• Referendum inutile. I 50 milioni siano usati per aiutare le famiglie

    (intervista a firma di Maurizio Giannattasio pubblicata sul Corriere della Sera il 25.04.2017)

    «È un referendum inutile, uno spreco di tempo e di denaro pubblico».

    Sono giornate piene di impegni per il ministro Maurizio Martina. Il ticket con Matteo Renzi per la segreteria del Pd, le primarie alle porte.
    Ieri in Sicilia, oggi a Milano per il 25 Aprile. Ma sul referendum per l’autonomia della Lombardia voluto dal governatore Roberto Maroni entra a gamba tesa.

    Ministro Martina, perché «inutile»?
    «Perché la risposta al quesito referendario c’è già, ed è sì. Maroni dovrebbe aprire subito una trattativa con il governo con un tavolo di lavoro serio per il federalismo differenziato in base all’articolo 116 della Costituzione. E quindi il referendum non farebbe altro che allungare i tempi e far spendere 50 milioni di euro alla Regione Lombardia. Lo trovo profondamente sbagliato».

    Non le sembra tardiva la decisione del governo di aprire un tavolo comune? Perché non è stato fatto prima?
    «Non spetta a noi. È una domanda che si deve girare al presidente Maroni. Mi chiedo perché quando tre anni e mezzo fa i sindaci e i Presidenti di Provincia chiesero con un atto formale a Maroni di aprire il tavolo con il governo, il Presidente della Lombardia non lo ha fatto. Ho letto molte dichiarazioni di Maroni in questi giorni e l’impressione è che il referendum venga utilizzato come un’arma di distrazione di massa, come uno strumento di propaganda elettorale. E quando leggo certe interviste del presidente della Lombardia dove addirittura dice che con il sì al referendum eliminerebbe il bollo auto e il ticket sanitario penso che siamo già in campagna elettorale. Maroni dovrebbe sapere che con il referendum non sta discutendo di federalismo fiscale, ma di materie aggiuntive di competenza della regione. Ma c’è anche un paradosso».

    Quale?
    «Se si farà il referendum prevarranno i sì. Ma così non si farà altro che allungare i tempi di un lavoro che potrebbe partire fin da ora. Maroni è in ritardo di cinque anni e mi chiedo perché il referendum si faccia a pochi mesi delle elezioni regionali. Credo che ai cittadini verrà qualche dubbio sulla tempistica»

    Si può evitare il referendum?
    «Faccio una proposta al presidente Maroni: piuttosto che buttare via 50 milioni di euro li destini al sostegno delle famiglie lombarde. Otterrebbe due risultati: aprirebbe subito una trattativa con il governo accorciando i tempi e destinerebbe molti milioni per aiutare le famiglie lombarde».

    II sindaco Beppe Sala ha detto che il referendum è inutile. Ma che se ci sarà voterà sì. Lei?
    «E una posizione che rispetto. Nel merito diciamo entrambi che il referendum è inutile. E ribadisco che ha già vinto il sì. Ma dico anche che così come lo sta concependo Maroni è inutile e costoso. Quindi, se si andrà a votare io non parteciperò perché tutti vogliamo che si apra questo lavoro. Da Ministro, ripeto la proposta a Maroni: chieda subito l’apertura del confronto, governo è pronto a discutere e a ragionare nel merito. Si eviti di spendere 50 milioni inutilmente, perché subito dopo il referendum bisognerebbe rifare lo stesso iter che si potrebbe fare fin da ora».

  • Referendum Lombardia? Siamo alla propaganda politica, inutile spreco di soldi pubblici

    (Intervista a firma di Nando Santonastaso pubblicata su Il Mattino del 21.04.2017)

    Lombardo di Calcinate, provincia di euro per un referendum senza Bergamo, e ormai sempre più uomo efficacia se può raggiungere lo stesso forte del Pd in Lombardia, Maurizio obiettivo con la richiesta al governo Martina, è ministro anche con il governo Gentiloni delle Politiche agricole. Renziano di ferro, ha stretto con l’ex premier un’alleanza perle primarie dem del 30 aprile che lo sta portando in giro per l’Italia da settimane. E’ stato lui il primo a intervenire dopo che le agenzie avevano battuto la notizia dell’imminente annuncio del referendum, in Lombardia cui dovrebbe seguire oggi quello del Veneto, altra Regione a caccia di poteri speciali.

    Ministro Martina, l’iniziativa del governatore Maroni va letta solo in in questa chiave politica o apre una riflessione più ampia sulle Regioni più forti economicamente del Paese?

    «Se una regione come la Lombardia vuole proporsi per la gestione di ulteriori materie delegate dallo Stato può farlo seguendo la Costituzione e le leggi. Anziché spendere quasi 50 milioni di euro dei cittadini, come vorrebbe fare, per organizzare un referendum regionale consultivo Maroni chieda al governo l’apertura di un confronto nel merito. Mi pare invece che prevalga purtroppo l’uso strumentale del tema».

    Già, ma come pensa che reagiranno gli elettori Pd? Non c’è per voi un rischio di deriva populista che può isolarvi?

    «Credo che i cittadini la pensino proprio come noi. Perché una regione deve spendere milioni di euro per un referendum senza efficacia se può raggiungere lo stesso obiettivo con la richiesta al governo di aprire un confronto subito?».

    La bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre ha rimesso in discussione molte cose: qual è secondo lei il futuro delle Regioni? Hanno ancora un senso gli statuti speciali?

    «Da sempre credo che regioni ben governate siano importanti e spesso decisive per lo sviluppo dei diversi territori. In generale penso che l’intera architettura dei poteri pubblici statuali vada riorganizzata per essere più efficace e funzionale».

    Non sente puzza di secessionismo in queste ed altre iniziative non solo leghiste?

    «Referendum costosi e inefficaci come quelli proposti tempo rispondano solo ad una logica di propaganda politica e basta».

    Il governatore Maroni è stato di recente a Napoli e ha incontrato il suo omologo campano, De Luca, per spiegargli il modelli Lombardia sul piano gestionale e i suoi indubbi successo. Che ne pensa?

    «Se le Regioni si scambiano esperienze di gestione e buone pratiche amministrative può essere sempre utile e interessante».

    Ma secondo lei ha ancora un senso parlare di federalismo fiscale in Italia oggi o si tratta di un capitolo della storia repubblicana ormai chiuso per sempre?

    «Ha senso ridisegnare il sistema per renderlo più efficace di fronte ai bisogni dei cittadini. Ha senso parlare di costi e prestazioni standard e di riorganizzazione delle competenze. In questo sforzo gli Enti locali, i comuni in primis, rimangono essenziali secondo me».

    Parliamo di primarie: mancano meno di dieci giorni alle primarie del Partito democratico dove lei si presenta in ticket con Matteo Renzi. Quanta affluenza prevedete per il 30 aprile?

    «Io chiedo a tutti gli elettori democratici di andare a votare. Sono certo che il popolo del Pd risponderà, come ha sempre fatto, con forza. Possiamo rafforzare il nostro progetto a partire proprio dal massimo coinvolgimento possibile di tante e tanti».

    Ma cosa accadrà dopo le primarie?

    «Sono certo che le primarie del 30 aprile ci consegneranno un Partito democratico più forte e unito. Dopo le primarie tutti insieme dovremo promuovere la nostra idea di paese a partire da alcune priorità essenziali. Io dico innanzitutto lavoro, giovani, mezzogiorno. E poi cambiare il PD e migliorarlo al centro come nei territori. Dovremo essere sempre di più l’alternativa forte alle derive pericolose di Grillo e Salvini».

  • La direzione presa è giusta

    (intervista pubblicata su l’Adige del 12.04.2017)

    Maurizio Martina, giovane ministro per le Politiche agricole, si sta dividendo in queste settimane tra gli impegni istituzionali – lunedì era a Vinitaly a Verona – e quelli politici, nella campagna per le primarie del Pd del 30 aprile, avendo scelto di scendere in campo al fianco di Matteo Renzi.

    Ministro Martina, l’impressione è che questa volta il popolo delle primarie sarà molto ridimensionato, soprattutto i giovani sembrano aver abbandonato il PD. Orlando sostiene che se parteciperanno meno di due milioni di persone si dovrà parlare di flop. Lei cosa si aspetta?
    Trovo questa polemica preventiva surreale. Il popolo del PD ha sempre saputo sorprenderci. Lo ha fatto anche nei circoli dove più di 260 mila persone hanno già partecipato a un confronto largo sulle idee e sulle proposte per l’Italia. Non sono numeri scontati; sono persone in carne e ossa che dicono la loro. Ora dopo gli iscritti chiediamo agli elettori di darci una mano. Con le primarie del 30 aprile non si sceglie solo il futuro del PD, ma si può dare un messaggio forte di fiducia al Paese.

    E come pensa che il PD possa riuscire a riavvicinarsi a chi si sente deluso o tradito?
    Col massimo impegno per proseguire la sfida di cambiamento dell’Italia. Partiamo dall’ascolto e dalla condivisione delle nostre proposte sul lavoro, sui giovani, per rilanciare uno sviluppo più giusto, più equo, attento al bisogni delle persone, senza lasciare indietro chi è più in difficoltà.

    Lei proviene dai DS, quindi da quella sinistra del PD da cui sono venute le critiche più forti al segretario Renzi, fino all’addio di esponenti importanti come Bersani e D’Alema. Perché ha scelto di sostenere la candidatura di Renzi, presentandosi in ticket con lui, invece di appoggiare Orlando? Qual è il senso di questo ticket?
    Il nostro è un lavoro collettivo che nasce dal basso. Abbiamo un’idea chiara del Partito democratico che vogliamo costruire; un partito popolare, in grado di fare squadra, una comunità fatta di persone che insieme contribuiscano a realizzare scelte utili per il paese. La mozione che abbiamo presentato al Congresso si intitola “Avanti Insieme” perché vogliamo dimostrare che pluralità di idee e unità d’impegno si tengono. Chi pensa ancora al trattino tra centro e sinistra guarda al passato, noi siamo interessati al futuro invece.

    Renzi aveva suscitato grandi speranze di cambiamento per il PD e per il Paese, ma alla fine è stato bocciato sulla riforma che lui stesso aveva caricato di un’importanza decisiva, si è reso antipatico, almeno a giudicare dagli indici di gradimento, e viene accusato di aver spaccato il Partito. Perché gli Italiani dovrebbero credere ancora in lui come candidato alla presidenza del consiglio vista che la sua chance l’ha avuta e non ha funzionato?
    Io credo che l’esperienza del Governo Renzi sia stata molto positiva per uscire dalla palude in cui era l’Italia. E rivendico le scelte fatte in questi anni, a partire da quelle economiche, con il Pil che è tornato a crescere e con 700 mila posti di lavoro in più, fino ai passi avanti fatti nel campo del sociale: la legge sul dopo di noi, la legge sullo spreco alimentare, quella contro il caporalato, gli investimenti nelle periferie, le unioni civili. Un reale avanzamento nel terreno dei diritti e delle tutele. Certo, non sono mancati errori. Quando si lavora si può anche sbagliare. Ma la direzione che abbiamo preso è quella giusta. Dobbiamo proseguire perché c’è tanto da fare. E cambiare il Paese non è affatto semplice. Il Pd con Renzi è l’unica alternativa forte alle derive pericolose di Grillo e Salvini.

    Pensa che i risultati delle primarie del PD avranno delle conseguenze sulla tenuta del governo Gentiloni? Esiste ancora l’ipotesi di elezioni anticipate o ritiene che si arriverà alla scadenza naturale?
    Il Governo è concentrato sulle cose da fare, non certo sulle scadenze. Ci sono priorità urgenti: il rilancio del lavoro, il tema delle nuove generazioni, la cura della persona, il rapporto con l’Europa. Questioni più importanti rispetto al dibattito su quando andremo a votare.

    Molti osservatori temono un effetto negativo dalle Brexit sulle risorse della Pac: i fondi UE per l’agricoltura e in particolare quella di montagna saranno ridotti in futuro? Altro motivo di preoccupazione sono i dazi annunciati dal presidente americano Trump che rischiano di colpire pesantemente anche l’agro-alimentare. Quale risposta possono dare l’Italia e l’Europa?
    Serve un’Europa forte, unita, capace di rilanciare accordi internazionali che aprano i mercati. Servono regole chiare per mercati giusti. Solo i grandi possono affrontare una globalizzazione senza leggi, i piccoli no. L’Italia farà la sua parte per tutelare le piccole e medie imprese che sarebbero le prime vittime della nuova stagione di protezionismi. Lo abbiamo visto con l’embargo russo.

    Il progetto di Human Technopole a Milano vede coinvolta anche la Fondazione Mach di S. Michele all’Adige per la parte che riguarda la genomica e l’agri-food. Il Governo ha stanziato 21 milioni di euro sulle biotecnologie in agricoltura. Queste risorse sono già state messe a disposizione dei centri di ricerca impegnati in questo settore?
    Abbiamo avviato il piano di ricerca che è coordinato dal nostro ente Crea. Finalmente siamo tornati a investire con forza sulla ricerca pubblica in agricoltura per dare futuro alle nostre principali culture. Allo stesso tempo siamo impegnati per fare di Human Technopole un punto di riferimento mondiale per le scienze per la vita, che devono vedere l’Italia sempre più protagonista.

  • Falsi indizi, ora la verità

    (Intervista a firma di Paola Mainiero pubblicata su “Il Mattino” del 12.04.2017)

    Non ha dubbi, Maurizio Martina. Le notizie che emergono dall’inchiesta su Consip sono «inquietanti» e «assai gravi», dice il ministro dell’Agricoltura. Martina oggi è a Napoli in vista delle primarie del Pd del 30 aprile. Alle 17,30, all’hotel Ramada, partecipa a una iniziativa promossa dalla deputata Annamaria Carloni. Il ministro compone con Matteo Renzi il ticket che si candida alla guida del partito. Lavoro, giovani, equità sociale, nuovo sviluppo e rilancio del progetto europeo sono le priorità «essenziali» sulle quali il Pd dovrà concentrarsi per riconquistare gli elettori persi negli ultimi anni. Per Napoli, dove il partito attraversa una lunga crisi, Martina ritiene necessario «un investimento nazionale forte del Pd».

    Ministro, la Procura di Roma indaga su una presunta manipolazione delle intercettazioni nell’inchiesta Consip. Questi nuovi sviluppi cosa le suggeriscono? Non c’è il rischio che siano le indagini giudiziarie a dettare i tempi e i temi della politica?
    «Abbiamo sempre detto con chiarezza della nostra fiducia nella magistratura. Lo dicevamo settimane fa e lo ribadiamo oggi. Le notizie di queste ore relative a manipolazioni e falsi indizi nell’inchiesta sono inquietanti e assai gravi. Bisogna che sia fatta presto piena luce».

    Renzi ha attaccato con toni molto duri il M5s. Sono i cinque stelle il vero avversario del Pd?
    «I cinquestelle hanno una vocazione distruttiva, mentre noi vogliamo costruire. La loro vena antidemocratica si vede anche nelle scelte interne prese solo dal capo così come nelle iniziative che propongono per l’Italia. Basti pensare alla loro posizione pericolosa suivaccini. Anche per questo il Pd ha oggi il compito di costruire una alternativa forte, popolare e credibile alle derive di Grillo e Salvini».

    Come pensate di riconquistare i tanti elettori che votavano Pd e ora votano il M5s?
    «Ascoltando i bisogni, aprendoci, impegnando forze nuove e presentando il nostro progetto a partire da alcune priorità essenziali: lavoro, giovani, equità sociale, nuovo sviluppo e rilancio del progetto europeo. Dobbiamo sfidare ancora vecchi e nuovi conservatorismi e proporre risposte nuove per vincere ancora la partita dei meriti e dei bisogni in questo paese.»

    Tra poco meno di venti giorni il Pd sceglierà con le primarie il nuovo segretario. Orlando ha fissato in due milioni la quota minima di elettori. Teme una scarsa affluenza?
    «Io mi fido del popolo del Pd, che in ogni appuntamento ha sempre risposto con grande partecipazione. In questi giorni nei congressi di circolo più di 260mila hanno partecipato a un confronto unico nel paese: un successo di coinvolgimento che nessun altro partito o movimenti può vantare. Io chiedo a tutti gli elettori democratici di partecipare, di darci una mano e di darci forza andando a votare domenica 30 aprile».

    E favorevole al doppio ruolo premier-segretario?
    «Sì. Come accade in tutta Europa per noi il segretario è anche il candidato alla guida del governo. Si tratta di una scelta di chiarezza verso gli elettori e muove dalla consapevolezza che per governare efficacemente serve avere la massima investitura politica possibile».

    Il dibattito sulla legge elettorale non decolla. Prevale la tattica. Ieri Renzi ha aperto sulla eliminazione dei capilista bloccati. Accertato che il Mattarellum non trova consensi, da dove si parte?
    «Noi faremo di tutto per contrastare questa deriva iper-proporzionale presente oggi. Lavoreremo per introdurre correzioni maggioritarie all’attuale sistema elettorale. Dobbiamo impegnarci al massimo per rilanciare democrazia dell’alternanza e governabilità, perché una democrazia non decidente rischia di fare ancora danni al Paese».

    È favorevole alle coalizioni o difende la vocazione maggioritaria del Pd?
    «Io so che non c’è futuro per il centrosinistra senza un Pd forte e aperto in grado di costruire nuove alleanze sociali. Su questo dobbiamo lavorare. Vogliamo confrontarci per unire e allargare il campo ma contano prima di tutto i programmi e le scelte che si propongono ai cittadini».

    Si voterà in autunno o nel 2018 alla scadenza naturale della legislatura?
    «Chi come me è al governo deve rimanere concentrato ogni giorno sulle scelte da fare non sulla scadenza della legislatura».

    Ieri in consiglio dei ministri sono arrivate alcune scelte importanti anche per le popolazioni colpite dal terremoto.
    «Abbiamo dato il via libera alle Zone franche urbane nei comuni del terremoto. Zero tasse e contributi per due anni per le attività d’impresa che daranno futuro alle aree colpite dal sisma. Un aiuto concreto a chi vuole continuare a vivere e lavorare in questi territori straordinari. In particolare per le nostre esperienze agricole e agroalimentari potrà essere una spinta ad andare avanti più forti».

    Domani (oggi, ndr) sarà a Napoli, città dove il Pd vive da anni una lunga crisi. Serve il lanciafiamme, come disse Renzi, o servono idee, come sostiene Orlando?
    «Serve una nuova stagione del nostro progetto per la città. A partire da un investimento nazionale forte del Pd su Napoli. E una città cruciale per le sorti del Paese, per questo occorre chiamare a raccolta tutte le persone che intendono dare una mano alla nostra sfida. A maggio bisogna iniziare insieme e con il massimo impegno questo lavoro, superando le difficoltà di questi anni».

  • Sono pronti 15 decreti sul vino

    (Intervista a firma di Luigi Chiarello pubblicata su Italia Oggi dell’8 aprile 2017)

    Un no secco all’iniziativa della Commissione europea di inserire le calorie nelle etichette degli alcolici, vini inclusi. E un sì convinto a 15 nuovi decreti, che saranno presentati al Vinitaly, in attuazione del Testo unico della vite e del vino. Tra i più importanti, quello sulla tracciabilità, per dare maggiori certezze ai consumatori, quello sui controlli e quello sulla tutela della qualità. Il ministro alle politiche agricole, Maurizio Martina, rilegge con ItaliaOggi le prospettive del comparto vino, in occasione della rassegna di Verona (9-12 aprile). E non esita ad affrontare anche temi scomodi, come il fallimento dell’ultimo bando per l’Ocm promozione: «Sarà il giudice a valutare gli atti», dice.

    Domanda. Ritorna Vinitaly, il suo quarto da ministro.

    Risposta. È un appuntamento a cui sono legato, Vinitaly è un riferimento mondiale. Quest’anno sarà quasi un record per un ministro dell’agricoltura…

    D. Che bilancio traccia sul settore vitivinicolo italiano in questi quattro anni?

    R. Il saldo è positivo. Il vino è un settore modello, non solo per il valore economico che supera i 14 miliardi, ma per la sua capacità di tenuta occupazionale, sociale e ambientale in tanti territori italiani. La vocazione internazionale è confermata dai 5,6 miliardi di export record del 2017. In questi quattro anni abbiamo lavorato molto sul fronte fiscale e sulla semplificazione, ma non abbiamo certo raggiunto tutti i traguardi.

    D. Quali sono gli obiettivi di crescita?

    R. Superare in valore la Francia nel mondo. Non deve restare solo un sogno.

    D. Il vino italiano non riesce a penetrare il mercato cinese. Nonostante gli sforzi da lei compiuti nel recente passato a sostegno di accordi di promozione commerciale sul fronte dell’e-commerce le percentuali restano basse. Gli imprenditori arrivano in ordine sparso. Non è il caso di inventarsi qualcosa per generare una maggiore offerta aggregata, come i francesi?

    R. Abbiamo un gap da colmare su un mercato ancora acerbo e con numeri impressionanti, ma finalmente il lavoro è iniziato. L’accordo con Alibaba, firmato da Matteo Renzi e Jack Ma, ha aperto una nuova stagione e un approccio diverso. Vogliamo proseguire con un approccio legato alla promozione e alla tutela. Educhiamo i consumatori cinesi ai nostri prodotti e combattiamo i falsi. I risultati arrivano. Lo abbiamo visto il 9 settembre dello scorso anno con i vini italiani sold out in poche ore.

    D. Il nodo è l’assenza di un campione italiano della distribuzione organizzata?

    R. Non solo, è mancata anche una strategia unitaria dei produttori. Siamo andati troppo spesso in ordine sparso.

    D. Sempre sul fronte promozione, l’ultimo bando Ocm è stato un disastro. Prima una graduatoria di beneficiari, poi il ritiro a seguito dei ricorsi al Tar Lazio. Quindi, la revoca del primo bando e una seconda graduatoria che ancora non vede la luce. Intanto le proteste aumentano a dismisura. Tra queste quelle di Federvini, dei Grandi Marchi, di Confagricoltura e di Federdoc.

    R. Gli uffici del Ministero stanno lavorando per non perdere nessuna risorsa. Sono stati fatti controlli approfonditi per evitare situazioni di doppio finanziamento alle aziende richiedenti, che avrebbero comportato la bocciatura europea. Ora sarà il giudice amministrativo a valutare gli atti. Dal mio punto di vista dico che sulla prossima programmazione ci stiamo confrontando positivamente con la filiera.

    D. Passiamo all’Unione europea. La Commissione europea vuole le calorie degli alcolici in etichetta. Che ne pensa?

    R. Contrari. Darebbero un’informazione parziale e distorta al consumatore. Come le etichette a semaforo che danno luce verde alle bibite gassate senza zucchero e rosso al Parmigiano Reggiano dop e all’olio d’oliva. Su questo continueremo a dare battaglia in Europa. Ho scritto ai Commissari Mogherini, Hogan e Andriukaitis perché prendano una posizione forte e chiara contro questo approccio.

    D. Al Vinitaly sarà presente il commissario europeo all’agricoltura, Phil Hogan. Gli obiettivi che intende raggiungere?

    R. Sarà il nostro appuntamento per la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma. Abbiamo scelto Verona per rilanciare l’idea di un’Europa che sia vicina alle aziende e ai cittadini. Sono felice che il Commissario Hogan abbia accettato il nostro invito. Ci confronteremo sulla nuova Pac che dobbiamo scrivere insieme.

    D. Quali sono le priorità dell’Italia?

    R. Semplificazione concreta, investimenti per l’innovazione, tutela del reddito e salvaguardia delle produzioni per garantire il futuro delle filiere. Per realizzare questi obiettivi proponiamo di valorizzare meglio le Ocm come terzo pilastro della Pac, creare nuovi strumenti di gestione del rischio nell’ambito dei pagamenti diretti, tagliare la burocrazia dei programmi di sviluppo di rurale. E necessario anche un focus specifico su argomenti centrali come ricambio generazionale, sviluppo nelle aree interne e investimenti in ricerca e innovazione.

    D. Con voi sabato saranno presenti, dietro sua sollecitazione, anche le istituzioni finanziarie europee per concordare strategie e budget con le regioni sui finanziamenti al comparto in Italia.

    R. Si tratta della prima sperimentazione in Europa dove sono coinvolte Banca europea degli investimenti e Fondo europeo degli investimenti insieme a Regioni, Ismea e Cassa depositi e prestiti. Si tratta di un sistema di garanzie per le piccole e medie imprese legato ai fondi di sviluppo rurale. Mobilitiamo oltre 400 milioni di euro di risorse Ue e nazionali. Un passo concreto per dire quale Europa vogliamo (si veda altra articolo a pag. 37).

    D. Passiamo all’Italia. II Testo Unico del vino è stato presentato almeno un paio di volte al Vinitaly e poi è finito nel cassetto. Ora si è in attesa della lunga lista di decreti attuativi. A proposito, quanti sono?

    R. Aver approvato il Testo Unico del vino a fine novembre dello scorso anno è un risultato che rivendico. Siamo passati dalle proposte ai fatti, visto che ora tutte le leggi del vino sono condensate in 90 articoli. Negli ultimi 5 mesi abbiamo lavorato all’attuazione e a Vinitaly presenteremo un primo pacchetto da 15 decreti attuativi.

    D. Quali saranno i primi decreti a vedere la luce e di cosa trattano?

    R. Sistema dei controlli, tutela della qualità e alcuni aspetti tecnici previsti dal Testo Unico. Per molti decreti abbiamo aperto una consultazione con la filiera in modo da ricevere osservazioni da chi dovrà attuare la norma. Tra i più importanti c’è il decreto sulla tracciabilità che può aprire una nuova strada nel dare massima informazione ai consumatori (si veda quanto anticipato da ItaliaOggi il 31/03/2017).

    D. Tra le riforme che interessano il vitivinicolo c’è la famosa dematerializzazione dei registri vinicoli. Il sistema però sembra inceppato. E un problema di software o di digital divide?

    R. Credo sia giusto fare chiarezza. Con il nostro decreto Campolibero abbiamo esentato 33 mila produttori dal tenere i registri vinicoli. Prima dovevano compilarli su carta ora non hanno più nessun onere di questo tipo. L’obbligo del registro dematerializzato riguarda quindi una platea di circa 23 mila imprese tra produttori e imbottigliatori. Ad oggi stanno usando il sistema 17 mila aziende.

    D.Alcune aziende dicono che dovranno assumere personale per adempiere.

    R. Per il 90% dei produttori l’obbligo è la compilazione entro 30 giorni. Non quotidiana. Come tutte le innovazioni ha bisogno di una fase di rodaggio e per questo abbiamo sospeso le sanzioni per dare tempo di adeguarsi. Il nostro Ispettorato repressione frodi ha creato anche un sito con centinaia di risposte operative. Siamo aperti al confronto, ma senza pregiudizi.

  • Servono misure per dare lavoro ai giovani

    (Intervista a firma di Tommaso Ciriaco pubblicata su La Repubblica del 5 aprile 2017)

    A dare retta al voto dei tesserati, il congresso sembra già finito. È così, Maurizio Martina?

    «Siamo soddisfatti. Ma sa cosa mi rende davvero orgoglioso? Siamo gli unici ad aver mobilitato 266 mila persone in carne ed ossa, quindi l’unica alternativa ai partiti personali. Gli iscritti hanno scelto con nettezza la nostra proposta. Il 30 aprile c’è il secondo tempo, di fronte agli elettori».

    Orlando e Emiliano puntano sul voto dei delusi scissionisti, fuori dal Pd. Un appello che giudica corretto?

    «Lo considero inefficace. La domanda del nostro popolo è di unità».

    Considera l’esito dei gazebo scontato o è passibile un ribaltamento?

    «Il congresso si chiude il 30 aprile. Dobbiamo lavorare per allargare la partecipazione. E per far passare un messaggio: le primarie come primo atto della sfida per battere la destra, Grillo e Salvini, rafforzando il Pd. Anche in chiave europea sarà un passaggio utile, sperando in Schulz in Germania e magari Macròn in Francia».

    Per ora hanno anche denunciato alcuni brogli e numeri taroccati, però.

    «Una polemica che amareggia. Abbiamo strumenti per intervenire su casi singoli. Ma niente può scalfire un dato netto attorno a un candidato e a un progetto».

    Occhio a non mostrarvi troppo trionfalistici, in passato non ha giovato.

    «Massima umiltà. Stiamo usando i toni giusti: zero polemiche con gli altri candidati e attenzione al “noi” e alla squadra».

    Giudica deludente la performance di Emiliano e Orlando?

    «Non giudico. L’importante è il rispetto reciproco. Poi da maggio la squadra sarà composta anche dai candidati alternativi alla nostra mozione, se vinceremo».

    Immagina una segreteria mista?

    «No, non è un tema di gruppi dirigenti futuri».

    L’asticella per parlare di un successo ai gazebo è due milioni?

    «Non metto asticelle».

    Cosa cambia se Renzi prende il 50% o il 70%?

    «Non faccio previsioni sulle percentuali. Ma una vittoria è una vittoria».

    È vero che se vince Renzi continuerà la scissione, come giura Emiliano?

    «Ciascuno utilizza gli argomenti che più gli appartengono, comunque non sarà affatto così. E credo sia sbagliato evocare questo tema. Noi lavoriamo per un Pd migliore, non contro il Pd. Gli elettori sanno che l’avversario sono la destra e il M55».

    Le primarie si giocano anche sulle alleanze. I vostri avversari puntano tutto su un centrosinistra ampio. E voi?

    «Il nostro campo è un centrosinistra rinnovato e riorganizzato».

    Con un veto su Bersani?

    «Non utilizzo la categoria del veto. Dico che serve un Pd forte in grado di costruire alleanze sociali solide. Mi colpisce l’ossessione di chi da Napoli ( Mdp, ndr ) indicava solo la distanza che li separa da noi».

    Per essere conseguenti alle critiche ai ministri tecnici, aumenterete il pressing su Gentiloni dopo il 30 aprile?

    «Lavoriamo al fianco del premier. Siamo nella stessa squadra, ci interessa rafforzare crescita e occupazione. Esempi? L’abbattimento strutturale del costo del lavoro per i giovani, e la conferma che Iva e benzina non verranno toccate».

    Quest’ultima è ancora in campo.

    «Non mi pare proprio».

    Esiste ancora lo scenario di elezioni nell’autunno 2017?

    «Rispondo che al governo abbiamo un solo dovere: lavorare, lavorare, lavorare».

    Magari anche sulla riforma elettorale, che latita? È vero che porterete a maggio il Mattarellum in Aula?

    «Serve una correzione maggioritaria. Ritengo che sia giusto portare al voto il Mattarellum, in modo da verificare in Parlamento i numeri. Le prossime settimane serviranno a mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità. Non conta più il dibattito da Transatlantico, ma quello che si voterà nelle sedi parlamentari».

  • Il ruolo dell’agroalimentare in Italia e in Europa

    (Testo lectio magistralis all’Università cattolica di Piacenza)

    La sfida agroalimentare non è un tema solo per addetti ai lavori. Sul Corriere della sera c’era un articolo stamattina che evidenzia come in Cina si sta attuando un piano per costruire alloggi per 3,5 miliardi di persone. Oggi gli abitanti della Cina sono 1,4 miliardi. Come si risponderebbe all’aumento verticale di necessità di cibo? Con quale modello agricolo e produttivo? L’aumento dell’1% del consumo di carne suina in quel Paese vale il 12% delle intere esportazioni mondiali di quel settore. È evidente quindi che le ricadute sono globali.

    C’è una questione cruciale di conoscenza, di formazione necessaria per costruire il modello agricolo e alimentare dei prossimi anni. Significa ragionare di capitale umano, capace di leggere le questioni globali e territoriali. Per tutto questo serve una formazione specifica e di alto livello. Ho voluto sottolineare questa idea anche oggi nell’incontro con gli studenti dell’Università Cattolica di Piacenza. Le facoltà di agraria saranno sempre di più il laboratorio fondamentale della risposta a come nutrire il pianeta e garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per 9 miliardi di persone. E con i tanti giovani che si stanno preparando a diventare protagonisti del mondo agroalimentare ho ricordato che chi cerca di demolire la spesa europea per l’agricoltura non sa o non vede quanto sia fondamentale per gli Stati membri la politica agricola comune. L’Italia riceve ogni anno 7 miliardi di euro da investire nel settore primario. Dove troveremmo a livello nazionale quelle risorse?

    Certo, la politica agricola europea va cambiata. Ma è irrinunciabile.
    A 60 anni dai Trattati siamo davanti a una necessaria revisione degli strumenti di intervento anche in questo settore. C’è bisogno di un’anima europea più forte, più riconoscibile, più capace di essere fino in fondo comunità. Di imprese, di persone, di popoli. Dobbiamo costruire politiche europee che sappiano dare risposte utili ad un tessuto di piccole e medie imprese come le nostre, che hanno bisogno di risposte su tutela del reddito, semplificazione, competitività internazionale e salvaguardia dell’ambiente. Siamo contro una deriva omologante, anche perché in contrasto con le tante esperienze delle agricolture italiane. Dobbiamo sviluppare idee nuove a partire dal rimettere al centro dell’agenda economica e politica il tema agroalimentare. In questi anni abbiamo dato alcune risposte concrete sul lato degli sgravi fiscali, delle politiche per l’inserimento dei giovani, del lavoro costante nel taglio di burocrazia. Un percorso avviato che va irrobustito nei prossimi anni.

    Gli ultimi eventi internazionali ci ricordano che dobbiamo trovare una via nuova per rispondere alle derive protezionistiche senza cadere in accordi di libero scambio senza regole. Abbiamo bisogno di accordi e regole chiare per mercati giusti. Solo i grandi player possono fare a meno di regole, i piccoli produttori hanno bisogno di tutele.

    L’esperienza agricola e alimentare italiana e europea è una chiave centrale per capire il destino globale. La sfida alimentare sarà sempre più centrale nelle relazioni internazionali. L’equità, la competitività, la sostenibilità saranno i principi cardine del confronto. L’Italia, a partire da chi oggi studia nelle nostre università, deve farsi trovare pronta.

  • “È il Pd il vero partito del lavoro. Riparliamo anche con la Cgil”

    (Intervista a firma di Alessandro Di Matteo pubblicata sul quotidiano La Stampa del 02.04.17)

    Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura e in “ticket” con Matteo Renzi per il congresso Pd, vuole rimettere il lavoro in cima all’agenda del partito. Ma il Jobs Act è stato uno dei simboli del governo Renzi. Qualcosa non ha funzionato?

    «Rivendico le scelte fatte, anche quelle difficili. Il Jobs act ha rimesso al centro il contratto a tempo indeterminato, ha introdotto strumenti di “flex security”… Troppi hanno valutato questo aspetto in maniera superficiale. Certo, è un cantiere aperto che va completato. Bisogna qualificare sempre più il Pd come “partito del lavoro” e per farlo voglio citare l’esperienza del contratto dei metalmeccanici, siglato qualche mese fa in maniera unitaria da lavoratori e imprese dopo anni di difficili».

    I vostri critici a sinistra dicono: ricette blairiane…

    «Queste sono rappresentazioni distorte. Abbiamo allargato le tutele e creato nuova occupazione, ma certo non basta. L’accordo dei metalmeccanici può dire molto di quello che si può fare. C’è il segno di un riformismo forte che unisce gli interessi di lavoratori e imprese. Ci sono aumenti di stipendio reali e non inflattivi, sanità e previdenza integrativa, il diritto alla  formazione… Dobbiamo portare tutto questo anche dove non ci sono tutele. Prima della pausa estiva, per esempio, dobbiamo fare in modo che il Parlamento approvi lo statuto del lavoro autonomo. Con un messaggio direi: dai metalmeccanici alle partite Iva, tocca a noi».

    Pensate a un nuovo rapportoanche con la Cgil? Non direte più che Marchionne ha fatto motto di più di certi sindacati?

    «Proprio sull’accordo dei metalmeccanici il Pd ha dato una mano perché si chiudesse la trattativa. Non sfuggo alla domanda, questo lavoro di costruzione di nuovi strumenti di garanzia lo dobbiamo condividere più di quanto non siamo stati in grado di fare fin qui. Ma se un certo modello di concertazione non ha più funzionato, non è colpa di chi negli ultimi anni con Renzi ha cercato di cambiare le cose, talvolta buttando il cuore oltre l’ostacolo per superare l’immobilismo. La sfida è ancora aperta: creare nuova occupazione giovanile. Per questo bisogna abbattere il costo del lavoro stabilmente proprio per i giovani. Io dico si a una nuova fase di confronto con tutti gli attori sociali. Il Pd, prima delle alleanze elettorali, deve lavorare ad alleanze sociali».

    A proposito di alleanze: con la legge elettorale attuale rischiate nuove larghe intese. Siete disposti a dialogare con MSs per cambiarla?

    «Dobbiamo fare tutto il possibile per introdurre correttivi maggioritari alla legge elettorale, per evitare l’ingovernabilità e un sistema iper-proporzionale che esalta il potere di veto dei piccoli. Ci si deve ispirare all’Italicum o al Mattarellum, e per noi il Mattarellum è la prima scelta, dobbiamo verificare fino in fondo questa ipotesi. Poi, discuteremo con chi ci sta».

    Bersani dice che in realtà non volete la riforma…

    «Segnalo che chi è uscito dal Pd si era fatto paladino del Mattarellum fino a quando era dentro. Ciascuno ha le sue coerenze».

    Mdp avverte: non sosterremo misure contro l’uguaglianza. Voi chiedete meno tasse. Nel tiro alla fune, Gentiloni rischia?

    «Di certo Gentiloni non rischia con noi. Sinceramente non ho capito quali sono le proposte di Mdp. Sul terreno della lotta alle diseguaglianze, delle protezioni, delle misure contro la disoccupazione giovanile abbiamo proposte forti e faremo di tutto per realizzarle. Ma non viviamo il rapporto col governo come qualcosa di estraneo. Io sono  ministro, siamo al fianco di Gentiloni ogni giorno, siamo la stessa cosa».

    Speranza dice: nessun muro verso il Pd. Saranno possibili alleanze con loro? E con Alfano?

    «Alfano ha detto una cosa chiara, che va rispettata: Alternativa popolare si prepara a presentarsi in autonomia. Sto alle sue parole. Per quanto riguarda Mdp, mi auguro che non ci siano ossessioni contro il Pd: rispediamo al mittente i giudizi sprezzanti di alcuni verso la partecipazione di migliaia persone al congresso del Pd. Bisogna avere rispetto, non c’è altro partito in grado di mettere in campo un momento di partecipazione così. Se abbandonano l’ossessione di avere il Pd come nemico fanno un piacere al centrosinistra tutto».

  • Renzi unica chance anti-Grillo e Salvini

    (Intervista pubblicata su Gazzetta di Mantova il 1 aprile 2017)

    «Il Pd con Renzi è l’unica alternativa ai populismi di Grillo e Salvini». Così il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina si presenta ai mantovani. Oggi pomeriggio alle 15.30 sarà a Moglia per sostenere il sindaco Simona Maretti impegnata nella campagna elettorale per il secondo mandato. L’appuntamento è nella nuova sede di «CambiaMoglia», la lista che l’appoggia. Martina sveste, per un attimo, i panni del ministro e si cala in quello di braccio destro di Renzi nella corsa alla segreteria nazionale del Pd, suo equilibratore e procacciatore di voti tra quegli iscritti e quei simpatizzanti provenienti dalla tradizione di sinistra che, ad un certo punto dopo la sconfitta al referendum istituzionale e la traumatica scissione di Bersani e D’Alema, si sono sentiti senza più un riferimento. Martina arriva nel Mantovano nel weekend in cui si concludono i congressi di circolo che stanno dando un larghissimo seguito a Renzi. Il capoluogo si sta rivelando la roccaforte dell’ex premier ed ex segretario: finora il consenso su di lui ha raggiunto l’85% e domani è in programma la convenzione dei circoli 1 e Mantova in salute che contano 155 iscritti dei 393 registrati in città.

    Che cosa significa il ticket Renzi-Martina per il Pd? Forse un modo per bilanciare la tendenza dell’ex segretario a muoversi come l’uomo solo al comando?

    «Significa squadra e vale per tutti. Non riguarderà solo due persone ma tanti che lavoreranno con noi. Vogliamo dimostrare che pluralità di pensieri e unità d’impegno stanno insieme nel Partito democratico».

    Renzi si avvia a vincere nei circoli con una percentuale di consenso molto alta; che cosa dovrebbe proporre di nuovo per convincere i non iscritti al partito a votarlo alle primarie? E quanta gente dovrebbe andare alle urne il 30 aprile per considerare le primarie un successo?

    «Intanto vorrei dire che la partecipazione nei nostri circoli di migliaia di iscritti in questi giorni è un bellissimo segnale di impegno. Il Pd è l’unico partito in grado di organizzare un conforto così largo e partecipato e di questo dobbiamo essere orgogliosi. Le primarie di fine aprile sono un’altra tappa utile per coinvolgere in particolare i nostri elettori. Sono sicuro che andranno in tanti, stupendoci ancora una volta. Noi dobbiamo continuare a presentare il nostro progetto per il Partito Democratico e per l’Italia proponendo idee utili a partire dal lavoro, dai giovani, dalla cura delle persone. Dall’equità e dal rilancio dello sviluppo. Il Pd con Renzi è l’unica alternativa forte possibile alle derive dannose dei Grillo e dei Salvini».

    Cosa risponde a chi accusa il governo Gentiloni di essere troppo appiattito su quello che lo ha preceduto guidato da Renzi?

    «Un governo si giudica per quello che fa. E noi stiamo portando avanti scelte e impegni in coerenza con lo sforzo di cambiamento promosso in questi anni. Dobbiamo stare concentrati su alcuni temi decisivi per l’Italia come il rilancio del lavoro e dello sviluppo sapendo che su questo in particolare verremo valutati».

    Sondaggi riservati del Pd la indicherebbero come l’uomo giusto, in Lombardia, per sfidare Maroni alle elezioni regionali del prossimo anno. Cosa ne pensa?

    «Penso che il Pd e il centrosinistra hanno tante energie utili in Lombardia per vincere le prossime elezioni. Di sicuro io darò una mano. Siamo una squadra oggi e lo saremo anche domani quando presenteremo ai lombardi la nostra proposta per il futuro della Regione».