carmelo Lopapa pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 14.05.17)

    «Abbiamo rimesso le orecchie a terra. Abbiamo capito il disagio degli elettori e raccolto la voglia di rilancio. Ecco perché torniamo a crescere nei sondaggi, continueremo a farlo. Ora lavoriamo per costruire l’alleanza della fiducia nel Paese». Legge elettorale, alleanze, durata della legislatura, Maurizio Martina, nuovo numero due del Pd, ministro dell’Agricoltura del governo Gentiloni, traccia le strategia del partito tornato a trazione renziana.

    Ministro Martina, è vero, tornate a crescere nei sondaggi e in vantaggio sul M5S, sebbene di pochi punti. Ma come contate di mantenere o addirittura aumentare quel vantaggio?

    «Si è aperta una stagione nuova per noi. Ci davano nell’angolo nei mesi scorsi. Credo che la reazione che abbiamo avuto in queste settimane di congresso, ripartendo dal basso con tanta gente e rinnovato entusiasmo, rimettendo in moto la sfida del cambiamento, abbia aperto una strada nuova. Ci siamo, siamo più forti di prima, consapevoli di quel che ci attende».

    Un governo diviso non aiuta. Dai vaccini al processo penale, passando per la legittima difesa, non è stato uno spettacolo esaltante in questi giorni.

    «Al di là delle fisiologiche divergenze di opinione su singoli provvedimenti, siamo una squadra unita. Abbiamo fatto cose importanti al governo: avviare il reddito di inclusione, stanziare 600 milioni per asili nido e scuole materne, introdurre lo statuto del lavoro autonomo per le partite iva, affrontare temi come l’obbligatorietà dei vaccini, promuovere il risanamento delle periferie. Bisogna tenere la bussola ben orientata sulle scelte di cambiamento, lo stiamo facendo. Ho letto le riflessioni che Roberto Saviano ha fatto sul vostro giornale (l’accusa rivolta al Pd di alimentare la “politica della vendetta”, ndr). E vorrei dire che noi vogliamo essere proprio l’antidoto a quella politica, alternativi alla logica della paura, dei populismi che soffiano sul fuoco dei problemi senza risolverli».

    Parla molto di cambiamento. Ma in cosa si concretizza, nel Pd post primarie? Che eredità avete raccolto dalla disfatta del referendum?

    «Se dovessi sintetizzarlo con uno slogan, direi “Pd umile, Pd utile”. Umiltà e utilità, le nuove parole d’ordine. E l’esempio lampante è Roma, dove questa domenica i nostri ragazzi in maglietta gialla saranno per le strade per pulire la città abbandonata alla sporcizia e al degrado. Iniziativa che già da sola ha spinto l’amministrazione a fare quel che non ha mai fatto in questi mesi. Mala nuova stagione sarà segnata anche da una grande apertura alle giovani generazioni».

    Intanto, la prima sfida sarà la 99 riforma della legge elettorale. Come finirà?

    «Quel che è certo è che difenderemo al massimo un principio per noi irrinunciabile: garantire il più possibile una logica maggioritaria, che poi vuol dire garantire la governabilità di questo Paese. Non è un caso se ad aver paura dei collegi uninominali siano proprio i partiti personali, privi di radicamento. Apprezziamo il fatto che Pisapia abbia colto l’importanza della proposta».

    Non così Bersani e Mdp. Ci sono ancora margini per un’alleanza con loro?

    «Noi restiamo concentrati sul Paese e interessati a dialogare con chi vuol lavorare con noi, non con chi preferisce distinguersi dal Pd».

    Se la legge elettorale passasse prima dell’estate, puntereste ancora sul voto in autunno?

    «No, l’orizzonte resta il 2018. E lavoriamo ogni giorno al governo per fare bene».

    Amministrative a giugno. Con chi vi alleate?

    «Ovunque abbiamo lavorato per coalizioni di centrosinistra aperte al civismo».

    Caso Etruria. Secondo lei, la sottosegretaria Maria Elena Boschi ha chiarito del tutto?

    «Maria Elena ha pronunciato parole nette, chiare. Siamo perla massima trasparenza e non è un caso se vogliamo la commissione d’inchiesta sulle banche».

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    Non saremo noi del Pd a impedire una intesa larga

    (Intervista a firma di Amedeo La Mattina pubblicata su La Stampa dell’11 maggio 2017)

    Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura e vicesegretario del Pd, avverte che la soluzione da trovare sulla legge elettorale deve essere «utile al Paese, non ai singoli partiti». «Con le proposte avanzate, il Pd ha dimostrato grande disponibilità. Siamo consapevoli che da soli non bastiamo, ma ci sono due principi ai quali non possiamo rinunciare: la governabilità e la rappresentanza. Vediamo se nelle prossime ore sarà possibile fare passi in avanti».

    Sembra però tramontata la vostra proposta di un Mattarellum rivisto con il 50% di maggioritario e 50% proporzionale. Cresce invece l’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato: in sostanza si tratta di un sistema proporzionale che garantisce la rappresentanza e non la governabilità.

    «Non dobbiamo rinunciare ad un impianto maggioritario. Tutti facciano uno sforzo nell’interesse del Paese. Fin qui gli unici a cercare una soluzione siamo stati noi. Ci sono ancora passaggi importanti da fare in commissione Affari costituzionali. Quanto al Mattarellum c’è stata una disponibilità a ragionare ma dentro Forza Italia si è aperta una discussione. Quella che sembrava una proposta è stata bloccata».

    Dunque non la convince la possibilità dell’Italicum che sta prendendo quota?

    «Al contrario. Dico che è in corso una discussione da sviluppare ancora. Non sarà il Pd a impedire che si trovi un’intesa».

    L’ad di Unicredit Ghizzoni non ha ancora smentito l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli che nel suo libro parla di interessamento all’acquisto di banca Etruria. In attesa di un chiarimento Boschi dovrebbe dimettersi?

    «Maria Elena Boschi ha già smentito e querelato. Anche l’istituto ha smentito. Il resto è solo speculazione politica da parte dei 5 Stelle e della Lega. I 5 Stelle in particolare vogliono nascondere i loro grandi problemi».

    Lei è il nuovo vicesegretario unico del Pd: dovrà gestire le prossime amministrative e le politiche. Appuntamenti molto impegnativi e concreti che non sembrano avere a che fare con gli impegni presi da Renzi con Obama per costruire il network di attivisti globali. Ci spiega in che modo ne farete parte?

    «Può sembrare un’idea troppo ambiziosa rispetto all’agenda quotidiana. Ma questi spazi di progettualità fanno invece la differenza tra chi vuole avere sguardi lunghi e chi si ferma solo alla polemica di giornata. La presenza di Obama è stata l’occasione per identificare alcune sfide decisive del nostro tempo».

    Cosa farete insieme a Obama?

    «L’idea è quella di costruire un grande laboratorio internazionale di formazione dal basso di giovani disposti all’impegno nel campo democratico e progressista. Sarà decisivo. Si tratta di scommettere sui protagonisti della buona politica di domani e questo si può fare in tanti modi. Dal mondo come da casa propria. Come faremo domenica a Roma invasa dai rifiuti organizzando una giornata in cui i nostri volontari si rimboccheranno le maniche e andranno a sistemare e pulire gli spazi pubblici. C’è un filo conduttore da promuovere tra locale e globale per rendersi utile e cambiare in meglio le cose. Il Pd ha questo compito: più che raccontare il cambiamento, concretizzarlo anche con i giovani millenials».

    I Giovani Democratici del suo partito sostengono che i 20 millenials nominati nella Direzione Pd sono stati selezionati con il manuale Cencelli, secondo le correnti.

    «I giovani democratici sono fondamentali per il lavoro che faremo. E anche i ragazzi della nuova Direzione rappresentano esperienze preziose. Lavoreremo tutti insieme. Per la prima volta una generazione ha la possibilità di lavorare nella direzione di un partito. Si faccia sentire».

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    Siamo vicini all’eliminazione di 1 milione di tonnellate di spreco

    (Intervista dell’Ansa pubblicata su La Provincia di Cremona del 9 maggio 2017)

    «Stiamo recuperando sempre più cibo. La Legge ha sbloccato le donazioni, rendendole più semplici. C’è ancora molto lavoro da fare ma l’obiettivo di eliminare un milione di tonnellate di spreco all’anno è alla portata». Lo afferma in un’ intervista all’Ansa il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina che ieri ha inaugurato la fiera Tuttofood a Rho intervenendo sui temi dello spreco e della povertà alimentare.

    Ministro, l’indice di sostenibilità stilato dalla Fondazione Barilla assegna all’Italia il massimo del punteggio sul fronte delle politiche nazionali intraprese ma un punteggio basso sullo spreco all’interno delle mura casalinghe. I consumatori andrebbero educati di più? Avete qualche progetto in merito?

    «Stiamo lavorando a una grande campagna di comunicazione perché oltre il 50 % dello spreco avviene nelle nostre case. Dobbiamo partire da lì, dall’educazione anche dei giovani. Vogliamo sostenere anche la diffusione di buone pratiche. Incentivandole con un bando pubblico aperto e raccogliendo sul sito del ministero le esperienze più interessanti e innovative. Siamo all’avanguardia su questo fronte e vogliamo valorizzare questo dato».

    Vi confrontare con Fao, Pam e lfad sulle politiche da mettere in campo a livello internazionale, e che ruolo può avere l’Italia?

    «Vogliamo guidare la lotta agli sprechi. Lo abbiamo dimostrato con questa legge contro gli sprechi, figlia dell’esperienza di Expo e dei valori della Carta di Milano. L’obiettivo Onu di azzerare la fame entro il 2030 ci vede al lavoro ogni giorno».

    L’industria alimentare e la grande distribuzione contrastando lo spreco?

    «E’ una sfida che impegna tutti. Anche industria e distribuzione sono in prima linea con noi nel migliorare il recupero delle eccedenze e destinarle al sostegno dei più bisognosi. Il tavolo antisprechi del ministero rappresenta un modello unico in Europa. Abbiamo riunito operativa mente tutti i soggetti impegnati in questo campo ».

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    II mediatore

    (Intervista al Ministro Maurizio Martina pubblicata su Il Foglio del 4 maggio 2017)

    Nessuno ricorda di aver sentito Maurizio Martina alzare la voce. Riflessivo, poco incline alle decisioni d’impulso, Martina si è fatto strada nel Pd partendo da Bergamo, la sua città, e arrivando a fare il segretario regionale nella stagione di Bersani. Poi il balzo a Roma e col governo Renzi la responsabilità del ministero dell’Agricoltura. Nessuno tra i suoi detrattori ma anche tra i suoi amici avrebbe immaginato un percorso così brillante, prima alla guida di Expo e poi come nume tutelare degli agricoltori italiani (in primis Coldiretti) nella salvaguardia del made in Italy. Sarà per il suo carattere incline al dialogo che Matteo Renzi l’ha scelto per passare dall’io al “noi”. È così che, sulla scia delle vittoria alle primarie, Martina sarà il vicesegretario “inclusivo” del Pd.

    Gli elettori Lombardi che si riconoscono nel progetto del Pd hanno scelto in larghissima misura Matteo Renzi alle primarie di domenica scorsa. Sta cambiando qualcosa nella regione che, negli ultimi decenni, ha premiato il centrodestra?

    “In questi anni il Pd in Lombardia si è molto rafforzato. Governa oggi tutti i comuni capoluoghi di provincia e tante realtà del territorio. È diretto ovunque da giovani capaci e molto appassionati. Per me è un modello da seguire anche su scala nazionale. Partito giovane, aperto, inclusivo”.

    La sua scelta di sostenere Renzi in questa competizione porterà a una guida del Pd forse più plurale. In sintesi resterà il simbolo “noi” sul logo della ditta?

    “Abbiamo proposto un lavoro di squadra e intendiamo andare avanti così. Ci sono tante persone che vogliono darci una mano: dobbiamo dare loro spazi di protagonismo e d’iniziativa. Sapendo che pluralismo delle idee e unità d’azione, con noi, stanno insieme”.

    Sindacati dei lavoratori e associazioni imprenditoriali sono in crisi di rappresentanza, un po’ come la politica. Ma al momento non c’è niente di meglio in circolazione. La nuova stagione del Pd prevede un rapporto diverso, più dialettico con i corpi intermedi?

    “Ho scritto qualche settimana fa un articolo per Mondo Operaio dal titolo inequivocabile: ‘Elogio della mediazione’. Io ci credo. Penso che in questo momento noi dobbiamo essere al servizio di un progetto che coinvolga e includa tante realtà civiche e associative della cittadinanza attiva. Il tema centrale è battere la solitudine che spesso le persone avvertono di fronte ai cambiamenti che vivono ogni giorno. E costruire soluzioni di prossimità. Per fare questo serve certamente anche un nuovo rapporto forte e dialettico tra PD e forze sociali”.

    Lei, in qualità di ministro, ha lavorato con la giunta Maroni anche in occasione di Milano Expo 2015, dunque conosce il pragmatismo del governatore. Maroni ha costruito una rete di rapporti con la società civile lombarda per realizzare il nuovo modello di welfare e un sistema formativo destinato ad aprire le porte del mondo del lavoro ai giovani. Che giudizio si è fatto del governo Maroni e di queste esperienze?

    “Distinguerei il governo regionale dalla forza delle esperienze che lei ha evocato. In Lombardia il mondo delle imprese e quello delle reti del sociale hanno una forza intrinseca e autonoma che per fortuna non dipende dalle pieghe di una giunta regionale. Quello che io riscontro è lo scarto tra le attività dell’ente regionale e la società lombarda, che è molto più avanti di tutti i ragionamenti che si fanno al Pirellone. Un esempio concreto? La tribolata riforma sanitaria regionale che ha lasciato troppi temi aperti. Un altro? L’invenzione di un referendum regionale inutile del costo di 50 milioni, guarda caso proprio alla fine delle legislatura, per chiedere ai lombardi se trattare con lo stato ulteriori materie da gestire a livello regionale. Da cittadino lombardo la mia risposta è sì, già ora lo si può fare. E perché Maroni in questi quattro anni non ci ha lavorato? Perché non ha mai chiesto alla Stato di iniziare a discuterne nel merito? È un po’ come la bufala della sua proposta elettorale del 2013 di trattenere il 75% delle tasse sul territorio. Ricordate? Tutte chiacchiere”.

    La Lombardia a primavera 2018 (al più tardi) andrà al voto, lei si è fatto un’idea delle linee programmatiche sulle quali consentire al Pd di cambiare l’orizzonte di governo della Regione?

    “Il Pd lombardo sotto la guida di Alessandro Alfieri sta facendo un buon lavoro di preparazione per il progetto Lombardia 2018. Per me la parola chiave è “prendersi cura’. Delle persone e del territorio, prima di tutto. Proteggere e promuovere le persone nella regione cuore del paese. Portare la Lombardia dove deve essere: tra le realtà più avanzate d’Europa e del mondo. Scommettere tutto, quindi, sui servizi alla persona: a partire dagli investimenti sul capitale umano”.

    Il suo nome è tra i più qualificati ed evocati nella sfida a Maroni. La accetterà?

    “Decideremo e lavoreremo insieme a prescindere da chi sarà il candidato. Abbiamo tante energie che ci possono portare alla vittoria. Credo in questo lavoro e penso che il PD abbia preso il passo giusto”.

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    Dobbiamo ripartire con umiltà. L’orizzonte resta quello del 2018

    (intervista a firma di Monica Guerzoni pubblicata sul Corriere della Sera il 03.05.2017)

    «Sono soddisfatto per com’è andata domenica».

    La mozione di Matteo Renzi ha stravinto. Ma non c’è il rischio, ministro Maurizio Martina, che lei da vicesegretario si ritrovi a guidare in tandem con l’ex presidente del Consiglio un Partito democratico ridimensionato?

    «Non credo sia così, il 2017 un altro tempo rispetto al 2013. E non è un dato scontato che quasi due milioni di italiani abbiano partecipato alle primarie in un momento particolare come questo. Ancora una volta gli elettori hanno stupito noi stessi e gli osservatori. Mobilitare così tante persone è un punto di forza da cui dobbiamo ripartire».

    Non la preoccupa che il suo partito in tre anni e mezzo abbia perso per strada quasi un milione di simpatizzanti?

    «Si è votato in un giorno temporalmente non semplice come il 3o di aprile, eppure tanta gente ha voluto dimostrare che il Partito democratico non è a vocazione personale, è un partito delle persone. Una ricchezza unica, merito di tutti i candidati».

    Sì, ma i numeri parlano. Al Nord avete subito una emorragia di votanti, al Sud si è registrato un boom. Effetto Emiliano, o qualcosa non torna?

    «I numeri dicono che il flop non c’è stato, ma è evidente a tutti che la partecipazione alla politica si è resa più complicata. Io vedo ad esempio un dato lombardo positivo, oltre 200 mila persone che il 3o aprile vanno a votare, non era scontato. È giusto leggere queste indicazioni rispetto alle primarie precedenti, ma c’è un trend storico che non scopriamo oggi e che mette in luce il tema delle primarie come tema aperto».

    Sta dicendo che le primarie sono in crisi?

    «Al contrario, abbiamo fatto bene a non rinunciarci. Sono ancora uno strumento della buona politica, anche se è giusto domandarsi come fare di più e meglio. Renzi ha pronunciato due parole da cui dobbiamo ripartire, “umiltà” e “responsabilità”. Stiamo con i piedi per terra. La sfida inizia ora, dobbiamo lavorare molto».

    I sostenitori di Andrea Orlando hanno contestato i risultati e i dati dell’affluenza. Chi ha ragione?

    «Non mi metto certo a fare polemiche di questo tipo dopo che tutte queste persone sono venute a votare per il Partito democratico. I dati mi paiono chiari e c’è una commissione nazionale che sta facendo il suo lavoro».

    Possibile che a Salerno abbiano votato più persone che a Napoli, una città che conta il triplo di elettori?

    «Verificare i dati è compito della commissione, il mio è contribuire a preparare questa nuova stagione, sviluppare il percorso e il progetto che il Pd porterà avanti grazie anche alla forza delle primarie».

    Come cambierà il rapporto tra Renzi e Gentiloni? Ci sarà un’accelerazione verso il voto anticipato?

    «Renzi ha pronunciato parole molto chiare, che sono l’indirizzo di tutto il Pd. Il nostro ruolo è lavorare nel modo migliore dal governo, mantenendo l’orizzonte del 2018 e tenendo la barra dritta per realizzare le riforme di cui i cittadini hanno bisogno. Noi siamo una squadra sola. Non ce ne sono due in campo, quella del governo e quella del Pd».

    Riformerete la legge elettorale con il Movimento 5 Stelle?

    «Maggio è il mese fondamentale per cercare in commissione un punto di chiarezza definitivo. Il Pd svilupperà una sua iniziativa, le altre forze politiche devono superare le loro ambiguità. Noi abbiamo riproposto prima di tutto l’idea di lavorare sul Mattarellum e siamo in attesa di capire come intendono posizionarsi gli altri. Il Pd non si sottrae al confronto, ma non siamo sufficienti».

    La segreteria di Renzi sarà aperta anche a esponenti delle mozioni di Orlando ed Emiliano?

    «Non spetta a me dirlo ora, ma le minoranze avranno un ruolo fondamentale di iniziativa a prescindere. Dovremo lavorare assieme come una squadra plurale e unitaria, a prescindere dagli equilibri negli organismi. La stagione che abbiamo di fronte dovrà valorizzare le energie nuove, con una scommessa generazionale radicata nei territori».

    Puntate alle larghe intese, o vi rassegnerete all’alleanza con Bersani e D’Alema?

    «Se iniziassimo la nuova stagione percorrendo una discussione tutta di formule, non coglieremmo il bisogno di novità che c’è. Sono convinto che non mancherà anche il confronto tra forze politiche, ma prima per noi c’è il lavoro di rilancio del progetto e della prospettiva del Paese. E i primi interlocutori sono gli italiani».

    La scissione è ancora possibile?

    «Non lo credo affatto, è un tema che non esiste. Ora c’è la possibilità per il Pd di essere più unito e più aperto».

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    Riaprire una nuova fase. Subito le urgenze sociali

    (intervista a firma di Franco Cattaneo pubblicata su L’Eco di Bergamo il 03.05.2017)

    «Vivo queste primarie come il punto di partenza per una nuova stagione del Pd». È soddisfatto Maurizio Martina, in ticket con Matteo Renzi, che domenica, all’Assemblea nazionale, riceverà formalmente l’incarico di vice segretario del partito, rimanendo comunque ministro delle Politiche agricole. Partiamo da Bergamo.

    «Innanzitutto un grazie agli oltre 21 mila bergamaschi che hanno partecipato al voto, un dato significativo e non scontato in una fase in cui è faticoso generare partecipazione. Questo risultato incoraggiante ci dice quanto il nostro partito sia radicato sul territorio. Un ringraziamento sentito al Pd bergamasco, ai nostri volontari, tutti, compresi quelli che si sono spesi con passione per Orlando ed Emiliano. È una bella soddisfazione, tanto più che la mozione Renzi qui ha ricevuto 8 punti percentuali in più della media nazionale».

    Partito popolare, plurale, inclusivo: ricominciate da qui?

    «Sì, sono caratteristiche fondamentali per noi. Parlerei anche di capacità di ascolto. Renzi ha aggiunto due sostantivi di peso: umiltà e responsabilità. Ecco, ripartiamo da questi fondamentali. Con Orlando ed Emiliano, che ringrazio,vogliamo lavorare con uno spirito plurale e unitario: siamo una squadra sola. E spingiamo al massimo il rinnovamento generazionale. In questi mesi abbiamo conosciuto ragazze e ragazzi straordinari, nativi democratici che non hanno il tema delle vecchie appartenenze».

    Una squadra sola anche nei confronti del governo, Padoan e Calenda compresi?

    «Certamente. Ripeto: siamo una squadra sola e questo vale a maggior ragione per Gentiloni e tutti noi che abbiamo l’onore e l’onere di lavorare per il Paese. Nel governo discutiamo, a volte ci sono ipotesi di lavoro differenti, ma marciamo insieme e continuiamo a farlo, vedi il caso Alitalia».

    Il lato debole è la questione sociale.

    «Penso sia fondamentale sviluppare ancora un’iniziativa su due temi socialmente acuti in tutta Europa: rispondere a chi fa fatica nella globalizzazione e a chi ha paura dell’immigrazione. Dobbiamo costruire il nostro progetto partendo anche da qui, da temi che fanno la differenza tra sinistra e destra, fra società aperta e chiusa. Un partito popolare deve saper guardare in faccia temi cruciali: lavoro, inclusione, protezione sociale nel tempo della rivoluzione digitale, nuove povertà, un fisco amico di chi produce, di donne e giovani prima di tutto. Sfide assolutamente da raccogliere».

    Renzi è ancora tentato dal voto anticipato, mentre c’è sempre l’ipotesi di una coalizione post voto con Berlusconi?

    «Lo ha detto in modo chiaro anche il segretario: l’orizzonte è il 2018 e questa è la dimensione temporale del nostro impegno. Questi mesi devono rendere sempre più evidente il carattere alternativo della nostra proposta rispetto ai 5 Stelle e alla destra».

    Come vi ponete con tutto ciò che sta alla vostra sinistra?

    «Non rinunceremo certo, come abbiamo detto, al confronto. La vera discriminante, tuttavia, è il progetto-Paese. Abbiamo la responsabilità di proporre un’idea di società agli italiani: siamo interessati ad un confronto aperto, ma sarebbe riduttivo riassumere questo lavoro soltanto nella formula dei rapporti fra partiti. Qui c’è da scavare in profondità, perché la forza ricevuta dalle primarie è legata prima di tutto all’impegno di aprire una prospettiva larga e partecipata verso la società e gli italiani che non si rassegnano alle paure e agli egoismi. Partiamo da loro, poi certamente discuteremo anche con movimenti e forze politiche».

    La possibile vittoria dell’europeista Macron che significato avrebbe?

    «Sinistra e destra hanno ancora un senso e il campo progressista deve fornire risposte nuove ai temi sociali che ho detto».

  • maurizio-martina

    Referendum inutile. I 50 milioni siano usati per aiutare le famiglie

    (intervista a firma di Maurizio Giannattasio pubblicata sul Corriere della Sera il 25.04.2017)

    «È un referendum inutile, uno spreco di tempo e di denaro pubblico».

    Sono giornate piene di impegni per il ministro Maurizio Martina. Il ticket con Matteo Renzi per la segreteria del Pd, le primarie alle porte.
    Ieri in Sicilia, oggi a Milano per il 25 Aprile. Ma sul referendum per l’autonomia della Lombardia voluto dal governatore Roberto Maroni entra a gamba tesa.

    Ministro Martina, perché «inutile»?
    «Perché la risposta al quesito referendario c’è già, ed è sì. Maroni dovrebbe aprire subito una trattativa con il governo con un tavolo di lavoro serio per il federalismo differenziato in base all’articolo 116 della Costituzione. E quindi il referendum non farebbe altro che allungare i tempi e far spendere 50 milioni di euro alla Regione Lombardia. Lo trovo profondamente sbagliato».

    Non le sembra tardiva la decisione del governo di aprire un tavolo comune? Perché non è stato fatto prima?
    «Non spetta a noi. È una domanda che si deve girare al presidente Maroni. Mi chiedo perché quando tre anni e mezzo fa i sindaci e i Presidenti di Provincia chiesero con un atto formale a Maroni di aprire il tavolo con il governo, il Presidente della Lombardia non lo ha fatto. Ho letto molte dichiarazioni di Maroni in questi giorni e l’impressione è che il referendum venga utilizzato come un’arma di distrazione di massa, come uno strumento di propaganda elettorale. E quando leggo certe interviste del presidente della Lombardia dove addirittura dice che con il sì al referendum eliminerebbe il bollo auto e il ticket sanitario penso che siamo già in campagna elettorale. Maroni dovrebbe sapere che con il referendum non sta discutendo di federalismo fiscale, ma di materie aggiuntive di competenza della regione. Ma c’è anche un paradosso».

    Quale?
    «Se si farà il referendum prevarranno i sì. Ma così non si farà altro che allungare i tempi di un lavoro che potrebbe partire fin da ora. Maroni è in ritardo di cinque anni e mi chiedo perché il referendum si faccia a pochi mesi delle elezioni regionali. Credo che ai cittadini verrà qualche dubbio sulla tempistica»

    Si può evitare il referendum?
    «Faccio una proposta al presidente Maroni: piuttosto che buttare via 50 milioni di euro li destini al sostegno delle famiglie lombarde. Otterrebbe due risultati: aprirebbe subito una trattativa con il governo accorciando i tempi e destinerebbe molti milioni per aiutare le famiglie lombarde».

    II sindaco Beppe Sala ha detto che il referendum è inutile. Ma che se ci sarà voterà sì. Lei?
    «E una posizione che rispetto. Nel merito diciamo entrambi che il referendum è inutile. E ribadisco che ha già vinto il sì. Ma dico anche che così come lo sta concependo Maroni è inutile e costoso. Quindi, se si andrà a votare io non parteciperò perché tutti vogliamo che si apra questo lavoro. Da Ministro, ripeto la proposta a Maroni: chieda subito l’apertura del confronto, governo è pronto a discutere e a ragionare nel merito. Si eviti di spendere 50 milioni inutilmente, perché subito dopo il referendum bisognerebbe rifare lo stesso iter che si potrebbe fare fin da ora».

  • hero

    Referendum Lombardia? Siamo alla propaganda politica, inutile spreco di soldi pubblici

    (Intervista a firma di Nando Santonastaso pubblicata su Il Mattino del 21.04.2017)

    Lombardo di Calcinate, provincia di euro per un referendum senza Bergamo, e ormai sempre più uomo efficacia se può raggiungere lo stesso forte del Pd in Lombardia, Maurizio obiettivo con la richiesta al governo Martina, è ministro anche con il governo Gentiloni delle Politiche agricole. Renziano di ferro, ha stretto con l’ex premier un’alleanza perle primarie dem del 30 aprile che lo sta portando in giro per l’Italia da settimane. E’ stato lui il primo a intervenire dopo che le agenzie avevano battuto la notizia dell’imminente annuncio del referendum, in Lombardia cui dovrebbe seguire oggi quello del Veneto, altra Regione a caccia di poteri speciali.

    Ministro Martina, l’iniziativa del governatore Maroni va letta solo in in questa chiave politica o apre una riflessione più ampia sulle Regioni più forti economicamente del Paese?

    «Se una regione come la Lombardia vuole proporsi per la gestione di ulteriori materie delegate dallo Stato può farlo seguendo la Costituzione e le leggi. Anziché spendere quasi 50 milioni di euro dei cittadini, come vorrebbe fare, per organizzare un referendum regionale consultivo Maroni chieda al governo l’apertura di un confronto nel merito. Mi pare invece che prevalga purtroppo l’uso strumentale del tema».

    Già, ma come pensa che reagiranno gli elettori Pd? Non c’è per voi un rischio di deriva populista che può isolarvi?

    «Credo che i cittadini la pensino proprio come noi. Perché una regione deve spendere milioni di euro per un referendum senza efficacia se può raggiungere lo stesso obiettivo con la richiesta al governo di aprire un confronto subito?».

    La bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre ha rimesso in discussione molte cose: qual è secondo lei il futuro delle Regioni? Hanno ancora un senso gli statuti speciali?

    «Da sempre credo che regioni ben governate siano importanti e spesso decisive per lo sviluppo dei diversi territori. In generale penso che l’intera architettura dei poteri pubblici statuali vada riorganizzata per essere più efficace e funzionale».

    Non sente puzza di secessionismo in queste ed altre iniziative non solo leghiste?

    «Referendum costosi e inefficaci come quelli proposti tempo rispondano solo ad una logica di propaganda politica e basta».

    Il governatore Maroni è stato di recente a Napoli e ha incontrato il suo omologo campano, De Luca, per spiegargli il modelli Lombardia sul piano gestionale e i suoi indubbi successo. Che ne pensa?

    «Se le Regioni si scambiano esperienze di gestione e buone pratiche amministrative può essere sempre utile e interessante».

    Ma secondo lei ha ancora un senso parlare di federalismo fiscale in Italia oggi o si tratta di un capitolo della storia repubblicana ormai chiuso per sempre?

    «Ha senso ridisegnare il sistema per renderlo più efficace di fronte ai bisogni dei cittadini. Ha senso parlare di costi e prestazioni standard e di riorganizzazione delle competenze. In questo sforzo gli Enti locali, i comuni in primis, rimangono essenziali secondo me».

    Parliamo di primarie: mancano meno di dieci giorni alle primarie del Partito democratico dove lei si presenta in ticket con Matteo Renzi. Quanta affluenza prevedete per il 30 aprile?

    «Io chiedo a tutti gli elettori democratici di andare a votare. Sono certo che il popolo del Pd risponderà, come ha sempre fatto, con forza. Possiamo rafforzare il nostro progetto a partire proprio dal massimo coinvolgimento possibile di tante e tanti».

    Ma cosa accadrà dopo le primarie?

    «Sono certo che le primarie del 30 aprile ci consegneranno un Partito democratico più forte e unito. Dopo le primarie tutti insieme dovremo promuovere la nostra idea di paese a partire da alcune priorità essenziali. Io dico innanzitutto lavoro, giovani, mezzogiorno. E poi cambiare il PD e migliorarlo al centro come nei territori. Dovremo essere sempre di più l’alternativa forte alle derive pericolose di Grillo e Salvini».

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