• “Bene la nuova legge ma chi denuncia non va lasciato solo”

    (Intervista pubblicata su La Repubblica del 24.02.17 a firma di Giuliano Foschini)

    Ministro Maurizio Martina, cosa ha insegnato a questo paese la storia di Paola Clemente?

    «La sua tragedia è ancora viva in tutti noi. Abbiamo reagito uniti, dicendo forte che il caporalato va contrastato senza esitazioni. Il lavoro fatto dal governo con le parti sociali, con le organizzazioni agricole e con il consenso quasi unanime del Parlamento è stato un segnale importante».

    È soddisfatto della nuova norma approvate nell’ottobre scorso?

    «È una legge giusta, che aiuta a tutelare concretamente i diritti dei lavoratori. Strumenti come la confisca dei beni, l’arresto in flagranza e l’innalzamento delle pene sono stati necessari per cambiare passo. Bisogna andare avanti soprattutto sull’accoglienza e il trasporto dei lavoratori stagionali».

    Perché non si riesce a far partire una vera filiera di qualità escludendo dal mercato le aziende che usano il lavoro nero?

    «Si tratta di un punto nevralgico. In questi anni abbiamo messo in campo azioni per migliorare i rapporti di filiera, renderli più trasparenti. In questo senso va la creazione della Rete del lavoro agricolo di qualità, alla quale sono iscritte ora quasi tremila aziende e che ancora deve migliorare».

    I familiari di Paola non riescono a trovare lavoro. Pagano il conto delle denunce. Come si combatte l’omertà e come si aiuta chi ha avuto il coraggio di denunciare?

    «Non li lasciamo da soli come ho detto al marito di Paola, Stefano Arcuri. Per non lasciare solo chi denuncia e chi ha subito lo sfruttamento con la legge per la prima volta abbiamo previsto l’indennizzo delle vittime. Si utilizza il fondo antitratta nel quale confluiranno anche i proventi delle confische dei beni tolti ai caporali».

    Oggi potrebbe riaccadere un caso Clemente?

    «Lavoriamo perché non succeda più sapendo che la piaga del caporalato è antica e difficile da sradicare. Oggi abbiamo armi in più per combattere e la massima determinazione nel farlo».

  • Cinque sfide per Renzi e il nuovo Pd

    (pubblicato su Repubblica.it del 23.02.17)

    Il Partito Democratico vive il suo passaggio più difficile, ma questa storia non è affatto conclusa e non è stata né un miraggio né un’utopia. Perché in tanti abbiamo creduto e continuiamo a credere in questa sfida. Oggi, nonostante i limiti e gli errori che vanno riconosciuti, c’è un’intera generazione che non intende accettare chi spinge per un ritorno alle antiche case madri. Quello di cui abbiamo bisogno è esattamente il contrario: portare a compimento ciò che è rimasto incompiuto. Costruire finalmente una nuova cultura politica, una nuova identità. Un soggetto autenticamente popolare, alternativo al populismo.

    Di certo non c’è sinistra senza il Pd in questo paese. Abbiamo dato vita al partito nuovo per uscire dal novecento e non vogliamo riavvolgere il nastro della storia. Dobbiamo dare più forza alle ragioni che mossero quella scelta perché ne sentiamo ancora la necessità storica. La proposta ideale e programmatica del Lingotto nel 2007 segnò la nuova stagione, e così come allora, anche oggi abbiamo bisogno di una elaborazione all’altezza del tempo che viviamo. Per rendere compiuto ciò che è incompiuto da troppo tempo. Penso che la scommessa del Partito Democratico sia dall’origine quella di far lavorare e crescere insieme ciò che è diverso. Costruire l’unità nella pluralità. Non vivere la diversità a compartimenti stagni ma mescolare, arricchire, aprire. Perché diversi ma uniti è possibile. Anzi. Diversi ma uniti è necessario.

    Credo utile porre cinque temi essenziali innanzitutto a Matteo Renzi per il nuovo PD. Temi che devono trovare risposta nel congresso se vogliamo che sia utile e vero. Non ancora proposte e programmi, ma questioni prioritarie dentro le quali avanzare azioni e scelte.

    Partito. Occorre una svolta radicale nelle forme e nella sostanza. I problemi che abbiamo ereditato sono figli della fragilità dei primi anni di vita del PD e non sono stati affrontati. Ora serve farlo. Senza rifugiarsi in nessuna rassicurante formula del passato. Nessuno può davvero immaginare che si possa tornare al partito di massa del secolo scorso. Ma nemmeno si può credere che si possa rimanere, come siamo, in mezzo a un guado, spesso una sommatoria di filiere personali distinte e distanti. Chi viene investito dell’onere della leadership deve guidare, ma non da solo. E chi è minoranza deve far vivere la pluralità senza scadere nella delegittimazione di chi guida.
    La forma è sostanza, soprattutto in politica. Serve allora un lavoro profondo per fare del PD un luogo stabile di elaborazione e confronto, di selezione delle classi dirigenti per merito e non per fedeltà, di partecipazione costante. Tutto ciò a maggior ragione dopo la bocciatura referendaria. La riforma segnava la possibile evoluzione del sistema verso una migliore amalgama tra democrazia rappresentante e democrazia decidente. La sconfitta, anche con gli errori che abbiamo commesso, rischia di riportarci verso dinamiche proporzionalistiche che ne accentueranno la difficile governabilità. Va evitato questo ritorno all’antico. Un sistema di impianto maggioritario, capace di favorire aggregazioni per il governo secondo la logica dell’alternanza, rappresenta oggi l’antidoto più forte.

    Società. Nel tempo della società liquida la mediazione è un valore. Le forme della rappresentanza sociale ci riguardano perché sono essenziali per affrontare il nodo del rapporto tra cittadini e istituzioni. È stato giusto in questi anni aver sfidato forme diffuse di conservatorismo anche a sinistra. Ma non basta. Serve costruire una nuova idea della mediazione, della composizione degli interessi, avendo la consapevolezza che le forme della rappresentanza, per come le abbiamo intese, non funzionano più perché ognuno è contemporaneamente portatore di bisogni spesso contrapposti a seconda della situazione, del ruolo e del momento. Fare comunità è il valore aggiunto. Così deve trovare posto anche una diversa attenzione alla dimensione del territorio. Perché tra vecchi localismi e nuovi centralismi serve un equilibrio più avanzato per uno Stato più efficiente e territori più virtuosi. Questo credo sia tanto più urgente al sud, dove la sfida rimane più complessa ma dove il potenziale è tanto più straordinario. È una questione che attiene anche al modello di sviluppo e di crescita. E se non lo fanno i democratici questo lavoro, non lo farà nessuno.
    Tutto questo comporta anche tornare a riflettere sul rapporto stesso con il potere. Che non deve essere, al centro come in periferia, la mera conquista di posizioni e di postazioni ma la forza e la capacità di modificare lo stato delle cose, per trasformarle e migliorarle. Uscire dalla spirale “promessa-delega-illusione-delusione-rabbia” per entrare nella piena dimensione della condivisione delle responsabilità, della costruzione comune delle risposte. Non quindi “come risolvo io tutti i tuoi problemi” ma “come possiamo farlo insieme”.

    Uguaglianza. Abbiamo l’urgenza di dare risposte nuove per affermare il principio guida del campo progressista e democratico. La sinistra nasce per creare uguaglianza. Ripartiamo da lì. Non possiamo sottrarci a un’analisi che individui soluzioni forti alle domande di equità e giustizia che emergono. Come affermiamo il principio di uguaglianza in Italia e in Europa pressati dai populismi e sotto attacco dei fondamentalismi? Penso sia la domanda cruciale a cui rispondere. A partire dal tema della protezione nel tempo della globalizzazione. Senza diventare subalterni all’illusione protezionista e sovranista come lo siamo stati in passato a quella liberista. Il lavoro rimane il cuore della questione, tanto più con la rivoluzione digitale in atto che cambierà sempre di più forma e sostanza dei lavori, esponendo le persone a fragilità e precarietà a cui si deve rispondere con una nuova stagione di diritti e tutele.

    Per questo non è più rinviabile la definizione di un patto di cittadinanza per offrire strumenti universalistici adeguati a questo cambio di fase. Iniziamo a scriverlo. In Europa diverse forze socialiste, democratiche e riformiste stanno provando a superare le fragili impostazioni figlie della stagione alle nostre spalle. Questi sforzi ci riguardano. Hanno a che vedere anche con il ruolo dello Stato nel sostenere gli investimenti e nel presidiare temi irrinunciabili come le politiche della salute di ogni cittadino.

    Nuove Generazioni. Se non siamo riusciti ancora a conquistare con la nostra proposta larghe fasce di giovani non abbiamo solo un problema di voti. Senza di loro nessun programma di cambiamento può realmente entrare nel sangue del Paese. E un’Italia sempre più vecchia e’ destinata ad essere anche più povera. La fragilità dei destini di vita di troppe ragazze e ragazzi ci deve riguardare, turbare, interrogare. Mina la loro libertà e autonomia. È evidente come alcune nostre riforme, dal lavoro alla scuola, non hanno determinato ancora, come avremmo voluto, il segno di un cambiamento sufficiente. Occorre fare di più. Il passaggio dalla scuola al lavoro rimane il problema più grande. Gli strumenti d’incontro tra domanda e offerta di lavoro sono ancora troppo fragili così come la valorizzazione e la formazione del capitale umano nel sistema produttivo. Queste difficoltà portano a pesanti conseguenze: bassa natalità, dipendenza prolungata dalla famiglia di origine, esplosione dei cosiddetti Neet. Coniugare riformismo delle opportunità e dei diritti è il nostro compito innanzitutto a partire da chi ha meno di quarant’anni. La crisi ha modificato la frontiera tra garantiti e non garantiti, ma quella faglia esiste ancora e sta allargando proprio il divario fra le generazioni.

    Europa. La crisi d’identità del progetto europeo corrisponde alla mancanza di visione di cui il fronte progressista ha sofferto dai primi anni duemila. Non avere rafforzato l’integrazione e le istituzioni comunitarie, quando ben tredici Stati membri su quindici erano guidati dal centrosinistra, è stato l’errore più grave. Aver permesso la nascita dell’Euro senza un vero e proprio governo dell’economia e aver proceduto con l’allargamento senza riformare le istituzioni, sono state le cause dell’incapacità di affrontare le sfide che la globalizzazione ci ha posto. Adesso occorre togliere l’Europa dalla soffitta in cui è stata chiusa dagli egoismi nazionali. Dobbiamo rivendicare quanto fatto in questi anni per farle cambiare rotta, spesso nell’indifferenza di tanti: dall’immigrazione all’austerità, interi capitoli comunitari vanno riscritti. A partire dalla messa in discussione del Fiscal compact, per arrivare realmente alle politiche di difesa comune e alle azioni di sostegno alla crescita con gli investimenti definitivamente fuori dai vincoli. Vogliamo che l’Europa torni ad essere attore globale fuori da vecchie e nuove chiusure e fuori dalle illusioni delle piccole patrie. La nostra grande sfida è trasformare il Mediterraneo, segnato ora da conflitti e migranti in cerca di salvezza, nel luogo d’incontro tra Europa ed Africa. Per tutto questo dobbiamo tornare a fare vivere l’impegno che lanciammo con il messaggio “per ogni euro in sicurezza, un euro in cultura”. Esso indica ancora, più di tante discussioni, la sfida valoriale essenziale da vincere.

    Affrontare questi temi è indispensabile per il rilancio del Pd. Metterli al centro della discussione congressuale, saper raccogliere il contributo di migliaia di cittadini e dialogare anche nel campo largo delle energie del centrosinistra, farà la differenza.

    Sarà questa la vera sfida, non solo una contesa tra persone, ma soprattutto una battaglia delle idee. Varrà la pena cercare di andare in profondità. Non sfidare qualcuno, ma saper sfidare noi stessi e saperci sorprendere. Per battere la rassegnazione e restituire una speranza.

  • “Gli strappi non producono alleanze”

    (Intervista pubblicata su Il Messaggero del 21.02.17 a firma di Fabrizio Nicotra)

    Maurizio Martina, dirigente del Pd e ministro delle Politiche agricole, non ha mai smesso di provare a tenere tutti dentro. E ancora oggi continua a chiedere ai bersaniani di ripensarci. Perché vuole scongiurare uno strappo che farebbe male a tutto il partito, ma anche perché non si nasconde i rischi per la tenuta del governo: in questo modo, sostiene, «l’esecutivo si indebolisce». E poi, avverte, una rottura sarebbe definitiva, in futuro non ci sarebbero porte aperte per gli scissionisti: «Mai vista una scissione produrre un’alleanza».

    Questa scissione è cosa fatta?

    «Spero di no, mi auguro che chi la ha annunciata ci pensi ancora molto, c’è ancora tempo per evitare la frattura».

    Ma i suoi (ex?) compagni di partito sembra abbiano già deciso. Si aspettavano da parte di Matteo Renzi, e da parte vostra, un’apertura che non è arrivata.

    «Credo che abbiano tutti gli elementi per poter presentare al congresso una proposta alternativa a quella del segretario e, su quella proposta, sfidare chi ha guidato il Pd fino a qui. Basta volerlo. La scissione è oggettivamente incomprensibile agli occhi di tanti, non solo agli occhi di chi ha sostenuto fin qui il segretario. Lo sconcerto è generalizzato, quindi io mi auguro che ci sia da parte loro questo passo in avanti. Dividere il Partito democratico favorisce soltanto la destra e Grillo».

    Nel Pd e nel governo c’è chi ha rimproverato a Renzi di non aver fatto abbastanza, chi gli chiede un surplus di generosità. Lei ha qualcosa da rimproverargli?

    «Domandiamoci tutti cosa possiamo fare meglio. Noi ci confrontiamo spesso e, giustamente, chiediamo al segretario di avanzare ogni giorno, di fare un passo. Credo che passi utili ci siano stati. Naturalmente bisogna sempre interrogarsi se si può fare di più, ma se stiamo all’essenza della questione, e cioè garantire che questo partito sia contendibile e pluralista, allora non ho dubbi: lo spazio c’è. Far vivere ancora una stagione di partecipazione larga dei nostri elettori, dei nostri iscritti e dei nostri simpatizzanti non può che farci bene. Questa via larga è sempre la via migliore per noi, la via che ci distingue da tutto il resto dei partiti e dei movimenti di questo Paese. Io non voglio rinunciare a questo strumento. Penso che, oltre i personalismi, un congresso serva davvero per ritrovarci e non per dividerci. Spero che tutti capiscano questo e, in particolare, coloro che per settimane hanno legittimamente chiesto un congresso. Ora che c’è, vogliono prendere un’altra strada? Sarebbe un grave errore».

    Andrea Orlando è pronto a candidarsi alla segreteria se questo servisse a evitare la scissione. Una buona idea?

    «Ciascuno farà le sue scelte, legittimamente. La discriminante è una sola per me: chi sceglie di scommettere ancora sul Pd e chi invece sceglie di dividere il centrosinistra e di provocare una rottura».

    Lei è nella maggioranza che ha sostenuto Renzi. Se alla fine Orlando dovesse candidarsi, lei lo appoggerà?

    «Non conta cosa farò io e chi sosterrà questo o quel candidato. L’importante è che il congresso sia un vero momento di approfondimento e rilancio».

    Preoccupato per la tenuta del governo? Corre dei rischi?

    «Sì, queste fibrillazioni non aiutano l’esecutivo. Chi immagina rotture dovrebbe valutare questo aspetto con molta attenzione: non si aiuta il governo nel suo lavoro di tutti i giorni provocando una frattura come questa, lo si indebolisce».

    Un altro tema centrale è quello della legge elettorale.

    «Certamente. Bisogna fare di tutto per avere norme elettorali armonizzate per Camera e Senato. Per me va ricostruita anche una prospettiva di coalizione. E la via migliore sono soluzioni con collegi uninominali».

    Un progetto di coalizione che includa gli scissionisti o che li escluda?

    «Una scissione indebolisce una prospettiva di centrosinistra. E, cosa più importante, non ho mai visto una scissione produrre un’alleanza»

    Il Pd guarda al lavoro di Giuliano Pisapia?

    «Sì, immagino che questo progetto debba guardare anche a Pisa-pia con il suo campo progressista».

  • Se non evitiamo la frattura pericoli anche per il governo

    (Intervista pubblicata su La Repubblica del 18 febbraio 2017)

    «Il Paese ha bisogno del Pd. E noi abbiamo bisogno di un congresso per ritrovarci, non certo per separarci. Di un nuovo inizio, da costruire insieme. A Emiliano, Speranza e Rossi dico: fate in modo di esprimere le vostre idee nel percorso comune, è proprio quello che avevate chiesto.

    Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina è molto preoccupato. E manda l’ultimo appello, proprio nel giorno in cui la sinistra dem si ritrova a Roma per ufficializzare la scissione.

    Martina, visto il livello di incomunicabilità non sarà il caso di separarvi consensualmente, come succede nei matrimoni irrecuperabili?

    «Non ci credo, non voglio crederci. Diceva Gramsci che quando tutto sembra perduto, bisogna mettersi all’opera, ricominciando dall’inizio. Io lavoro — insieme a tanti — con determinazione per ritrovare il filo. Fino all’ultimo momento e anche oltre. L’importante è rifondare il nostro stare insieme. Detto in altro modo: dobbiamo imparare che in una comunità politica chi vince non comanda e chi perde non delegittima quotidianamente chi ha vinto».

    Con un’eventuale scissione rischia anche il governo, Martina?

    «Un congresso può aiutare l’esecutivo, una scissione temo proprio di no, anzi. Sono preoccupato da una frattura, anche da questo punto di vista».

    Ma concretamente cosa si può fare? Emiliano ha chiesto a Renzi di spostare a settembre il congresso. Possibile?

    «Abbiamo bisogno di un congresso fatto per bene. Va svolto in tempi ordinati, anche in vista del voto amministrativo. Nel percorso possiamo svolgere anche la conferenza programmatica, ma investiamo sulla partecipazione, anziché ripiegarci».

    La minoranza chiede altro tempo, però. Voi non siete disposti a concederglielo. A proposito, ha sentito Bersani, con il quale ha condiviso un tratto di strada prima di schierarsi con Renzi?

    «Per Bersani ho riconoscenza, stima e amicizia, per questo mi ostino a pensare che ci sia spazio per lavorare insieme, a partire dall’assemblea di domenica. A lui e a tutti vorrei dire: non è vero che il Pd è di uno solo, ma è di tutti noi. Con la scissione, andrebbe in crisi anche la prospettiva del centrosinistra».

    In un audio il suo collega Delrio ha rivelato—senza volerlo — un’idea che convince molti, e cioè che Renzi non stia facendo abbastanza per evitare un trauma.

    «Delrio ha già chiarito. Credo che anche in queste ore Renzi stia lavorando, lanciando i messaggi giusti. Deve continuare perché tutti, e anche lui, sono chiamati a fare la propria parte. Però sia chiara una cosa: non è un problema di tempi o di modalità congressuali. Se si vuole, un accordo si trova. Ma voglio pensare che non sia questo il terreno su cui costruire il tentativo di mediazione».

    La scissione segnerebbe il fallimento definitivo del Pd?

    «Credo che il Pd serva al Paese. E il Pd vivrà anche dopo domenica. Stiamo attenti a non fare regali alla destra».

  • Uniamoci contro i protezionisti

    (Articolo a firma del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina, pubblicato su Il Foglio del 7 febbraio 2017)

    Sembra che fare accordi commerciali internazionali oggi sia come fare un patto col diavolo. Eppure, soprattutto il campo progressista, dovrebbe avere il coraggio e le parole giuste per rilanciare l’idea che il solo modo per proteggere è integrare. Il solo modo per tutelare davvero è aprire e regolare. Perché grandi aree integrate commercialmente sono anche veicoli formidabili di pace e cooperazione e la risposta alle crescenti diseguaglianze interne all’occidente non può essere il ripiegamento verso antiche logiche protezionistiche. Il presidente cinese Xi Jinping, intervenendo a Davos, ha definito queste scelte di chiusura “una stanza buia che tiene fuori la pioggia e il vento, ma anche il sole”. La storia si è già incaricata di spiegarci che le stagioni protezionistiche non hanno mai portato ad avanzamenti sociali, e sono sempre i deboli a pagare il prezzo più alto di queste torsioni. Quindi faremmo bene a discutere giustamente “come” fare nuovi accordi commerciali, e non “se”. Perché buttare il bambino con l’acqua sporca rischia innanzitutto di allargare il solco tra i deboli e i forti della globalizzazione. Rischia di aumentare il divario tra chi, come le grandi multinazionali, può in realtà anche fare a meno di intese e accordi per regolare standard, protezioni e aperture di mercati e chi (certamente i piccoli produttori) ha bisogno invece di strumenti codificati e di regole chiare per avanzare nei nuovi mercati e vedersi tutelare le qualità che esprimono. La verità è che un buon accordo commerciale oggi può servire di più a un piccolo allevatore produttore di Parmigiano Reggiano a Bibbiano, sulle nostre colline emiliane, che non a qualche grande azienda alimentare. Dunque, far ripartire i Trattati per Bibbiano, prima ancora che per Bruxelles o per Washington, è una sfida che merita un grande impegno. A maggior ragione visto lo scenario generale: la fine dell’esperienza Obama lascia oggettivamente un vuoto politico nel campo progressista che va colmato, anche se purtroppo all’orizzonte non si vedono ancora leadership riformiste in grado di organizzare questo rilancio.

    Serve un cambio netto di paradigma. Un certo modello di globalizzazione ha fallito proprio perché ha fatto della deregulation il totem fondamentale ben prima che arrivasse Donald Trump. L’idea che il mercato potesse autoregolarsi e risolvere così ogni tipo di problema si è dimostrata non veritiera. I profondi disequilibri che si sono generati non sono più associati solo al rapporto Nord/Sud del mondo, ma sono diffusi a livello orizzontale andando a colpire in tutto l’Occidente la classe media. Il paradosso è che oggi la soluzione proposta da alcuni, spesso fan della deregolamentazione, sia una fase di chiusura assoluta, di dazi, di diffidenza verso l’esterno. Qualunque cosa significhi. Ma chi sarà in grado di affrontare un mercato globale più stretto? I piccoli produttori di qualità che investono nella sostenibilità delle loro produzioni, salvaguardano e promuovono i propri territori? O le multinazionali in grado di offrire prodotti standard, di delocalizzare la produzione senza troppi problemi e capaci di lavorare con margini ridotti? La risposta è nei fatti.

    Serve una nuova via alla globalizzazione che parta da regole chiare, condivise, semplici. Dove la politica svolga il suo ruolo fino in fondo, garantendo tutele soprattutto ai deboli. Il premio nobel per l’economia Paul Krugman ha recentemente dichiarato che la distribuzione dei vantaggi del mercato globale dipende dalle regole e le regole sono il frutto delle scelte politiche. Vista dalla stalla del nostro allevatore di Bibbiano questa partita è decisiva. Avere ad esempio accordi di protezione delle indicazioni geografiche, come la Dop del Parmigiano Reggiano, significa poter tutelare fino in fondo il sistema di qualità che c’è dietro la sua produzione. Senza regole vincono la contraffazione, l’omologazione, e le grandi dimensioni di chi riesce a essere comunque sovranazionale. Senza regole la politica abdica al suo ruolo e si limita ad assistere.

    La storia, anche recente, ci dice che quando siamo riusciti a chiudere accordi positivi si sono garantite meglio protezioni e opportunità. Penso ad esempio al grande lavoro che è stato fatto nel mercato unico europeo per far sì che anche in Germania, Francia o Olanda i nostri ispettori possano far ritirare subito dal mercato finti Grana Padano, Aceto balsamico o Prosciutto San Daniele. Penso anche al recente accordo Ceta chiuso dall’Ue con il Canada, che vede per la prima volta la protezione di quarantuno denominazioni italiane che ora avranno più tutele in un mercato tra i più importanti al mondo. Far riconoscere il diritto esclusivo a utilizzare un nome per un cibo e vietate false evocazioni è l’affermazione dei valori che noi promuoviamo da sempre. Consolida la via della distintività dei prodotti e delle produzioni, alternativa all’omologazione. E se oggi non si può produrre Prosecco o Barolo made in Usa è sempre grazie ad un accordo fatto con gli Stati Uniti nel 2009 sul fronte vitivinicolo. Per un sistema agroalimentare come quello italiano, composto da un tessuto di migliaia di piccole e medie imprese capaci di creare valore aggiunto e guardare al mondo, poter esportare è ovviamente cruciale. Non è un caso che negli ultimi dieci anni le nostre esportazioni agroalimentari siano raddoppiate arrivando a superare nel 2016 la cifra record di 38 miliardi di euro. Se scattassero dazi e barriere tariffarie l’effetto sarebbe devastante. Lo abbiamo visto con l’embargo russo su alcune categorie di prodotto, che ha generato una crisi pagata soprattutto da piccoli e incolpevoli agricoltori e allevatori europei. Non più tardi di lunedì scorso a Bruxelles la Commissione europea ha presentato le analisi d’impatto sui singoli settori agricoli dei 12 accordi di libero scambio che sono in fase di trattativa. Colpisce un dato: tutte le proiezioni al 2025 prevedono un calo dei consumi interni dell’area Ue nell’ordine del 10/15% su tutte le categorie di prodotto. Le potenziali vendite all’estero supererebbero invece di due o tre volte le mancate vendite interne. Per il bilancio delle nostre aziende, per il mantenimento e la creazione di posti di lavoro, le esportazioni sono e saranno sempre di più una voce indispensabile. Che passa dunque da buoni accordi internazionali di protezione e promozione. Altro che dazi, dogane e barriere.

    Cosa non ha funzionato allora sul TTIP, l’accordo commerciale transatlantico? Ci sono stati molti errori, certo. Il primo, il più grave fatto dall’Unione europea, è stato quello di gestire la prima fase delle trattative in maniera troppo burocratica e segreta, scarsamente aperta all’informazione e alla trasparenza verso i cittadini. Non avere chiarito subito, ad esempio, che gli standard di sicurezza alimentare europei non sono mai stati oggetto di trattativa ha prestato il fianco a dannose strumentalizzazioni.

    Facciamo bene quindi a rivendicare con forza la decisione presa dall’Italia, proprio durante il suo semestre di presidenza Ue, di imporre invece totale trasparenza sui negoziati e sul mandato che la Commissione aveva nel portare avanti i round negoziali con Washington. Ora tutti possono seguire passo passo i risultati raggiunti che devono essere sempre pubblicati in rete dalla Commissione europea.

    Non si è sottolineato a sufficienza che il processo che porta all’approvazione in Europa di un accordo di questo tipo è fortemente democratico, tenuto conto che la sua potenziale entrata in vigore passa per l’approvazione di tutti i Parlamenti nazionali oltre che del Parlamento e del Consiglio europeo.

    È stato un errore soprattutto far prevalere la tecnocrazia sulla politica. Occorre poi sciogliere contraddizioni e malintesi che non hanno aiutato a comprendere la portata di questi sforzi. Un esempio su tutti: non è possibile alzarsi il lunedì e dichiarare guerra all’italian sounding che toglie mercato per miliardi di euro ai veri prodotti agroalimentari italiani, e il martedì scendere in piazza contro accordi che sarebbero oggettivamente l’unica arma per combatterlo davvero.

    Ma la rotta si può invertire. Una prima dimostrazione l’abbiamo avuta ad esempio quando, primi al mondo, come Ministero abbiamo proposto ai più grandi player mondiali dell’e-commerce sul web di dare ai nostri marchi geografici Dop e Igp la stessa tutela contro il falso che garantiscono ai brand commerciali. Un risultato che inseguivamo da anni al WTO e che abbiamo conseguito in poche settimane lavorando in autonomia. È così che colossi come eBay e Alibaba oggi rimuovono dai loro scaffali virtuali migliaia di tonnellate di falsi parmesan, grana padano, mozzarilla o chianti. Per tutelare prima di tutto la loro credibilità e reputazione. Per proteggere i consumatori dalle truffe e rispettare le regole. Passa anche da qui la possibilità di offrire un’alternativa ai populismi che propongono di alzare muri e barriere. Perché così si tutela il piccolo e non solo il grande, che peraltro si autotutela spesso senza che ci sia bisogno dell’azione del pubblico.

    Certo in questa nuova partita globale tra protezione e promozione, aperture e chiusure, distintività e omologazioni, grandi e piccoli, è molto facile agitare fantasmi e sollecitare reazioni istintive. Un esempio che mi viene in mente è quello legato all’invasione (mancata) dell’olio tunisino in Europa che si sarebbe dovuta determinare a causa dell’accordo di cooperazione straordinario siglato da Bruxelles con la Tunisia per sostenere il processo di pacificazione interno a seguito della crisi del paese. Per giorni e giorni, l’anno scorso, una certa politica, Lega e grillini in testa guarda caso, ha soffiato sulla notizia giocando una propaganda estrema. “Invasione di olio dalla Tunisia”, “Massacrate le regioni del sud da Bruxelles”, erano gli slogan più ricorrenti. Nulla di più falso, a conti fatti. Un anno dopo l’annuncio di cooperazione straordinaria, legata anche al contrasto al terrorismo internazionale, i numeri delle operazioni effettuate concretamente rovesciano completamente i toni utilizzati dalle polemiche furenti di quei giorni: delle circa 70 mila tonnellate di olio tunisino a dazio zero autorizzate (trentaseimila all’anno per un biennio) solo 1.900 sono effettivamente entrate in Europa. Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire. Eppure la questione è nevralgica. Perché il caso dell’olio tunisino ci dice della doppia difficoltà che vive l’Europa oggi: farsi riconoscere dal suo popolo per le scelte che compie e promuovere effettivamente passi utili per sostenere la stabilità e la pace nel Mediterraneo con efficaci azioni di cooperazione. Anche in campo agricolo. Si potrebbe dire che con l’olio tunisino abbiamo verificato la massima popolare “oltre il danno, la beffa”: il danno di una scelta incompresa a casa nostra e per questo vissuta come fortemente dannosa per le nostre produzioni, la beffa di non avere nemmeno aiutato davvero i produttori tunisini. A speculare politicamente su tutto questo ci hanno pensato i populisti di casa nostra. Certo è che cattivi accordi possono produrre guasti pesanti: economicamente e politicamente. Lo abbiamo vissuto ad esempio verso i risicoltori vietnamiti e cambogiani che avremmo dovuto favorire azzerando i dazi sul loro riso venduto in Europa, sempre attraverso un accordo di cooperazione, salvo scoprire poi che ad arricchirsi sono spesso investitori stranieri e trader che da fuori confine investono in quelle aree. L’effetto di queste scelte si scarica purtroppo nelle campagne della Lomellina o nel Novarese, dove sono crollate le quotazioni del riso italiano. Questo a conferma di come proprio il nostro Paese sia uno dei più sensibili ed esposti a queste dinamiche internazionali. Senza accordi siamo deboli, cattivi accordi ci danneggiano. Buoni accordi costano fatica ma sono indispensabili. Torno a dire: più per i piccoli che per i grandi.

    Ecco perché spetta a noi il compito di essere alla testa di una sfida di cambiamento in Europa. Dobbiamo lavorare a nuovi rapporti internazionali e a nuovi accordi commerciali, riformulando in particolare gli strumenti per garantire innanzitutto due principi irrinunciabili: reciprocità e sistema di compensazioni. Sul primo è necessario approfondire e rendere stringente il lavoro sui diritti e sugli standard di sicurezza che devono essere alla base delle concessioni reciproche. Troppo spesso ci sono stati compromessi al ribasso in passato, sul fronte dei diritti dei lavoratori e sulle politiche ambientali inaccettabili.

    Sul secondo asse, quello delle compensazioni, il lavoro è completamente nuovo. Ma è un punto politico nevralgico. Come risarcire in forme nuove chi è toccato negativamente dall’apertura dei mercati? Una volta valutati gli impatti servono meccanismi redistributivi e compensativi che non lascino indietro nessuno, soprattutto quelle realtà medio-piccole che troppo spesso sentono di pagare il prezzo del biglietto di uno spettacolo al quale non partecipano. Il rischio concreto che stiamo vivendo, altrimenti, è ingrossare le fila di chi cede alla propaganda facile, alla voglia di chiudere la porta e nascondersi dietro dazi, frontiere e muri sempre più alti. In realtà quei muri, alla lunga, soffocano i piccoli e fanno prosperare solo i grandi. Magari potranno fare contenti alcuni a Washington. Ma non certo a Bibbiano.

     

  • Il Pd figlio dell’Ulivo, ma ora bisogna avanzare

    (Intervista a firma di Enrico Marro pubblicata sul Corriere della Sera del 04.02.17)

    Le parole di Matteo Renzi al Corriere hanno cambiato lo scenario. Le elezioni anticipate si allontanano. «È cominciata una fase politica diversa», dice l’ex premier e segretario del Pd.

    Due mesi per «elaborare il lutto» non sono un po’ troppi?

    «Penso che ci sia un prima e un dopo 4 dicembre — risponde Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura ed esponente di spicco della sinistra renziana —. Adesso dobbiamo mettere a fuoco la prospettiva di questa nuova fase».

    Come?

    «Innanzitutto smettendola, nel Pd e nel centrosinistra, col soffermarsi sulle cose che ci dividono. Dobbiamo invece unirci sulle grandi discriminanti alternative a quelle dei nostri avversari. C’è una differenza enorme tra i professionisti della paura e chi, come noi, vuole lavorare per un orizzonte di speranza».

    Unire le forze ma per andare al voto subito o nel 2018?

    «Le prerogative del presidente della Repubblica sulla data delle elezioni sono chiare. Il ruolo del Parlamento anche. Credo che tutte le opzioni siano in campo».

    Anche quella delle elezioni a giugno?

    «Sì, è possibile. Il punto è come riformiamo prima la legge elettorale per mettere in condizione i cittadini di poter esprimere col voto una maggioranza. Credo che si possa fare in poco tempo, organizzando anche il nostro campo. Lo abbiamo già fatto in tante città e lo si può fare in chiave nazionale. In questo senso va la proposta di Renzi di percorsi di partecipazione larga come le primarie».

    Il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, ha detto al Corriere che votare a giugno sarebbe pericoloso.

    «Discuto da tempo col collega Calenda, che stimo. Lui sa che tutti lavoriamo perché il Paese affronti le grandi questioni che ancora deve risolvere. Lo facevamo prima, lo facciamo ora e lo faremo domani. L’ipotesi di elezioni non rappresenterebbe un impedimento a questo impegno».

    Renzi dice che il candidato a Palazzo Chigi potrebbe anche essere Gentiloni o Delrio. Concorda?

    «Ora lavoriamo tutti insieme per rendere possibili le primarie. Il candidato naturale è Renzi».

    Franceschini propone di spostare il premio di maggioranza dal partito alla coalizione e primarie in un centrosinistra da Alfano a Pisapia. Si può fare?

    «Sul premio alla coalizione sono d’accordo. Quanto al resto, non voglio personalizzare. Sostengo un lavoro dove il Pd sia in grado di organizzare un progetto aperto con moderati e progressisti».

    Un ritorno all’Ulivo?

    «Noi dobbiamo immaginare un progetto nuovo. Il Pd è figlio dell’Ulivo, ora si tratta di avanzare perché nel frattempo è cambiato il mondo. Partiamo dai contenuti. Si tratta, per esempio, di fare nostro il tema della protezione nel tempo della globalizzazione».

    Non rischiate di finire di nuovo con il Bertinotti di turno che manda tutto all’aria?

    «Ogni stagione ha la sua storia. Oggi sono in campo soggetti e personalità nuove. Dobbiamo evitare gli errori del passato, è vero, ma neppure possiamo fermarci pensando solo al passato. E comunque, tutte le volte che il Pd ha spinto su coalizioni si è rafforzato. Il Pd cresce al crescere della sua capacità di unire».

    Quindi la «vocazione maggioritaria» del Pd è finita?

    «Penso che anche qui ci sia un prima e un dopo 4 dicembre e che l’autosufficienza del Partito democratico, cui io stesso ho creduto, oggi vada interpretata in un altro modo, coinvolgendo altre forze su un progetto comune».

    Anche per evitare la scissione del Pd?

    «Evocarla fa solo un gran bene ai nostri avversari».

  • «In arrivo 100 milioni di premi comunitari per l’Isola»

    (Intervista a firma di Piera Serusi pubblicata sull’Unione Sarda del 02.02.17)

    Ministro, quali strumenti state mettendo in campo?

    «Innanzitutto lo sblocco di 100 milioni di euro di pagamenti Agea. C’è l’impegno entro questa settimana di erogare a 25 mila imprese 38 milioni di euro di aiuti diretti europei. Entro febbraio lo sblocco di 59 milioni dello sviluppo rurale. A questi aggiungiamo una misura specifica per il miglioramento della qualità delle produzione ovicaprine. Abbiamo stanziato 6 milioni di euro a livello nazionale di cui circa il 50% arriverà in Sardegna direttamente agli allevatori».

    Voci nel coro: nell’Isola non si sa neanche quanto latte si produce.

    «Vero, ma finalmente posso dire che si è fatto un passo concreto: anche il Consorzio del Pecorino Romano Dop ha elaborato il piano di programmazione produttiva 2016/2018. Sarà uno strumento importante per contribuire a stabilizzare meglio la produzione e il reddito degli allevatori».

    In Sardegna, lungo la filiera del pecorino, il rischio d’impresa sembra pendere verso i pastori.

    «L’allevatore ha diritto a vedersi riconosciuto il valore del lavoro che fa. E c’è bisogno di lavorare ancora di più sull’organizzazione e sull’aggregazione dell’offerta. Produttori più uniti riescono ad avere margini più alti».

    Lei si era impegnato a inserire il Pecorino romano tra le derrate alimentari che verranno distribuite agli Indigenti. Quanto servirà?

    «E’ un lavoro che facciamo prima di tutto per garantire agli indigenti prodotti di qualità in distribuzione e per questo è giusto che ci sia anche il Pecorino Dop. Come ho detto anche al presidente di Coldiretti Sardegna Battista Cualbu, stiamo lavorando per tutelare il reddito degli allevatori e degli agricoltori sardi. C’è bisogno di un intervento più complessivo e strutturale per questa filiera così importante».

    In piazza c’erano anche i cerealicoltori.

    «Ci sono 30 milioni per il Piano cerealicolo nazionale. Puntiamo al sostegno dei contratti di filiera e siamo anche impegnati nella costruzione di un’assicurazione sui ricavi, primi in Europa. E poi c’è il nostro impegno con Bruxelles per indicare l’origine del grano duro nell’etichetta della pasta».