• Agricoltura motore per l’economia del Sud

    (Intervista a firma di Luciano Pignataro pubblicata su Il Mattino del 28 giugno 2016)

    Vola l`agricoltura nel Mezzogiorno, crea occupazione giovanile, spinge in alto il pil come nessun altro comparto produttivo. Un dato che si respira nell`aria ma che colpisce per le dimensioni. Il ministro Martina ha una sua valutazione precisa.

    «L’aspetto più confortante di tutti è che la media delle regioni del Sud è più alta di quella nazionale: più 3,3 rispetto a +2,2. Ovviamente siamo soddisfatti di questa situazione perché è anche il frutto dei nostri sforzi. Però attenzione, questo report deve essere considerato impunto di partenza, non di arrivo».

    Quali sono stati gli elementi che hanno favorito questo risultato?

    «Penso all’abbattimento fiscale con la eliminazione di Irap e Imu agricola, agli incentivi per l`occupazione giovanile e ingenerale alle politiche attuate dal governo a sostegno delle imprese. C`è poi il taglio della burocrazia, penso al Registro Unico dei Controlli che ha liberato le imprese agricole dall’ossessione di essere continuamente visitate».

    Alla luce di quanto sta succedendo, non è stato un errore strategico aver puntato su edilizia e industria nel Mezzogiorno?

    «Ogni epoca ha le sue ragioni e anche oggi una chiave fondamentale è il giusto mix di settori produttivi. Sicuramente l’agroalimentare può diventare sempre di più il pilastro do un nuovo modello di sviluppo meridionale».

    Come spiegare questa ripresa in un momento di crisi?

    «In primo luogo in Italia abbiamo molti segni di ripresa in più comparti. Nello specifico c’è stata una grande capacità di alcune filiere di organizzarsi e di promuoversi, penso all’impresa vitivinicola siciliana e pugliese oppure al comparto lattiero-caseario campano che continua a segnare risultati straordinari. C`è ancora tanto da fare».

    Non mancano gli elementi di debolezza. Il Sud si è spesso presentato come produttore di materia prima che poi veniva commercializzata al nord, pensiamo alvino e all’olio, ma anche all’ortofrutta, al grano.

    «Vero, ma la tendenza a dare valore alle produzioni si sta diffondendo, oggi le bottiglie vengono etichettate ed emerge ovunque la grande qualità della nostra agricoltura meridionale. Alla fine è questo che fa la differenza sui mercati nazionali ed esteri. C`è una fascia di consumatori disposti a pagare qualcosa in più in cambio di certezze. E noi, con i nostri sistemi di controllo, le stiamo dando».

    Non mancano i difetti strutturali, come ad esempio l’incapacità di organizzarsi e di rappresentarsi in modo collettivo.

    «Si, il tema è italiano, non solo meridionale. Diciamo che qui è più accentuato: penso a tanti consorzi del vino e dell’olio che stanno solo sulla carta e non produco no la documentazione necessaria per il riconoscimento ministeriale, oppure alla scarsa dimensione delle Organizzazioni dei Porduttori. Bisogna aggregarsi, mettersi d’accordo sui servizi e promuoversi. Tra l’altro arriva una ondata di finanziamenti europei che devono essere ben spesi. Voglio anche precisare che non ritengo affatto chiuso il processo di semplificazione burocratico».

    ll negozionato Ttip (Travisatlantic Trade and Investment Partnership) può mettere a rischio questi risultati?

    «Direi di no: se restiamo fermi su alcune posizioni potremo avere anche dei vantaggi. Penso alle 42 dop italiane che saranno riconosciute anche negli Usa. In ogni caso al momento nè l`Europa e nè gli Usa sono in condizioni di chiudere nulla, da un lato abbiamo Brexit, dall’altro le elezioni americane».

    E la questione degli Ogm?

    «Non è nel negoziato perché noi ci basiamo sul principio precauzionale, fino a che è dimostrato che non fa male non diamo autorizzazioni. Le nostre regole non cambiano. In ogni caso noi non dobbiamo temere il negoziato, ma guardare con fiducia perché un accordo è sempre meglio della legge del più forte in un mercato dove mancano le regole».

     

  • Più unità per una svolta nazionale

    (Intervista a firma di Monica Rubino pubblicata su La Repubblica del 24 giugno 2016)

    «Basta con il fuoco amico nel partito. Dobbiamo ritrovare l’unità, ritornare a essere una comunità, un collettivo: serve ora una svolta sociale». È l’appello accorato di Maurizio Martina, reduce dalla vittoria a Milano di Giuseppe Sala di cui è stato uno dei principali sponsor, dopo l’ultimo scontro interno, quello fra il ministro Marianna Madia e il vicesegretario Lorenzo Guerini sulle dimissioni di Matteo Orfini da commissario del Pd romano. E da Israele, dove ieri era impegnato in un evento post Expo, il ministro delle Politiche agricole invita il partito ad andare avanti compatto in vista della direzione nazionale di questo pomeriggio.

    Qual è la proposta che porterà in direzione per risollevare il partito?
    «Oggi c’è l’occasione di fare tutti insieme un passo in avanti ascoltandoci e senza scaricabarile, ma avendo chiaro in testa
    che abbiamo bisogno di leggere in profondità il Paese. Per prima cosa dobbiamo ripartire dalla lotta alle disuguaglianze, ora serve più che mai una svolta sociale per il Pd ».

    E come farete a ritornare a essere un partito della gente?
    «Noi siamo già un partito popolare, ma dobbiamo fare di più. Ci vogliono coraggio e umiltà, dobbiamo stare uniti e aprirci, ritornare a essere sui territori un partito comunità che sa ascoltare i bisogni reali delle persone. Questo si è verificato a Milano, dove il Pd è riuscito a coniugare innovazione e radicamento, pluralità e unità. Fattori che sono mancati altrove».

    Ieri la minoranza Pd ha dato un ultimatum al premier Matteo Renzi: mai più voti di fiducia se non si cambia rotta. Non è tardi per ritrovare l’unità?
    «Non credo agli ultimatum e non è affatto tardi per unirsi di più. Il fuoco amico non porta a nulla, l’attrattività di un partito passa anche dalla sua capacità di vivere il confronto interno in modo plurale senza spararsi addosso ogni giorno. Abbiamo da rivendicare con lucidità e orgoglio il lavoro fatto in questi due anni, di cui anche le minoranze sono state protagoniste. Oggi abbiamo bisogno di fare un salto di qualità nell’analisi sia dei cambiamenti sociali del Paese che dell’efficacia della nostra azione. Dopo questo risultato elettorale la sfida contro il M5 S va alzata di livello».

    Avete sottovalutato la forza di rottura dei Cinque Stelle?
    «Il nostro giudizio su di loro va senz’altro aggiornato, ma per battere l’antipolitica serve un riformismo più radicale, in particolare sul fronte sociale, per coniugarci con il nostro popolo in maniera più ravvicinata».

    Ammettete, quindi, di aver perso di vista il Paese?
    «Dobbiamo scavare più in profondità sullo stato dell`Italia, comprendere di più la crisi del ceto medio, dare sostegno alle fasce più deboli, ai pensionati come ai giovani. Dobbiamo farci carico delle periferie, dei problemi legati al lavoro, alla casa. Questo voto segnala un’attesa. Se siamo capaci di leggere i conflitti sociali e dare le giuste risposte, possiamo rilanciare il nostro progetto di cambiamento».

    Pensa che Renzi debba rimanere alla guida del Pd?
    « Il nostro segretario è la nostra prima vera risorsa e lo dico anche io che non l`ho votato al Congresso. Il terreno di innovazione sperimentato fin qui è prezioso».

    Se al referendum costituzionale vincerà il No, il premier lascerà?
    «Non è questo il punto. Deve vincere il Sì non per un leader ma per il Paese».

  • Il merito è di Beppe ma unire il Pd non era scontato Io premiato? Penso al Governo

    (Intervista a firma di Elisabetta Soglio pubblicata su Il Corriere della Sera del 22 giugno 2016)
    «Il Pd e il centrosinistra devono guardare al modello Milano e a questa esperienza come punto di riferimento». Ci aveva creduto fin dall’inizio, il ministro Maurizio Martina: aveva creduto all’Expo su cui ha messo la faccia anche nei momenti iniziali di difficoltà; aveva creduto alla candidatura di Giuseppe Sala. E ha vinto un po’ anche lui. Al punto che tanti ora lo immaginano in un ruolo di rilievo nella rinnovanda segreteria di Matteo Renzi: «Io sono contento del lavoro che sto facendo qui al ministero e sono concentrato al 300 per cento su questo. Parliamo di Milano?».

    Cosa insegna Milano?

    «Una vocazione, un metodo. Anzitutto nella scelta del candidato: siamo stati capaci di coinvolgere una figura come quella di Beppe Sala, un civil servant espressione della società milanese con una iniziativa aperta e non autoreferenziale».

    Sala uomo di Renzi?

    «Questa non è stata una scelta calata dall’alto, ma un percorso maturato consapevolmente in città, facendo i conti con il tema del consenso, dell’ascolto e del radicamento. Sala ci ha messo forza e umiltà, si è messo in discussione, ha fatto le primarie ed è cresciuto passo dopo passo».

    Tutto merito di Sala?

    «Prima di tutto merito suo. Poi molto ha fatto un Pd aperto e innovativo. Va dato atto alla segreteria milanese: nel 2016 organizzare un partito in una città complessa come Milano non è tema di poco conto e questa esperienza tutta ambrosiana va riconosciuta. Ci dice che radicamento e innovazione possono stare insieme e che per farlo c’è bisogno di un soggetto organizzato».

    Questo centrosinistra riuscirà a stare unito?

    «Sì. L’unità non era scontata neppure prima del voto: ci abbiamo creduto, è stato fondamentale il ruolo di Pisapia e dei suoi. Poi penso sia stata decisiva l’iniziativa che ha allargato ulteriormente la squadra: la lista del sindaco ha superato il 7%».

    Un milanese su due non ha votato.

    «Guai a dimenticarselo. Ci siamo immersi anche nelle contraddizioni del tempo che stiamo vivendo in una città come Milano che ha potenziali enormi e tuttavia misura fatiche, debolezze, problemi. Il nostro messaggio è stato forte perché onesto: abbiamo rivendicato il buon governo milanese di questi anni e abbiamo avuto anche l’umiltà di dire che c’è ancora tanto da fare».

    Anche lei ha vinto. Cosa incassa?

    «Io non devo incassare nulla, non è questo il tema. Ci tenevo a dare una mano sulla sfida di Milano: ma è la vittoria di un “noi”. Il Pd a Milano ha dimostrato che unità e pluralità stanno insieme e così si vince».

    Un giudizio complessivo sul voto?

    «Ci insegna che la sfida di cambiamento oggi richiede una capacità di iniziativa del Pd ancora più forte. Serve scavare più in profondità sullo stato del Paese, vedere le luci ma non dimenticare le ombre. Dobbiamo declinare meglio un concetto semplice: Pd uguale popolo. Una forza di cambiamento che governa, prima di tutto, facendosi carico dei problemi: periferie, casa, pensionati in difficoltà, giovani ancora senza lavoro. All’onda populista si risponde con un riformismo più radicale nelle scelte, anzitutto sul fronte economico e sociale. Un pezzo di strada l’abbiamo fatta con il lavoro svolto sino a qui. Ma sarebbe un errore pensare ora che la strada sia in discesa».

    Renzi è in discussione?

    «No. E consiglierei di non uscire dal passaggio elettorale solo riproponendo la discussione sul superamento del doppio ruolo tra premier e segretario. Sono d’accordo con Cuperlo su questo: non è il verso giusto e comunque sinceramente a me interessa di più un confronto sulla nostra agenda sociale e sul senso di marcia che vogliamo dare al nostro lavoro a sostegno del si al referendum dell’autunno».

    Il referendum?

    «Dobbiamo spiegare le ragioni del sì aprendo un confronto con chi ancora non è convinto. Abbiamo bisogno del sostegno dei cittadini per dimostrare che le istituzioni cambiano, diventano più semplici, più sobrie, più utili. La riforma è un grande passo in avanti: non per un leader, ma per un Paese».

  • Il centrosinistra sia unito, non consegni Milano alla destra

    (Intervista a Maurizio Martina a firma di Natalia Lombardo pubblicata su L’Unità il 12 giugno 2016)

    «Il centrosinistra deve restare unito, e aprirsi a tutte le forze che non vogliono consegnare una città come Milano alla destra populista e xenofoba e farla tornare indietro di vent’anni».

    Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole, parla dalla sede del comitato elettorale di Giuseppe Sala, candidato sindaco del centrosinistra che al primo turno è in vantaggio con i141,69 per cento sullo sfidante di centrodestra, Stefano Parisi (40,77%).

    La sfida a Milano non è semplice, come sta andando?

    «Bene, c`è un gran fermento. Al comitato Sala sindaco ci sono un sacco di volontari, ragazzi dai diciotto anni in su che da giorni stanno dando una mano, telefonano a tappeto agli elettori delle primarie di questi anni. Insomma, un bel lavoro di squadra, lo spirito che ci vuole per vincere, sono loro l’architrave forte della campagna elettorale, dell’essere qui».

    È alto il rischio che vinca il centrodestra?

    «Sulla sfida di Milano ci giochiamo il futuro della città. Che non va consegnata alla destra, non è pensabile che una metropoli così importante sia usata come cavia per la sperimentazione dei futuri equilibri di poteri interni al centrodestra, con sponde imbarazzanti come quelle che stiamo vedendo in questo momento con la pubblicazione del Meni Kampf…».

    Parisi ha aspettato molto a commentare l’iniziativa de il Giornale, che lo sostiene. Eppure vuole mostrarsi moderato. Che ne pensa?

    «Quella di Parisi è una risposta imbarazzata che rivela come, nella coalizione di centrodestra; ci siano tendenze e dinamiche che possono consentite tutto, anche cose indecenti come l’iniziativa del “Giornale”, che è sconcertante. Deve essere un monito agli elettori del centrosinistra e non solo, perché sia unito, e per evitare che tornino in campo personaggi di vent’anni fa».

    A chi si riferisce? Li Lega c’era ma era quella di Bossi e oggi con Salvini ha più voce in capitolo su Forza Italia.

    «È la stessa fotografia di chi era al governo con il centrodestra vent’anni fa, le stesse persone e le stesse idee. Sono i vari La Russa, De Corato, Maria Stella Gelmini e lo stesso Salvini.

    Cosa teme?

    «La regressione nelle scelte per Milano, per questo insisto nel dire che il centrosinistra deve essere unito, perché non si può tornare indietro, buttare a mare l’esperienza fatta con la Giunta Pisapia in questi anni».

    È quasi tutto unito, a parte la “sinistra sinistra”. Milano spesso è stata un modello politico.

    «Abbiamo fatto le primarie a dicembre e poi un lavoro lungo e partecipato del Pd con le altre forze, per aggregare e unire. Abbiamo lavorato con Giuliano Pisapia e contanti che hanno costruito il progetto per la Milano del 2020».

    Secondo lei gli elettori della sinistra di Basilio Rizzo voteranno Sala?

    «Spero e credo di sì. Basilio Rizzo sta lavorando e riflettendo, cosa che rispettiamo. Mi auguro che ci siano le condizioni per agire uniti. Abbiamo un dialogo significativo anche con i Radicali Sala ha appena annunciato l`impegno di una personalità come Gherardo Colombo al suo fianco per un progetto forte sulla trasparenza e la legalità».

    I radicali sostengono Sala, ma Lappato andrà avanti con l’esposto sulla ineleggibilità. Sono in contrasto?

    «Ci sono chiari punti di convergenza su contenuti essenziali come l’ambiente, la casa, le periferie. E questa è la cosa più importante».

    Secondo lei l’ostilità di una parte dell’opinione pubblica di sinistra, vedi Dario Fo, è verso Sala o è tutta politica contro Renzi e il Pd?

    «Milano è una città troppo importante perché si giochino altre partite. Si può discutere tutto, ma non di consegnare la città a una destra populista e xenofoba, contro la quale penso si debbano unire tutte le forze, anche fuori dal Pd, per rilanciare un`esperienza e andare avanti, piuttosto che tornare indietro».

    Giuliano Pisapia avrà un ruolo nella Giunta, se vincerà il centrosinistra?

    «Pisapia è fondamentale, deciderà lui ma resta sempre una personalità centrale. E si sta spendendo molto».

    Pensa che Sala possa recuperare il voto dei grillini?

    «Gli elettori 5 Stelle credo siano liberi, sono Salvini e Parisi a volere l’inciucio ai vertici. Sono persone autonome che possono trovare punti in comune, dall’ambiente ai diritti, più nel programma di Sala che in quello di Parisi. Non credo che vogliano consegnarsi a via Bellerio o ad Arcore».

    A Milano Berlusconi ha “visto giusto” con Parisi, dicono in molti. Si aspettava quel risultato?

    «La destra qui è sempre stata forte. Guai a sottovalutarla. Salvini a Milano ha preso una scoppola, ma a sette giorni dal voto la sfida è aperta. Noi dobbiamo arrivare alla vittoria, per questo tutti dobbiamo dare il nostro contributo».

  • «Nell`area post Expo sconti fiscali alle aziende: così si aiuta la scienza»

    ( intervista a firma di Elisabetta Soglio pubblicata sul Corriere della Sera del 03.06.2016)

    Fondi Bei (la Banca Europea degli Investimenti) e fisco agevolato per chi investe nell`area del post Expo. E le polemiche di una parte del mondo della scienza sul progetto dì Human Technopole?

    «Il dibattito è il benvenuto. Io mi appello allo spirito unitario e dico che non possiamo perdere questa occasione. Miglioriamola, ma non lasciamocela sfuggire». Il ministro Maurizio Martina ha seguito fin dall`inizio le vicende del futuro dei terreni che lo scorso anno avevano ospitato l`esposizione universale: «Vogliamo realizzare una piattaforma di ricerca e innovazione sulle scienze per la vita di livello internazionale, dove pubblico e privato possano fare un lavoro mai realizzato».

    Ministro, state pensando a incentivi fiscali?

    «Stiamo studiando anche questa ipotesi. Il progetto è importante ed è giusto capire come sostenere anche con strumenti nuovi gli investimenti e la nuova occupazione che può generare il sito».

    Ad esempio?

    «Ci sono alcuni modelli interessanti sperimentati in Europa. Ad esempio, c`è l`esperienza olandese dei “patti perl`innovazione”: un modo nuovo per semplificare gli iter amministrativi e burocratici oggi imposti alle aziende e agire anche sulla leva fiscale. Fra l`altro, anche Bruxelles ha intenzione di testare gli “Innovation Deals” come patti di collaborazione volontaria fra aziende e istituzioni e ne selezionerà cinque come progetti pilota: potremmo tutti insieme lavorare per candidare l`area di Expo a essere uno di questi cinque».

    E i fondi della Banca Europea?

    «Siamo impegnati a verificare il coinvolgimento della Bei. È già intervenuta in questi anni in altre città per sostenere progetti di qualificazione e credo molto nel fatto che possa contribuire anche nel post Expo».

    Ma a che punto è il progetto? I certificatori internazionali non avrebbero dovuto esprimersi entro maggio?

    «Proprio nei prossimi giorni si chiuderà questa fase delle valutazioni utile per la predisposizione del progetto esecutivo».

    Non è preoccupato per i tempi?

    «Questo lavoro ha bisogno di essere implementato nelle prossime settimane e mesi. C`è un ottimo rapporto con la società Arexpo e ci sono tutte le condizioni perché si sviluppi un metodo di lavoro condiviso che ci porti a raggiungere l`obiettivo».

    Human Technopole e poi?

    «Va coltivato il progetto della Statale di Milano, l`hub dei centri di ricerca delle imprese e la dimensione multifunzionaledell`area, lavorando-anche su altri percorsi di aggregazione e socialità».

    Non sta sottovalutando le polemiche su Human?

    «Siamo assolutamente disponibili al confronto e già in queste settimane abbiamo ascoltato e approfondito. Andiamo avanti. Senza veti e senza chiusure. Noi vogliamo arrivare all`obiettivo di far partire rapidamente il lavoroperché tutti riconoscono che Human può essere una grande occasione».

    Però molti criticano l`affidamento dell`incarico all`Istituto Italiano di Tecnologia di Genova: risposta?

    «E stato giusto chiedere a lit di elaborare l`ipotesi progettuale in dialogo con le università milanesi e altre realtà scientifiche nazionali. Questa fase di lavoro non è conclusa e il prossimo mese sarà fondamentale percompletare e definire bene tutto. Io continuo a richiamare sull`importanza di avere uno sguardo unitario sul valore di questa idea».

    L`incarico diretto?

    «Abbiamo chiesto l`elaborazione di una ipotesi scientifica progettuale. È una modalità usata in molti Paesi».

    Anche il presidente Napolitano è intervenuto chiedendo chiarimenti.

    «Il Presidente non ha messo in discussione il valore del progetto che anzi considera strategico. Ha chiesto, come senz`altro giusto, di chiarire e perfezionare il lavoro fatto fino a qui e proprio su questa prospettiva siamo impegnati».

    Ma Renzi non aveva detto che a maggio sarebbe stato sul sito per annunciare altri passi avanti?

    «Di certo voleva essere presente a uno degli eventidella riapertura del sito: ma quelle giornate hanno coinciso con il G7 in Giappone. Quanto alla nostra tabella di marcia, va avanti in modo puntuale».

    Ma i finanziamenti da chi saranno gestiti?

    «Per tutto il lavoro di riprogettazione la nuova Arexpo sarà il soggetto di riferimento nella costruzione sia del masterplan che del piano economico-finanziario».