Nuovo Patto di welfare: riforma o controriforma?

Lo scenario complessivo dell’erogazione dei servizi di welfare ai cittadini lombardi è in questi anni mutato profondamente, non solo perché la popolazione sta invecchiando (con il conseguente aumento delle cronicità, del numero di persone che devono essere assistite e curate oltre che della durata nel tempo di tali cure) ma anche a causa di una composizione sociale che è cambiata e che continua a modificarsi. In questo contesto alle famiglie occorre che siano attuate politiche di sostegno e di valorizzazione, anche in ragione di una riduzione delle risorse economiche che ha raggiunto ormai livelli drammatici.
Quello che sta accadendo è che, a fronte delle difficoltà derivanti dai minori finanziamenti pubblici, la Regione Lombardia propone un cambiamento del sistema di welfare che non è esagerato definire radicale dal momento che si basa sul “passaggio dall’offerta alla domanda”, vale a dire sull’abbandono della centralità della persona e dei suoi bisogni – a parole valori assai declamati – per realizzare invece un controllo centralizzato di doti e voucher.
Davanti a un simile quadro credo che il giudizio espresso nel documento inviato alla Regione Lombardia dai firmatari di sindacato e terzo settore non possa in nessun modo stupire, dal momento che la modalità con cui si chiede di sottoscrivere il “patto” è non solo discutibile ma anche e soprattutto contestabile e contraddittoria. In pratica, a coloro che costituiscono il welfare lombardo si propone un fantomatico “patto” che in realtà appare essere una proposta unilaterale e già scritta che va a mutare radicalmente il modello sociale e socio-sanitario senza che ciò comporti una discussione in Consiglio regionale, ovvero nel luogo in cui si dovrebbero approntare tali importanti indirizzi politici. Di fatto si tratta di una proposta che ha già preso avvio (anche attraverso un oneroso appalto da 6 milioni di euro, poi aggiudicato a oltre 4 milioni) con la delibera del 4 aprile scorso riguardante le “Linee guida di sperimentazione nell’ambito del welfare”.
In altre parole possiamo dire che il nuovo Welfare lombardo, così come enunciato nel “patto”, presuppone il salto del livello decisionale territoriale, penalizzando pesantemente la programmazione e la progettazione negli ambiti e nei distretti che sarebbero invece funzionali all’integrazione tra sociale, sanitario e sociosanitario. L’integrazione della governance a tutti i livelli (a partire da quello regionale) sarebbe invece necessaria attraverso lo sviluppo dei punti unici di accesso, la presa in carico delle persone, la garanzia di una continuità assistenziale nei percorsi di cura, oltre che incentivando sia la gestione associata a livello territoriale sia lo sviluppo di una rete a partire dalla prevenzione e dalla crescita della medicina di territorio, con ciò completando, monitorando e perfezionando l’avvio tanto del sistema per la cronicità (CREG) quanto dei posti di cure intermedie e della cura post-acuta (attualmente inefficiente ed eterogenea sul territorio lombardo) insieme a un rafforzamento delle politiche familiari.
L’esasperazione del principio di libera scelta – che peraltro è già oggi garantito – unitamente a un modello basato sulla competitività tra gli erogatori di prestazioni e servizi può di fatto produrre effetti collaterali purtroppo assai prevedibili, a cominciare da un abbassamento della qualità e dalla perdita di una presa in carico globale della persona e della sua famiglia.
All’incontro presso la Casa del Giovane (mercoledì 4 luglio, ore 17.30) saranno presenti, insieme a me e al collega Mario Barboni, anche Elena Carnevali, il Forum Salute di Bergamo con CGIL, CISL e UIL, i rappresentanti gestori degli enti ecclesiastici e del privato, Confcooperative, Legacoop e il Forum delle associazioni di volontariato socio sanitario bergamasco.

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