• Aprire una nuova stagione per tutti

    Intervista pubblicata su Panorama in data 1 novembre 2018 a firma di Luca Telese

     

    Onorevole Martina, ho trovato questa foto, compromettente: c’e lei, a torso nudo, totalmente zuppo di sangue. È già iniziato il congresso del Pd?

    (Sorriso) Non faccia lo spiritoso: fa finta di non accorgersi che si tratta di uno scatto d’epoca. Risale ad una quarto di secolo fa.

    Tuttavia il sangue c’è davvero.

    (Risata) Si, ma è un trucco di scena. È un reperto di alcuni esperimenti di teatro amatoriale.

    E già metteva in scena la battaglia congressuale del Pd?

    No. Capisco la tentazione della battuta, ma quel sangue fa parte di una stagione molto drammatica, e per me anche molto appassionante, quando con alcuni straordinari insegnanti della nostra scuola girammo l’Italia con uno spettacolo scritto insieme a loro sulle stragi di mafia.

    Dopo Capaci e via D’Amelio?

    Esatto. Non potrò mai dimenticare quel momento, quella grande emozione civile che ci attraversó.

    Lei era giovanissimo.

    Poco più che un ragazzo. Interpretavo uno degli uomini della scorta di Giovanni Falcone. Stilisticamente era un tentativo di fondere il coro greco con la cronaca.

    E il sangue?

    Era il momento più forte della piece. Il coro di tutti noi si levava sulle parole della vedova di Vito Schifani: “Loro non cambiano! Loro non cambiano!”

    Ricordo bene. Scalfaro contestato nella cattedrale.

    Sa che ancora oggi, quando guardando questa foto, mi ricordo di quei giorni, mi vengono i brividi e mi commuovo?

    Ci credo.

    Comunque in quel momento le vittime venivano tutte bagnate di sangue. Portammo questo spettacolo in diverse città e poi a Palermo.

    Dove?

    Ospitati dall’Arci. Pensi cosa voleva dire per me, cresciuto in terra bergamasca: partire da Milano con la cuccetta, attraversare l’Italia, scoprire che un treno poteva salire su un traghetto, arrivare per la prima volta al sud.

    Viaggio iniziatico.

    È così: mi ha cambiato la percezione della vita.

    Spieghi meglio.

    Io ero allora un ragazzo cresciuto in un paese, innamorato senza fortuna di almeno due o tre ragazze della nostra compagnia, che viaggiava come in una gita scolastica.

    E poi?

    E poi, improvvisamente, mi svegliavo in un’altra città, che mi sembrava di un altro paese. Ma soprattutto: di un altro mondo. Un nuovo mondo per me.

    Bellissimo. Peró non mi ha ancora detto se ci saranno coltellate e sangue anche nel vostro congresso.

    (Serio). Guardi, penso proprio di no. Magari ci sarà per la prima volta, una sfida contendibile. Una sfida aperta, una battaglia vera, anche se leale. Le pare poco?

    Affatto.

    Secondo me è una grande opportunità. Mi dica un altro partito in cui i leader si scelgono con un voto così democratico.

    Mi spieghi se lei la combatterà questa battaglia, e con quale ruolo.

    (Altro sorriso) Se mi dice quanto tempo ha a disposizione glielo spiego.

    Cominciamo dalla sua storia.

    I miei nonni erano contadini, come quasi tutti dalle mie parti. Sono nato a Calcinate, ma cresciuto a Mornico al Serio.

    Li ha conosciuti?

    Non tutti, purtroppo. Ma ho un ricordo bellissimo, a quattro anni. Dopo la finale del mondiali del 1982 mio nonno paterno mi porta in motorino dietro di lui, per le vie del paesello, con una grande bandiera dell’Italia.

    Come si chiamava?

    Enrico: le dico con orgoglio che da noi Olmi ha girato l’Albero degli zoccoli. Lui ad un certo punto della sua vita iniziò a lavorare nella fornace del paese che faceva mattoni.

    Un salto di epoca, verso il boom economico.

    Era un mondo che passava dalla cascina al cantiere di Milano, contadini che diventavano edili. La storia della mia terra.

    Era un paese bianco?

    Bianchissimo: a Mornico al Serio la Dc era al 70%. E poi la maggioranza sarebbe passata prima a Forza Italia e poi alla Lega.

    Anche oggi, immagino.

    Invece no, perché alcuni ragazzi hanno costituito una lista civica e battuto la Lega. Una impresa.

    Lei è figlio di questo mondo.

    Nato e cresciuto in cascina San Carlo. I miei abitano ancora lì.

    Anche suo padre e sua madre elettori centristi e bianchi. E invece lei??

    C’era un bel gruppo di insegnanti progressisti, tra cui il mio maestro Sergio, che alle elementari iniziano a farci educazione ecologica. Ci aprono gli occhi verso il mondo. Ci formano con una sensibilità civile.

    Quand’è la prima volta che si è sentito “di sinistra”?

    Non sorrida: alle elementari. Ricordo un articolo dell’Espresso sulla morte di Chico Mendes, leader brasiliano e sindacalista dei raccoglitori di caucciù, ucciso dagli agrari perché difendeva la foresta amazzonica.

    E lei cosa fa?

    Rubo, letteralmente, la rivista dalla biblioteca della scuola e me la divoro, a casa, colpito da quella ingiustizia.

    Da lì inizia un viaggio.

    Poi c’è il legame con la Resistenza. Venne a scuola il “compagno Brac”, l’ex partigiano, ed ex parlamentare Brighenti. Sentirlo parlare per me fu una folgorazione.

    Sempre per via di questi professori, già alle medie.

    Sergio, Gabriella e Susy. Erano una sorta di enclave di insegnanti aperti in una terra moderata. Per loro la scuola era l’avamposto culturale per formare cittadini.

    Quando lei prende la tessera i suoi non sono entusiasti.

    Nooo… erano moderati, profondamente cattolici. Mi iscrivo prima al partito, poi alla giovanile, e loro non mi capiscono.

    A Mornico?

    Si. In paese c’era la sezione “Palmiro Togliatti” del Pci, chiusa: entrammo e i vecchi ci consegnarono letteralmente le chiavi.

    E voi?

    La ristrutturammo.

    Anche lei?

    Guardi, immodestamente so lavorare un po’ il cartongesso. È un’arte.

    E quando aveva imparato?

    Andavo a lavorare da ragazzo in cantiere, all’ospedale di Verona, fin dai tempi delle vacanze scolastiche. E la sera facevo il cameriere in pizzeria.

    Addirittura?

    D’estate andavo anche con mio padre nella fabbrica tessile davanti a casa a preparare il lavoro delle donne che facevano il turno di notte. Un rumore della madonna. E il calore della macchina e dei corpi.

    Cosa faceva?

    Preparavamo le rocche da lavorare. Oggi di quel mondo non c’è più nulla, tutto spazzato via dalla crisi del tessile anni duemila.

    Cosa accadde?

    Semplice. Arrivò la Cina. Oggi in quella fabbrica c’è una piattaforma logistica: nel mio paese un cerchio perfetto si chiude anche fisicamente dalla filanda ad Amazon.

    Siamo al centro della Lombardia.

    Sono nato sulla A4, tra Milano e Venezia. Terra di muratori, carpentieri, geometri con la cultura della villetta e della Bmw.

    Laurea in economia.

    Diploma di perito agrario e poi scienze politiche. Tesi sul mercato del lavoro in Lombardia.

    Viene eletto consigliere comunale.

    Fu abbastanza facile, presi 85 voti anche perché ero l’unico di sinistra in una lista civica. Per partecipare a Bergamo alle riunioni facevo su e giù con il mio motorino, un Si Piaggio rosso. Tornavo a notte fonda.

    E i suoi?

    Non mi capivano. Fino a che non sono diventato consigliere mi credevano matto. Quando tardavo, a volte, mi chiudevano fuori. Erano preoccupati per me.

    Immagino la soddisfazione quando sono venuti al suo giuramento da ministro.

    Tantissima. Ma a Roma non sono venuti: mi sono laureato da solo, ho giurato da solo. In questi momenti, per scelta ho fatto tutto da solo.

    Lei politicamente era un discepolo di Bersani.

    Con Pierluigi io ho avuto una bellissima esperienza. Gli devo molto.

    Cosa vi siete detti quando lui ha lasciato il Pd?

    Umanamente è stato un passaggio doloroso. Ma non ne abbiamo parlato. In quei giorni si era creata quella distanza per cui non discutevi.

    Avete avuto una rottura umana?

    No, io continuo a stimarlo enormemente e ad essergli grato per lo sguardo che mi ha dato sulla realtà. Anche se considero la sua scelta di abbandonare il Pd profondamente sbagliata.

    È diventato ministro grazie a lui, in quota minoranza.

    Penso sia stata una scelta condivisa. Matteo sceglie di tenermi nel mix della sua squadra e gliene sono grato.

    Su cosa rompe, Pier?

    Sulla legge elettorale e sulla riforma costituzionale. Ma lo strappo vero per lui era stato sull’articolo 18.

    E lei?

    Anche io ho sofferto moltissimo in quel passaggio: soprattutto sul tema dei licenziamenti collettivi.

    E perché non ha strappato?

    Perché ho creduto sinceramente nelle tutele crescenti. All’idea che si potesse dare una mano a spingere le riforme del mercato del lavoro per tutelare meglio le persone.

    E oggi?

    Mi interrogo. È giusto riflettere, integrare e correggere quel progetto. La prima cosa che farei è il salario minimo per chi non ha contratto nazionale.

    Avete perso anche per via di questi temi?

    Questo lavoro di accompagnamento non ha avuto la forza di tutelare tutte le persone esposte nel tempo della crisi. È un fatto.

    Sia sulla scuola che sul lavoro che sulle riforme un pezzo del vostro popolo non vi ha seguito.

    Vero, e da qui dobbiamo ripartire.

    E oggi cosa pensa della “stagione renziana”?

    Cose molto buone ed errori. Ma ora di certo non possiamo fermarci alla retorica dei mille giorni.

    Lei da segretario ha provato a voltare pagina?

    Va aperta una nuova stagione per tutti. Rivendico il lavoro di questi mesi. Andare a Scampia, davanti alla Diciotti, ai cancelli dell’Ilva questa estate.

    Spesso accolto freddamente.

    A Taranto per la prima mezz’ora leggevo sulle facce degli operai: “Ma che ci fa questo matto qui?”. Poi invece abbiamo dialogato a lungo

    E allo Zen 2.

    A visitare un bellissimo progetto di Save the children. Ancora più difficile. Sono arrivate le sentinelle in motorino, ci hanno insultati.

    E poi portare la direzione del Pd a Torbellamonaca, a luglio.

    Era un riconoscimento all’unica libreria del quartiere, un gesto rappresentativo.

    E poi prendersi i fischi a Genova, ai funerali delle vittime.

    Ero ben consapevole che sarebbe stato uno schiaffo. Simbolicamente eravamo noi – il Pd – il tema di quel giorno. Oggi invece il problema è la drammatica assenza del governo.

    È rimasto ferito, lo ammetta.

    No. E sono tornato a Genova quattro volte. So cos’è il quartiere Certosa. Posso parlare del negoziante, del benzianaio che ha chiuso. Di quelle persone, non in astratto.

    Ha appena rimesso il mandato da segretario.

    Ho fatto la mia parte. Fino in fondo. I grandi progetti politici hanno bisogno di leadership forti. Adesso questo segretario va scelto.

    Lei pensa di avere le capacita per questa nuova fase?

    Posso fare la mia parte. E diversa dalle altre.

    Lei conosce la cosa più perfida che si dice di lei: un ragazzo d’oro, ma non ha la cattiveria che serve per essere la risposta a Salvini.

    È la retorica del “capitano”. Ma il capitano in questi tempi si schianta anche sugli scogli.

    Ora parla di Salvini o di Renzi?

    Io rinuncio in assoluto a questo racconto, alla retorica del capo. Penso ad un modello alternativo di leadership: più corale.

    Si considera in continuità o in discontinuità con il renzismo?

    Riconosco i meriti della stagione che abbiamo alle spalle. Ma sono irrequieto per gli errori che abbiamo commesso. Non penso si possa dire: “Non abbiamo nulla di cui scusarci”.

    E cosa dovete dire, allora?

    Noi dobbiamo riconoscere i nostri errori e adesso scrivere una pagina nuova, senza continuare a parlarci addosso.

    Un renziano le direbbe: “C’eri anche tu al governo, caro”.

    Vero. Io però dico che abbiamo sbagliato insieme a non capire che quel disagio cresceva.

    Cosa è accaduto?

    Il paese avanzava con gli aumenti di Pil e noi ci siamo illusi che questo bastasse, mentre un pezzo di società restava indietro e il rancore cresceva.

    Ci sono già in campo sette candidati, due dei quali molto battaglieri.

    Una competizione aperta e leale può fare bene.

    Minniti è un campione di riformismo, Zingaretti è il candidato più radicale. Lei?

    (Sorriso). Magari io sono più riformista di Minniti e più radicale di Zingaretti.

    Le arrivano i messaggi della base?

    Guardi, le faccio leggere l’ultimo: un compagno di Savona mi chiede di dirimere una controversia di sezione a Cairo Montenotte!

    Non è un lavoro da responsabile organizzazione?

    Sono saltati tutti i filtri. A volte non ci si può sottrarre. Se scorre la chat scopre che ci siamo scambiati sette risposte. La politica al tempo di internet non può sottrarsi. Non puoi staccare.

    Quando deciderà se correre?

    Tra poco.

    Salvini vi ha rubato voti operai.

    Lavora sulla paura. La Lega se la prende con i bambini di Lodi. E poi fa i condoni per i super evasori. Forti con i deboli e deboli con i forti. Noi dobbiamo rappresentare l’alternativa a questo racconto.

    Lei è convinto che il M5s non riuscirà a dare risposte, ad esempio sul reddito di cittadinanza.

    Per come l’hanno voluto è uno strumento ingiusto e persino pericoloso. Rischia di portare più lavoro nero e di non aiutare le persone che andrebbero sostenute.

    Sta facendo il gufo?

    No, faccio una constatazione di merito.

    Lei dice che serve una nuova formula per il Pd?

    Guardi queste foto: ci sono Obama e Lula.

    Belle. Ma per lei cosa vogliono dire?

    Sono due giganti che hanno coniugato il riformismo e la speranza – Lula per altro oggi ingiustamente perseguitato -. Non bisogna tornare a loro, ma cercare ancora questa ambizione.

    E si può fare in Italia?

    Si deve. Per parlare a questo tempo serve un nuovo Riformismo radicale.

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