• Apriamo il Pd al popolo delle piazze. Saremo i “Democratici”

    Intervista pubblicata su La Stampa il 13 dicembre a firma di Carlo Bertini

     

    Contesta a Salvini e Di Maio la manovra che rischia di portare il paese in recessione e annuncia che dopo il congresso il Pd dovrà trasformarsi in una forza più larga, i Democratici italiani: aprendosi alla società civile e al popolo che ha animato le piazze anti-governative in questi mesi. Augurandosi che Renzi non costruisca un nuovo partito, perché «ogni divisione del centrosinistra è un regalo alla destra». Così Maurizio Martina conta di battere Nicola Zingaretti al congresso Pd.

    Ma voi del Pd cosa proponete sulle pensioni e il reddito di cittadinanza?

    «Sulla povertà, chiediamo di fermare questo inutile gioco propagandistico e di puntare tutto sull’allargamento del reddito di inclusione che abbiamo voluto noi e che può essere esteso integrandolo di 3 miliardi per allargare la platea e raggiungere 4 milioni di persone: più efficace perchè poggia sull’operatività dei comuni».

    E per le pensioni?

    «Due proposte: fermare questo cortocircuito che produce quota cento, stabilizzando l’anticipo pensionistico sociale, allargare la platea dei lavori gravosi, fare la nona salvaguardia per gli esodati. E cominciare a sperimentare l’assegno pensionistico per i giovani con carriere contributive discontinue. Un assegno base per dare una garanzia a chi non ha continuità contributiva con uno strumento universale. Gli stessi miliardi che hanno messo su quota 100 possono essere spesi meglio e meno».

    Rispetto ai bisogni profondi espressi con le scelte elettorali di marzo, che alternative offre oggi il Pd? Salvini rassicura quella fascia di popolazione che chiede sicurezza, Di Maio i più colpiti dalla crisi. E voi?

    «Noi non offriamo illusioni ma serietà: basta propaganda, ma concretezza. Dobbiamo partire dalla questione sociale, dalla lotta alle disuguaglianze e dobbiamo dialogare con i ceti produttivi preoccupati dalle misure su economia, infrastrutture e sviluppo. E da un’idea di blocco del paese e degli investimenti come la Tav che fa male all’Italia».

    Cosa pensa delle ultime mosse di Macron? Secondo lei ha fatto bene ad aprire una crepa nel blocco dei gilet gialli aprendo alle loro richieste o ha sbagliato a promettere quei cento euro a chi ha messo a ferro e fuoco la Francia?

    «Oggi Macron vive un momento difficile, ma tentare un dialogo con chi ha manifestato e provare a fare dei passi per sanare questa frattura credo sia un tentativo comprensibile. E anche in Italia dobbiamo guardare in faccia la questione salariale, che è cruciale, di tanti lavoratori troppo spesso sottopagati. E’ un tema decisivo che il Pd deve saper affrontare, lanciando anche la sfida della partecipazione dei lavoratori agli utili di impresa e del salario minimo legale per chi non è coperto da contratto nazionale. Questi i nostri temi che fanno la differenza con questa maggioranza».

    Osservando il vostro congresso viene però da chiedersi a cosa serva. In poche parole, saprebbe dire quali sono le differenze tra lei e Zingaretti, i favoriti per la vittoria?

    «Io mi candido a fare solo il segretario e in questi mesi duri ho lavoratori ogni giorno per l’unità del Pd. La nostra proposta guarda più al futuro non si rivolge al passato. Bisogna rompere vecchi schemi oltre le correnti e le aree viste fino a qui. Noi non bastiamo ma siamo fondamentali per l’alternativa questa destra».

    Che vuol dire non bastiamo? Vuole andare anche lei oltre il pd?

    «Propongo che la prossima assemblea nazionale Pd lanci un percorso costituente che coinvolga dopo le europee tante energie del campo riformista e democratico che sta fuori da noi. Penso alle piazze che hanno coinvolto tanti cittadini, dando un messaggio di grande disponibilità a costruire un nuovo progetto, senza ansia di definirne la forma. Possiamo passare dal Pd ai Democratici italiani, ma gli strumenti sono conseguenti all’obiettivo. E poi serve un governo ombra per l’alternativa a questa maggioranza che impegni anche esponenti della società civile».

    Cosa pensa dell’ex segretario Renzi che irride il congresso del «Piddì-piddò»?

    «Offro rispetto e chiedo rispetto per questa comunità di iscritti, militanti, elettori. Cittadini appassionati che credono nella buona politica. Le sorti del pd sono decisive per il paese. Quindi basta polemiche, basta battute con toni e argomenti irridenti».

    Pensa che Renzi stia costruendo una nuova formazione?

    «Mi auguro di no e penso che qualsiasi divisione del fronte di centro sinistra sia un regalo alla destra».

     

  • Dividerci sarebbe una follia. Non faremo accordi a tavolino

    Intervista pubblica sul Corriere delle sera il 7 dicembre a firma di Monica Guerzoni

    C’è chi spara fiamme su quel che resta del Pd e chi getta acqua per placare l’incendio, scandendo parole come rispetto, unità, responsabilità. E se molti paventano la fine del partito, l’ex segretario Maurizio Martina lavora per scongiurare una devastante scissione.

    Marco Minniti si è ritirato perché non poteva vincere, o perché non aveva il sostegno di Renzi?

    «voglio esprimere massimo rispetto per questa scelta e per come Minniti, che io ritengo una energia fondamentale per il Pd, ha deciso di compiere questo passo. Il congresso serve a ripensare il rapporto del Pd con il Paese e dobbiamo essere tutti all’altezza della responsabilità che abbiamo in questo passaggio. Tanto più di fronte a un governo come questo, che sta facendo scelte pericolose per gli italiani».

    Chiederà a Minniti di sostenere la sua candidatura?

    «Non dobbiamo affrontare il percorso congressuale col pallottoliere, nella logica stretta di chi sostiene chi. Io ho sempre chiesto di poter fare un congresso sulle idee, prima ancora che sui posizionamenti, sulle percentuali e sui nomi. Abbiamo bisogno di chiarezza e di unità».

    L’unica donna in corsa, Maria Saladino, invita i «galantuomini» suoi avversari a ritirarsi. Lei ha mai pensato di lasciare il campo a Zingaretti?

    «Ma no! Pregherei tutti di non complicare una situazione già complicata. Non saranno accordi a tavolino a rilanciare il Pd. Si è mai visto un congresso con una sola ipotesi in campo? È giusto che alle primarie si esprimano, nella chiarezza, posizioni diverse. Dobbiamo dare tutti una mano a questo lavoro, che può essere straordinario se si abbandonano tatticismi».

    Qualcuno gioca al massacro, come ha denunciato Zingaretti?

    «Mi auguro che nessuno voglia giocare al ribasso. Per quel che mi riguarda ho sempre lavorato per tenere assieme pluralità e unità. Dobbiamo discutere di come stiamo dentro per rilanciare il progetto e non di come si esce».

    Renzi lancerà la «cosa nuova» alle europee?

    «Mi auguro assolutamente che non accada. Se ci fosse nel nostro campo un’altra scissione sarebbe una follia. Chi divide il fronte rischia di fare un grande piacere a 5stelle e destra».

    Per Minniti sarebbe un regalo ai populisti.

    «L’ho sempre pensato. Davanti ad altre divisioni a sinistra il giudizio di tutti noi è stato molto severo. La storia si è incaricata di dimostrare che quel passaggio è stato un errore e io non voglio che quel film si ripeta».

    Dice che Renzi rischia di fermarsi al 3%, come Leu?

    «Dico che il fronte va unito e allargato, non diviso».

    L’ex premier è solo contro tutti e rimprovera voi ex Ds di pensare solo alla «ditta», mentre lui pensa al Paese.

    «Io faccio la mia parte per il Pd e per il Paese. Ho girato in lungo e in largo in questi mesi per riportare la nostra voce in luoghi cruciali: da Taranto a Genova, alla nostra grande manifestazione di Piazza del popolo. Da quando ci siamo candidati abbiamo proposto di legare le primarie alla raccolta di firme per un referendum abrogativo del decreto Salvini, pericoloso per il Paese. Ieri abbiamo lanciato l’idea di far nascere dopo le primarie un governo ombra per l’alternativa. dobbiamo allargare, aprire porte e finestre».

    Se vince lei, richiamerá nel Pd Bersani e D’alema?

    «No, si fermi. Non è una questione di gruppi dirigenti, ma di elettori che il 4 marzo non ci hanno votato, hanno dato il consenso a qualche forza della maggioranza e ora sono arrabbiati e disillusi. L’alternativa si costruisce nel Paese, non con qualche riunione tra big».

    È pronto ad allearsi con il M5s per fermare la destra?

    «I 5stelle si sono dimostrati succubi, ostaggi dell’egemonia della Lega e purtroppo non vedo segnali di autonomia. A me interessa il lavoro di raccordo con i tanti che hanno votato per loro e speravano qualcosa di diverso».

    Delrio resterà e voterà per lei. Il capogruppo potrebbe essere la calamita che fa restare nel Pd i pezzi grossi del renzismo, come Lotti, Boschi, Rosato, Guerini?

    «Io penso che nessuno uscirà. E nel paese ci sono tanti democratici che non vogliono altro che dare una mano a cambiare il Pd e renderlo più forte. A loro vogliamo parlare, altro che dividersi».