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    Sì allo stato di calamità, ora si devono migliorare gli invasi

    (Intervista a firma di Alessia Gallione pubblicata su La Repubblica del 25 luglio 2017)

    Ministro Maurizio Martina, anche se ad agosto pioverà la siccità resterà grave. Anzi, scrosci violenti potrebbero danneggiare le colture. Come si gestisce la situazione?

    «Affrontiamo una delle emergenze più severe degli ultimi dieci anni, con un aumento delle temperature di tre gradi rispetto alla media e livelli di fiumi e laghi ai minimi. Chi per anni ha banalizzato la questione epocale del cambiamento climatico spero che ora apra gli occhi. Nell’immediato, insieme al ministero dell’Ambiente e alle Regioni c’è un impegno quotidiano di monitoraggio e gestione delle acque. Il nostro obiettivo ora è tutelare il più possibile gli agricoltori».

    C’è un piano?

    «Lavoriamo su tre assi. L’attivazione del fondo di solidarietà nazionale per bloccare i pagamenti dei mutui e dei contributi previdenziali e assistenziali delle imprese; l’aumento dell’anticipo dei fondi europei per gli agricoltori; e l’investimento da 700 milioni di euro che stiamo già gestendo per rendere più efficienti le infrastrutture irrigue: entro l’anno contiamo di assegnare queste risorse ai progetti cantierabili».

    Ha detto di essere pronto a collaborare con le Regioni per dichiarare lo stato di calamità. Sono stati fatti passi in avanti e quando potrebbe avvenire?

    «Si, in questi casi si verificano le diverse situazioni, nei prossimi giorni è convocata una riunione tecnica proprio per analizzare esigenze e tempistiche legate alla quantificazione dei danni che viene fatta dalle Regioni».

    In ogni caso, in futuro la situazione non migliorerà come può e dovrà cambiare l’agricoltura?

    «L’imperativo è la sostenibilità. Dovremo trovare soluzioni nuove. Siamo impegnati a costruire una strategia d’ azione per i prossimi dieci anni che punti tutto sull’efficienza. Dobbiamo intervenire sugli invasi, sulle reti di distribuzione e sui metodi di irrigazione. Catturiamo solo il dieci per cento delle precipitazioni annue. Troppo poco».

    Si possono immaginare anche altri modelli alternativi?

    «Dobbiamo usare un mix di strumenti. Da un lato, un progetto di medio periodo per gli invasi e i bacini per immagazzinare acqua quando piove e quando l’eccesso di precipitazioni concentrate in poco tempo provocano danni. Dall’altro serve spingere sull’innovazione per ottimizzarne l’uso con agricoltura e allevamento di precisione. Con Industria 4.0 stiamo incentivando queste soluzioni. Ma non siamo all’anno zero. Nel Chianti Classico, per esempio, con la viticoltura di precisione hanno ridotto il volume d’acqua utilizzata del 30 per cento in tre anni».

    L’Italia sembra vivere un paradosso: è una terra ricca d’acqua ma vive la siccità. Vede responsabilità? C’è chi come il governatore toscano Rossi chiede di investire per evitare le perdite.

    «Bisogna intervenire non solo pensando all’emergenza, ma lavorando su una strategia. Quello che manca in troppi territori è un piano chiaro sulla gestione delle acque. Gli osservatori promossi dal ministero dell’Ambiente a livello di Autorità di bacino svolgono un’azione importante, ma serve un deciso salto di qualità. Abbiamo stanziato 700 milioni, pronti per essere impegnati, destinati a infrastrutture strategiche nel settore dell’irrigazione. Si tratta però solo di un primo passo».

    E nel caso di Roma casa pensa? Condivide la posizione del governatore Zingaretti?

    «È una questione complessa, come ha ribadito anche il ministro Galletti vanno tutelate le giuste esigenze dei cittadini e la salvaguardia di Bracciano. Su questo la scelta di Zingaretti è stata giusta ed era praticamente obbligata. Ora va trovata una soluzione urgente, all’altezza della capitale del Paese, che non può prescindere dell’esigenza di intervenire presto per modernizzare la rete».

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    No alla logica del nemico a sinistra

    (intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera del 23.07.2017)

    «II Pd dice no, in maniera unilaterale, alle polemiche quotidiane e agli scontri personali».

    Maurizio Martina, vicesegretario e ministro alle Politiche Agricole, spiega i prossimi passaggi del Pd, che considera «il vero argine all’avanzata delle destre e dei 5 Stelle», e giudica «difficile» un cambio di posizione sul premio di coalizione nella legge elettorale. Stop alle polemiche, dice. A cominciare da quelle con gli ex fratelli di Mdp.
    «A noi non interessa polemizzare, dobbiamo tenere la barra dritta sul progetto e non ci interessa la logica perversa che si intravede ancora spesso nel centrosinistra del vicino nemico”; di chi vuole costruire distinzioni e contrapposizioni. Ricordiamo a tutti che i nostri avversari stanno a destra. E senza il Pd non c’è alternativa a Salvini, Berlusconi e Grillo».

    Nel centrosinistra, però, restano grandi distanze. E Pisapia si sta alleando con Mdp, nonostante l’abbraccio con Maria Elena Boschi alla festa dell’Unità.
    «Come dicevo, ci sottraiamo a veti personali e logiche divisive, ma se si vuole un confronto vero, ci siamo. L’invito a Pisapia alla festa dell’Unità di Milano è stato un passo naturale e importante. Le feste servono anche a questo».

    Da qualche anno sembrano un po’ appannate.
    «Le feste sono un’occasione straordinaria per confrontarci in modo aperto e popolare e voglio ringraziare soprattutto i militanti. Io ci sono cresciuto dentro le feste, che restano le nostre sentinelle sul territorio: un terreno di incontro fondamentale per migliaia di persone. A settembre ci sarà la festa nazionale, a Imola».

    E il tour in treno di Renzi.
    «Sarà importante per continuare il confronto con il Paese reale. Un viaggio che dà l’idea di un partito in movimento, in discussione, che si apre».

    A molti sembra ancora ultra renziano e poco aperto.
    «La pluralità deve essere la nostra forza e noi vogliamo lavorare in modo aperto. A ottobre ci sarà la conferenza programmatica e per prepararla abbiamo dato vita a un comitato che vedrà presenti me e Tommaso Nannicini, per la segreteria, Sergio Chiamparino, i ministri Graziano Delrio e Maria Elena Boschi, ma anche Andrea Orlando e Michele Emiliano. Alla Conferenza presenteremo il progetto per l’Italia del 2020, proprio mentre il Pd compie io anni di vita».

    Ci sarà un cambio di passo anche nel rapporto con i sindacati? Si dice che il ruolo di mediazione spetti a lei.
    «Per me è decisivo che il Pd diventi sempre di più il partito della mediazione sociale, di una nuova responsabilità sociale. Dobbiamo usare ago e filo per ricucire dove la società è strappata. Quanto ai sindacati, li abbiamo appena incontrati per discutere di sistema previdenziale e giovani».

    lus soli e legge sui vitalizi sono in bilico, problemi si annunciano anche per la legge di bilancio. II governo farà fatira ad arrivare a fine legistatura.
    «II Pd è sempre stato al fianco del premier Gentiloni. Non abbiamo mai cambiato idea, a differenza di chi, da sinistra, ci ha accusato con polemiche a vuoto di volere una fine anticipata della legislatura. Io credo che il governo debba rinforzare l’agenda sociale, spingendo ancora di più sul tema della lotta alle disuguaglianze e insistere su crescita e investimenti».

    Ma Ap si sta sgretolando e i numeri son scarsi.
    «Credo che Gentiloni abbia la forza per una proposta di responsabilità per il Paese. Poi ognuno, naturalmente, si prenderà le sue responsabilità».

    A essere contrari a un premio di coalizione, ormai, sono quasi solo Renzi e Grillo. È possibile che si riesca a lavorare su questo terreno?
    «Vedremo a settembre, ma mi pare uno scenario molto difficile: muoversi su un tema così delicato a pochi mesi dal voto non è facile. Quello che è certo è che non si può intervenire a colpi di maggioranza risicata: le regole del gioco si devono scrivere insieme e su questo serve un’intesa con Berlusconi, Salvini e Grillo».

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    Etichetta pasta e riso, l’Italia antipa l’Ue sulla massima trasparenza

    (Intervista a firma di Rosaria Amato pubblicata su La Repubblica del 21 luglio 2017)

    L’Italia accelera sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari: l’indicazione del Paese diventa obbligatoria anche per la pasta e per il riso, dopo le norme analoghe in materia di latte e formaggi. Anticipando Bruxelles, che ancora prende tempo sull’attuazione della normativa in materia di etichette trasparenti, ieri il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina e quello dello Sviluppo Economico Carlo Calenda hanno annunciato la firma dei decreti che impongono non solo l’indicazione dei Paesi di produzione delle materie prime per la pasta e il riso, ma anche quelli di molitura per il grano e di lavorazione e confezionamento per il riso.

    Ministro Martina, lei ha parlato di “passaggio storico”. Perché è così importante la firma di questi decreti e perché non si poteva aspettare la normativa europea?

    «Abbiamo scelto di garantire la massima trasparenza ai cittadini, che adesso potranno finalmente leggere nell’etichetta il luogo di coltivazione, il luogo di lavorazione, tutte informazioni fondamentali per i consumatori. Tuteliamo anche i nostri produttori. E infatti non è un caso che l’Europa in questi lunghi anni, dopo l’approvazione del regolamento del 2011, non abbia reso operative quelle scelte di piena trasparenza non è facile. Noi invece non volevamo più aspettare per garantire la tracciabilità e la massima informazione ai cittadini sulle produzioni agroalimentari».

    Ci sono però produttori che obiettano che così l’etichetta non è completa, mancano le indicazioni sui sistemi di coltivazione e di lavorazione.

    «Queste indicazioni sono quelle che ci chiedeva la stragrande maggioranza dei consumatori e dei produttori. Così si irrobustisce la unicità delle produzioni italiane, e questo è una delle leve fondamentali della competitività dell’agroalimentare italiano. A questo punto auspichiamo che questa iniziativa italiana sia da pungolo e da stimolo perché nel più breve tempo possibile il regolamento Ue venga applicato in tutte le sue parti, chiudendo questa lunga fase di incertezza».

    Cosa vi aspettate da Bruxelles?

    «È ora di dare risposte concrete a imprese e cittadini. Serve una normativa europea più forte sull’origine degli alimenti. Col nostro provvedimento, che introduce una sperimentazione di due anni, vogliamo spronare la Commissione a decidere. Fino a quando Bruxelles non darà risposte, però, andremo avanti con determinazione».

    Molte organizzazioni vi chiedono di avere un atteggiamento altrettanto fermo con il Ceta, il trattato di libero scambio con il Canada. Lei ritiene che si sia fatto davvero tutto il possibile per tutelare le produzioni italiane?

    «Il Ceta è un punto di partenza, eppure segna un passo in avanti fondamentale. Io penso che con il lavoro che si è fatto con il Ceta si possa costruire un rafforzamento della protezione della produzione agroalimentare italiana nel mercato canadese. Per la prima volta in assoluto c’è il riconoscimento delle indicazioni geografiche tipiche in alternativa ai marchi, un precedente importantissimo».

    Si è scelto però di tutelare solo 41 delle nostre Dop e Igp.

    «Che rappresentano il 90% di questi prodotti che l’Italia esporta in Canada. Ma accetto la sfida per il futuro, vorrei anch’io andare oltre, tutelarne molte altre».

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    Il mio intervento al Forum nazionale dei Circoli Pd di Milano

    Grazie a tutti per essere qui con noi oggi.
    Al sindaco Beppe Sala.
    Grazie al PD di Milano e della Lombardia per l’impegno e il supporto anche in questa occasione.

    Dare vita a un forum nazionale dei circoli come questo esprime già una precisa scelta politica.

    Significa dare protagonismo prima di tutto a chi, nei territori, vive la militanza e la partecipazione politica come autentico servizio.

    Significa dare centralità al senso di appartenenza a una comunità come la nostra, unica in Italia e in Europa, fatta di tante donne e uomini che partecipano da elettori o da iscritti al nostro impegno.

    Loro, voi, siete un patrimonio civico straordinario che portiamo in dote al paese.
    Altro che partito personale.

    Siamo l’unica forza che può contare su una rete così organizzata.

    Siamo l’unica forza che in tempi di antipolitica militante può mobilitare ancora milioni di persone per la scelta del suo segretario e del suo progetto.

    Sappiamo che non basta.
    Sappiamo di avere ancora limiti da superare e nodi da affrontare.

    Tutto questo però ci deve spingere ad avere sempre di più piedi, cuore e testa dentro il paese reale.

    Nei suoi bisogni, nelle sue speranze, nelle sue attese.

    Noi dobbiamo ringraziarvi per l’esempio che rappresentate nell’Italia dei comuni, delle città, dei borghi.

    E dobbiamo anche chiedervi scusa se a volte, nel confronto dentro il gruppo dirigente nazionale, non riusciamo ancora ad essere all’altezza dell’impegno che portate avanti generosamente in nome di tutti.

    Ci confronteremo anche per questo nelle diverse piazze tematiche che abbiamo organizzato per questa sera.

    Ascolteremo testimonianze e voci che ci aiuteranno a comprendere la portata di alcune grandi sfide che già ci attraversano e ci riguardano.
    Oggi come domani.

    Questa è la prima tappa di un lavoro in profondità che vogliamo portare avanti con coerenza e continuità.

    Sul territorio, come sulla rete.

    Nella consapevolezza che abbiamo una sfida ambiziosa e necessaria.

    Fare un partito nuovo contemporaneo.
    Farlo aperto, inclusivo e radicato, perché la forma è sostanza.

    Un partito pensante e popolare, come abbiamo detto più volte.
    Un partito umile e utile, come ci ha insegnato l’esperienza delle magliette gialle.

    Penso al partito della mediazione sociale.
    Della nuova responsabilità sociale.
    Per riannodare i fili tra bisogni e interessi, fra aspettative individuali e necessità collettive.
    Un progetto in grado di ascoltare e capace di costruire alleanze nella società, con le persone in carne ed ossa, con le associazioni e le comunità, prima ancora che con sigle di partito.

    Questa è la nostra sfida.
    Niente meno di questo, in un tempo che segna la fatica e la crisi del pensiero progressista e riformista ovunque su scala globale.

    Il difficile voto amministrativo che abbiamo alle spalle ci consegna temi fondamentali su cui lavorare da subito.
    Primo fra tutti io credo sia l’astensione che ci ha riguardato in tante realtà, che ha colpito noi e tutto il centrosinistra.

    Fatemi mandare da qui un grande ringraziamento ai nostri amministratori locali.

    Ai sindaci, ai consiglieri del PD e delle esperienze civiche di centrosinistra che con il loro lavoro sono ogni giorno in prima linea per rispondere ai bisogni e alle necessità dei cittadini.

    Conosciamo il peso delle responsabilità che vi siete caricati in questi anni e i temi che devono trovare ancora risposta.

    Anche per questo siamo qui.

    Esattamente due mesi fa, il 30 aprile scorso, quasi due milioni di persone hanno partecipato e scelto non solo un segretario ma una linea politica e un progetto.

    Ora, non sarebbe comprensibile che si ricominciasse daccapo.
    Non sarebbe pensabile aprire un secondo tempo congressuale.
    Non possiamo permettercelo. Sarebbe sbagliato per tutti noi.

    Altra cosa è ascoltare e ascoltarsi per migliorare il nostro lavoro.
    Altra cosa è fare vivere la nostra pluralità di idee come ricchezza per tutti.

    E se siamo qui è perché esattamente dieci anni fa il Partito Democratico nasceva con la missione di portare le ragioni della sinistra italiana e dei riformisti nel secolo nuovo.

    Nessuna comunità politica, nessun progetto collettivo, può esistere e crescere senza una missione. Senza un orizzonte.

    Dieci anni dopo, diciamo senza alcun dubbio, che la nostra missione è ancora questa.

    Ma questa missione, questo orizzonte, oggi, è ancora più complessa di ieri e proprio per questo ancora più necessaria.

    Ecco perché non vogliamo tornare indietro.
    Ecco perché non possiamo rassegnarci a un ritorno a formule figlie di una stagione che non c’è più.

    Perché la necessità storica del PD, ora, non è data tanto da ciò che accade dentro lo spazio che conosciamo della politica, ma da ciò che ancora non conosciamo e sta cambiando radicalmente nella società.

    Sta in quel “cambio di paradigma” dopo la crisi, descritto bene da Mauro Magatti recentemente e nella sua riflessione sulla ricerca di un nuovo baricentro per le democrazie.

    Per questo il tema urgente adesso è attualizzare valori e ragioni del progetto democratico e vivere i mutamenti del nostro tempo.

    Pensate all’irruzione sulla scena di una dinamica emotiva tra razionale e irrazionale, tra falso e vero, completamente nuova.
    La “democrazia a bolle” come l’ha chiamata recentemente Barack Obama, in cui rischiamo di essere imprigionati, che elimina dalla nostra visuale i punti di vista alternativi. Una questione delicatissima.

    Pensate all’irrompere drammatico del nuovo terrorismo internazionale di ultima generazione.

    Alla radicalita’ del fenomeno migratorio che ci riguarda da vicino nel cuore del mediterraneo. Su questo nodo cruciale, fatemi ribadire il nostro sostegno al presidente Gentiloni e al ministro Minniti per gli sforzi che stanno compiendo anche in queste ore in Europa. Perché ci sia consapevolezza della svolta necessaria ormai ineludibile nella gestione dell’accoglienza.

    E pensando ancora ai mutamenti che abbiamo davanti, come non porsi delle domande di fronte alla gigantesca questione ambientale che abbiamo di fronte ai nostri occhi ogni giorno legata ai termini fondamentali della sostenibilità dello sviluppo.

    Alla metamorfosi del lavoro di fronte alla rivoluzione digitale in atto.

    Dieci anni fa, quando nacque il PD, eravamo all’inizio della più radicale crisi economica e sociale dopo il 29.

    Dieci anni dopo, ovunque, ma sopratutto in Italia, le fratture generazionali si sono aperte e la questione giovanile è diventata ancora di più questione nazionale.

    Perché se convivi per troppo tempo con l’idea di una precarietà dell’esistenza, la rabbia e la frustrazione non rimangono comportamenti individuali ma si trasferiscono nello spazio pubblico.

    L’attualità del Partito Democratico sta su queste frontiere, non nella polemica quotidiana da transatlantico.

    Se si comprendesse meglio la portata di queste sfide si capirebbe anche che senza il partito democratico l’argine alle forze populiste e antisistema sarebbe molto più fragile.

    Perché rimane proprio il PD il primo argine a queste derive e bisognerebbe esserne tutti un po’ più consapevoli.

    Ecco perché non ci può essere centrosinistra senza partito democratico.
    Ecco perché a noi non interesserà mai la logica nel nemico-vicino.
    Sia chiaro che non ci definiremo mai contro qualcuno, ma sempre per qualcosa.

    Per questo ha fatto bene il segretario a indicare l’orizzonte Italia 2020.

    Ci interessa guardare negli occhi gli italiani e proporre loro una prospettiva forte per il futuro.

    Diciamo Italia 2020 perché sappiamo che le vere faglie non stanno nel dibattito autoreferenziale della politica, ma nella società e tra i cittadini che sentono sulla loro pelle inquietudini e domande nuove.

    Diciamo Italia 2020 e collochiamo questo orizzonte innanzitutto dentro la sfida per la svolta sociale e politica dell’Europa.
    Come unica alternativa possibile ai rigurgiti nazionalisti e sovranisti.

    Diciamo Italia 2020 e ci poniamo il tema della nuova democrazia economica e sociale. Perché il passaggio che può esserci, dalla società del consumo alla società della condivisione, apre spazi di partecipazione e di lavoro inediti che spetta a una forza come il PD interpretare.

    Diciamo Italia 2020 e ribadiamo che il tema dell’uguaglianza è e sarà ancora il cuore della nostra visione.
    Non smetteremo mai di partire dai più deboli. Da chi soffre, da chi è più insicuro.

    Noi viviamo l’inquietudine di chi sa che non basta un convegno per cambiare lo stato delle cose: occorre sporcarsi le mani, tentare vie nuove, cambiare in radice politiche e strumenti.

    Diciamo Italia 2020 e ribadiamo la nostra ossessione per la centralità del lavoro.
    Per il lavoro di cittadinanza da creare in particolare nel mezzogiorno e verso giovani e donne. Prima di tutto come leva indispensabile di dignità per tutte le persone.

    Diciamo Italia 2020 perché la riforma dello Stato e delle istituzioni e’ ancora un’urgenza e un bisogno democratico indispensabile per riallacciare un rapporto credibile tra poteri pubblici e cittadini.

    Ecco perché rivendichiamo il lavoro di questi anni.

    Dentro un quadro politico difficilissimo, abbiamo dato un senso a questa stagione.
    È stata ed è una stagione di cambiamento utile.

    Dobbiamo continuare.
    Sullo Ius Soli, ad esempio.
    Perché la nuova cittadinanza è un atto di civiltà e ora la legge dopo anni va finalmente approvata prima della pausa estiva.
    Proprio sui diritti di cittadinanza, peraltro, si è svelata la vera natura del movimento cinque stelle che rende meno difficile comprendere anche il loro sostegno alla destra negli ultimi ballottaggi.

    Ma dobbiamo continuare anche a difesa della salute con la scienza, contro semplificazioni devastanti.

    E dobbiamo continuare, ponendoci nuovi obiettivi.

    Penso ad esempio alla battaglia per l’equo compenso.
    Abbiamo ancora troppi giovani professionisti sottopagati e spesso anche non pagati per le loro prestazioni e per questo occorre tornare ad avere dei riferimenti per garantire equità secondo ciò che dice l’articolo 36 della costituzione.

    Dobbiamo continuare.

    Senza arroganza. Senza la pretesa di avere fatto tutto giusto.
    Noi per primi ci poniamo il tema dei limiti che abbiamo vissuto.

    Ma guai a non vedere i passi avanti fatti.

    Sul lavoro e sull’economia.
    Sui redditi e sulla lotta alle povertà.
    Sui diritti, sulla giustizia, sul sapere, sulla cultura.

    Anche i dati di queste ore sul potere d’acquisto delle famiglie così come quelli sulla crescita economica sono lì a dimostrarlo più di ogni altra parola.

    Se cercate la sinistra la trovate nell’introduzione per la prima volta nella storia di questo paese del reddito di inclusione contro la povertà per oltre 600mila famiglie.

    Se cercate la sinistra la trovate nel superamento di Equitalia, da domani.

    La trovate nei 19 miliardi di recupero di evasione fiscale del 2016 e nella diminuzione della pressione fiscale per famiglie e imprese.

    La trovate nell’anticipo pensionistico finalmente attivo e già chiesto ad oggi da oltre 30mila persone.

    Nelle otto salvaguardie per gli esodati della legge Fornero.

    La trovate nel bonus cultura che ha interessato 350mila ragazzi.

    Se cercate la sinistra la trovate anche nella quattordicesima estesa da domani a tre milioni e mezzo di pensionati.

    Ma la trovate ancora nelle unioni civili, nella legge contro il caporalato, nella norma contro i licenziamenti in bianco, nella legge sugli ecoreati, nel ripristino del falso in bilancio, nelle scelte contro la corruzione e per la legalità.

    E continuo a pensare che avere indicato in questo tempo difficile l’impegno “per ogni euro in sicurezza, un euro in cultura” sia stata la responsabilità più qualificante per essere coerenti con i nostri valori.

    Questi siamo noi.

    E’ tutto? Certo che no.

    Siamo i primi a vivere l’inquietudine di chi sa che ancora molto deve essere fatto.

    Da qui ai prossimi mesi lavoreremo su tutto questo.

    Sul progetto. Sulle idee. Sulle scelte. Sulle prospettive.
    Non sulle polemiche, non sui personalismi, né tantomeno sui destini personali.

    Per fare questo lanciamo qui oggi insieme il Forum programmatico nazionale per l’autunno.

    Sarà quello il momento fondamentale della sintesi sulle idee, sulle azioni e sulle responsabilità che vogliamo prenderci per il futuro dell’Italia.

    Dopo la festa nazionale che quest’anno terremo a Imola dal 9 al 24 settembre ci metteremo in viaggio per l’Italia e la percorreremo in treno ascoltando e incontrando territori, cittadini, associazioni.

    Sarà anche questa un’occasione straordinaria per essere all’altezza delle persone che vogliamo rappresentare.

    Ascolteremo tutti, ci conforteremo con chiunque. Guarderemo sempre avanti.

    Dove ci sarà un confronto sulle idee, ci saremo noi.
    Dove ci saranno scontri sulle persone, o peggio ancora veti sulle persone, non ci troverete.

    La posta in gioco è troppo alta per commettere certi errori già vissuti.

    Vasco Rossi in “Un mondo migliore”, la canzone con cui abbiamo aperto, a un certo punto scrive: “Non è facile pensare di cambiare le abitudini di tutta una stagione”

    Non sarà facile nemmeno per noi, ma in fondo siamo nati proprio per questo: per provarci.

    Buon lavoro a tutti. Avanti, insieme.

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    Gori è la persona giusta. È tempo di portare un sindaco alla guida della Lombardia

    (Intervista a firma di Andrea Montanari, pubblicata su la Repubblica – Milano del 28 giugno 2017)

    Giorgio Gori è la persona giusta per sfidare Roberto Maroni alle elezioni regionali. Spero che il Pd lombardo proponga la sua candidatura nel lavoro che sta facendo per preparare bene questa sfida e che mi auguro possa completarsi e arricchirsi con il nome di Giorgio». Maurizio Martina, vicesegretario nazionale del Pd e ministro alle Politiche agricole annuncia il suo appoggio alla candidatura in Regione del sindaco di Bergamo.

    Martina, il suo quindi è un passo indietro rispetto a una sua possibile candidatura?

    «Io sono per lavorare alla candidatura di Giorgio all’interno di una squadra larga e penso che lui possa interpretare al meglio la sfida a Maroni. Questo è il pensiero che ho consegnato al segretario lombardo del Pd, Alfieri e sono ben consapevole che toccherà al Pd e alla coalizione fare le scelte per la candidatura. Penso che Giorgio sia la persona giusta per sfidare Maroni. Io mi metto, per la mia quota di responsabilità, al servizio di un lavoro di squadra con lui come capitano».

    Perché è convinto che Gori sia il candidato giusto?

    «Credo che oggi occorra un sindaco alla guida della Regione. Sarebbe la prima volta di una candidatura di un sindaco lombardo alla presidenza della Lombardia. Questo sarebbe un dato importante».

    In che senso?

    «Perché vorrebbe dire portare al Pirellone l’esperienza, la sensibilità e lo stile di chi ha fatto il primo cittadino nella comunità di un territorio. Sarebbe la caratterizzazione forte del progetto di centrosinistra che dobbiamo animare in Lombardia. Giorgio è la persona giusta per ragionare a un progetto civico aperto, dal tratto lombardo. Quindi con forti elementi di autonomia e di originalità figlie delle esperienze lombarde. Spero che il centrosinistra lavori a questa idea in modo unitario e aperto. Coinvolgendo persone, energie di tutti i territori, ben oltre le appartenenze classiche. Gori può interpretare un progetto di cambiamento e di innovazione verso la Lombardia del 2020».

    Come?

    «Provando a proporre ai lombardi un modello di Regione in cui protezione dei cittadini e promozione dei territori e dei sistemi produttivi stiano insieme. Credo che ci siano tutte le condizioni perché questo progetto cresca e si affermi».

    Gori sostiene che il Pd, però, deve essere sì centrale, ma anche umile e in grado di dialogare.

    «Condivido il ragionamento Penso che le condizioni per fare questo lavoro ci siano. Ho sempre pensato che il Pd sia fondamentale per il successo di una proposta alternativa alla destra, ma anche che questo lavoro debba essere fatto in modo largo e aperto. Penso a un Pd dentro a un progetto aperto e all’interno di un lavoro di coalizione che coinvolga più energie dentro una forte di prospettiva per la Lombardia».

    Si spieghi meglio

    «È necessario coinvolgere personalità civiche che sono protagoniste delle comunità locali, dei mondi sociali ed economici. Accanto ad un candidato forte ci deve essere una squadra forte, plurale, aperta. Nel segno della novità. Rispetto a una destra che si chiude in dinamiche politiche strette tra partiti, la nostra chiave di lavoro deve essere rivolta alla società. Come Giorgio penso che ogni passaggio elettorale sia una storia a sé e per questo credo che ci siano tutte le condizioni perché partendo per tempo si dia forza a un progetto competitivo in grado di vincere sulla proposta di Maroni. Credo che oggi questo centrodestra non abbia più molto da dire. Dà segni di fragilità».

    Il modello Lombardia, però, vince.

    «Non vedo una proposta forte in grado di portare la Lombardia verso un futuro. Vedo solo propaganda. Emblematico è il caso del referendum sull’autonomia. Sono per sfidare la destra sulle occasioni mancate in questi anni. Che non riesce a reggere la competizione con le altre regioni motori d’Europa. La Lombardia ha bisogno di un altro passo».

    Servono ancora le primarie?

    «Tocca al tavolo di lavoro della coalizione in Lombardia prendere una decisione. Voglio riconoscere il lavoro che sta facendo il Pd lombardo per allargare questo lavoro. Mi auguro si lavori per allargare il campo anche ad altri protagonisti».

    Le sembra facile dopo la batosta ai ballottaggi?

    «Dobbiamo essere molto seri. È evidente che il passaggio del voto amministrativo è stato per noi difficile. Io penso, però, che le condizioni per costruire un progetto forte, civico e competitivo sulla Lombardia ci siano tutte. Ogni voto è una partita a sè. E qui in ballo c’è un cambiamento utile per la Lombardia. Penso che Gori possa interpretarlo in modo aperto e partecipato e che abbia la possibilità di fare una proposta nuova vincente sulla destra».

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    Non minimizziamo, certe sconfitte bruciano. Il centrosinistra? No a coalizioni astratte

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino, pubblicata su Il Corriere della Sera del 27 giugno 2017)

    Maurizio Martina, è andata male o, come dice Matteo Renzi, «poteva andare meglio»?

    «Dobbiamo leggere la complessità del passaggio, non ci nascondiamo che il segno non è quello che volevamo».

    Che segno?

    «Ci sono sconfitte che fanno male, che bruciano. E un messaggio da recepire, che muove prima di tutto dall’astensione. In alcune realtà, poi, ci siamo seduti su noi stessi o abbiamo sbagliato strada. Non dobbiamo minimizzare».

    Genova, Pistoia, L’Aquila: sconfitte clamorose. C’è un dato comune?

    «C’è una sofferenza che noi per primi vediamo. E dentro questo vuoto, senza mettere bandierine, ci sono anche affermazioni importanti da valorizzare, come quelle di Padova, Lecce e Taranto. Anche riflettendo su queste esperienze possiamo riorganizzare il lavoro e rilanciare la nostra sfida».

    E come si fa?

    «Domani (oggi, ndr) è un anniversario importante: sono passati dieci anni dal Lingotto di Walter Veltroni. Un momento che ha segnato una tappa fondamentale per il Pd».

    Perché?

    «Perché quella proposta rimane di straordinaria attualità. C’era una visione dell’Italia e del cambiamento necessario. Penso ad alcuni nodi cruciali: la questione della precarietà generazionale, la sfida demografica, il nuovo nesso cittadinanza-sicurezza, la modernizzazione dello Stato».

    Non è quello di cui si discute ora.

    «La competizione con la destra si misurerà anche sulla capacità di uscire da una discussione tattica e politicista fatta di formule. Dobbiamo superare l’asfissia del dibattito interno al ceto politico, che rischia di essere lontano dal Paese reale, e rilanciare lo spirito originario del Pd».

    In che modo?

    «Anche scrollandoci di dosso questa dinamica per la quale il Pd viene vissuto come il capro espiatorio di tutto. Per farlo, tocca a noi il rilancio progettuale con una iniziativa aperta e inclusiva che si misuri con i temi del cambiamento del Paese e con la vita delle persone. Ci concentreremo sul progetto alternativo alla destra e ai 5 Stelle. E questa alternatività deve essere esaltata. Anche perché dove la destra si riorganizza, può far male».

    C’è chi dice che in questa tornata la formula del centrosinistra ha perso (vedi Roberto Giachetti) e chi vuole rilanciarlo (vedi Andrea Orlando).

    «Queste amministrative segnalano anche l’insufficienza dell’idea coalizionale se si rimane in superficie e non si affrontano le ragioni dello stare insieme. Io mi batto per un Pd inclusivo e non ho paura di un confronto largo. Ma se la scelta della coalizione resta astratta o confusa, è insufficiente. Per questo dico che occorre rilanciare dallo spirito del Lingotto: aperti e inclusivi guardando agli italiani e alla società, prima che ai soggetti politici».

    Anche Renzi deve cambiare rotta?

    «Renzi condivide questo spirito e stiamo lavorando per costruire le basi del lavoro da fare».

    I 5 Stelle sembrano aver perso il loro slancio: la loro avanzata è destinata a frenare oppure no?

    «Il M55 esce sconfitto da queste elezioni. Alla prova del radicamento territoriale, si sono rivelati fragili e senza bussola. Detto questo, non mi nascondo che i 5 Stelle rappresentano ancora un’insidia molto forte, soprattutto nella rappresentazione del dualismo establishment e anti establishment. E resta insidiosa anche la destra, sia pure a trazione salviniana: quando riesce a organizzarsi con un’offerta elettorale che ha una parvenza di unità, risulta pericolosamente competitiva».

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    Senza le nuove regole più lavoro nero. Manifesta pure chi ha votato la fiducia

    (Intervista a firma di Andrea Bassi pubblicata su Il Messaggero del 18 giugno 2017)

    I toni sono quelli della piazza. Duri. Anzi, durissimi. Con il leader della Cgil, Susanna Camusso, che ha parlato di uno schiaffo alla democrazia, di un governo che agito pur non avendo il consenso del Paese.

    Una voce alla quale si è aggiunto in coro tutto il variegato mondo della sinistra , da Rifondazione Comunista ad Articolol-Mdp, fino a Sinistra italiana. Ma il governo non ci sta e difende il provvedimento che riscrive le norme sul lavoro occasionale approvate insieme alla manovrina di correzione dei conti pubblici. E lo fa per bocca del ministro delle Politiche agricole e vice segretario del Partito democratico Maurizio Martina, che ieri era a Crema per sostenere la candidata del Pd, Stefania Bonaldi, che domenica prossima dovrà affrontare al ballottaggio Chicco Zucchi, candidato di una lista civica sostenuta dal centrodestra.

    Ministro, Susanna Camusso dal palco ha usato toni molto duri. Ha parlato di schiaffo alla democrazia e di voto rubato agli elettori.

    «Noi rispettiamo la piazza di ieri anche se abbiamo un’opinione diversa. È stato importante che il governo abbia abolito i vecchi voucher, troppo esposti in passato ad abusi e storture a danno dei lavoratori. Ricordiamoci tutti inoltre che i voucher non sono stati introdotti recentemente ma diversi anni fa. Oggi i nuovi strumenti individuati, utilizzabili da famiglie e imprese, sono invece regolati e controllati molto meglio a garanzia prima di tutto dei lavoratori stessi. C’è la tracciabilità totale attraverso l’Inps».

    Avevate, come sostiene il leader della Cgil, paura di affrontare un altro referendum dopo la bocciatura del 4 dicembre?

    «Noi abbiamo condiviso l’obiettivo di superare i vecchi voucher e ci siamo assunti le nostre responsabilità come un governo deve fare lavorando ad una norma di legge».

    Il sindacato ha anche annunciato un nuovo ricorso alla Consulta. La preoccupa?

    «No. Ma in ogni caso seguiremo con attenzione anche questo passaggio nel pieno rispetto di ciò che la Consulta dirà».

    La manifestazione della Cgil ha raccolto diversi consensi. Anche quello di Giuliano Pisapia, alle cui mosse il Partito democratico guarda con interesse. Come valuta questa posizione?

    «Anche in questo caso abbiamo il massimo rispetto per posizioni diverse dalle nostre. Segnalo comunque che i senatori di Campo Progressista hanno votato come noi la fiducia sulla manovra proprio pochi giorni fa».

    Nel merito del provvedimento contestato dal sindacato e dalla sinistra è entrato anche l’Ufficio parlamentare di bilancio. I tecnici sostengono che le nuove norme superano diverse storture delle precedenti regole, ma hanno ancora dei “bug”. Come quello dei tre giorni dati al datore per cancellare la prestazione. Una norma, dice l’Ufficio parlamentare di bilancio, che favorirebbe il lavoro nero.

    «Io credo che si capirà fra qualche tempo, quando i nuovi strumenti saranno a pieno regime, che il Libretto Famiglia e il contratto di prestazione occasionale per le imprese sono strumenti a garanzia dei lavoratori contro il lavoro nero. Anzi, le dico una cosa».

    Prego.

    «Senza le nuove regole il rischio sarebbe stato di un aumento del lavoro sommerso e irregolare».

    Sbaglia dunque l’Ufficio parlamentare di bilancio?

    «Non dico questo. Dico che c’è ancora molto da fare, ma le scelte fatte stanno dando frutti importanti. Il Libretto Famiglia e i contratti di prestazione occasionale per le imprese sono totalmente tracciati, sotto il controllo dell’Inps e con limiti d’impegno chiari. Molto più di quanto abbiamo lasciato con i vecchi voucher che tutti potevano comprare persino dal tabaccaio. Il nostro impegno per la dignità e diritti nel lavoro non si ferma».

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    Ius soli: scelta di civiltà di sinistra. In corso inciucio populista di destra tra Lega e M5S

    (Intervista a firma di Tommaso Ciriaco pubblicata su La Repubblica del 16 giugno 2017)

    Il Pd non arretrerà di un centimetro per portare a casa una legge sullo Ius soli, promette il vicesegretario dem Maurizio Martina. «E mentre lavoriamo a questo obiettivo, assistiamo all’ inciucio populista di destra tra Lega e Movimento cinque stelle».

    Lo scontro sul provvedimento è stato brutale, al Senato. Come lo giudica?

    «Un’indegna, inaccettabile bagarre. È intollerabile che la Lega cerchi di ostacolare una discussione in Aula, la democrazia vive del confronto e di regole. Queste provocazioni sono andate oltre la soglia di guardia. E quanto accaduto a Valeria Fedeli è il frutto di atteggiamenti radicali e intolleranti, da condannare. Non ci fermeranno, comunque».

    È una scelta impegnativa, in questa fase storica così turbolenta, dove il dibattito sull’immigrazione è acceso e le ricette in Europa assai diverse tra loro. È la direzione giusta?

    «Lo è. Non mi sfugge che si tratta di una decisione che in Europa si segnala come coraggiosa. Ma è un modo per dare a bambini e ragazzi che sono già italiani la piena cittadinanza: devono avere gli stessi diritti e doveri dei miei figli».

    La maggioranza renziana sta dando il meglio di sé nel campo dei diritti, a suo avviso?

    «Rivendico – e non da oggi – le scelte di civiltà che abbiamo compiuto. Di sinistra, democratiche e progressiste, compiute sulla frontiera dei diritti. Alcuni, da sinistra, accusano sempre il Pd, ma parlano i fatti».

    La contrarietà dei cinquestelle, invece, cosa dimostra?

    «C’è un tweet che ho appena letto che recita: “Il Movimento è la destra che non osa dire il suo nome”. È così, altro che francescani…”».

    Volete portare questa legge a casa, anche a costo di mettere la fiducia?

    «Penso che non dobbiamo escludere nulla».

    Il terreno dei diritti può servire a ricostruire il centrosinistra assieme a Pisapia?

    «Intanto lo Ius soli non è la scelta di una parte, ma più semplicemente la scelta giusta. Detto questo, leggi così si approvano se c’è un Pd forte. A chi a sinistra si è cullato nell’idea di dialogare con i cinque stelle, chiedo: pensate ancora che sarebbe meglio dialogare con loro che con noi? E ritenete ancora possibile confrontarsi con chi ha sostenuto che i gommoni nel Mediterraneo erano taxi? Ormai la virata a destra di Grillo, della Raggi e del Movimento è evidente».

    Insisto: con Pisapia è possibile un accordo?

    «Il Pd deve fare il suo lavoro di proposta. Dialogando, assumendosi le sue responsabilità, confrontandosi per il bene del centrosinistra. Noi non ci sottraiamo a un dialogo aperto».

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    5 Stelle irresponsabili

    (intervista a firma di Alberto Gentili pubblicata su Il Messaggero del 09.06.2017)

    Ministro Martina, il tedesco è morto in culla.
    «Prima delle commemorazioni è il caso di manifestare il grande rammarico per ciò cui abbiamo assistito nell’aula della Camera. Il Pd ha lavorato in queste settimane a un’intesa larga, rinunciando a diverse delle proprie idee e impostazioni, per una legge elettorale che raccogliesse il più largo consenso possibile. Ebbene, aver visto esplodere l’inaffidabilità totale dei Cinquestelle che hanno votato in massa un emendamento di Forza Italia, lascia basiti. Il Paese ha avuto la prova provata della loro irresponsabilità e inaffidabilità».

    Grillo sostiene che la legge l’avete affossata voi.
    «E’ ridicolo. Ci sono dati evidenti di un voto organizzato dei Cinquestelle a sostegno dell’emendamento forzista, fuori dall’accordo costruito faticosamente in Commissione. Questo è il dato politico: è stata violata un’intesa delicata e importante in modo surrettizio, senza avere il coraggio di dirlo chiaramente ai cittadini. Ha vinto tra i Cinquestelle la fazione oltranzista e radicale. Ha vinto chi da giorni voleva far saltare il banco: la guida estremista del Movimento grillino ha preso il sopravvento».

    Nel Pd c’è chi, come Orlando, ritiene che non sia stata una brillante idea legare la legge elettorale alle elezioni anticipate. Non ha tutti i torti, non crede?
    «In questi giorni e settimane abbiamo avuto in testa esclusivamente l’accordo sulla legge elettorale. Era, ed è, un dovere da parte nostra lavorare su questo fronte. E’ una necessità del Paese e una forza responsabile fa questo. Ma oggi il dato politico è l’esplosione delle contraddizioni nel Movimento 5Stelle che non regge il tema della responsabilità. Il Paese deve chiedere conto ai grillini della loro inaffidabilità».

    Ma adesso cosa succede?
    «Ci concentriamo sulle elezioni amministrative dei prossimi giorni. E poi valuteremo le condizioni. E’ chiaro però che il colpo è duro».

    Il sistema tedesco è morto o no?
    «L’accordo è saltato. Ed è saltato, ripeto, per colpa dei 5Stelle».

    Pensa sia possibile tentare un’intesa con Berlusconi e Salvini?
    «Mi sembra molto complicato. Adesso, però, è il momento della riflessione».

    C’è chi propone di andare al voto con il doppio Consultellum o con un decreto. D’accordo?
    «Serve equilibrio e occorre far decantare le acque. Ci prendiamo il tempo per capire cosa abbiamo davanti e come intendono agire le forze con cui avevamo tentato l’intesa. Insomma, va valutata la praticabilità del campo».

    Questa battuta d’arresto allontana le elezioni anticipate in autunno?
    «Gli scenari andranno valutati con calma».

    Però la maggioranza di governo non sta in piedi…
    «Non possiamo nasconderci che oggi la maggioranza è estremamente fragile. Abbiamo Mdp che vota quasi sempre contro il governo e con Alfano i rapporti sono decisamente difficili».

    Si può andare avanti con il governo Gentiloni o no?
    «Il governo stia concentrato sui suoi impegni. Valuteremo la situazione nei prossimi giorni. Di fronte a ciò che è accaduto sarebbe sbagliato affrettare le decisioni. Ci prendiamo il tempo di una riflessione responsabile verso il Paese».

    Rinunciare al voto in autunno potrebbe risultare salutare per Renzi. Prima Letta, poi Prodi, infine Napolitano: sulla testa del suo segretario è piovuta una scomunica al giorno.
    «Abbiamo tentato di fare un lavoro sulla legge elettorale con il più ampio consenso possibile. Questa responsabilità è stata ripagata con l’inaffidabilità. Riguardo alle critiche, ritengo che tutte le opinioni vadano ascoltate, soprattutto se vengono da personalità del centrosinistra. ‘Fante volte si converge, altre volte si dissente. Non drammatizzo, né sottovaluto. Si ragiona insieme. Difendo e rivendico comunque il tentativo fatto dal Pd di arrivare a una legge elettorale la più condivisa possibile. E lo difendo e lo rivendico perché era una via che andava esplorata a costo di mediare e di rinunciare ad alcuni principi a noi cari. Naturalmente ciò che è successo crea un cambio di fase».

    Il capogruppo Rosato dice che se il Pd dopo le elezioni dovrà fare un’alleanza di governo, sarà meglio farla con D’Alema piuttosto che con Berlusconi. Condivide?
    «Non ho mai avuto alcun dubbio sul fatto che la nostra prospettiva rimanga quella di essere una forza alternativa a Berlusconi, Salvini e Grillo. E’ del tutto evidente che noi siamo e saremo la forza principale avversaria della destra e dei grillini. Quanto a D’Alema, mi sembra più interessato a sconfiggere il Pd che non la destra».

    Le ferite della scissione restano aperte.
    «Non c’è alcun dubbio che chi ha compiuto quell’atto di rottura ha consumato un passaggio doloroso e per me un grave errore. Ma il Pd rimane disponibile a ragionare con le forze che vogliono collaborare e non confliggere nell’ambito del centrosinistra»

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    «Nuovi partiti? Senza di noi non esiste il centrosinistra»

    (Intervista a firma di Francesco Verderami pubblicata sul Corriere della Sera del 01.06.17)

    «Il dialogo sulla legge elettorale tra Pd, Forza Italia, M5s e Lega ha un valore di pacificazione. Pur con tutti gli interrogativi di prospettiva che pone, il fatto che si stia lavorando per costruire sulle regole una larga condivisione è una novità utile non banale, che può farci superare alcune fratture profonde del passato». Da vicesegretario democrat, Maurizio Martina tiene a evidenziare la novità di metodo nella trattativa sulla legge elettorale. Sebbene da ministro dell’Agricoltura debba fare i conti con il collega Angelino Alfano, a cui Matteo Renzi ha dato il benservito dopo anni di governo: «Non c’è stata nessuna logica vendicativa. Sulla legge elettorale abbiamo valutazioni differenti, e capisco che questo modello di voto apra per Ap una sfida difficile quanto ambiziosa. Ma rivendico il lavoro svolto insieme in una legislatura che era nata morta e che invece ha aiutato il Paese».

    Magari la soglia al 5% ha l’obiettivo anche di impedire l’arrivo in parlamento di una sinistra extra-Democratica.

    «Non mi pare, visto che Mdp e Si concordano. Semmai sono convinto che, se il “tedesco” verrà approvato, il Pd dovrà caricarsi di una forte ambizione: aprirsi ancora di più come forza pluralista, sociale, civica».

    Intanto Pisapia ha lanciato per luglio un’assemblea nazionale per dare vita a un nuovo soggetto politico.

    «Non so come evolverà quel percorso. Sulla stessa legge elettorale hanno opinioni diverse. Io credo fermamente che non ci sia centrosinistra senza il Partito democratico».

    E lei sembra fare la parte del poliziotto buono. Renzi teme nemici a sinistra?

    «Nessun timore. Noi dobbiamo sviluppare fino in fondo la nostra natura di partito del centrosinistra perché questa è la nostra casa. Personalmente ripartirei da Adriano Olivetti e dalla sua ambizione perché l’Italia fosse il Paese della via nuova tra stato e mercato. Tanto più oggi dopo l’esperienza liberista e la crisi economica il tema e questo. Vuole dire proporre un altro modello di sviluppo e di società. Vuole dire nuova centralità del lavoro e della comunità. E soprattutto un orizzonte europeo. Su questo e su altro siamo pronti al confronto».

    Il fatto che ripeta sempre «centrosinistra» nasce dalla preoccupazione che il seme di Romano Prodi possa germogliare in un altro campo?

    «Il Pd è figlio dell’Ulivo e questo cordone ombelicale non lo taglierà nessuno. La nostra radice è ulivista».

    Vi accusano…

    «Chi ci accusa: chi ha ammazzato l’ulivo?».

    Pisapia non ha ammazzato l’Ulivo e anche lui vede una deriva centrista del Pd.

    «Non esiste, con qualsiasi legge elettorale la nostra prospettiva è e rimane il centrosinistra. Né si può far finta di non vedere che lo scenario politico è mutato dopo la sconfitta del referendum costituzionale. Anche la legge elettorale è figlia del risultato del 4 dicembre. Senza dimenticare che — in un sistema tripolare — nemmeno il maggioritario può garantire la stabilità».

    Quindi vi candidate a governare con le larghe intese.

    «Noi ci candideremo a guidare il Paese con un progetto chiaramente alternativo alla destra e ai Cinquestelle. Non penso, come ha sostenuto Andrea Orlando, che il proporzionale faccia sparire la parola centrosinistra. Mentre concordo con lui quando dice che è necessario un programma a carattere fortemente sociale. Su questo lavoreremo insieme con grande determinazione. E più larga sarà l’intesa sulla legge elettorale, più chiara dovrà essere la competizione in campagna elettorale. La differenza la faranno i contenuti».

    Ma il risultato, con il «tedesco», lo daranno i numeri.

    «Ambisco a stare nella logica tedesca, dove Spd e Cdu sono partiti chiaramente alternativi e si sfidano cercando consensi con l’obiettivo di guidare il Paese».

    Poi però fanno anche governi di coalizione. In tal senso il nostro Paese è pronto a imitare la Germania?

    «Non è questo il punto. Il nostro Paese deve poter scegliere tra proposte diverse perché differenti sono le prospettive per il futuro. E il Pd, chiusa l’intesa sulle regole, dovrà preparare la sua proposta per l’Italia».

    Servirebbe tempo allora…

    «Il nostro congresso non è stata solo una conta, ma anche un’esperienza unica che ha coinvolto migliaia di persone per iniziare questo lavoro sulle idee, le priorità e il progetto».

    Perché Renzi sembra aver fretta del voto: ritiene si debba avere entro l’anno un governo capace di contrattare con l’Europa, mettendo in conto anche un’eventuale procedura d’infrazione.

    «Non mi pare che le cose stiano così, calma. Concentriamoci ora sulla legge elettorale. Solo dopo si aprirà un nuovo scenario. E allora ci confronteremo sulle differenti strategie per affrontare i problemi macro-economici del Paese».

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