• Apriamo il Pd al popolo delle piazze. Saremo i “Democratici”

    Intervista pubblicata su La Stampa il 13 dicembre a firma di Carlo Bertini

     

    Contesta a Salvini e Di Maio la manovra che rischia di portare il paese in recessione e annuncia che dopo il congresso il Pd dovrà trasformarsi in una forza più larga, i Democratici italiani: aprendosi alla società civile e al popolo che ha animato le piazze anti-governative in questi mesi. Augurandosi che Renzi non costruisca un nuovo partito, perché «ogni divisione del centrosinistra è un regalo alla destra». Così Maurizio Martina conta di battere Nicola Zingaretti al congresso Pd.

    Ma voi del Pd cosa proponete sulle pensioni e il reddito di cittadinanza?

    «Sulla povertà, chiediamo di fermare questo inutile gioco propagandistico e di puntare tutto sull’allargamento del reddito di inclusione che abbiamo voluto noi e che può essere esteso integrandolo di 3 miliardi per allargare la platea e raggiungere 4 milioni di persone: più efficace perchè poggia sull’operatività dei comuni».

    E per le pensioni?

    «Due proposte: fermare questo cortocircuito che produce quota cento, stabilizzando l’anticipo pensionistico sociale, allargare la platea dei lavori gravosi, fare la nona salvaguardia per gli esodati. E cominciare a sperimentare l’assegno pensionistico per i giovani con carriere contributive discontinue. Un assegno base per dare una garanzia a chi non ha continuità contributiva con uno strumento universale. Gli stessi miliardi che hanno messo su quota 100 possono essere spesi meglio e meno».

    Rispetto ai bisogni profondi espressi con le scelte elettorali di marzo, che alternative offre oggi il Pd? Salvini rassicura quella fascia di popolazione che chiede sicurezza, Di Maio i più colpiti dalla crisi. E voi?

    «Noi non offriamo illusioni ma serietà: basta propaganda, ma concretezza. Dobbiamo partire dalla questione sociale, dalla lotta alle disuguaglianze e dobbiamo dialogare con i ceti produttivi preoccupati dalle misure su economia, infrastrutture e sviluppo. E da un’idea di blocco del paese e degli investimenti come la Tav che fa male all’Italia».

    Cosa pensa delle ultime mosse di Macron? Secondo lei ha fatto bene ad aprire una crepa nel blocco dei gilet gialli aprendo alle loro richieste o ha sbagliato a promettere quei cento euro a chi ha messo a ferro e fuoco la Francia?

    «Oggi Macron vive un momento difficile, ma tentare un dialogo con chi ha manifestato e provare a fare dei passi per sanare questa frattura credo sia un tentativo comprensibile. E anche in Italia dobbiamo guardare in faccia la questione salariale, che è cruciale, di tanti lavoratori troppo spesso sottopagati. E’ un tema decisivo che il Pd deve saper affrontare, lanciando anche la sfida della partecipazione dei lavoratori agli utili di impresa e del salario minimo legale per chi non è coperto da contratto nazionale. Questi i nostri temi che fanno la differenza con questa maggioranza».

    Osservando il vostro congresso viene però da chiedersi a cosa serva. In poche parole, saprebbe dire quali sono le differenze tra lei e Zingaretti, i favoriti per la vittoria?

    «Io mi candido a fare solo il segretario e in questi mesi duri ho lavoratori ogni giorno per l’unità del Pd. La nostra proposta guarda più al futuro non si rivolge al passato. Bisogna rompere vecchi schemi oltre le correnti e le aree viste fino a qui. Noi non bastiamo ma siamo fondamentali per l’alternativa questa destra».

    Che vuol dire non bastiamo? Vuole andare anche lei oltre il pd?

    «Propongo che la prossima assemblea nazionale Pd lanci un percorso costituente che coinvolga dopo le europee tante energie del campo riformista e democratico che sta fuori da noi. Penso alle piazze che hanno coinvolto tanti cittadini, dando un messaggio di grande disponibilità a costruire un nuovo progetto, senza ansia di definirne la forma. Possiamo passare dal Pd ai Democratici italiani, ma gli strumenti sono conseguenti all’obiettivo. E poi serve un governo ombra per l’alternativa a questa maggioranza che impegni anche esponenti della società civile».

    Cosa pensa dell’ex segretario Renzi che irride il congresso del «Piddì-piddò»?

    «Offro rispetto e chiedo rispetto per questa comunità di iscritti, militanti, elettori. Cittadini appassionati che credono nella buona politica. Le sorti del pd sono decisive per il paese. Quindi basta polemiche, basta battute con toni e argomenti irridenti».

    Pensa che Renzi stia costruendo una nuova formazione?

    «Mi auguro di no e penso che qualsiasi divisione del fronte di centro sinistra sia un regalo alla destra».

     

  • Dividerci sarebbe una follia. Non faremo accordi a tavolino

    Intervista pubblica sul Corriere delle sera il 7 dicembre a firma di Monica Guerzoni

    C’è chi spara fiamme su quel che resta del Pd e chi getta acqua per placare l’incendio, scandendo parole come rispetto, unità, responsabilità. E se molti paventano la fine del partito, l’ex segretario Maurizio Martina lavora per scongiurare una devastante scissione.

    Marco Minniti si è ritirato perché non poteva vincere, o perché non aveva il sostegno di Renzi?

    «voglio esprimere massimo rispetto per questa scelta e per come Minniti, che io ritengo una energia fondamentale per il Pd, ha deciso di compiere questo passo. Il congresso serve a ripensare il rapporto del Pd con il Paese e dobbiamo essere tutti all’altezza della responsabilità che abbiamo in questo passaggio. Tanto più di fronte a un governo come questo, che sta facendo scelte pericolose per gli italiani».

    Chiederà a Minniti di sostenere la sua candidatura?

    «Non dobbiamo affrontare il percorso congressuale col pallottoliere, nella logica stretta di chi sostiene chi. Io ho sempre chiesto di poter fare un congresso sulle idee, prima ancora che sui posizionamenti, sulle percentuali e sui nomi. Abbiamo bisogno di chiarezza e di unità».

    L’unica donna in corsa, Maria Saladino, invita i «galantuomini» suoi avversari a ritirarsi. Lei ha mai pensato di lasciare il campo a Zingaretti?

    «Ma no! Pregherei tutti di non complicare una situazione già complicata. Non saranno accordi a tavolino a rilanciare il Pd. Si è mai visto un congresso con una sola ipotesi in campo? È giusto che alle primarie si esprimano, nella chiarezza, posizioni diverse. Dobbiamo dare tutti una mano a questo lavoro, che può essere straordinario se si abbandonano tatticismi».

    Qualcuno gioca al massacro, come ha denunciato Zingaretti?

    «Mi auguro che nessuno voglia giocare al ribasso. Per quel che mi riguarda ho sempre lavorato per tenere assieme pluralità e unità. Dobbiamo discutere di come stiamo dentro per rilanciare il progetto e non di come si esce».

    Renzi lancerà la «cosa nuova» alle europee?

    «Mi auguro assolutamente che non accada. Se ci fosse nel nostro campo un’altra scissione sarebbe una follia. Chi divide il fronte rischia di fare un grande piacere a 5stelle e destra».

    Per Minniti sarebbe un regalo ai populisti.

    «L’ho sempre pensato. Davanti ad altre divisioni a sinistra il giudizio di tutti noi è stato molto severo. La storia si è incaricata di dimostrare che quel passaggio è stato un errore e io non voglio che quel film si ripeta».

    Dice che Renzi rischia di fermarsi al 3%, come Leu?

    «Dico che il fronte va unito e allargato, non diviso».

    L’ex premier è solo contro tutti e rimprovera voi ex Ds di pensare solo alla «ditta», mentre lui pensa al Paese.

    «Io faccio la mia parte per il Pd e per il Paese. Ho girato in lungo e in largo in questi mesi per riportare la nostra voce in luoghi cruciali: da Taranto a Genova, alla nostra grande manifestazione di Piazza del popolo. Da quando ci siamo candidati abbiamo proposto di legare le primarie alla raccolta di firme per un referendum abrogativo del decreto Salvini, pericoloso per il Paese. Ieri abbiamo lanciato l’idea di far nascere dopo le primarie un governo ombra per l’alternativa. dobbiamo allargare, aprire porte e finestre».

    Se vince lei, richiamerá nel Pd Bersani e D’alema?

    «No, si fermi. Non è una questione di gruppi dirigenti, ma di elettori che il 4 marzo non ci hanno votato, hanno dato il consenso a qualche forza della maggioranza e ora sono arrabbiati e disillusi. L’alternativa si costruisce nel Paese, non con qualche riunione tra big».

    È pronto ad allearsi con il M5s per fermare la destra?

    «I 5stelle si sono dimostrati succubi, ostaggi dell’egemonia della Lega e purtroppo non vedo segnali di autonomia. A me interessa il lavoro di raccordo con i tanti che hanno votato per loro e speravano qualcosa di diverso».

    Delrio resterà e voterà per lei. Il capogruppo potrebbe essere la calamita che fa restare nel Pd i pezzi grossi del renzismo, come Lotti, Boschi, Rosato, Guerini?

    «Io penso che nessuno uscirà. E nel paese ci sono tanti democratici che non vogliono altro che dare una mano a cambiare il Pd e renderlo più forte. A loro vogliamo parlare, altro che dividersi».

     

  • Aprire una nuova stagione per tutti

    Intervista pubblicata su Panorama in data 1 novembre 2018 a firma di Luca Telese

     

    Onorevole Martina, ho trovato questa foto, compromettente: c’e lei, a torso nudo, totalmente zuppo di sangue. È già iniziato il congresso del Pd?

    (Sorriso) Non faccia lo spiritoso: fa finta di non accorgersi che si tratta di uno scatto d’epoca. Risale ad una quarto di secolo fa.

    Tuttavia il sangue c’è davvero.

    (Risata) Si, ma è un trucco di scena. È un reperto di alcuni esperimenti di teatro amatoriale.

    E già metteva in scena la battaglia congressuale del Pd?

    No. Capisco la tentazione della battuta, ma quel sangue fa parte di una stagione molto drammatica, e per me anche molto appassionante, quando con alcuni straordinari insegnanti della nostra scuola girammo l’Italia con uno spettacolo scritto insieme a loro sulle stragi di mafia.

    Dopo Capaci e via D’Amelio?

    Esatto. Non potrò mai dimenticare quel momento, quella grande emozione civile che ci attraversó.

    Lei era giovanissimo.

    Poco più che un ragazzo. Interpretavo uno degli uomini della scorta di Giovanni Falcone. Stilisticamente era un tentativo di fondere il coro greco con la cronaca.

    E il sangue?

    Era il momento più forte della piece. Il coro di tutti noi si levava sulle parole della vedova di Vito Schifani: “Loro non cambiano! Loro non cambiano!”

    Ricordo bene. Scalfaro contestato nella cattedrale.

    Sa che ancora oggi, quando guardando questa foto, mi ricordo di quei giorni, mi vengono i brividi e mi commuovo?

    Ci credo.

    Comunque in quel momento le vittime venivano tutte bagnate di sangue. Portammo questo spettacolo in diverse città e poi a Palermo.

    Dove?

    Ospitati dall’Arci. Pensi cosa voleva dire per me, cresciuto in terra bergamasca: partire da Milano con la cuccetta, attraversare l’Italia, scoprire che un treno poteva salire su un traghetto, arrivare per la prima volta al sud.

    Viaggio iniziatico.

    È così: mi ha cambiato la percezione della vita.

    Spieghi meglio.

    Io ero allora un ragazzo cresciuto in un paese, innamorato senza fortuna di almeno due o tre ragazze della nostra compagnia, che viaggiava come in una gita scolastica.

    E poi?

    E poi, improvvisamente, mi svegliavo in un’altra città, che mi sembrava di un altro paese. Ma soprattutto: di un altro mondo. Un nuovo mondo per me.

    Bellissimo. Peró non mi ha ancora detto se ci saranno coltellate e sangue anche nel vostro congresso.

    (Serio). Guardi, penso proprio di no. Magari ci sarà per la prima volta, una sfida contendibile. Una sfida aperta, una battaglia vera, anche se leale. Le pare poco?

    Affatto.

    Secondo me è una grande opportunità. Mi dica un altro partito in cui i leader si scelgono con un voto così democratico.

    Mi spieghi se lei la combatterà questa battaglia, e con quale ruolo.

    (Altro sorriso) Se mi dice quanto tempo ha a disposizione glielo spiego.

    Cominciamo dalla sua storia.

    I miei nonni erano contadini, come quasi tutti dalle mie parti. Sono nato a Calcinate, ma cresciuto a Mornico al Serio.

    Li ha conosciuti?

    Non tutti, purtroppo. Ma ho un ricordo bellissimo, a quattro anni. Dopo la finale del mondiali del 1982 mio nonno paterno mi porta in motorino dietro di lui, per le vie del paesello, con una grande bandiera dell’Italia.

    Come si chiamava?

    Enrico: le dico con orgoglio che da noi Olmi ha girato l’Albero degli zoccoli. Lui ad un certo punto della sua vita iniziò a lavorare nella fornace del paese che faceva mattoni.

    Un salto di epoca, verso il boom economico.

    Era un mondo che passava dalla cascina al cantiere di Milano, contadini che diventavano edili. La storia della mia terra.

    Era un paese bianco?

    Bianchissimo: a Mornico al Serio la Dc era al 70%. E poi la maggioranza sarebbe passata prima a Forza Italia e poi alla Lega.

    Anche oggi, immagino.

    Invece no, perché alcuni ragazzi hanno costituito una lista civica e battuto la Lega. Una impresa.

    Lei è figlio di questo mondo.

    Nato e cresciuto in cascina San Carlo. I miei abitano ancora lì.

    Anche suo padre e sua madre elettori centristi e bianchi. E invece lei??

    C’era un bel gruppo di insegnanti progressisti, tra cui il mio maestro Sergio, che alle elementari iniziano a farci educazione ecologica. Ci aprono gli occhi verso il mondo. Ci formano con una sensibilità civile.

    Quand’è la prima volta che si è sentito “di sinistra”?

    Non sorrida: alle elementari. Ricordo un articolo dell’Espresso sulla morte di Chico Mendes, leader brasiliano e sindacalista dei raccoglitori di caucciù, ucciso dagli agrari perché difendeva la foresta amazzonica.

    E lei cosa fa?

    Rubo, letteralmente, la rivista dalla biblioteca della scuola e me la divoro, a casa, colpito da quella ingiustizia.

    Da lì inizia un viaggio.

    Poi c’è il legame con la Resistenza. Venne a scuola il “compagno Brac”, l’ex partigiano, ed ex parlamentare Brighenti. Sentirlo parlare per me fu una folgorazione.

    Sempre per via di questi professori, già alle medie.

    Sergio, Gabriella e Susy. Erano una sorta di enclave di insegnanti aperti in una terra moderata. Per loro la scuola era l’avamposto culturale per formare cittadini.

    Quando lei prende la tessera i suoi non sono entusiasti.

    Nooo… erano moderati, profondamente cattolici. Mi iscrivo prima al partito, poi alla giovanile, e loro non mi capiscono.

    A Mornico?

    Si. In paese c’era la sezione “Palmiro Togliatti” del Pci, chiusa: entrammo e i vecchi ci consegnarono letteralmente le chiavi.

    E voi?

    La ristrutturammo.

    Anche lei?

    Guardi, immodestamente so lavorare un po’ il cartongesso. È un’arte.

    E quando aveva imparato?

    Andavo a lavorare da ragazzo in cantiere, all’ospedale di Verona, fin dai tempi delle vacanze scolastiche. E la sera facevo il cameriere in pizzeria.

    Addirittura?

    D’estate andavo anche con mio padre nella fabbrica tessile davanti a casa a preparare il lavoro delle donne che facevano il turno di notte. Un rumore della madonna. E il calore della macchina e dei corpi.

    Cosa faceva?

    Preparavamo le rocche da lavorare. Oggi di quel mondo non c’è più nulla, tutto spazzato via dalla crisi del tessile anni duemila.

    Cosa accadde?

    Semplice. Arrivò la Cina. Oggi in quella fabbrica c’è una piattaforma logistica: nel mio paese un cerchio perfetto si chiude anche fisicamente dalla filanda ad Amazon.

    Siamo al centro della Lombardia.

    Sono nato sulla A4, tra Milano e Venezia. Terra di muratori, carpentieri, geometri con la cultura della villetta e della Bmw.

    Laurea in economia.

    Diploma di perito agrario e poi scienze politiche. Tesi sul mercato del lavoro in Lombardia.

    Viene eletto consigliere comunale.

    Fu abbastanza facile, presi 85 voti anche perché ero l’unico di sinistra in una lista civica. Per partecipare a Bergamo alle riunioni facevo su e giù con il mio motorino, un Si Piaggio rosso. Tornavo a notte fonda.

    E i suoi?

    Non mi capivano. Fino a che non sono diventato consigliere mi credevano matto. Quando tardavo, a volte, mi chiudevano fuori. Erano preoccupati per me.

    Immagino la soddisfazione quando sono venuti al suo giuramento da ministro.

    Tantissima. Ma a Roma non sono venuti: mi sono laureato da solo, ho giurato da solo. In questi momenti, per scelta ho fatto tutto da solo.

    Lei politicamente era un discepolo di Bersani.

    Con Pierluigi io ho avuto una bellissima esperienza. Gli devo molto.

    Cosa vi siete detti quando lui ha lasciato il Pd?

    Umanamente è stato un passaggio doloroso. Ma non ne abbiamo parlato. In quei giorni si era creata quella distanza per cui non discutevi.

    Avete avuto una rottura umana?

    No, io continuo a stimarlo enormemente e ad essergli grato per lo sguardo che mi ha dato sulla realtà. Anche se considero la sua scelta di abbandonare il Pd profondamente sbagliata.

    È diventato ministro grazie a lui, in quota minoranza.

    Penso sia stata una scelta condivisa. Matteo sceglie di tenermi nel mix della sua squadra e gliene sono grato.

    Su cosa rompe, Pier?

    Sulla legge elettorale e sulla riforma costituzionale. Ma lo strappo vero per lui era stato sull’articolo 18.

    E lei?

    Anche io ho sofferto moltissimo in quel passaggio: soprattutto sul tema dei licenziamenti collettivi.

    E perché non ha strappato?

    Perché ho creduto sinceramente nelle tutele crescenti. All’idea che si potesse dare una mano a spingere le riforme del mercato del lavoro per tutelare meglio le persone.

    E oggi?

    Mi interrogo. È giusto riflettere, integrare e correggere quel progetto. La prima cosa che farei è il salario minimo per chi non ha contratto nazionale.

    Avete perso anche per via di questi temi?

    Questo lavoro di accompagnamento non ha avuto la forza di tutelare tutte le persone esposte nel tempo della crisi. È un fatto.

    Sia sulla scuola che sul lavoro che sulle riforme un pezzo del vostro popolo non vi ha seguito.

    Vero, e da qui dobbiamo ripartire.

    E oggi cosa pensa della “stagione renziana”?

    Cose molto buone ed errori. Ma ora di certo non possiamo fermarci alla retorica dei mille giorni.

    Lei da segretario ha provato a voltare pagina?

    Va aperta una nuova stagione per tutti. Rivendico il lavoro di questi mesi. Andare a Scampia, davanti alla Diciotti, ai cancelli dell’Ilva questa estate.

    Spesso accolto freddamente.

    A Taranto per la prima mezz’ora leggevo sulle facce degli operai: “Ma che ci fa questo matto qui?”. Poi invece abbiamo dialogato a lungo

    E allo Zen 2.

    A visitare un bellissimo progetto di Save the children. Ancora più difficile. Sono arrivate le sentinelle in motorino, ci hanno insultati.

    E poi portare la direzione del Pd a Torbellamonaca, a luglio.

    Era un riconoscimento all’unica libreria del quartiere, un gesto rappresentativo.

    E poi prendersi i fischi a Genova, ai funerali delle vittime.

    Ero ben consapevole che sarebbe stato uno schiaffo. Simbolicamente eravamo noi – il Pd – il tema di quel giorno. Oggi invece il problema è la drammatica assenza del governo.

    È rimasto ferito, lo ammetta.

    No. E sono tornato a Genova quattro volte. So cos’è il quartiere Certosa. Posso parlare del negoziante, del benzianaio che ha chiuso. Di quelle persone, non in astratto.

    Ha appena rimesso il mandato da segretario.

    Ho fatto la mia parte. Fino in fondo. I grandi progetti politici hanno bisogno di leadership forti. Adesso questo segretario va scelto.

    Lei pensa di avere le capacita per questa nuova fase?

    Posso fare la mia parte. E diversa dalle altre.

    Lei conosce la cosa più perfida che si dice di lei: un ragazzo d’oro, ma non ha la cattiveria che serve per essere la risposta a Salvini.

    È la retorica del “capitano”. Ma il capitano in questi tempi si schianta anche sugli scogli.

    Ora parla di Salvini o di Renzi?

    Io rinuncio in assoluto a questo racconto, alla retorica del capo. Penso ad un modello alternativo di leadership: più corale.

    Si considera in continuità o in discontinuità con il renzismo?

    Riconosco i meriti della stagione che abbiamo alle spalle. Ma sono irrequieto per gli errori che abbiamo commesso. Non penso si possa dire: “Non abbiamo nulla di cui scusarci”.

    E cosa dovete dire, allora?

    Noi dobbiamo riconoscere i nostri errori e adesso scrivere una pagina nuova, senza continuare a parlarci addosso.

    Un renziano le direbbe: “C’eri anche tu al governo, caro”.

    Vero. Io però dico che abbiamo sbagliato insieme a non capire che quel disagio cresceva.

    Cosa è accaduto?

    Il paese avanzava con gli aumenti di Pil e noi ci siamo illusi che questo bastasse, mentre un pezzo di società restava indietro e il rancore cresceva.

    Ci sono già in campo sette candidati, due dei quali molto battaglieri.

    Una competizione aperta e leale può fare bene.

    Minniti è un campione di riformismo, Zingaretti è il candidato più radicale. Lei?

    (Sorriso). Magari io sono più riformista di Minniti e più radicale di Zingaretti.

    Le arrivano i messaggi della base?

    Guardi, le faccio leggere l’ultimo: un compagno di Savona mi chiede di dirimere una controversia di sezione a Cairo Montenotte!

    Non è un lavoro da responsabile organizzazione?

    Sono saltati tutti i filtri. A volte non ci si può sottrarre. Se scorre la chat scopre che ci siamo scambiati sette risposte. La politica al tempo di internet non può sottrarsi. Non puoi staccare.

    Quando deciderà se correre?

    Tra poco.

    Salvini vi ha rubato voti operai.

    Lavora sulla paura. La Lega se la prende con i bambini di Lodi. E poi fa i condoni per i super evasori. Forti con i deboli e deboli con i forti. Noi dobbiamo rappresentare l’alternativa a questo racconto.

    Lei è convinto che il M5s non riuscirà a dare risposte, ad esempio sul reddito di cittadinanza.

    Per come l’hanno voluto è uno strumento ingiusto e persino pericoloso. Rischia di portare più lavoro nero e di non aiutare le persone che andrebbero sostenute.

    Sta facendo il gufo?

    No, faccio una constatazione di merito.

    Lei dice che serve una nuova formula per il Pd?

    Guardi queste foto: ci sono Obama e Lula.

    Belle. Ma per lei cosa vogliono dire?

    Sono due giganti che hanno coniugato il riformismo e la speranza – Lula per altro oggi ingiustamente perseguitato -. Non bisogna tornare a loro, ma cercare ancora questa ambizione.

    E si può fare in Italia?

    Si deve. Per parlare a questo tempo serve un nuovo Riformismo radicale.

  • Lo scontro tra Lega e Cinque stelle conferma che Salvini e Di Maio sono i principali alleati degli speculatori

    Intervista pubblicata su La Stampa il 20 ottobre a firma di Francesca Schianchi

     

    «Marcello Foa si qualifica da sé per le  gaffes continue che fa e le falsità quotidiane che dice. Di certo risponderà anche legalmente delle sue affermazioni». Non usa mezzi termini il segretario Pd Maurizio Martina, per commentare le dichiarazioni che il presidente della Rai ha rilasciato sui dem («gli eurodeputati pagati da Soros») dalle pagine del quotidiano israeliano Haaretz. E ne ha anche per il governo e le tensioni di questi giorni: «Lo scontro tra Lega e Cinque stelle conferma che Salvini e Di Maio sono i principali alleati degli speculatori».

    Addirittura?

    «È ormai evidente il rischio che l’Italia corre, con lo spread al massimo dal 2013, segno dei problemi che questo governo ha generato, e i due vicepremier se le suonano dando uno spettacolo indecoroso».

    Si chiariranno o si rischia una crisi di governo?

    «La smania di potere di entrambi li terrà insieme. Nonostante quello che sta succedendo: dopo la scena di tre giorni fa di Di Maio in tv da Vespa, mi sarei aspettato un passo indietro. E invece vanno avanti con una manovra ingiusta che contiene un condono vergognoso».

     

    Per contrastarla non era meglio che il Pd presentasse una sola contromanovra? Una l’ha presentata lei nei giorni scorsi, un’altra ieri Renzi con Padoan…

    «La contromanovra del Pd è una sola: quella che abbiamo presentato dieci giorni fa, costruita intorno a cinque proposte chiave: giovani, famiglie, lotta alla povertà, casa, investimenti».

     

    Eppure anche big come Calenda e Orlando notano e si stupiscono che Renzi ne presenti un’altra. Quanti Pd ci sono?

    «C’è un solo Pd e la proposta sulla manovra è una sola: dopodiché tutte le altre proposte si possono affiancare per quello che sono, un contributo».

     

    La settimana scorsa lei è andato a Piazza Grande, l’iniziativa di Zingaretti. Questo weekend andrà alla Leopolda?

    «No, perché ho una serie di altri impegni. Ma trovo anche questi giorni a Firenze utili, nell’ottica di contribuire tutti a sviluppare idee per l’Italia a partire da noi».

     

    Non le sembra invece che la Leopolda sia un partito nel partito?

    «No e credo che nessuno abbia questa intenzione. Dobbiamo stare tutti attenti a non correre un rischio simile: dobbiamo unirci e aprirci, lo dico anche pensando alle Europee, dove il Pd deve promuovere liste aperte alle energie europeiste e progressiste. Dobbiamo stare attenti, perché questa maggioranza vuole portarci fuori dall’Europa».

     

    È questo secondo lei il vero obiettivo?

    «Sono molto preoccupato: i due vicepremier stanno facendo un gioco pericoloso che rischia di compromettere l’Italia in Europa».

     

    Tra una settimana, al Forum di Milano, si conclude il suo mandato: che esperienza è stata questa da segretario?

    «Sono stati mesi duri, intensi, faticosi. Ma mi hanno anche dato prova che ci sono spazi di lavoro per noi più grandi di quel che si vede».

     

    Quante volte le hanno messo i bastoni tra le ruote? Non negherà che talvolta c’è stato il fuoco amico…

    «Sarebbe sciocco negare che ci sono stati anche momenti difficili e incomprensioni, ma quando si deve gestire una fase complicata come quella che stiamo vivendo non è mai facile. Io ho cercato di tenere la barra dritta su unità e apertura, tornando anche nei luoghi di maggiore frattura tra noi e il Paese».

     

    Ha annunciato primarie e congresso per febbraio: lei si candida?

    «Fino al Forum di Milano, il 27 e 28 ottobre, voglio rimanere concentrato sul mandato che ho».

     

    Non mi sembra un no… Dopo il Forum scioglierà la riserva?

    «Dopo il Forum ciascuno farà le sue valutazioni e certamente anch’io. Il congresso deve prepararci alle Europee: dobbiamo tornare a essere il cuore dell’alternativa».

  • Il PD va aperto, non superato

    Intervista a firma di Roberta D’Angelo pubblicata su Avvenire il 5 ottobre 2018

    «Il giudizio è veramente severo e negativo perché per quello che abbiamo ascoltato, per gli annunci fatti, abbiamo di fronte scelte di natura sociale molto pericolose. Io contesto innanzitutto l’approssimazione con cui si stanno trattando i conti pubblici, l’assenza totale di scelte a sostegno del lavoro prima di tutto, delle famiglie, dei giovani».

    Maurizio Martina, segretario del Pd, boccia la manovra del governo ‘legastellato’, di cui, «fatto senza precedenti», non si conoscono i dettagli. E nel suo ufficio di Largo del Nazareno fa il punto con Avvenire del suo viaggio alla guida del partito, che avrà come traguardo, passando per la marcia Perugia- Assisi domenica, il Forum di Milano a fine ottobre. Dopo il quale inizierà il congresso con le primarie, alle quali – ancora non lo ha deciso, assicura – potrebbe partecipare, contro Zingaretti e Richetti.

    Il governo ha sfidato l’Europa sul debito, ma la manovra non sembra pensare troppo alle famiglie.

    La famiglia non è pervenuta negli annunci del governo. Se noi simuliamo esempi concreti di una coppia con un figlio e un mutuo scopriamo che tutto quello che è stato raccontato fin qui non li riguarda.

    Che intende?

    Non riceveranno la pensione di cittadinanza che qualcuno continua a predicare, non avranno l’abbattimento delle tasse, rischieranno di avere il taglio delle detrazioni fiscali e una rata del mutuo più pesante. Penso che questo farà male al Paese, così come il fatto che nella manovra non si parla più di lavoro, di servizi fondamentali, salute, assistenza, istruzione…

    Per il lavoro c’è il decreto dignità.

    Ma purtroppo sta generando più precarietà e disoccupazione. Rischiano di finire ben 900mila contratti a termine. Credo ci sia un drammatico assente che è il ceto medio: non ci sono le famiglie, i lavoratori, le esperienze delle imprese che andrebbero sostenute e oggi sono invece lasciate sostanzialmente sole.

    Di Maio dice che è stata sconfitta la povertà.

    Abbia più umiltà. Se la lotta alla povertà la si fa con le carte prepagate e una miriade di limitazioni, credo che il Paese rischia di fare un clamoroso passo indietro, quando dovremmo completare e rafforzare il Reddito d’inclusione, lavorando con i comuni, insistendo perché si sviluppi fino in fondo questa strategia, che è quella che ci ha proposto tante volte l’Alleanza contro la povertà, e che invece viene smantellata.

    Però il decreto dignità favorisce il lavoro stabile, no?

    Anche lì c’è un corto circuito tra propaganda e realtà. Quel decreto sta generando più disoccupazione che precarietà. Dalla piazza di domenica abbiamo ascoltato anche le testimonianze di lavoratori che rischiano di non vedersi rinnovato il contratto.

    Il tavolo del Pd con i sindacati serve a riallacciare i rapporti con un mondo del lavoro che vi ha voltato le spalle?

    Abbiamo chiamato qui tutte le organizzazioni del lavoro e dell’impresa, cercheremo di ascoltare le loro voci, le preoccupazioni. Vogliamo discutere con le parti sociali anche per delineare le nostre 5 proposte alternative, concrete, a partire da giovani, famiglie con figli, povertà, casa e investimenti. Le abbiamo costruite facendo anche i conti della sostenibilità finanziaria, e prevedendo una spesa di 1617 miliardi, accanto ai 12-13 che servono per la sterilizzazione dell’Iva. Con la manovra resta il rischio dell’aumento selezionato dell’Iva.

    La piazza di domenica ha risposto al Pd. È un suo successo personale?

    È stato un successo di tutto il partito, che ha messo in campo il suo orgoglio. È stata una bellissima piazza, piena di giovani, per la prima volta dopo anni. Con questa stessa ambizione andremo domenica alla marcia Perugia-Assisi. Penso che anche quella sia la nostra piazza, perché dobbiamo contribuire a rilanciare la sfida della pace, della convivenza.

    C’è tutto un mondo del sociale che si muove. Come vi rapportate?

    Mi sento, anche con questa intervista, di fare un appello a tutte le forze culturali, sociali, associative perché nella pluralità delle nostre esperienze si faccia un percorso comune. Serve una nuova primavera dell’impegno democratico, progressista europeista, civico. E nel rispetto dell’autonomia di tutti, io lancio un appello perché si costruisca un patto di lavoro. Penso che ci sia un tema enorme per noi che è quello di rimettere la persona al centro dell’impegno politico, sociale, specie in questo momento in cui spira un vento contrario, che porta all’individualismo, alla paura, al rancore. Chi in politica specula sulla paura per il proprio tornaconto elettorale sta facendo un danno clamoroso all’idea stessa di comunità.

    Non era già questo il progetto del Pd?

    Noi discuteremo di questo al nostro forum nazionale a Milano a fine ottobre. Sarà un’occasione formidabile, a 10 anni dalla nascita del Pd, di rimettere a fuoco il vero impegno del campo democratico. Mi interessa lavorare con il mondo cattolico-democratico che ha elaborato una nuova visione della società che ci riguarda. Quando in molti discutono di valore condiviso oltre la società del consumo, di società generativa, di una nuova idea che rimetta al centro la persona prima del profitto, penso che siano chiavi per la sfida del Pd di domani. So che i democratici in Italia coprono uno spazio più ampio del Pd. L’ambizione che ho è di costruire un ponte che riesca a unire le culture democratiche, progressiste, civiche…

    Quindi non concorda con l’idea di Calenda e Orfini di andare oltre il Pd?

    Penso che la piazza abbia dimostrato che il tema non è superare il Pd, ma costruire insieme un percorso di unità e apertura.

    Con le primarie non tornano le battaglie tra correnti?

    Mi auguro di no, spero che il Congresso possa essere un’occasione non autoreferenziale. Tutti noi dobbiamo avere la tensione ad aprire e a unire.

    Si candiderà alle primarie?

    Mi creda, non è questo il tema. Non metto me stesso prima del progetto. Ho il compito di portare il partito fino al Forum di fine ottobre col massimo sforzo inclusivo. Ci credo tanto, come occasione di elaborazione, come credevo alla piazza di domenica.

    Ma può trarre un frutto da questo sforzo, no?

    Spero che i frutti di questo lavoro faticoso li raccolga il Pd prima di questa o quella persona. La piazza ci fa vedere che c’è un’occasione. Sono convinto che stiamo seminando per la primavera.

    Prima del Forum ci saranno ‘Piazza Grande’ di Zingaretti e la Leopolda di Renzi. Ci andrà?

    Vediamo. L’appello è a costruire ogni momento delle prossime settimane come una ricchezza per tutto il Pd. Che ogni iniziativa porti sempre qualcosa a tutti noi.

    Si sta facendo un’idea di possibili alleanze per le europee?

    Credo che il tema sia partire dalle alleanze sociali per arrivare alle alleanze politiche.

    Magari un fronte antisovranista?

    Credo che dovremmo lavorare per una proposta che si rivolga direttamente alla vita dei cittadini, perché serve una nuova Europa, più sociale. Non farci schiacciare dalla destra che insinua l’idea che noi vogliamo conservare l’esistente. Ma non può esserci sovranità vera per il cittadino italiano fuori dall’ombrello dell’Europa. La domanda è investire sulla nuova Europa o distruggere l’unico progetto che ha dato pace e sviluppo a un continente uscito devastato dalle due guerre mondiali. Bisogna dirlo, perché c’è una generazione europeista nata dentro la storia europea pronta a darci una mano. Chiediamo a loro di essere protagonisti in questa campagna, di essere alla testa di questo impegno. È il momento di uscire dalla penombra per occupare lo spazio pubblico. La sfida è troppo importante per stare a casa.

    Delrio chiede di lasciare spazio alla nuova generazione. Che ne pensa?

    Ha ragione. Ci sono tante nuove esperienze anche nel Pd pronte a raccogliere questa sfida. Abbiamo ragazzi che fanno buona politica. Dobbiamo ripartire da un partito di strada. Dobbiamo essere consapevoli che la posta in gioco è così grande che non possiamo permetterci errori.

    È un appello agli elettori o al Pd?

    Al partito. Ci sono in ballo le sorti del Paese e dell’Europa. Dobbiamo essere all’altezza di questo passaggio storico.

  • Famiglie, giovani e lotta alla povertà

    «Pensioni? Parliamone, ma per gettare le basi di cosa accadrà a chi avrà un calcolo esclusivamente contributivo e con carriere professionali discontinue, ovvero ai giovani».

    Maurizio Martina, il segretario PD, rigira tra le mani i fogli della “contromanovra” del Pd. È stata appena messa a punto dal gruppo di esperti capitanati dall’ex ministro e predecessore di Tria, Pier Carlo Padoan. Contiene le “contromisure”, vidimate da Padoan, elaborate con Tommaso Nannicini, Antonio Misiani, Marco Leonardi, Luigi Marattin.

    Il Pd fa circolare il documento, perché ciascuno possa giudicare punto per punto la differenza con la manovra del governo gialloverde. Manovra, attacca Martina, fatta «di condoni per gli evasori e più debito pubblico sulle spalle dei giovani per misure inique. Il vicepremier Luigi Di Maio, poi, pensa di giocare a Monopoli». Due sono le stelle polari della “contromanovra” del Pd: equità e crescita. In concreto. Le priorità sono i giovani, le famiglie con figli, la casa e i poveri.

    Taglio del costo del lavoro

    È la misura a cui i dem danno assoluta priorità con un taglio stabile del costo del lavoro di un punto all’anno per quattro anni per tutti i contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Costo: 350 milioni, primo anno.

    Pensioni di garanzia

    Si tratta di avviare dal 1 gennaio 2019 le pensioni minime a 750 euro al mese. Significa gettare le basi di un pilastro di garanzia per i giovani che andranno in pensione interamente col sistema contributivo e che avranno carriere professionali totalmente discontinue. Obiettivo è l’equità intergenerazionale.

    Sostegno alle famiglie

    Costa un quinto di quello che costerebbe la Flat Tax scritta nel contratto di governo se realizzata. Secondo i Dem questa sarebbe una misura molto più equa e rappresenterebbe, da subito, un aiuto consistente alle famiglie: la “contromisura” dem prevede 240 euro al mese per ogni figlio minore a carico. costo è di 9 miliardi, il più oneroso della contromanovra.

    Detrazioni sugli affitti

    Centrali le misure sulla casa, a partire dalle detrazioni sugli affitti uguali alle detrazioni sui mutui casa. In cifre: il 19% se si spendono un massimo di 4.000 euro all’anno, pari quindi a
    massimo 760 euro all’anno. Ma per i giovani under 30 è prevista una maggiorazione così da raggiungere 1.800 euro all’anno. Per il Pd è indispensabile occuparsi di 4 milioni di famiglie che vivono in affitto, più di un terzo in condizioni di disagio abitativo. 1138% delle giovani coppie sono in affitto. Il costo della misura è di un miliardo. Si pensa poi a rafforzare il piano delle periferie con investimenti nell’edilizia popolare e sociale.

    Reddito di inclusione

    Contro la povertà. Con 3 miliardi in più si arriva a 6 miliardi complessivi, aiutando un milione e mezzo di famiglie in povertà assoluta. Il costo è di 3 miliardi.

    Gli investimenti

    Quelli pubblici vanno riportati entro 3-5 anni dal 2% al 3% Pil, il livello del 2008, con priorità all’ambiente e alla manutenzione soprattutto nel Mezzogiorno. Si deve accelerare la spesa dei 150 miliardi già stanziati dai governi del centrosinistra e dei finanziamenti Ue. Su quelli privati, non smantellare ma potenziare Industria 4.0, ecobonus-sismabonus.

  • Ora basta polemiche. Senza Pd non c’è alternativa

    Intervista a firma di Monica Guerzoni su Il Corriere della sera del 20 settembre 2018

    «Stop».

    Dobbiamo ancora cominciare, segretario Maurizio Martina.

    «Ma io voglio dirlo subito: basta».

    È ancora arrabbiato per il mancato invito alla cena di Carlo Calenda, poi saltata?

    «Non scherziamo. Il problema non sono i nomi, i presenti o gli assenti».

    Però l’ex ministro aveva chiamato Renzi, Gentiloni, Minniti e non lei. Non le riconoscono la leadership?

    «Fermiamo questo dibattito e ripartiamo dalle cose che contano. Dobbiamo avere un grande rispetto per i nostri elettori, per i militanti, per i tanti che ci credono. Giro l’Italia e le persone ci chiedono di stoppare questo dibattito autoreferenziale».

    Fatelo presto. Altrimenti ha ragione Calenda, quando dice che il segretario giusto è uno psichiatra.

    «Smettiamola con queste caricature e cerchiamo di usare parole differenti. Io voglio andare oltre e faccio appello a tutti quelli che hanno voglia di dare una mano. Usciamo da certe logiche astratte e politiciste che ci hanno fatto male. Senza il Pd non c’è l’alternativa a questa destra che fa paura. Voglio che ogni azione sia all’altezza della sfida e chiedo a tutti di fare questo sforzo».

    Perché il 60% degli italiani sta col governo, non con voi?

    «Nel Paese lo spazio dell’alternativa è più grande di quanto non sembri. Questo governo porta l’Italia all’isolamento ed è diventato lo strumento per far saltare il progetto europeo. Di fronte a un rischio epocale, il Pd non può ridursi alle scene di questi giorni. Deve cambiare passo, migliorare, rilanciarsi».

    Per Orfini si deve sciogliere, per Calenda si deve autoestinguere.

    «Non ci estinguiamo e non ci sciogliamo. Dobbiamo aprirci e costruire un nuovo progetto. Quando si pensa al Pd bisogna pensare alle migliaia di persone che tutti i giorni fanno buona politica, si organizzano nei territori, aprono i circoli e amministrano i comuni».

    Perché la voce del Pd in Parlamento non si sente?

    «Noi dobbiamo assolutamente, anche nelle aule parlamentari, rendere sempre più chiaro il nostro profilo di alternativa».

    Occupare l’aula contro una fiducia qualsiasi non è scimmiottare il populismo?

    «No, dovevamo dare battaglia su due sfide fondamentali, vaccini e periferie. Ma ha detto bene Antonio Polito nel suo editoriale sul Corriere. A dieci anni dalla nascita del Pd il mondo è cambiato, è ora di rimettere a fuoco la sfida democratica ripartendo dai più deboli. Anche per questo presenteremo una controproposta di legge di bilancio».

    Cosa ci sarà dentro?

    «Proposte concrete, partendo da giovani, famiglie e investimenti. Un esempio? L’assegno universale per le famiglie, che costa meno di un quinto della flat tax ed è molto più equo. Le poche risorse che ci sono vanno concentrate sui fondamentali dell’equità e della crescita».

    Con quale assetto andrete alle Europee?

    «Orbàn, Salvini e Le Pen propongono la disgregazione dell’Europa. Noi dobbiamo lavorare per una grande alleanza della nuova Europa, anche dopo il voto, dal Pse, a Tsipras e Macron».

    Salvini intercetta le paure degli italiani, voi chiamate in piazza I’«Italia che non ha paura». Cioè, le élite?

    «Per nulla. Dal palco parleranno cittadini con le loro storie d’impegno. La manifestazione del 30 settembre è fondamentale. Faccio appello a tutti perché ci aiutino ad avere una piazza bella, partecipata, popolare, aperta, che sia il segnale della riscossa. Quello slogan segnala la consapevolezza di dover portare il Paese fuori dalla rabbia e dalla paura, sentimenti veri che io non sottovaluto, ma che voglio sconfiggere».

    Invece di dividervi su cene e commensali, perché non fate il congresso?

    «A gennaio, dopo il forum di progetto di ottobre e l’avvio del percorso congressuale, faremo le primarie. Sceglieranno iscritti ed elettori qual è il nostro comune destino, non le interviste di Martina o di altri dirigenti».

    Il 1 ottobre lei si dimetterà? E sfiderà Zingaretti?

    «Come ho sempre detto, il tema non è cosa fa Martina. Proprio perché sono il segretario non ho alcuna intenzione di parlare di me prima di parlare del Pd».

    Renzi parla molto di sé e prepara la sua Leopolda.

    «Siamo un unico partito, dobbiamo smetterla di evocare rappresentazioni che ci dividono e ci fanno sembrare soggetti differenti. Ci si confronta, ma quando si decidere una linea va rispettata da tutti. Una scorciatoia non c’è».

     

  • Pronti a supportare Mattarella. Nessuno si tiri indietro

    «II tempo della propaganda è finito. Ora serve un atto di responsabilità di tutti. Nessuno si può chiamare fuori, in particolare chi ha cantato vittoria dopo il 4 marzo. Noi siamo pronti a supportare l’azione del presidente della Repubblica: il Pd non farà mancare il suo contributo».

    Esclude governi politici?

    «Per noi è impossibile immaginare sostegni a governi politici con Berlusconi, Salvini o Meloni, ma anche con i 5 stelle e con leadership di partiti a noi avversari. Siamo invece disponibili a fare la nostra parte per una soluzione istituzionale, chiedendo a tutti di fare la loro».

    E se lega e 5 stelle si tirassero fuori?

    «Non voglio immaginare scenari, ora è il tempo della responsabilità. Soprattutto da parte di chi ha cantato vittoria. Non è più tempo di giocare a un tatticismo esasperato».

    C’è chi teme che i renziani vogliano un accordo con il centrodestra, mascherato da governo istituzionale.

    «No, il Pd ragionerà unitariamente. Ci muoveremo e non certo in direzione di governi con guide di parte».

    Ma un governo del presidente per fare cosa?

    «Mentre qualcuno parla contro l’Europa siamo nel mezzo del confronto per il rilancio dell’eurozona e quello è il posto dell’Italia. Bisogna affrontare poi il blocco dell’aumento dell’iva, la legge di stabilità, prima ancora il def. e per far questo ci vuole un governo in piena carica».

    Governo a tempo o di legislatura?

    «Credo che nel caso di soluzioni così l’esecutivo debba avere un mandato preciso su alcuni temi fondamentali e quindi difficile sia di legislatura».

    Anche una nuova legge elettorale può far parte di questi temi?

    «Se si potrà aprire un confronto anche sulla legge elettorale, non ci sottrarremo».

    Torniamo al Pd. L’impressione che è dalla direzione sia uscita un’immagine di falsa compattezza.

    «La nostra direzione è stata un momento vero, di confronto. So bene che è stato un passaggio delicato e non mi nascondo che la sfida dell’unità vada confermata ogni giorno. Non mi stancherò mai di lavorare per la collegialità e il rilancio del Pd».

    Eppure Renzi l’ha sfiduciata in tv, sul dialogo con i 5 stelle.

    «Voglio ricordare che quel tentativo era frutto di un mandato preciso e penso ancora che fosse giusto sfidare al confronto i 5 stelle sul terreno del cambiamento. Non era una resa, ma un rilancio. Ora quel passaggio si è esaurito e siamo in un altro scenario».

    Renzi si è detto orgoglioso di aver fatto fallire l’accordo e Franceschini ha giudicato quest’analisi «superficiale». Ha ragione quest’ultimo?

    «Guardi, sono rimasto sorpreso quando ho sentito dire che il confronto sarebbe stato una corsa alle poltrone. Non scherziamo. Usare queste parole è sbagliato».

    Veltroni ha detto che fosse in stato in lui avrebbe sostenuto Cantone.

    «Condivido lo spirito con cui ha fatto le sue riflessioni. Anche Veltroni ha cercato di indicare un percorso di sfida, in particolare verso i 5 stelle».

    Ma sostiene che il Pd è «a un punto limite». Siamo vicini alla scissione?

    «Non credo alla scissione ma non sottovaluto affatto il momento, molto delicato. occorre lavorare subito a una riprogettazione profonda del pd».

    Si dice che lei potrebbe essere «licenziato» e sostituito da Orfini.

    «E da chi? Non rincorro le provocazioni di giornata. Non siamo un partito padronale. Io vado avanti con la tenacia e la passione di sempre. In assemblea ci sarò e non mi tirerò certo indietro. Occorre riscrivere il progetto del Pd anche radicalmente. Poi i delegati decideranno».

    Segretario eletto in assemblea o al congresso con primarie?

    «All’assemblea decideremo se andare a congresso o se eleggere direttamente il segretario. Non decide uno, è una scelta collettiva, perchè a noi serve un vero lavoro costituente».

    Zingaretti, che potrebbe candidarsi, ieri ha lanciato la sua Leopolda.

    «È una personalità di primo piano del Pd. Ci sono tante esperienze che possono dare una mano, la sua è una delle più preziose».

  • Rifondare il PD con idee e forze nuove

    Innanzitutto vorrei aprire i lavori di oggi pomeriggio rinnovando i nostri auguri affettuosi di pronta guarigione a un grande italiano e a un padre della nostra storia e del nostro impegno come Giorgio Napolitano. Salutiamo con affetto lui e tutta la sua famiglia.

    Questa direzione è chiamata a un confronto franco e sincero a due mesi dal voto che ci ha consegnato purtroppo una sconfitta netta come mai era accaduto nella nostra storia. Un voto, quello del 4 marzo, che ha ridisegnato in modo radicale il panorama politico del Paese e che ci pone domande cruciali sulla nostra capacità di comprensione della società italiana e sul nostro destino. Sul destino del Partito Democratico ma anche di tutto il campo del centrosinistra.

    Vorrei che la nostra discussione ripartisse da qui perché non possiamo rimuovere quello che è accaduto ma abbiamo l’assoluta necessità di riflettere e analizzare per capire. E cambiare.

    Ci sono faglie di cui rendersi conto prima di essere fuori tempo massimo.

    Nel 2008 il Partito Democratico prese 12 milioni di voti, nel 2013 circa 8,6 milioni. Il 4 di marzo scorso ci siamo attestati sui 6 milioni e centomila voti. Rispetto al 2008 perdiamo 6 milioni di consensi, rispetto al 2013 2 milioni e 400mila voti.

    Non va certo meglio alla coalizione e nello scenario tripolare che abbiamo davanti sappiamo quanto sia fragile tutta l’area di riferimento del centrosinistra.

    Secondo le analisi negli ultimi 5 anni circa 20 milioni di italiani hanno cambiato comportamento di voto accentuando vertiginosamente la propria mobilità elettorale.

    E se guardiamo a casa nostra, le rilevazioni ci dicono che perdiamo quasi 2 milioni di voti verso l’astensione, poco più di 1 milione di voti verso i 5 Stelle, circa 1 milione e mezzo di voti verso altri partiti (dati Tecnè).

    E dietro le grandi tendenze statistiche, dietro i numeri e le percentuali, ci sono le ragioni delle scelte compiute dagli italiani.

    Proviamo a studiare e a capire insieme. Proviamo a non nasconderci questi dati.

    Ci sono due grandi questioni che hanno condizionato gli orientamenti elettorali:

    • le sofferenze per il disagio economico e sociale provocate ancora dalla più lunga crisi dal dopoguerra;
    • il diffuso sentimento di paura e di vulnerabilità nel tempo dell’insicurezza, dell’incertezza e della solitudine che viviamo.

    Anche qui, vale la pena di guardare qualche numero e qualche studio per riflettere.

    Quasi il 46% dei cittadini dichiara di non potersi permettere una settimana di ferie all’anno, il 43% dice di non riuscire a fare fronte a spese impreviste, il 42% ritiene inadeguate le proprie risorse economiche in famiglia.

    E sul fronte della paura e della vulnerabilità: il 39% dei cittadini ritiene elevato il rischio di criminalità dove vive e il 33% di essi giudica degradata la zona in cui abita.

    Sempre secondo queste analisi il 39% dei precari e il 50% dei disoccupati hanno scelto il voto ai Cinque Stelle mentre noi abbiamo prevalso solo tra i pensionati e otteniamo le percentuali più basse proprio tra i senza lavoro.

    E anche la composizione territoriale del voto ci indica molti elementi di comprensione.

    Tornano ad affacciarsi per noi sia la questione settentrionale che quella meridionale con le loro peculiari caratteristiche.

    Al nord prevale – in forma nuova – il messaggio antitasse e securitario della Lega sovranista che raccoglie consensi anche tra i vincenti della globalizzazione del ceto medio che vive da sempre nel mercato.

    Il sud risponde alla domanda di cambiamento affidandosi alla ricetta dei Cinque Stelle.

    Se vogliamo ripartire, bisogna guardare in faccia tutto questo.

    E compiere insieme una vera autocritica rispetto a ciò che non siamo stati in grado di fare e rispetto a ciò che non abbiamo compreso che si stava muovendo in profondità nel paese.

    Vale per il 4 marzo ma anche per il referendum costituzionale del 4 dicembre e persino per il nostro clamoroso risultato alle europee del 2014.

    Probabilmente se avessimo riflettuto di più sulle ragioni di quella vittoria avremmo avuto più strumenti per evitare le sconfitte successive.

    E’ certo che in quella occasione la domanda di cambiamento trovò proprio nel PD l’interprete naturale.

    Abbiamo la responsabilità di una analisi collettiva di questi anni.

    Anche per difendere con serietà e orgoglio il tanto di buono che è stato fatto e che continuo a pensare vada rivendicato a testa alta.

    Ora che si naviga a vista tra improbabili vincitori, noi possiamo presentare con credibilità i risultati dei nostri governi.

    Certo non sono stati sufficienti a medicare le ferite profonde della crisi, ma rimangono passi avanti cruciali su fronti decisivi: da quello economico, al governo complesso delle migrazioni, all’affidabilità europea e internazionale dell’Italia.

    Ed è indispensabile riflettere sul perché i consensi alla nostra azione di governo non si sono tradotti in voti per il nostro partito.

    Certo il punto non è che gli italiani non ci hanno capito.

    Il punto è che abbiamo sbagliato alcune delle risposte fondamentali ai nuovi bisogni che sono emersi.

    Bisogni di ascolto, di protezione e tutela. Bisogni di accompagnamento e di cura.

    Mi è chiaro anche che la questione non si riduce a un programma o a una campagna elettorale e ai suoi slogan.

    C’è bisogno di una rifondazione dell’analisi e del pensiero che è anche una gigantesca sfida culturale oltre che politica.

    Non è certo solo una questione italiana ma come evidente a tutti è un tema che investe la sinistra e il campo progressista in particolare in tutto il mondo occidentale.

    E torna tutta, ora, questa questione tanto più di fronte al nuovo scenario politico di casa nostra.

    E torna tutta perché la domanda da cui partire rimane una, prima di tutto: qual è il nostro ruolo verso la società italiana, verso il Paese? Chi vogliamo rappresentare? Cosa vogliamo essere?

    Come rendiamo credibile e possibile il PD come forza di trasformazione e cambiamento della società e non invece – come spesso siamo apparsi – soggetto elitario e del potere?

    Penso abbia ragione chi ci ha messo in guardia da un rischio.

    Quello che nel bipolarismo sociale che si sta determinando tra vincenti e perdenti della globalizzazione noi veniamo riconosciuti solo da una parte dei primi e sempre meno invece dai secondi.

    Ma la sinistra non è, se non parte prima di tutto proprio da loro.

    E questo ragionamento non riguarda solo i più deboli ma anche classi medie e figure emergenti che non hanno trovato in noi una risposta adeguata alle loro insicurezze.

    Ecco perché non credo che ce la caveremo solo con qualche mossa tattica.

    Ed ecco perché penso che anche il post 4 marzo debba per noi muovere più dalle ragioni sociali della sconfitta che non da altro.

    Tommaso Nannicini ha parlato secondo me giustamente anche della insufficienza della nostra narrazione emotiva.

    Serve davvero un nuovo inizio per questo progetto. Non tornare indietro e non andare oltre. Ma riprogettare per ripartire.

    Serve un suo ripensamento generale a partire da questioni essenziali: la democrazia rappresentativa e la crisi del rapporto tra politica e cittadini, una nuova idea dello sviluppo perché sia davvero equo socialmente e sostenibile, il ruolo dell’Italia in Europa e il suo protagonismo del mondo globale.

    E serve un ripensamento netto anche su come si fa partito.

    Su come si sta insieme. Su come ci si riconosce. Su come ci si confronta e si prendono decisioni dopo essersi ascoltati e confrontati con la voglia di costruire una risposta comune.

    Da noi non possono esistere liste di proscrizione, da qualunque parte essere provengano!

    Spesso noi siamo più feroci con noi stessi che non con i nostri avversari. Basta.

    Non tutto poi si può risolvere sempre con la logica dei rapporti di forza. Non tutto può essere compresso nella partita dei nostri schieramenti interni di correnti, gruppi, aree.

    Non tutto è riassumibile nella forza o nella debolezza di un leader.

    E serve una riflessione anche del nostro posizionamento.

    Un’idea nuova di coalizione e delle possibili alleanze nel campo del centrosinistra e delle forze riformiste, cercando sopratutto forze nuove, tanto più di fronte alla persistenza di due offerte alternative alla nostra oggi chiaramente più forti di noi su scala nazionale.

    Sopratutto se si immaginano sistemi elettorali a doppio turno, occorre fare questo sforzo di prospettiva se non vogliamo rischiare l’irrilevanza.

    **

    Ho condotto questi due mesi provando a praticare nei fatti sempre l’unità.

    Rivendico questo impegno. Per me la collegialità è un valore.

    Ho ascoltato tutti e provato a definire punti di equilibrio necessari per andare avanti.

    Seguendo il mandato dell’ultima direzione, sempre unitariamente anche insieme alla nostra delegazione, abbiamo affrontato tutte le consultazioni a cui siamo stati chiamati.

    E la stessa unità d’azione l’abbiamo condivisa con il gruppo dirigente fondamentale sempre nel rispetto di dubbi e differenze.

    Abbiamo fatto bene a riconoscere l’onere della prova di governo alle forze che hanno prevalso il 4 marzo sottraendoci da qualsiasi gioco.

    Dobbiamo anche da qui denunciare il fallimento di ogni loro tentativo trasformato sempre in tatticismi, veti e scontri che per settimane hanno paralizzato la situazione senza avanzare seriamente nemmeno una volta un ragionamento sulle vere priorità degli italiani.

    Questa direzione, per decisione di tutto il gruppo dirigente fondamentale, doveva discutere la possibilità di aprire un confronto con il Movimento Cinque Stelle, secondo il mandato assegnato dal Presidente della Repubblica al Presidente della Camera solo dopo l’esaurimento dell’ipotesi d’intesa tra centrodestra e Cinque Stelle.

    Un mandato chiaro e preciso anche nel suo perimetro politico.

    Non si è mai trattato di decidere con un si o un no, se fare un’alleanza o votare la fiducia a un governo Di Maio.

    Si trattava di lanciare con il confronto una sfida politica e culturale diretta a quel movimento che tanto ha eroso il nostro consenso anche il 4 marzo. E sfidarli proprio sul terreno del cambiamento. Fare uscire tutte le loro contraddizioni.

    Nessuna rinuncia ai nostri valori e alle nostre scelte ma invece un’ipotesi certo impervia, certamente di difficile praticabilità, per incalzare quel movimento oltre i posizionamenti tattici, demagogici ed elettoralistici che hanno tenuto fino a qui.

    Non quindi una resa, ma un rilancio.

    Certo difficile da sostenere al punto che anch’io ho prospettato persino l’idea di una eventuale consultazione larga della nostra base, qualora si fosse arrivati a una ipotesi concreta di lavoro.

    Oggi questa direzione non può più discutere di questa ipotesi di confronto perché i fatti nei giorni scorsi hanno archiviato questa possibilità. Capitolo chiuso, quindi.

    A me rimane un pensiero che credo sia giusto dirvi: nella discussione accesa di questi giorni parlavamo molto di loro ma in realtà il tema vero eravamo noi. Il nostro ruolo e la nostra funzione anche quando si è in minoranza. Per non rischiare di auto-confinarsi nell’irrilevanza. E accetare una sfida. Un’ipotesa rischiosa per il Partito democratico.

    Il dato ora è che il rischio di un voto anticipato è più forte di ieri con tutte le conseguenze che questo può avere innanzitutto per il Paese.

    Per noi il tema non è mai stato votare Salvini o Di Maio Premier.

    Ma per noi il tema non potrà mai essere nemmeno sostenere un qualsivoglia percorso con Salvini, Berlusconi e Meloni come soci di riferimento.

    Tanto più impossibile chiaramente per noi un governo a trazione leghista.

    Aggiungo inoltre che, visto lo spettacolo quotidiano, mi sembra quantomeno arduo immaginare che quelle leadership – che vanno per querele e tribunali – essere domani insieme padri costituenti della nuova Repubblica.

    *

    Io credo che tanto più oggi noi dobbiamo supportare l’operato del Presidente Mattarella a cui vanno anche da qui i nostri sentimenti di stima e fiducia.

    Lunedì si terranno nuove consultazioni e noi certamente dovremo avere un atteggiamento costruttivo verso la Presidenza.

    Da dove partiamo? Per noi rimangono essenziali alcuni capisaldi irrinunciabili legati prima di tutto alle scelte economiche e sociali del Paese a partire dall’agenda sociale per una crescita equa contro le diseguaglianze e a un rinnovato impegno per la nuova Europa e il suo salto di qualità politico sempre più urgente e necessario. Certo, anche le riforme istituzionali rimangono un terreno di sfida e di confronto per una democrazia davvero decidente.

    *

    Sappiamo tutti di essere in una situazione delicata e profondamente incerta sia dal punto di vista istituzionale che politico.

    Anche dalle regioni in cui si è appena votato – in Molise e in Friuli Venezia Giulia – arrivano segnali che dobbiamo cogliere e voglio ringraziare quanti hanno lavorato con passione e impegno in campagna elettorale pur in condizioni molto complicate.

    Ci serve allora – ancora di più – una direzione salda e univoca del PD.

    Certamente non solitaria ma collegiale.

    Non dobbiamo consentire a nessuno di poter dire ogni giorno fuori di qui che ci sono diversi partiti nel nostro partito.

    Non ci possiamo permettere attacchi interni, polemiche gratuite, provocazioni, delegittimazioni reciproche, doppi binari di direzione che finiscono sempre per fare male a tutto il PD.

    Vale per tutti noi e vale a maggior ragione in questo momento.

    Lo chiedo a voi, lo chiedo a tutto il gruppo dirigente nazionale e su questo penso ci debba essere il nostro immediato cambio di passo. Pena davvero l’estinzione e l’irrilevanza.

    Dobbiamo esserne consapevoli verso il Paese e verso la nostra comunità che ci guarda con attenzione e si aspetta chiarezza e unità.

    L’unità senza chiarezza sarebbe inutile. E il nostro compito è raggiungere questo obiettivo parlandoci con grande sincerità.

    A tutti i nostri elettori, militanti e simpatizzanti dobbiamo chiedere scusa per le troppe volte che abbiamo fatto prevalere le nostre divisioni e non invece il senso dell’impegno comune.

    Con questa consapevolezza chiedo alla direzione di rinnovarmi la fiducia a proseguire il mandato nella gestione di questa fase particolare e fino all’Assemblea nazionale che sarà certo un passaggio importante per la nostra prospettiva.

    Non chiedo sostegni di facciata, propongo un passo consapevole.

    Non ci servono false unanimità che si sciolgono al primo minuto dopo la direzione.

    Mi è chiaro che una parte importante delle riflessioni che ho provato a proporvi non possono trovare una risposta compiuta solo nella discussione di una direzione.

    Sento come tanti altri il bisogno di uno sforzo congressuale nei tempi giusti capace di andare in profondità e di non rimanere in superficie.

    Possiamo farcela.

    Ci attendono anche tra poco elezioni comunali importanti in tante città dove servirà unità, apertura, rinnovamento e impegno da parte di tutti noi.

    Possiamo farcela se ricominciamo a lavorare insieme sul senso della prospettiva che vogliamo per il nostro Paese.

    Su un’idea di futuro per gli italiani, molto prima dei nostri destini.

    Possiamo farcela se iniziamo davvero le nostre battaglie per l’allargamento del Reddito di Inclusione contro la povertà, per l’assegno universale alle famiglie con figli, per il salario minimo legale contro il lavoro sottopagato e i contratti pirata.

    Per la parità salariale di genere.

    Possiamo farcela se arriviamo prima di altri a rispondere ai bisogni delle 900mila madri single del nostro paese di cui ben la metà rischia la povertà e certamente più in difficoltà delle altre madri.

    Possiamo farcela anche se smettiamo di chiamarci in modo esasperato renziani, antirenziani, martiniani, orlandiani, e via dicendo (ciascuno si inventi la sua etichetta) ma se ritroviamo invece l’orgoglio di essere prima di tutto e solamente democratici.

    Basta con la logica dell’amico-nemico in casa nostra!

    Possiamo farcela se decidiamo una volta per tutte di curare la nostra autoreferenzialità, se apriamo porte e finestre all’impegno di altri con noi e se la smettiamo di scambiare la lealtà che si deve sempre a un impegno politico con la cieca fedeltà acritica di stagione. A Roma come nei territori.

    Riprendiamo lo spirito originario del Partito Democratico.

    Proviamo a dare ancora al Paese almeno noi un solido punto di riferimento.

    Ce n’é bisogno.

    Non è impossibile. Tocca solo a noi.

    Possiamo farcela. Grazie.

  • Ritroviamo il coraggio per cambiare il Paese

    Intervento su La Repubblica del 4 aprile 2018

    Nessuno a sinistra, nel campo democratico e progressista, può sottovalutare e liquidare la portata del cambiamento prodotto dai cittadini il 4 marzo. Penso che dobbiamo fare i conti fino in fondo con la cesura radicale che si è realizzata tra le culture fondative della nostra Repubblica e il Paese. Siamo a un cambio di scenario anche in Italia e il destino del Partito Democratico è legato alla sua capacità di proporre un’analisi profonda e una reazione conseguente all’altezza del tempo che abbiamo davanti a noi. Ovunque nel mondo la destra ha cambiato pelle nella seconda stagione della globalizzazione. Da ultra liberista è diventata paladina dell’ideologia della chiusura, dando così l’impressione di rispondere in particolare alle domande di protezione di larga parte dei cittadini più fragili. Al cambiamento del capitalismo globale ha fatto seguire una nuova proposta ideologica e politica. E la sinistra? È rimasta ferma. Ha continuato ovunque a professare la società aperta faticando sempre di più a porsi il problema degli ultimi. Faticando a riconoscere le frontiere dei bisogni generati da cambiamenti che ovunque hanno fatto emergere paure e solitudini. Il presente imprigiona, il futuro spaventa. E dentro questa perdita d’orizzonte si consuma la crisi di senso della sinistra.

    L’allargamento della forbice delle diseguaglianze, in Italia come in occidente, ha prodotto smottamenti che hanno messo in discussione interi territori e figure sociali di riferimento un tempo pilastri essenziali del Paese. A ciò si aggiunga la fatica della responsabilità di governo anche quando si sono compiute importanti scelte di avanzamento dei diritti e riforme economiche e sociali necessarie. E limiti ed errori compiuti in primo luogo al sud, dove i cittadini hanno prevalentemente votato “contro” di noi per esprimere una domanda radicale di rinnovamento della politica. Penso che per ripartire serva una nuova prospettiva democratica in grado prima di tutto di rimettere al centro del nostro impegno l’urgenza di un valore antico ma quanto mai attuale: la giustizia. Ci sono battaglie da condurre e sono sfide di giustizia. Che si tratti delle donne ancora sottopagate nei loro lavori e nella loro fatica di conciliazione coi tempi di vita, che si ascoltino le voci di tanti giovani del mezzogiorno senza prospettive e certezze, che si pensi a lavoratori e disoccupati a cui garantire concretamente protezione e reddito con strumenti realmente universalistici o che si affronti il futuro delle periferie urbane dove è più evidente il bisogno di costruire integrazione e sicurezza nella piena cittadinanza.

    Credo, come altri, che abbiamo bisogno di organizzare una nuova risposta ai bisogni di protezione dei cittadini. L’alternativa all’individualismo e alla chiusura torna ad essere la comunità. E dunque un nuovo contratto sociale capace di proteggere e promuovere. In grado di riconoscere il “valore condiviso”, il mutualismo e i cittadini come protagonisti attivi e non solo come consumatori (anche delle istituzioni e della politica). Si tratta di realizzare un vero cambio di prospettiva prendendo certamente anche il buono che abbiamo seminato in questi anni che c’è e va riconosciuto. Rimettere al centro la giustizia sociale, rispondere ai bisogni con una idea forte di comunità, dare forma a nuovi diritti ma anche a nuovi doveri e responsabilità. Affrontare la questione ineludibile della sostenibilità integrale dello sviluppo a partire dalla sua svolta ecologica. E riproporsi come il soggetto capace di sostenere con coraggio il rinnovamento della democrazia rappresentativa, la riforma delle sue istituzioni per garantirne un corretto funzionamento verso persone, famiglie e imprese e nuove pratiche di partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche. Dunque, un’idea di società, più che un menù di promesse. Una prospettiva e una speranza possibile per il futuro, più che un semplice programma. Un impegno da collocare dentro una chiara scelta di campo europeista, perché proprio l’Europa dovrà essere lo spazio di cittadinanza fondamentale per questa svolta, pena la sua definitiva decadenza. Anche per questo le prossime elezioni europee 2019 saranno un banco di prova essenziale per l’alternativa progressista ai ripiegamenti nazionalisti e ai populismi autoritari.

    Lavoro perché il Partito Democratico sia capace di offrire a tanti questa proposta d’impegno. Siamo nati come il partito del cambiamento del Paese; dobbiamo ritrovare le nostre ragioni ripartendo esattamente da questa missione. Ed è giusto, anzi necessario, che questo sforzo attraversi il PD ma vada anche oltre. C’è da allargare il campo e da superare vecchi e nuovi conflitti. C’è da chiedere un passo avanti a tante energie pronte a dare una mano e figlie di esperienze forti in campo sociale, culturale, associativo. “Il mare calmo non ha mai fatto buoni marinai” mi ha detto un caro amico e compagno. Ha ragione. Ora il mare non è certo calmo ma proprio per questo vale la pena di navigare insieme. E solo insieme prendere la rotta giusta.

     

     

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