• «Agricoltura più innovativa e più sostenibile»

    (Intervista a firma di Mauro Rosati, pubblicata su L’Unità dell’11 luglio 2016)
    Forse mai come in questi due anni il Governo italiano ha cercato di cambiare prospettiva all’agricoltura portando una visione diversa da quella del recente passato. Una prospettiva che si è concretizzata nei tanti atti legislativi emanati e in una promozione “culturale” nuova, indirizzata a tutta la società e non solo agli addetti ai lavori, come ha evidenziato lo scorso anno l’Esposizione Universale di Milano. Un riposizionamento questo che ha determinato anche una diversa visione imprenditoriale testimoniata dal ritorno di molti giovani all’agricoltura. Uno sguardo lungo che però non ha impedito al Ministro Maurizio Martina di essere sempre pronto a presidiare attraverso provvedimenti e iniziative ad hoc le molteplici criticità che si sono presentate nel settore. In questo contesto si inserisce anche il Collegato agricolo, che dopo un percorso parlamentare complesso durato due anni, ha finito il suo iter proprio la scorsa settimana. Approvato in via definitiva al Senato, questo intervento lascia intravedere sia un nuovo spirito riformatore che importanti interventi settoriali per sostenere le filiere produttive, in particolare quelle che stanno vivendo una pesante situazione di mercato.
    Ministro Martina, il Senato ha approvato con 140 voti a favore, nessun contrario e 99 astenuti il Collegato agricolo, un provvedimento di sistema per l’agricoltura. Come lo giudica?
    «Si tratta di un provvedimento fondamentale per semplificare il sistema agricolo. Pensato con obiettivi chiari: l’innovazione e lo sviluppo di un settore cardine dell’economia italiana».
    I produttori agricoli chiedono più semplificazione, meno burocrazia…
    «Il Collegato va proprio in questa direzione. Ad esempio ora per aprire una società agricola non serviranno più 180 giorni, ma 60. Tagliamo burocrazia con interventi mirati su singoli adempimenti che pesano sulle aziende».
    Nel Collegato ci sono alcune norme che riguardano i giovani che si affacciano al lavoro nel settore. Come si può agevolare in maniera efficace il ricambio generazionale?
    «Ringiovanire il settore è una delle nostre priorità assolute. Con il Collegato abbiamo più strumenti a disposizione che vanno ad aggiungersi al lavoro che stiamo già facendo. Penso ai mutui a tasso zero per gli under 40 e l’aumento del 25% degli aiuti europei per 5 anni alle imprese guidate da giovani».
    Altro tema chiave è rinnovazione e l’introduzione di strumenti avanzati nel lavoro quotidiana Cosa cambia con il Collegato?
    «Cambia l’approccio delle istituzioni. Usiamo la tecnologia per semplificare la vita alle aziende anche sotto il profilo amministrativo. E poi c’è l’obiettivo di rendere il nostro modello agricolo più innovativo e ancora più sostenibile. La sfida dell’agricoltura di precisione ci deve vedere protagonisti».
    È prevista l’istituzione della “Banca delle terre agricole”, di cosa si tratta esattamente?
    «La banca viene istituita presso il nostro istituto ISMEA. È prevista la creazione di un database dei terreni agricoli disponibili per abbandono dell’attività e prepensionamenti. Il traguardo sarà quello di non lasciare terre incolte, tenerle vive e produttive».
    La birra artigianale entra per la prima volta in una legge…
    «Finalmente abbiamo dato una definizione giuridica, legando questo concetto ai birrifici indipendenti ed a specifiche tecniche di produzione. Era un passo atteso da un settore con potenzialità notevoli, che vede impegnati tanti giovani imprenditori».
    Tra i produttori c’è preoccupazione sul tenta dei rischi, soprattutto per quelli derivanti dal maltempo. Quali sono le linee di azione che seguirete?
    «Vogliamo sfruttare al meglio la delega per potenziare gli strumenti di gestione del rischio in agricoltura. La tutela del reddito degli agricoltori passa soprattutto da qui. Il Fondo di solidarietà nazionale non basta, servono strumenti assicurativi più efficaci».
    Una nota: per l’approvazione del Collegato ci sono voluti 887 giorni e 3 passaggi parlamentari.
    «Sono troppi e dimostrano come sia necessario semplificare l`attuale sistema, avvicinarlo alle esigenze delle imprese e dei cittadini. È un tema che incrocia quello delle riforme costituzionali che prevedono il superamento del bicameralismo perfetto. Con un’approvazione sola il provvedimento sarebbe stato operativo in 150 giorni. Dire sì al referendum significa anche questo».

  • Cambiare la legge elettorale non è un tabù, bene il sistema francese

    (Intervista a firma di Carlo Bertini pubblica su La Stampa del 10 luglio 2016)

    Ha sentito ministro Martina, Renzi sulla legge elettorale sembra lasciare la palla al parlamento e preferisce concentrarsi sul referendum. Fa bene?

    «Mi sembra che tutti dobbiamo sforzarci di tenere il referendum sul merito e di aprire un confronto su quello. Per capire concretamente le ragioni del si, ecco un esempio: abbiamo approvato l`altro giorno al Senato il collegato agricoltura della legge stabilità del 2013. Ci sono voluti 883 giorni, tre letture, un`era geologica. Dunque la grande questione è l`abolizione del bicameralismo e l`allineamento dei tempi delle istituzioni ai bisogni della società. Una democrazia decidente, insomma».

    Anche Carlo De Benedetti consiglia a Renzi di cambiare l`Italicum per aiutare le ragioni del sì. Suggerimento cui dare ascolto?

    «Invito tutti a riflettere sulle ragioni del referendum e del sì a partire dalla riforma in sé. Poi credo sia giusto ragionare anche sull`Italicum ed è giusto il messaggio di Renzi di valutare se si aprono spazi per una riflessione aggiornata. Considero l`Italicum un passo avanti importante rispetto al Porcellum, ma non è tabù».

    In che modo si può cambiare secondo lei?

    «Intanto io sono convinto che una prevalenza dei sì al referendum possa aprire alla possibilità di una riflessione più aperta. Non certo il no, che complicherebbe la situazione al paese».

    Fatte le dovute premesse, come la modificherebbe la legge?

    «Se dovessimo partire dalla tripolarizzazione del sistema, la risposta non è tanto nel premio alla coalizione anziché alla lista. Piuttosto bisognerebbe ragionare di nuovi modelli. E personalmente forse parlerei di un modello similfrancese, o un Mattarellum corretto, magari un doppio turno di collegio dove vanno al secondo turno quelli che superano una certa soglia. Sistema che ha un senso quando ci sono tre soggetti che competono tra loro».

    Se perdesse il referendum però Renzi non cambierebbe nulla dell`Italicum, o no?

    «Fa bene a spingere l`attenzione sul referendum e a non sovrapporre i due piani, ma ha detto pure che se in Parlamento maturano condizioni che oggi non ci sono, sarebbe giusto andare a vedere».

    Ritiene giusto cambiare la legge per ostacolare la vittoria dei grillini, dato che l`Italicum li favorisce?

    «Il punto non è questo. Abbiamo visto che clima e orientamenti cambiano repentinamente. Sarebbe più saggio aggiornare alcuni elementi perché l`Italicum garantisce governabilità, ma fa scattare dinamiche dei secondi e terzi contro i primi, a prescindere dalla responsabilità di governo, che qualche effetto distorto lo possono generare. Può prevalere un sistema di voto “contro” più che di voto “per”».

    Ma se perdete il referendum secondo lei cosa succede?

    «Non metto il carro davanti ai buoi e comunque non credo che accadrà. Penso che noi dobbiamo lavorare tutti assieme per allargare il campo di quanti vogliono darci una mano e una pluralità di voci a sostegno del si. C`è bisogno della sinistra riformista in campo più di quanto non sia stata fin qui».

    Sembra che in caso di sconfitta, Renzi non si dimetterà da segretario ma solo da premier. Giusto?

    «Notizie che filtrano non ho voglia di commentarle, né mi interessano. Tutta la nostra attenzione deve restare ai fatti. So bene che il Pd tutto insieme si gioca una partita cruciale nelle prossime settimane e che questo lavoro a sostegno del referendum deve incrociare la nostra azione sul fronte delle misure sociali. Per costruire novità importanti nella legge di stabilità sul tema della flessibilità in uscita per la pensione, delle politiche attive del lavoro, degli investimenti pubblici e privati. Credo che questione democratica e questione sociale viaggino ancora di pari passo».

    Lei si candiderà al congresso contro Renzi? E concorda con Cuperlo che l`esperimento del doppio incarico sia fallito?

    «Non credo sia quello il problema. Ma che abbiamo davanti a noi una scommessa che nessuno è riuscito fin qui a vincere. Un partito-comunità organizzato nel tempo della globalizzazione e della sfida tecnologica. E la grande questione del prossimo congresso sarà come interpretare questa sfida. Io sto facendo il mio lavoro e la mia testa c`è l`ho qui e basta».

  • Comitati di sinistra per il sì, serve andare anche oltre i dem

    (Intervista a firma di Alessandro Trocino pubblicata sul Corriere della Sera del 04.07.2016)

    «Bisogna allargare il campo, anche dando vita a comitati della sinistra per il sì al referendum». Maurizio Martina è il ministro delle Politiche agricole e politicamente fa parte della minoranza dialogante del Pd. Dalla sua prospettiva prova a dare una mano al premier per mobilitare consenso intorno alla consultazione referendaria sulla riforma costituzionale.

    In che senso «comitati di sinistra»?

    «C`è bisogno di mobilitare in modo diffuso la cultura, la sensibilità e l`esperienza della sinistra di governo, progressista e riformista. A partire da un dato: per affermare meglio i principi della prima parte della Costituzione, c`è bisogno di innovare la seconda. E un passaggio irrinunciabile se vogliamo sconfiggere le forze populiste che mirano a scardinare l`idea che le istituzioni possano autoriformarsi».

    Quale sinistra? Dentro o fuori dal Pd?

    «Nel Pd ma non solo. Anche oltre. Serve un lavoro plurale di esperienze e personalità che contribuiscano a entrare nel merito della riforma».

    La sinistra è in maggioranza ostile a questa riforma.

    «Se stiamo al merito penso che il consenso possa allargarsi. Già diverse personalità si sono espresse in senso favorevole, penso a Luigi Berlinguer, Giuseppe Vacca, Salvatore Veca. Si deve passare a una nuova fase della campagna referendaria e uscire dall`eccessiva personalizzazione. Questo è un cambiamento di sistema necessario. Le racconto un fatto concreto: si sta per concludere al Senato un lavoro durato 24 mesi sul collegato agricolo. Quando è partito, eravamo ancora nel governo Letta. Il continuo rimbalzo tra Camera e Senato dà la misura dell`urgenza della riforma».

    Un primo grimaldello per convincere la sinistra sarebbe cambiare l`Italicum.

    «Per me la legge non è un tabù ma è un grande passo avanti. C`è chi lo paragona al Porcellum, ma non scherziamo: c`è un abisso».

    Introdurre il premio alla coalizione invece che alla lista è un correttivo possibile?

    «Non risolverebbe il tema della tripolarizzazione uscita dalle urne. Anche piccole correzioni temo rischino di vanificare il lavoro fatto. Sai dove cominci ma non dove finisci».

    Una maggioranza su questo punto si trova.

    «Se si realizzassero le condizioni per una convergenza netta ci si potrebbe ragionare. Ma vedendo il dibattito recente non credo proprio che ci siano queste condizioni».

    Alla Direzione la minoranza chiederà un cambio di passo.

    «Credo che debba uscire un messaggio unitario di rilancio innanzitutto sul fronte sociale. Il Pd deve produrre una svolta su temi decisivi: pensioni, lavoro e povertà».

    Il partito, si dice, è visto come un impaccio.

    «Accanto a un leader forte, serve una classe dirigente forte ovunque e un partito comunità radicato. Dobbiamo ancora dare ancora molte risposte a milioni di italiani su tante questioni. Ripartiamo da problemi essenziali come le pensioni minime, i lavoratori precoci e la flessibilità in uscita».